corrado bevilacqua, Il pane e le rose terza parte

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Le qualità fisiche necessarie della merce particolare, nella quale deve cristallizzarsi l’essere denaro di tutte le merci, per quanto derivino direttamente dalla natura del valore di scambio, sono la divisibilità a piacere, l’uniformità delle parti e la identicità in tutti gli esemplari di questa merce. Come materializzazione del tempo di lavoro generale, questa merce deve essere materializzazione uniforme e capace di esprimere differenze puramente quantitative. L’altra qualità necessaria è la durevolezza del suo valore d’uso poichè la merce deve durare entro il processo di scambio. I metalli nobili posseggono queste qualità in misura eminente. Siccome il denaro non è un prodotto di una riflessione o di un accordo, ma è formato quasi istintivamente nel processo di scambio, merci differenti più o meno inadatte, si sono alternate nella funzione di denaro. La necessità subentrante a un determinato grado dello sviluppo del processo di scambio, di distribuire polarmente sulle merci le determinazioni di valore di scambio e di valore d’uso in modo che una merce ad esempio figuri come mezzo di scambio, mentre l’altra è alienata come valore d’uso, comporta che dappertutto la merce o anche più merci del più generale valore d’uso abbiano in un primo momento per caso la funzione di denaro. Qualora non siano oggetto di un bisogno esistente direttamente, la loro esistenza come componente più importante della ricchezza dal punto di vista materiale, assicura ad esse un carattere più generale di quel che abbiano gli altri valori d’uso.

Il commercio di scambio immediato, forma spontanea del processo di scambio, rappresenta piuttosto l’iniziale trasformazione dei valori d’uso in merci che non quella delle merci in denaro. Il valore di scambio non acquisisce forma libera, è bensì ancora vincolato direttamente al valore d’uso. Questo risulta in due modi. La produzione stessa in tutta la sua costruzione è diretta al valore d’uso, non al valore di scambio, ed è quindi soltanto per l’eccedenza sulla misura in cui i valori d’uso sono richiesti per il consumo, che essi cessano qui di essere valori d’uso e diventano mezzi di scambio, merce. D’altra parte, diventano propriamente merci solo entro i limiti del valore d’uso diretto, sia pure distribuito polarmente, cosicchè le merci da scambiarsi dai possessori devono essere per entrambi valori d’uso, ma ognuna di esse dovrà essere valore d’uso per il suo non-possessore. In realtà, il processo di scambio delle merci in origine non si presenta in seno alle comunità  naturali e spontanee, bensì là dove queste finiscono, ai loro confini, nei pochi punti in cui entrano in contatto con altre comunità. Qui ha inizio il commercio di scambio e da qui si ripercuote sull’interno della comunità, con un’azione disgregatrice. I particolari valori d’uso che nel commercio di scambio fra le diverse comunità diventano merci, come lo schiavo, il bestiame, i metalli, costituiscono quindi per lo più il primo denaro in seno alle comunità stesse. Abbiamo visto come il valore di scambio di una merce si esprima come valore di scambio in un grado tanto più elevato quanto più lunga è la serie dei suoi equivalenti o quanto  maggiore  è la sfera dello scambio per quella merce. La graduale estensione del commercio di scambio, l’aumento degli scambi e la moltiplicazione delle merci entranti nel commercio di scambio, evolvono quindi la merce in quanto valore di scambio, sollecitano la formazione del denaro e esplicano con ciò un’azione dissolvitrice sul commercio di scambio diretto. Gli economisti sono soliti derivare il denaro dalle difficoltà esterne in cui si imbatte il commercio di scambio ampliatosi, ma così facendo dimenticano che queste difficoltà derivano dallo sviluppo del valore di scambio e quindi risalgono al lavoro sociale quale lavoro generale. Per esempio: le merci, in qualità di valori d’uso, non sono divisibili a piacere, come devono esserlo in qualità di valori di scambio. Oppure, la merce di A può essere valore d’uso per B, mentre la merce di B non è valore d’uso per A. Oppure, i possessori delle merci possono aver bisogno delle loro merci indivisibili, da scambiarsi a vicenda, in proporzioni di valore ineguali. In altre parole, con il pretesto di considerare il commercio di scambio semplice, gli economisti si rendono conto di certi lati della contraddizione avvolta nell’esistenza della merce come unità immediata di valore d’uso e valore di scambio. D’altra parte tengono fermo, coerentemente, al commercio di scambio come forma adeguata del processo di scambio delle merci, il quale sarebbe semplicemente legato a certi disagi tecnici pei quali il denaro sarebbe una via d’uscita intelligentemente escogitata. Da questo punto di vista, del tutto superficiale, un intelligente economista inglese ha quindi sostenuto giustamente che il denaro è uno strumento puramente materiale, come una nave o una macchina a vapore, ma non è l’espressione di un rapporto di produzione sociale e quindi non è una categoria economica. Soltanto abusivamente è trattato quindi nella economia politica, la quale infatti non ha nulla in comune con la tecnologia.

Nel mondo delle merci è presupposta una sviluppata divisione del lavoro, ossia quest’ultima si esprime, piuttosto, direttamente nella molteplicità dei valori d’uso che si stanno dinanzi come merci particolari e nei quali sono incorporati modi di lavoro altrettanto molteplici. La  divisione del lavoro, in quanto totalità di tutti i modi particolari dell’occupazione produttiva, è la figura complessiva del lavoro solidale considerato nel suo lato materiale, considerato come lavoro che produce valori d’uso. Ma come tale la divisione del lavoro esiste, dal punto di vista delle merci e entro il processo di scambio, soltanto nel suo risultato, nella particolarizzazione delle merci stesse.

Lo scambio delle merci è il processo entro il quale il ricambio sociale, ossia lo scambio dei particolari prodotti di individui privati, è allo stesso tempo creazione di determinati rapporti della produzione sociale, nei quali gli individui entrano in questo ricambio. Le relazioni progressive fra le merci nei confronti dell’una con l’altra si cristallizzano come determinazioni differenziate dell’equivalente generale, e in tal modo il processo di scambio è allo stesso tempo processo di formazione del denaro. L’insieme di questo processo, che appare come il decorso di processi differenti, è la  circolazione.

Tale analisi venne ripresa da Marx nel Capitale.  A prima vista, una merce sembra una cosa triviale, ovvia, scrisse nel Capitale. Dalla sua analisi, risulta che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici. Finché è valore d’uso, non c’è nulla di misterioso in essa, sia che la si consideri dal punto di vista che soddisfa, con le sue qualità, bisogni umani, sia che riceva tali qualità soltanto come prodotto di lavoro umano. E’ chiaro come la luce del sole che l’uomo con la sua attività cambia in maniera utile a se stesso le forme dei materiali naturali. P. es. quando se ne fa un tavolo, la forma del legno viene trasformata. Ciò non di meno, il tavolo rimane legno, cosa sensibile e ordinaria. Ma appena si presenta come merce, il tavolo si trasforma in una cosa sensibilmente sovrasensibile. Non solo sta coi piedi per terra, ma, di fronte a tutte le altre merci, si mette a testa in giù, e sgomitola dalla sua testa di legno dei grilli molto più mirabili che se cominciasse spontaneamente a ballare.

Dunque, il carattere mistico della merce non sorge dal suo valore d’uso. E nemmeno sorge dal contenuto delle determinazioni di valore. Poiché: in primo luogo, per quanto differenti possano essere i lavori utili o le operosità produttive, è verità fisiologica ch’essi sono funzioni dell’organismo umano, e che tutte tali funzioni, quale si sia il loro contenuto e la loro forma, sono essenzialmente dispendio di cervello, nervi, muscoli, organi sensoriali, ecc. umani. In secondo luogo, per quel che sta alla base della determinazione della grandezza di valore, cioè la durata temporale di quel dispendio, ossia la quantità del lavoro: la quantità del lavoro è distinguibile dalla qualità in maniera addirittura tangibile. In nessuna situazione il tempo di lavoro che costa la produzione dei mezzi di sussistenza ha potuto non gli uomini, benché tale interessamento non sia uniforme nei vari gradi di sviluppo. Infine, appena gli uomini lavorano in una qualsiasi maniera l’uno per l’altro, il loro lavoro riceve anche una forma sociale. Di dove sorge dunque il carattere enigmatico del prodotto di lavoro appena assume forma di merce? Evidentemente, proprio da tale forma. L’eguaglianza dei lavori umani riceve la forma reale di eguale oggettività di valore dei prodotti del lavoro, la misura del dispendio di forza-lavoro umana mediante la sua durata temporale riceve la forma di grandezza di valore dei prodotti del lavoro, ed infine i rapporti fra i produttori, nei quali si attuano quelle determinazioni sociali dei loro lavori, ricevono la forma d’un rapporto sociale dei prodotti del lavoro. L’arcano della forma di merce consiste dunque semplicemente nel fatto che tale forma rimanda agli uomini come uno specchio i caratteri sociali del loro proprio lavoro trasformati in caratteri oggettivi dei prodotti di quel lavoro, in proprietà sociali naturali di quelle cose, e quindi rispecchia anche il rapporto sociale fra . Ci si ricorda che la Cina e i tavolini cominciarono a ballare quando tutto il resto del mondo sembrava fermo – pour encourager les autres. .

Mediante questo quid pro quo i prodotti del lavoro diventano merci, cose sensibilmente sovrasensibili cioè cose sociali. Proprio come l’impressione luminosa di una cosa sul nervo ottico non si presenta come stimolo soggettivo del nervo ottico stesso, ma quale forma oggettiva di una cosa al di fuori dell’occhio. Ma nel fenomeno della vista si ha realmente la proiezione di luce da una cosa, l’oggetto esterno, su un’altra cosa, l’occhio: è un rapporto fisico fra cose fisiche. Invece la forma di merce e il rapporto di valore dei prodotti di lavoro nel quale essa si presenta non ha assolutamente nulla a che fare con la loro natura fisica e con le relazioni fra cosa e cosa che ne derivano.

Quel che qui assume per gli uomini la forma  fantasmagorica di un rapporto fra cose è soltanto il rapporto sociale determinato fra gli uomini stessi. Quindi, per trovare un’analogia, dobbiamo involarci nella regione nebulosa del mondo religioso. Quivi, i prodotti del cervello umano paiono figure indipendenti, dotate di vita propria, che stanno in rapporto fra di loro e in rapporto con gli uomini. Così, nel mondo delle merci, fanno i prodotti della mano umana. Questo io chiamo il feticismo che s’appiccica ai prodotti del lavoro appena vengono prodotti come merci, e che quindi è inseparabile dalla produzione delle merci.

Come l’analisi precedente ha già dimostrato, tale carattere feticistico del mondo delle merci sorge dal carattere sociale peculiare del lavoro che produce merci. Gli oggetti d’uso diventano merci, in genere, soltanto perché sono prodotti di lavori privati, eseguiti indipendentemente l’uno dall’altro. Il complesso di tali lavori privati costituisce il lavoro sociale complessivo. Poiché i produttori entrano in contatto sociale soltanto mediante lo scambio dei prodotti del loro lavoro, anche i caratteri specificamente sociali dei loro lavori privati appaiono soltanto all’interno di tale scambio. Ossia, i lavori privati effettuano di fatto la loro qualità di articolazioni del lavoro complessivo sociale mediante le relazioni nelle quali lo scambio pone i prodotti del lavoro e, attraverso i prodotti stessi, i produttori. Quindi a questi ultimi le relazioni  sociali dei loro lavori privati appaiono come quel che sono, cioè, non come rapporti immediatamente sociali fra persone nei loro stessi lavori, ma anzi, come rapporti materiali fra persone e rapporti sociali fra le cose.

Solo all’interno dello scambio reciproco i prodotti di lavoro ricevono un’oggettività di valore socialmente eguale, separata dalla loro oggettività d’uso, materialmente differente. Questa scissione del prodotto del lavoro in cosa utile e cosa di valore si effettua praticamente soltanto appena lo scambio ha acquistato estensione e importanza sufficienti affinchè cose utili vengano prodotte per lo scambio, vale a dire affinché nella loro stessa produzione venga tenuto conto del carattere di valore delle cose. Da questo momento in poi i lavori privati dei produttori ricevono di fatto un duplice carattere sociale. Da un lato, come lavori utili determinati, debbono soddisfare un determinato bisogno sociale, e far buona prova di sè come articolazioni del lavoro complessivo, del sistema naturale spontaneo della divisione sociale del lavoro; dall’altro lato, essi soddisfano soltanto i molteplici bisogni dei loro produttori, in quanto ogni lavoro privato, utile e particolare è scambiabile con ogni altro genere utile di lavoro privato, e quindi gli è equiparato. L’eguaglianza di lavori differenti può consistere soltanto in un far astrazione dalla loro reale diseguaglianza, nel ridurli al carattere comune che essi posseggono, di dispendio di forza-lavoro umana, di lavoro astrattamente umano. Il cervello dei produttori privati rispecchia a sua volta questo duplice carattere sociale dei loro lavori privati, nelle forme che appaiono nel commercio pratico, nello scambio dei prodotti, quindi rispecchia il carattere socialmente utile dei loro lavori privati, in questa forma: il prodotto del lavoro deve essere utile, e utile per altri, e rispecchia il carattere sociale dell’eguaglianza dei lavori di genere differente nella forma del carattere comune di valore di quelle cose materialmente differenti che sono i prodotti del lavoro.

Gli uomini dunque riferiscono l’uno all’altro i prodotti del loro lavoro come valori, non certo per il fatto che queste cose contino per loro soltanto come puri involucri materiali di lavoro umano omogeneo. Viceversa. Gli uomini equiparano l’un con l’altro i loro differenti lavori come lavoro umano, equiparando l’uno con l’altro, come valori, nello scambio, i prodotti eterogenei. Non sanno di far ciò, ma lo fanno. Quindi il valore non porta scritto in fronte quel che è. Anzi, il valore trasforma ogni prodotto del lavoro in un geroglifico sociale. In seguito, gli uomini cercano di decifrare il senso del geroglifico, cercano di penetrare l’arcano del loro proprio prodotto sociale, poiché la determinazione degli oggetti d’uso come valori è loro prodotto sociale quanto il linguaggio. La tarda scoperta scientifica che i prodotti di lavoro, in quanto son valori, sono soltanto espressioni materiali del lavoro umano speso nella loro produzione, fa epoca nella storia dello sviluppo dell’umanità, ma non disperde affatto la parvenza oggettiva dei carattere sociale del lavoro. Quel che è valido soltanto per questa particolare forma di produzione, la produzione delle merci, cioè che il carattere specificamente sociale dei lavori privati indipendenti l’uno dall’altro consiste nella loro eguaglianza come lavoro umano e assume la forma del carattere di valore dei prodotti di lavoro, appare cosa definitiva, tanto prima che dopo di quella scoperta, a coloro che rimangono impigliati nei rapporti della produzione di merci: cosa definitiva come il fatto che la scomposizione scientifica dell’aria nei suoi  elementi ha lasciato sussistere nella fisica l’atmosfera come forma corporea.”

La controrivoluzione marginalista. La teoria marginalista portata in auge dalla “rivoluzione” del 1870 abbandonava in via definitiva il concetto classico di valore-lavoro e introduceva il concetto di utilità, che diventerà poi con Pareto ofelimità; abbandonava il tema dello sviluppo economico caro agli economisti classici come Smith, Ricardo. Malthus, Torrens e introduceva il concetto di equilibrio economico generale. Introduceva il concetto di produttività marginale dei fattori della produzione come fondamento della teoria della distribuzione del reddito. Infine, avviava una progressiva matematizzazione della teoria economica che portò allo sviluppo di una particolare disciplina chiamata matematica per economisti.

Ciò ha reso sempre difficile far capire a chi non sia particolarmente interessato alla materia di che cosa si tratta. Ebbene si tratta di considerare l’economia nel suo insieme e di studiare l’andamento dei diversi mercati. Per poter fare questo, gli economisti sono stati costretti a ricorrere a ipotesi talmente limitative da rendere irrealistica e, quindi, per usare le parole di Nicholas Kaldor, irrilevante, la stessa teoria dell’equilibrio economico generale.

La teoria economica dell’equilibrio economico generale fu oggetto di elaborazioni di varia natura. Qui, merita ricordare il contributo di Leontiev e quello di Hicks. Leontief, in gioventù aveva, partecipato al dibattito sull’industrializzazione sovietica e che ispirandosi alla teoria walrasiana dell’equilibrio generale elaborò la sua teoria delle interdipendenze settoriali. Hicks, invece, mirò nel suo capolavoro del 1938 intitolato Valore e capitale, a dinamizzare la teoria dell’equilibrio economico generale introducendo il concetto di equilibrio temporaneo. Come scrisse infatti Hicks,

Ora, la ragione della sterilità del sistema walrasiano io credo che sia dovuta al fatto che egli non ci fornisce le leggi del cambiamento del suo sistema di equilibro generale. Egli poté dire quali condizioni devono essere soddisfatte dai prezzi stabiliti con date quantità e date preferenze, ma egli non spiegò che cosa accadrebbe se i gusti o le quantità disponibili mutassero.

In termini generali, posiamo dire che la teoria dell’equilibrio economico generale funziona in condizioni di concorrenza perfetta, dove le curve di domanda e offerta sono perfettamente elastiche per quanto piccoli siano i movimenti dei prezzi. Non funziona se si formano delle rigidità che impediscono di realizzare l’equilibrio sui singoli mercati: in breve, mercato del lavoro, mercato dei capitali, mercato dei beni di consumo, mercato dei beni di investimento.
Ma in cosa consiste la “rivoluzione marginalista”?

Detto semplicemente, ha spiegato Enrico Saltari, essa consiste nella comparsa di una nuova teoria del valore di scambio ossia di una nuova spiegazione dei prezzi relativi, del valore di un bene in termini di un altro. Con la teoria dei classici (i cui rappresentanti più autorevoli furono Smith, Ricardo e successivamente Marx) il valore di scambio di un bene veniva ricondotto al costo di produzione espresso dal lavoro necessario a produrlo. Ora, con la rivoluzione marginalista, l’origine del valore di un bene viene rintracciata nella scarsità del bene medesimo ovvero nel fatto che il bene è “utile e disponibile in quantità limitata“, per usare la definizione di Walras. Il passo teorico decisi vo compiuto da Jevons, Menger e Walras fu di individuare nell’utilità marginale lo strumento analitico in grado di misurare la scarsità e di farne con ciò stesso il fondamento del valore, anche se, come vedremo in seguito, il solo Walras riuscì a dedurre dall’utilità marginale una rigorosa teoria della determinazione dei prezzi. Interpretata in questi termini, la rivoluzione marginalista è assai meno rivoluzionaria di quanto l’etichetta lasci trasparire. L’utilità e la scarsità avevano già fatto la loro comparsa ben prima del 1870 come fondamenti del valore di scambio nelle opere di molti altri economisti. Per fare un solo accenno che ci tornerà comodo più avanti, Auguste Walras (il padre di Leon) aveva sostenuto più di quaranta anni prima che all’origine del valore si trovava non il lavoro ma la rareté, con un’espressione che il figlio riprenderà letteralmente nei suoi Elementi. Quella che si verificò nei primi anni del 1870 con le opere di Jevons, Menger e Walras non fu dunque affatto una trasformazione radicale e improvvisa, come dovrebbe essere una rivoluzione. Al contrario, la sua gestazione durò assai a lungo e impiegò poi più di un decennio per affermarsi. Per parafrasare una celebre definizione, se l’etichetta di rivoluzione marginalista è appropriata, lo è assai più per l’aggettivo che non per il sostantivo. Il motivo è che con la rivoluzione marginalista, e l’economia marginalista che ne derivò, fece per la prima volta la sua apparizione sulla scena della teoria economica il calcolo differenziale per via della determinazione delle posizioni di ottimo il cui ruolo è cruciale nella nuova teoria del valore. Insomma, nacque il connubio oggi noto come Economia matematica. Al centro della nuova concezione dell’Economia si trova il consumo, colto soprattutto sul terreno individuale, vale a dire inteso essenzialmente come soddisfazione dei bisogni del singolo. Ne discende che un bene in tanto ha valore ed è utile ? è un bene economico ? soltanto in quanto può provvedere direttamente o indirettamente alla soddisfazione dei bisogni. Il problema dell’individuo è di conseguenza di ripartire le risorse a sua disposizione tra i vari beni in modo tale che la soddisfazione dei bisogni, e quindi l’utilità che ne ritrae, sia massima. Guardando agli incrementi di utilità che quantità addizionali dei diversi beni danno – l’utilità marginale appunto – l’individuo è in grado di risolvere questo problema di massimo, determinando così le quantità “ottime” da destinare al consumo, tali cioè da massimizzare l’utilità. Supponiamo per semplicità che l’individuo sia in possesso di un solo bene. Secondo l’economia marginalista, questo bene verrà dapprima destinato a soddisfare i bisogni più urgenti perché è in questi impieghi che, per definizione, si ha l’utilità maggiore. Ma a mano a mano che si utilizzano dosi successive del bene a soddisfare questi bisogni, l’utilità che se ne ottiene è via via minore. L’utilità marginale è cioè decrescente. Questa è l’ipotesi cardine del marginalismo perché implica, dal punto di vista economico e formale, l’esistenza di una posizione di massimo. Proprio perché l’utilità marginale è decrescente, può verificarsi che divenga a un certo punto più conveniente destinare dosi ulteriori del bene ad altri bisogni, magari meno impellenti in assoluto ma che ora presentano un’utilità marginale più elevata. L’utilità totale sarà massima quando l’allocazione del bene tra i diversi bisogni sarà tale da renderne uguale in tutti gli impieghi l’utilità marginale. Se così non fosse, l’individuo non starebbe massimizzando la propria utilità: sarebbe infatti conveniente spostare l’impiego del bene dal bisogno dove l’utilità marginale è minore a quello in cui è maggiore, aumentando in questo modo l’utilità totale.

Tale risultato teorico e che è alla base della nuova teoria del valore, denominato da Walras teorema dell’utilità massima, non fu affatto facile e scontato da raggiungere per i tre fondatori del marginalismo. Al contrario, venne ottenuto seguendo percorsi teorici spesso lunghi e tortuosi e soprattutto assai diversi tra loro. Questa diversità è rilevante. Mentre Jevons e Menger partirono dall’utilità marginale per arrivare, anche se non sempre in modo chiaro e rigoroso, alla spiegazione del valore di scambio, Walras seguì esattamente il percorso opposto: per Walras l’utilità marginale fu soltanto lo strumento concettuale che dava fondamento teorico alla teoria dello scambio e dei prezzi. Soltanto Walras riuscì a incastonare l’utilità marginale all’interno di quell’edificio mirabile di interrelazioni tra mercati noto oggi come teoria dell’equilibrio economico generale. Più precisamente, solo Walras riuscì a ricavare dal teorema dell’utilità massima le curve individuali di domanda e offerta e a determinare poi per aggregazione i prezzi di equilibrio. Ripercorrere sinteticamente le tappe principali della strada seguita da Walras per ottenere quei due risultati ci permetterà di apprezzare qual è stato il contributo specifico della Matematica (e dei matematici) all’Economia e quanto dell’armamentario da lui impiegato faccia ancora parte della cassetta degli strumenti dell’economista d’oggi.

Walras eredita dunque dal padre il concetto di rareté come spiegazione e causa del valore di scambio. In realtà, l’eredità che Auguste Walras lascia al figlio è assai più consistente. Per avere un’idea di questa influenza, basti ricordare perché per Auguste Walras il concetto di scarsità era così importante. In un’opera pubblicata nel 1831 (De la nature de la richesse et de l’origine de la valeur) afferma che, indagando nelle sue ricerche filosofiche sull’origine e la natura della proprietà privata, si era imbattuto nello studio del-l’Economia politica e che da questo studio aveva tratto la conclusione che tra l’Economia politica e la teoria della proprietà sussistono rapporti assai stretti. La prima si occupa di tutti quei beni che hanno un valore di scambio e che per ciò stesso costituiscono la ricchezza sociale, come egli ama definirla; la seconda di tutto ciò di cui ha senso appropriarsi, cioè di tutti i beni “coercibili”. Ma all’origine di queste due qualità dei beni, il valore e l’essere oggetto di appropriazione, vi è un’unica causa, la rareté. Soltanto i beni utili ma disponibili in quantità limitata hanno, per Auguste Walras, valore di scambio; d’altra parte, soltanto di questi beni ha senso appropriarsi. Tuttavia, per Auguste Walras esiste una priorità logica. Si deve iniziare dallo studio del fenomeno del valore di scambio, per poi considerare quello dell’appropriazione, perché è il valore a motivare l’appropriazione, e non viceversa. Gli Elementi di Leon Walras, a partire dalla seconda edizione (1889), recano un sottotitolo assai meno noto che recita Teoria della ricchezza sociale e la succinta descrizione delle caratteristiche e dell’origine della ricchezza che abbiamo appena dato si trova quasi negli stessi termini all’inizio degli Elementi. Leon Walras definiva l’Economia politica come la catallattica, ossia come la teoria del valore di scambio che peraltro identificava esplicitamente con la teoria della ricchezza sociale. Ciò detto, rimane il problema della misurabilità della scarsità. Qui sta naturalmente la differenza più rilevante tra Auguste e Leon Walras. Per il primo, la scarsità di un bene è definita dal rapporto tra la quantità esistente e la quantità totale desiderata dagli individui (“la somme des besoins“). Auguste Walras ritiene che il rapporto così costruito sia misurabile e che quindi l’Economia politica sia una “scienza matematica”. Ma è proprio questo che non è possibile visto che, come lo stesso Auguste Walras riconoscerà trent’anni dopo in una lettera al figlio, non è chiaro come possa essere misurata la somma dei bisogni non esistendo un’unità di misura del bisogno. La ragione immediata ed evidente dell’impossibilità di definire questa unità è che non possiamo effettuare confronti interpersonali. Non possiamo cioè sommare bisogni individuali per loro natura eterogenei, perché espressi da soggetti tra loro diversi. Per dirla in altro modo, la definizione di scarsità di Auguste Walras non funziona perché in¬terpreta la scarsità dal punto di vista sociale.

Questa è anche la strada intrapresa, almeno all’inizio, da Leon Walras e su cui continua a lavorare per ben dodici anni (dal 1860 al 1872) senza riuscire a trovare una via d’uscita. W. Jaffé ha suggerito che l’incontro “fatale” tra Economia e Matematica avvenne nel 1872. Proprio in quell’anno Walras ha modo di sottoporre un problema formale di cui non riesce a venire a capo a Paul Piccard, suo collega presso l’Università di Losanna dove insegnava Meccanica industriale e dove Walras stesso era professore di Economia politica dal 1870.

Come si deduce da una lettera allo stesso Piccard del 1873, Walras ha compiuto notevoli progressi nel corso di quei dodici anni. Da un lato, ha elaborato una teoria generale dei prezzi: nel caso dello scambio afferma che, date le curve di domanda e le quantità esistenti dei beni, i prezzi vengono determinati attraverso l’equilibrio di domanda e offerta. Dall’altro, è arrivato a supporre che vi sia un’unità di misura dell’intensità dei bisogni riferita però – questo punto è decisivo – al singolo individuo e non all’insieme dei soggetti che desiderano un dato bene. Insomma, Walras ipotizza che esista una funzione di utilità individuale. Il problema cruciale che Walras non riesce a risolvere e che sottopone a Piccard è come si possa dedurre la funzione di domanda di un bene dalla funzione di utilità. La risposta formale si trova in una nota redatta dallo stesso Piccard e riprodotta nel primo dei volumi che raccolgono la corrispondenza di Walras. Ciò che colpisce in questa soluzione, scrisse Saltari, poi adottata da Walras, è non solo e non tanto l’approccio analitico quanto piuttosto che in essa si trova implicitamente la definizione formale di scarsità, ovvero l’utilità marginale. La soluzione di Piccard è assai semplice e si compone di una parte grafica e una più propriamente analitica. Nella pagina linkata ne riproponiamo una versione aggiornata.

La breve nota di Piccard contiene la soluzione al problema (posto da Walras) di ricavare la funzione di domanda dalla funzione di utilità: se pensiamo al prezzo p come a una costante parametrica, la condizione del primo ordine per il problema di massimizzazione dell’utilità permette infatti di determinare quella che il più noto e rigoroso manuale di Microeconomia attualmente in circolazione denomina funzione walrasiana di domanda: possiamo cioè scrivere x = x(p) (trascurando l’influenza della quantità posseduta dell’altro bene y). È peraltro facile verificare che, se valgono le ipotesi walrasiane che le utilità dei beni siano indipendenti e che la condizione del secondo ordine sia soddisfatta, questa funzione di domanda è decrescente rispetto al prezzo così come ipotizzava Walras. Inoltre, consente di dare precisione formale al concetto di rareté attraverso l’impiego del calcolo differenziale, di dare cioè un contenuto alla definizione di rareté come “l’intensité du dernier besoin satisfait“ che si trova negli Elementi.

Walras non si occupò solo di economia matematica; si occupò anche di scienze sociali. Famosa  è la  tripartizione operata da Walras della materia economica in: lo studio delle leggi naturali del valore di scambio ovvero la teoria della ricchezza sociale; lo studio dell’economia applicata; lo studio dell’economia sociale.

Tale distinzione, introdotta da Ricardo, venne rielaborata da Stuart Mill. Per Stuart Mill, mentre era impossibile modificare le leggi della produzione che dovevano essere considerate alla stregua di leggi naturali, si poteva agire a livello sociale al fine di migliorare le condizioni delle classi subalterne. Tant’è che lo stesso Walras ebbe a definirsi in Teoria generale della società, liberale in economia e socialista in politica.

La teoria dell’equilibrio economico generale considera il lavoro alla stregua d’un normale fattore della produzione e per tale via esso deve essere retribuito allo stesso modo degli altri fattori della produzione, cioè, sulla base della produttività marginale. Il modello può essere così sintetizzato. Il salario si forma sul mercato del lavoro in base al gioco della domanda ed offerta, a dire, più alti son o i salari, maggiore è l’offerta di lavoro; minori sono i salari, minore è l’offerta di lavoro. La domanda di lavoro dipende dall’andamento del mercato dei beni ai quali è destinata la produzione.

La domanda dei beni è determinata dal grado di soddisfazione dei bisogni che determina il livello raggiunto dall’utilità marginale. In condizioni di equilibrio, il rapporto fra le utilità marginali dei beni consumati è uguale al rapporto fra i prezzi dei beni sul mercato mentre il salario corrisponde al rapporto fra l’utilità marginale dei beni che il lavoratore potrebbe acquistare con il maggior salario e la disutilità derivante dal minore tempo libero. Ora il problema è che il lavoratore non è un operatore economico qualsiasi, egli è costretto a lavorare perché non ha altre fonti di reddito e non può prendersi il lusso di seguire i principi della psicologia economica del marginalismo. 

Analoga osservazione può essere fatta per quello che riguarda la teoria neoclassica della distribuzione del reddito. Se più d’un fattore partecipa alla produzione, la loro produttività marginale è l’unico criterio oggettivamente possibile per determinare la distribuzione del reddito. In realtà, come scrisse Marx in Teorie del plusvalore, il capitale altro non è che lavoro accumulato, lavoro morto che sfrutta lavoro vivo, potenza della produzione che si erge contro il produttore, l’operaio che con il suo lavoro produce il plusvalore che serve a valorizzare il capitale che lo lega al proprio lavoro. In altre parole, per Marx, parlare di produttività del capitale è un non-senso, fa parte del gioco degli specchi creato dall’alienazione capitalistica che trasforma il creatore del valore, l’operaio, in servitore del capitale che egli, con il suo lavoro ha contribuito a creare. Come Marx scrisse in Teorie del plusvalore,

La produttività del capitale consiste nella costrizione a fornire plus-lavoro, a lavorare in misura superiore alle necessità immediate, una costrizione che il modo di produzione capitalistico ha in comune con i modi di produzione precedenti, ma che esso esercita, realizza in maniera più favorevole alla produzione.

Fondamentale, in questo processo è l’uso delle macchine alle quali è affidato il compito di aumentare la produzione di plusvalore relativo. Come Marx scrisse in Il capitale:

Nella manifattura la rivoluzione del modo di produzione prende come punto di partenza la forza-lavoro scrisse Marx nel Capitale; nella grande industria, il mezzo di lavoro. Occorre dunque indagare in primo luogo in che modo il mezzo di lavoro viene trasformato da strumento in macchina, oppure in che modo la macchina si distingue dallo strumento del lavoro artigiano. Qui si tratta soltanto di grandi tratti caratteristici generali, poiché né le epoche della geologia né quelle della storia della Società possono esser divise da linee divisorie astrattamente rigorose.

 I matematici e i meccanici — e qua e là qualche economista inglese ripete la cosa — dichiarano che lo strumento di lavoro è una macchina semplice e che la macchina è uno strumento composto: in ciò non vedono nessuna differenza sostanziale, e chiamano macchine perfino le potenze meccaniche elementari, come la leva, il piano inclinato, la vite, il cuneo, ecc Di fatto tutte le macchine consistono di quelle potenze elementari, qual ne sia il travestimento e la combinazione. Tuttavia dal punto di vista economico la spiegazione non vale niente, perché vi manca l’elemento storico. Da un’altra parte, la distinzione fra strumento e macchina viene cercata nel fatto che nello strumento la forza motrice è l’uomo, nella macchina una forza naturale differente dall’uomo: ad esempio, animali, acqua, vento, ecc. Da questo punto di vista, l’aratro tirato dai buoi, che appartiene alle più differenti epoche della produzione, sarebbe una macchina, e il  circular loom  (Telaio circolare) del Claussen, che, mosso dalla mano di un solo operaio, esegue novanta- seimila maglie al minuto, sarebbe un semplice strumento. Anzi lo stesso  loom  sarebbe strumento, se mosso a mano, e macchina, se mosso a vapore. Poichè l’uso della forza animale è una delle più antiche invenzioni dell’umanità, la produzione a macchina precederebbe di fatto quella artigianale. Quando John Wyatt nel 1735 annunciò la sua macchina per filare, e con essa la rivoluzione industriale del secolo XVIII, non accennò neppure con una parola che la macchina non fosse mossa da un uomo ma da un asino; tuttavia questa parte toccò all’asino. Il programma del Wyatt suonava: una macchina « per filare senza dita».

Ogni macchinario sviluppato consiste di tre parti sostanzialmente differenti, macchina motrice, meccanismo di trasmissione, e infine macchina utensile o macchina operatrice. La macchina motrice opera come forza motrice di tutto il meccanismo. Essa o genera la propria forza motrice, come la macchina a vapore, la macchina ad aria calda, la macchina elettromagnetica, ecc., oppure riceve l’impulso da una forza naturale esterna, già esistente, come la ruota ad acqua dalla caduta d’acqua, l’ala d’un mulino a vento dal vento, ecc. Il meccanismo di trasmissione composto di volanti, alberi di trasmissione, ruote dentate, pulegge, assi, corde, cinghie, congegni e apparecchi di ogni genere, regola il movimento, ne cambia, quand’è necessario, la forma, per esempio, da perpendicolare in circolare, lo distribuisce e lo trasmette alle macchine utensili. Queste due parti del meccanismo esistono solo allo scopo di comunicare alla macchina utensile il moto per il quale essa afferra e trasforma come richiesto l’oggetto del lavoro. Da questa parte del macchinario, dalla macchina utensile, prende le mosse la rivoluzione industriale del secolo XVIII; ed essa costituisce ancora sempre di nuovo il punto di partenza tutte le volte che una industria artigianale o manifatturiera trapassa in industria meccanica.

Se ora consideriamo più da vicino la macchina utensile o macchina operatrice vera e propria, vediamo ripresentarsi, tutto sommato, se pure spesso in forma assai modificata, gli apparecchi e gli strumenti coi quali lavorano l’artigiano e l’operaio manifatturiero; ora però non più come strumenti dell’uomo, ma come strumenti d’un meccanismo o strumenti meccanici. O è tutta la macchina che si riduce a una edizione meccanica, più o meno modificata, del vecchio strumento del mestiere artigiano, come nel telaio meccanico; oppure gli organi operanti applicati allo scheletro della macchina operatrice sono vecchie conoscenze, come i fusi nella filatrice meccanica, come gli aghi nel telaio del calzettaio, le lame dentate nella segheria meccanica, i coltelli nella triturazione meccanica, ecc. La differenza fra questi strumenti e il corpo della macchina operatrice in senso proprio risale alla loro nascita. Infatti essi vengono ancor oggi prodotti per la maggior parte da lavoro di tipo artigiano o manifatturiero, e solo in seguito vengono fissati al corpo della macchina operatrice, che è prodotto a macchina. la macchina utensile è un meccanismo il quale, dopo che gli sia stato comunicato il moto corrispondente, compie con i suoi strumenti le stesse operazioni che prima erano eseguite con analoghi strumenti dall’operaio. Ora, la sostanza della cosa non cambia, sia che la forza motrice provenga dall’uomo, sia che provenga anch’essa a sua volta da una macchina. Dopo che lo strumento in senso proprio è stato trasmesso dall’uomo ad un meccanismo, al puro e semplice strumento subentra una macchina. Anche se l’uomo stesso rimane ancora primo motore, la differenza balza subito agli occhi. Il numero di strumenti di lavoro coi quali l’uomo può operare contemporaneamente è limitato dal numero dei suoi strumenti naturali di produzione, cioè dei suoi organi corporei. In Germania s’era provato, prima a far muovere due filatrici a ruota da un solo filatore, cioè di farlo lavorare contemporaneamente con le due mani e i due piedi: ciò era troppo faticoso; poi s’inventò una filatrice a pedale con due fusi, ma i virtuosi della filatura che riuscissero a filare due fili allo stesso tempo erano rari quasi quanto gli uomini con due teste. Invece la  jenny  filato fin da principio con dodici fino a diciotto fusi, il telaio da calzettaio ammaglia con molte migliaia di aghi per volta, ecc. Da bel principio il numero degli strumenti coi quali la stessa macchina utensile lavora simultaneamente è emancipato dal limite organico che restringe l’uso dello strumento artigiano da parte dell’operaio.

La distinzione fra l’uomo come pura e semplice forza motrice e l’uomo come operaio che manovra il vero e proprio operatore, possiede una esistenza tangibilmente particolare in molti strumenti artigiani. Per esempio, nel filatoio a mulinello il piede opera soltanto come forza motrice, mentre la mano che lavora al fuso, trae e torce, compie la vera e propria operazione della filatura. La rivoluzione industriale s’impadronisce per prima proprio di quest’ultima parte dello strumento artigiano lasciando all’uomo, oltre al nuovo lavoro consistente nel sorvegliare con l’occhio la macchina e nel correggerne con la mano gli errori, ancora in un primo momento, la funzione puramente meccanica di forza motrice. Invece gli strumenti pei quali l’uomo agisce fin da principio soltanto come semplice forza motrice, come per esempio nel girare il manubrio d’una macina nel pompare, nell’alzare ed abbassare le braccia d’un mantice, nel pestare in un mortaio, provocano certo per primi l’uso di animali, dell’acqua e del vento  come forze che danno movimento. In parte entro il periodo manifatturiero, e sporadicamente già molto prima di esso, questi strumenti si stirano fino a diventare macchine, ma non rivoluzionano il modo di produzione. Nel periodo della grande industria si vede che anche nella loro forma di tipo artigianale essi sono già macchine. Per esempio le pompe, con le quali gli olandesi prosciugarono nel 1836-37 il lago di Hariem, erano costruite secondo il principio delle pompe comuni; solo che, invece di braccia umane, erano ciclopiche macchine a vapore a muovere i pistoni. In Inghilterra il mantice comune e molto imperfetto del magnano viene ancora a volte trasformato in pompa pneumatica meccanica per mezzo del semplice collegamento del suo braccio con una macchina a vapore. La stessa macchina a vapore, come è stata inventata alla fine del secolo XVII durante il periodo della mani fattura e come ha continuato ad esistere fino al principio del decennio 1780-1790, non, ha provocato nessuna rivoluzione industriale. È stato piuttosto il fenomeno inverso, la creazione delle macchine utensili, che ha reso necessario rivoluzionare la macchina a vapore. Appena l’uomo agisce ormai soltanto come forza motrice di una macchina utensile invece di agire con il suo strumento sull’oggetto del lavoro, il travestimento della forza motrice in muscoli umani diventa un fatto casuale, e al suo posto può subentrare il vento, l’acqua, il vapore, ecc.

Ciò non esclude naturalmente che tale cambiamento non richieda spesso grandi modificazioni tecniche del meccanismo originariamente costruito per la sola forza motrice umana. Oggi tutte le macchine che debbono ancora cominciare a farsi strada, come le macchine per cucire, le macchine per impastare il pane, ecc., vengono costruite contemporaneamente per forza motrice umana e per forza motrice puramente meccanica quando non escludano fin da principio, per la loro stessa destinazione, d’esser costruite su piccola scala.

 La macchina, dalla quale prende le mosse la rivoluzione industriale, sostituisce l’operaio che maneggia un singolo strumento con un meccanismo che opera in un sol tratto con una massa degli stessi strumenti o di strumenti analoghi, e che viene mosso da una forza motrice unica, qualsiasi possa esserne la forma. Ecco  la macchina, ma per il momento solo come elemento semplice della produzione di tipo meccanico.

L’ampliamento del volume della macchina operatrice e del numero dei suoi strumenti che operano contemporaneamente, richiede una macchina motrice più massiccia, e questa richiede a sua volta, per vincere la propria resistenza, una forza motrice più potente di quella umana, astraendo dal fatto che l’uomo è un imperfettissimo strumento di produzione di moto uniforme e continuo. Presupponendo che l’uomo agisca ormai soltanto come semplice forza motrice, e che quindi al posto del suo strumento sia subentrata una macchina utensile, ci sono forze naturali che lo possono sostituire anche come forza motrice. Di tutte le grandi forze motrici tramandate dal periodo della manifattura la peggiore era quella del cavallo, in parte perché il cavallo ha la testa, a modo suo, in parte perché è caro e può essere usato nelle fabbriche solo in misura limitata. Tuttavia il cavallo è stato spesso usato durante l’infanzia della grande industria, come ci attesta già, oltre le lamentele degli agronomi di quell’epoca, l’uso tramandato fino a noi di esprimere la forza meccanica in « cavalli ». Il vento era troppo incostante e incontrollabile; inoltre l’applicazione della forza idraulica predominava già durante il periodo della manifattura in Inghilterra, paese di nascita della grande industria.

La rivoluzione tayloristica. La trasformazione del macchinismo industriale dalle macchine utensili ai robot industriali,  ha comportato un mutamento nell’organizzazione del lavoro dalle prime forme rudimentali di divisione del lavoro alla catena di montaggio, dalla catena di montaggio alle “isole” , dal fordismo al toyotismo al post-fordismo, che hanno visto, da un lato un aumento della produttività del lavoro; dall’altro lato, ha visto aumentare lo sfruttamento cui sono sottoposti i lavoratori, ovvero, ha visto inasprirsi il processo di estrazione del plusvalore relativo. In questo quadro si colloca il fordismo il quale, per Gramsci, come l’americanismo, risultavano “dalla necessità di giungere all’organizzazione di una economia programmata”.

Il fordismo, a sua volta non avrebbe mai potuto affermarsi senza l’opera di Frederik Taylor. Fu infatti Taylor a razionalizzare il processo di estrazione del plusvalore attraverso l’introduzione di un genere di organizzazione del lavoro basata su una rigida fissazione dei tempi e dei metodi effettuata con precisione cronometrica.

L’ottimo paretiano. Vilfredo Pareto introdusse, come abbiamo visto, il concetto di ofelimità, l’uso delle curve di indifferenza, il concetto di ottimo che porta ancora il suo nome; cosicché, a ragion veduta si può parlare di sistema walrasiano-paretiano. Secondo Pareto esisteva un unico punto di ottimo definito come quel punto allontanandosi dal quale non può migliorare la posizione di uno senza peggiorare di posizione di altri.

Ora, è da ricordare che, anche accettando l’affermazione paretiana sull’unicità del punto di ottimo – definito come quel punto dal quale non ci si può allontanare senza favorire alcuni e sfavorire altri  – rimane il fatto che esisterebbe pur sempre la possibilità della creazione d’una divergenza fra efficienza economica privata ed efficienza economica sociale; tra benessere economico e benessere complessivo. Ovvero, come scrisse Tjalling Koopmans,

Un equilibrio concorrenziale, anche se costituisce un  ottimo paretiano, può comportare una distribuzione del reddito più diseguale di quanto è ritenuto desiderabile socialmente. Il concetto di ottimo paretiano è insensibile a questa considerazione ed a questo proposito il termine ottimo è infelice.

Sulla medesima falsariga, si muoveva l’obiezione di Samuelson il quale in Fondamenti di analisi economica, notava che

La più importante critica all’esposizione di Pareto consiste nel fatto che un punto di ottimo non è un punto unico

In altre parole, la conclusione alla quale gli economisti sono arrivati, è che, come scrisse Maurice Dobb,

il massimo che [la formulazione di Pareto] definisce è un massimo condizionale e non definisce una posizione univoca.

L’economia del benessere, nata per ovviare questo problema, non ebbe fortuna. L’economia del benessere si è sviluppata entro la teoria dell’equilibrio economico generale, che studia modelli matematici rappresentativi di economie di mercato perfettamente concorrenziali, dove gli agenti economici non possono influire sui prezzi di mercato. In gergo, si parla di imprese che sono price takers e non price makers.

La nozione di benessere collettivo è controversa e così la possibilità di stimarne una misura. L’economista britannico Arthur Cecil Pigou, agli inizi del secolo scorso, rifacendosi alla tradizione utilitaristica inglese, che aveva avuto in J. Bentham il massimo esponente, definì il benessere della collettività come la somma delle utilità dei singoli individui, ritenendo che l’utilità, intesa come soddisfazione psichica, sia misurabile e le utilità d’individui diversi siano confrontabili e addizionabili. Pigou considerò prevalentemente il benessere economico, misurabile in termini monetari mediante un prezzo di mercato, cioè l’utilità derivante da beni economici che hanno prezzo positivo.

Ogni provvedimento di politica economica doveva mirare a rendere massimo il benessere economico della collettività. Pigou definì economia del benessere la parte della scienza economica che studia tale criterio; suggerì che il benessere economico della collettività dipenda dal prodotto nazionale, ma anche dalla sua distribuzione tra gli individui. L’aumento del reddito in termini reali determina l’aumento di benessere per la collettività, purché non vi sia redistribuzione di reddito a danno dei poveri. Secondo il criterio di Pigou, se un provvedimento riduce il reddito di un povero, aumentando quello di un ricco in pari misura, si ha una diminuzione di benessere nella collettività; il povero, rinunciando a soddisfare bisogni prioritari, patirà una riduzione d’utilità più severa dell’incremento di piacere del ricco.

Vilfredo Pareto accantonò l’ipotesi che sia possibile addizionare le utilità di individui diversi, e definì il criterio di benessere noto come ottimalità secondo Pareto (o Pareto efficienza). Un’allocazione è un ottimo secondo Pareto, se è realizzabile (date la tecnologia nota e le risorse iniziali) e tale che nessuno può migliorare la propria posizione senza danneggiare quella di altri. Il criterio della Pareto efficienza permette di ordinare diversi stati dell’economia secondo confronti di benessere, per individuare le situazioni d’inefficienza, ove sarebbe possibile migliorare la soddisfazione di qualcuno senza diminuire quella di nessun altro. L’ottimalità secondo Pareto non permette valutazioni comparative di benessere tra tutti gli stati dell’economia. Le allocazioni raggiunte a partire dalla diversa distribuzione iniziale della ricchezza non sono comparabili, perché ciò richiederebbe il confronto tra le utilità d’individui diversi o la piena condivisione di valutazioni d’equità.

Onde ovviare a questi difetti, Bergson ha elaborato una ‘funzione del benessere sociale’, poi sviluppata da Hicks, Kaldor, Arrow, con l’obiettivo di costruire una scala di preferenze per l’intera collettività a partire dalle preferenze individuali, senza ipotesi vincolanti sulla comparabilità delle funzioni d’utilità individuali. Nella costruzione della funzione del benessere sociale permane un elemento di arbitrarietà. Il problema del confronto delle utilità non è superato, giacché nel passare dalle preferenze individuali a quelle collettive occorre decidere quale peso dare alle preferenze d’ogni individuo.

Kenneth Arrow ha dimostrato che il passaggio dalle preferenze individuali alla costruzione di una scala coerente di preferenze collettive è irrealizzabile, se le preferenze degli individui sono le più varie (condizione d’universalità), se inoltre non sono sempre identiche a quelle di un individuo specifico (condizione di non dittatura), se infine valgono vincoli ragionevoli di coerenza nelle scelte (condizioni d’indipendenza e coerenza paretiana). Il teorema d’impossibilità di Arrow dimostra che, poste tali limitazioni, non è possibile ricavare una funzione del benessere sociale che esprima l’ordinamento delle preferenze collettive in piena coerenza con le preferenze individuali. Altri economisti, come Ragnar Frisch e Jan Tinbergen, hanno suggerito di costruire la funzione del benessere sociale, riflettendo unicamente le preferenze espresse dai dirigenti politici, anziché quelle di tutti i componenti la collettività.

La teoria dell’equilibrio economico generale ha permesso di dimostrare il primo e il secondo teorema dell’economia del benessere, con l’intento d’affermare efficienza e ottimalità in termini di benessere dell’equilibrio raggiunto in un’economia di mercato concorrenziale, anche ampliando i confronti di benessere a vari criteri distributivi.

Il primo afferma che ogni equilibrio generale raggiunto in un’economia di mercato ideale, in concorrenza perfetta, è un ottimo secondo Pareto (un’allocazione Pareto efficiente). Il secondo afferma che, stabilito un criterio distributivo, l’allocazione Pareto ottimale preferita potrà essere raggiunta a partire dall’equilibrio concorrenziale, senza perdita d’efficienza, con imposte o trasferimenti di natura forfettaria tra i soggetti economici. Entrambi i teoremi sono soggetti a ipotesi molto restrittive. Si considerano economie senza esternalità né beni pubblici e si espungono i problemi dinamici della variazione dei gusti e/o delle tecnologie.

Ciò rende controversa la significatività dei risultati per economie non perfettamente concorrenziali, con esternalità, beni pubblici, innovazione tecnologica o mutamento delle preferenze. Valutazioni di benessere legate a esternalità e beni pubblici e politiche distributive per ragioni d’equità, sono discusse ampiamente nell’economia pubblica. Come alternativa al criterio del reddito, Amartya Sen ha proposto valutazioni comparative di benessere tra gli individui fondate sulle capacitazioni, vale a dire sull’accesso alle opportunità di scelta e libertà aperte a ogni persona.

Il marginalismo sovietico. In tempi recenti, sulla scorta della crisi della pianificazione sovietica, si formò in Urss una scuola che ispirò la propria ricerca ai principi della scuola di Losanna. Il capo riconosciuto di questa scuola fu Kantorovic, il quale, fin dagli anni 1930, sviluppò a Leningrado una nuova teoria matematica che rielaborava i concetti cardine della scuola di Losanna, a dire, del modello walrasiano-paretiano. Il più famoso dei suoi allievi fu Valentin Novozilov. L’applicazione al socialismo del modello walrasiano-paretiano non funzionò. Come scrisse infatti Little in Una critica della economia del benessere, “Il modello socialista dei marginalisti costituisce un sistema formale di deduzioni la cui applicabilità è altamente dubbia anche in uno stato assolutista”. Per il resto vale quello che è stato scritto da  Michael Ellman, e cioè che l’adesione degli economisti sovietici ai principi della scuola di Losanna, era più una sconfitta delle speranze di rinnovamento del sistema sovietico che il tentativo d’un suo ammodernamento.

La critica di Schumpeter.  Schumpeter non accetta la rappresentazione dell’economia reale offerta dall’economia ortodossa, l’economia, come egli la chiamò, del flusso circolare. Tale economia non spiega infatti il fenomeno dello sviluppo. Per Schumpeter occorreva abbandonare il modello del flusso circolare e occorreva focalizzare invece l’attenzione sul fenomeno dello sviluppo economico. Tale fenomeno era da considerarsi come un processso che aveva come elemento fondamentale l’innovazione, introdotta dall’imprenditore innovatore. L’innovazione poteva essere di di prodotto, di processo e con il suo ciclo determinava il ciclo economico.

Altro elemento fondamentale della teoria di Schumpeter è il credito creato dalle banche, senza le quali il processo di sviluppo si bloccherebbe. Infine, va sottolineato che l’innovazione comporta l’introduzione di una nuova curva di produzione; non di un movimento lungo la curva, perciò si tratta. Schumpeter sviluppò questa teoria in Cicli economici, un’opera monumentale pubblicata nel 1939; in essa, Schumpeter notava che

Il nostro sistema economico non è un sistema puro ma in piena trasformazione verso qualcos’altro, cosicché non è sempre possibile descriverlo con un modello analitico coerente sotto il punto di vista logico.

Come Schumpeter scrisse nel 1935 su The Review of Economic Studies in un artcolo intitolato L’analisi del mutamento economico,

Con il termine sviluppo indichiamo i cambiamenti nei dati economici che avvengono continuamente nel senso di un aumento o di una diminuzione per unità di tempo. Questi cambiamenti sono irreversibili e sono il prodotto delle innovazioni, le quai sono cambiamenti della funzione di produzione di produzione che non possono essere scomposti in cambiamenti infinitesimi lungo la curva che rappresenta la funzione di produzione.

Tale concetto venne sviluppato da Schumpeter in Cicli economici del 1939. Nel libro, Schumpeter notava che il progresso tecnico è l’essenza dell’impresa capitalistica e non può essere separato da essa. Esso può essere rallentato dalla monopolizzazione dell’economia e dalla sua conseguente burocratizzazione che svigorisce l’impulso ad innovare tipico dell’imprenditore individuale.

Tale figura, che fu al centro del pensiero di Schumpeter, entrò in scena con Richard Cantillon il quale nel suo Saggio sulla natura del commercio in generale del 1754 dedicò alla figura dell’imprenditore alcune famose pagine.

La critica di Sraffa. Diversamente dalla critica di Schumpeter, che era una critica esterna, la critica di Sraffa era una critica interna. Sraffa dimostrava che il valore del capitale, essendo il capitale costituito da singoli mezzi di produzione, non poteva essere calcolato prima che fosse nota la distribuzione del reddito, dal momento che variando la distribuzione del reddito, variano anche i prezzi dei beni prodotti con capitale e lavoro. Ciò mandava all’aria l’intera costruzione eorica neoclassica. Gli economisti di scuola neoclassica, però continuano a fare orecchio da mercante e continuano a lavorare con una teoria che è stata dimostrata sbagliata.

La rivoluzione keynesiana. Il mattone sul quale venne costruita la teoria marginalista fu l’idea che l’attività economica aveva per scopo la soddisfazione dei bisogni degli individui. Fondamentale, in questo quadro, era il valore d’uso dei beni che venivano prodotti dalle imprese. La soddisfazione dei bisogni seguiva la legge della decrescenza dell’utilità dei beni consumati alla quale era abbinata la legge della decrescenza dei rendimenti a livello della produzione. Ciò garantiva l’intersecarsi delle curve di domanda e di offerta.

In condizioni di equilibrio, ciascun consumatore vedeva realizzata la piena soddisfazione dei propri bisogni e ciascun venditore vedeva realizzato il proprio obiettivo di massimizzare i propri profitti sulle vendite, dal momento che, in equilibrio, il prezzo dei beni prodotti equivaleva al costo marginale degli stessi.

Caratteristica base di tale modello è il suo meccanicismo ispirato sia a Walras che a Pareto dalla meccanica classica. Altra caratteristica base del modello walrasiano-paretiano è la sua assunzione della cosiddetta Legge di Say per la quale non possono verificarsi crisi generali perché l’offerta crea la propria domanda.

Queste due caratteristiche base del modello walrasiano-paretiano furono al centro della critica keynesiana. Il mondo economico di Keynes era un mondo di propensioni – propensione al consumo, propensione al risparmio, propensione all’investimento – e di preferenze – preferenza per la liquidità – nel quale le decisioni relative all’economia venivano prese in condizioni di ignoranza e di incertezza. In un mondo di tal fatta, solo per un caso fortunato le decisioni relative a investimenti, consumi, risparmi potevano combinarsi assieme e dare vita ad un equilibrio di piena occupazione.

Keynes, inoltre, non credeva nella Legge di Say. E, in effetti, la Legge di Say poteva funzionare in un’economia basata sul baratto. Essa avrebbe potuto difficilmente funzionare in un’economia monetaria dove la moneta svolgeva la funzione di riserva di valore oltre che quella di mezzo di scambio e nella quale il denaro ricavato dall’attività economica svolta da ciascun individuo poteva essere investito in titoli azioni, obbligazioni, titoli di stato, oppure poteva essere trattenuto sotto forma di riserva.

Negli stessi anni nei quali Keynes lavorava alla Teoria generale in Inghilterra, nella lontana Polonia un oscuro impiegato tecnico dell’Istituto per la congiuntura di Varsavia lavorava a dei saggi sul ciclo economico che erano destinati a fare di lui, grazie al conseguimento d’una borsa di studio d’una fondazione americana, uno dei più grandi economisti del ‘900. L’economista si chiamava Michail Kalecki e i saggi di cui sopra sono oggi reperibili nel volume intitolato Michal Kalecki Saggi sulla teoria dei cicli economici.

Idea base di Kalecki era che i capitalisti  guadagnano ciò che investono, i lavoratori spendono ciò che guadagnano. Altra idea base di Kalecki era che la “tragedia dell’investimento”, come egli la definì in un saggio del 1944, è che esso è utile. Ciò significava che l’investimento creava nuova capacità produttiva la quale andava ad aggiungersi a quella esistente e in tal modo finiva alla lunga per disincentivare lo stesso investimento. Altra idea base di Kalecki era che l’innovazione, la quale rappresenta il motore dello sviluppo economico capitalistico, poteva essere bloccata dall’aumento del “grado di monopolio” delle imprese che misura il grado del controllo da esse esercitato sul settore industriale cui appartengono. Tale grado è misurato dall’ampiezza esistente nella differenza fra il prezzo praticato a livello di industria e il prezzo praticato a livello di impresa.

In particolare, per quello che riguarda il problema relativo al modo di uscire dalla depressione degli anni ’30, Kalecki pensava come Keynes che esso consistesse nell’immissione di denaro fresco nell’economia per incentivare la stessa attività economica in modo non diverso da quello che sarebbe stato prodotto da un aumento delle esportazioni. Nel 1944, Kalecki partecipò con un suo saggio famoso intitolato Tre vie alla piena occupazione, alla pubblicazione del volume L’economia della piena occupazione che costituisce una delle pietre miliari della nascente teoria dell’occupazione.

In quegli stessi anni, mentre in Inghilterra si sviluppava un vivace dibattito economico in seno al partito laburista, in Svezia, patria di Knut Wicksell, si dava avvio a quello che nel secondo dopoguerra diventerà il welfare state, il quale, malgrado il discredito in cui è oggi tenuto, rappresenta una delle più grandi conquiste del capitalismo moderno.

In tale contesto, va ricordato che Il nostro welfare state non cadde da cielo; né fu un’invenzione svedese. Esso, come ricordò Gerard Ritter nella sua Storia dello stato sociale, nacque in Germania, prima nelle riflessioni di Lorenz von Stein, poi, dall’intuito politico di Bismark il quale aveva concepito l’istituzione delle prime forme di assicurazione sociale come una sorta di misura preventiva e lo stesso stato sociale, per usare la bell’espressione di Tony Judt, come “stato preventivo”.

corrado bevilacqua, Il pane e le rose terza parteultima modifica: 2013-01-13T17:37:27+01:00da mangano1
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