Guido Araldo, Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore

MARTEDÌ 30 OTTOBRE 2012
Guido Araldo, Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore

Unknown-1.jpeg

Una lettura esoterica di Dante

Guido Araldo

Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore

Luigi Valli molti anni orsono pubblicò un saggio sul “Linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore”: un libro che inaugurava, nel campo degli studi danteschi, una nuova e affascinante stagione di ricerca sulla lingua del sommo poeta e sulla misteriosa confraternita segreta che si suppone esistesse a Firenze nel XIII secolo, probabilmente collegata ai Templari. Questo studio fu integrato da ricerche di Arturo Reghini, autore di un’opera importante in 5 volumi intitolata “Il Mistero dell’Amor platonico nel Medio Evo”: un’analisi che avviò un dibatto tra scettici ed esoterici rievocante, per certi versi, scontri ben più antichi e sanguigni come quelli tra guelfi e ghibellini.

Due anni prima, nel 1926, il prof. Reghini aveva ipotizzato “una chiave” di lettura della Divina Commina sostenendo, in sintonia con Foscolo, Rossetti e Pascoli, l’esistenza di una “dottrina nascosta di Dante” sotto il velame delli versi strani. Un’analisi che coinvolge il discorso politico del De Monarchia di Dante in cui il grande poeta auspica una rinascita dell’ideale dell’istituzione imperiale, dove l’aquila accorra in soccorso della croce vacillante. Secondo Dante soltanto con l’abbinamento del “calice” con il “globo” la civiltà europea avrebbe potuto riprendersi dalla crisi delle istituzioni ecclesiastiche e civili del tardo Medioevo. Si trattava, in sostanza, di un auspicio di salvezza dell’umanità, in sintonia con l’operato di Bernardo di Chiaravalle che aveva organizzato i Templari e i Cistercensi in quest’ottica.

Per i Fedeli d’Amore il concetto d’amore corrisponde all’Intelligenza attiva ed è, come afferma Dante stesso nell’ultimo verso della Commedia: l’Amor che move il sole e l’altre stelle. E’ il motore del mondo e dell’universo: è forza primogenita della natura e dell’umanità. Nel Fedele d’Amore è determinante questa consapevolezza, mentre nel profano è dormiente e latente. Ne consegue, nel gergo iniziatico, che dormire significa permanere nell’errore ed essere lontano dalla verità.

Tutto questo emerge chiaramente negli ultimi versi del Purgatorio, con l’immersione nel fiume Lete: il fiume del sonno e dell’oblio; alla quale segue l’Eunoé, dove il Fedele d’Amore, simile a pianta novella (neo-fita), dotata di nuova linfa, Dante diviene puro e disposto a salire alle stelle, in grado si ascendere al “regno dei cieli”. Un concetto più pagano che cristiano, impregnante in epoche antiche l’orfismo e i misteri eleusini. Pitagora consiglia, dopo la morte, di prestare grande attenzione a non soddisfare l’impellente sete bevendo alla “sorgente” del Lete, che è dolce e genera oblio, mentre si dovrebbe bere alla fonte successiva, detta Mnemosine, definita da Dante Eunoè, caratterizzata dalla virtù mnemonica del melograno, che dona il risveglio e l’immortalità. Un concetto puramente platonico quello del superamento del Lete, che permette d’interrompere il ciclo delle rinascite, il conseguimento della verità al di là dell’oblio e della morte.

Nell’ottica dantesca l’amore impregna il fluire dell’Eunoè, che permette di mantenere la continuità della coscienza attraverso il sonno e la morte. In sostanza l’amore ha dunque la capacità di sottrarre il neo-fita al sonno e alla morte, dando al Fedele d’Amore una vita nuova. E’ una conoscenza, perfezionamento, purificazione che procede per gradi come specificato nei “Documenta Amoris” di Francesco da Barberino, che è un po’ il “manifesto dei Fedeli d’Amore”: nei primi gradi l’adepto è rappresentato trafitto dal dardo d’amore e mentre successivamente è rappresentato con rose nelle mani. Si tratta di un simbolismo esoterico, con evidenti connessioni con l’alchimia: un terreno poco sondato negli studi sulle confraternite medioevali.
Una prova di questi “rapporti sotterranei” è data dalla presenza dell’androgino ermetico raffigurato dallo stesso Francesco da Barberino nei suoi “Documenti d’Amore”. La prima documentazione nota risale a mille anni prima ed è attribuita al filosofo alchimista egiziano di lingua greca Zosimo di Panopoli: il primo autore che abbia scritto opere alchemiche in modo sistematico. A questo filosofo alchimista è attribuita una Vita di Platone e la Chemeutikà: un’opera complessa dedicata emblematicamente a una donna di nome Teosebia, quasi un atto d’amore articolato in 28 libri corrispondenti cabalisticamente alle 24 lettere dell’alfabeto greco con l’aggiunta di quattro lettere dell’alfabeto copto. In quest’opera giunse a maturazione un sincretismo basato sullo gnosticismo dotto di matrice neoplatonica; sullo gnosticismo cristiano alessandrino e sull’ermetismo, dove la trasformazione dei metalli: da metalli vili a metalli preziosi quali oro e argento, allude sostanzialmente a un percorso iniziatico di purificazione. Lo stesso percorso dei Fedeli d’Amore!

Illuminante a riguardo, sono i versi impregnati di simbolismo e terminologia alchemica di un poeta coevo di Dante, sicuramente partecipe dei Fedeli d’Amore: Nicolò de’ Rossi, rimatore, giurista e personaggio politico di Treviso, laureatosi Bologna e docente di diritto nello “studio” della sua città natale a partire dal 1318. Il suo canzoniere, ritrovato recentemente a Siviglia nel 1955 e pubblicato con il titolo di Canzoniere Sivigliano a cura di M. S. Elsheikh nel 1973, comprende 5 canzoni e 440 sonetti di chiara derivazione stilnovistica dove, similmente a Dante, non mancano cenni politici. In questa sua opera Nicolò de’ Rossi illustra i gradi e le virtù del vero amore, che sono quattro: la liquefatio opposta alla congelatio;  il languor, lo zelus e infine l’estasi o excessus mentis.

Una delle più importanti opere della letteratura d’amore: il “Roman de la Rose”, è un poema allegorico scritto a due mani: iniziato da Guglielmo de Lorris nel 1237 e ultimato quarant’anni dopo da Jean de Meung. Ebbe un enorme successo nel Medioevo, figurando tra i testi più copiati e diffusi. L’autore si sveglia un mattino di maggio: la primavera è la stagione dell’amore, e s’inoltra in un giardino meraviglioso, locus amoenus, dove nello specchio di Narciso (poteva essere diversamente?) vede riflessa una rosa di cui s’innamora. A questo punto incominciano le imprese dell’amante per conquistare la rosa, allegoria della donna amata, favorito o ostacolato da varie personificazioni dei suoi sentimenti contrastanti: dall’orgoglio alla vergogna, dal pudore al bell’apparire. Il romanzo termina con la conquista del castello dov’è rinchiusa la rosa, grazie all’intervento di Venere, e con la congiunzione d’amore. In Dante la rosa diventa “il fiore”, dettaglio che dimostra come il poeta conoscesse bene le “Roman de la Rose”, dal quale trasse ispirazione per un altro componimento a lui attribuito noto come il Detto d’Amore, incentrato sull’amor cortese. Le “Roman de la Rose” ebbe una grande importanza nell’area inglese nella versione The Romaunt of Rose. Come non ricordare a questo punto la “rosa fresca aulentissima” di Ciullo d’Alcamo?

Un discorso peculiare, relativo ai Fedeli d’Amore, riguarda la Fenice, citata frequentemente nel loro poetare che, divorata dalle fiamme della passione amorosa, rinasce. E l’Araba Fenice, in alchimia, costituisce l’ultimo stadio del perfezionamento alchemico: la rubido, l’opera al rosso, la rinascita nel fuoco filosofico esoterico dell’athanor. Per certi versi corrispondente allo zelus di Niccolò de’Rossi, che rinasce a Vita Nova, tramite l’excessus mentis. Lo stesso Dante specifica che questa crescita è intima e personale, poiché intender non lo può chi non la prova. Ne consegue che chi dorme ed è estraneo alla Confraternita dei Fedeli d’Amore è escluso dal loro linguaggio segreto e dalla loro maturazione interiore. Un linguaggio fortemente allusivo ma segreto, che tale doveva restare per non incappare nei sospetti e nell’ira della Santa Inquisizione, all’epoca intensissimo.

La storia di Cecco d’Ascoli, probabile adepto dei Fedeli d’Amore, poeta, medico, insegnante, filosofo, astrologo, astronomo: una delle menti più brillanti del Medioevo, condannato al rogo a Firenze sei anni dopo la morte di Dante, palesa appieno i rischi di una poetica e di una sapienza esoterica che inevitabilmente esce fuori dal rigido “seminato” di santa Romana Chiesa. La stessa presenza tra i sei giudici che emisero la sentenza di Francesco da Barberino, autore dei Documenta Amoris, il Manifesto dei Fedeli d’Amore, attesta inequivocabilmente la preoccupazione d’impedire un’attenzione compromettente da parte della Santa Inquisizione su un movimento culturale che aveva sicure origini trovadoriche e, per questo, probabilmente catare. Dante, ad esempio, sapeva che al termine del suo viaggio in Paradiso non poteva che essere un santo a condurlo nell’Empireo: se fossero stato Virgilio o Beatrice si sarebbe trovato pure lui a dare imbarazzanti spiegazioni di fronte ad un tribunale ecclesiastico. E la sua scelta di san Bernardo di Chiaravalle, che dettò le regole sia ai Templari che ai Cistercensi, non soltanto è casuale, ma emblematica, palesando collegamenti a lungo insospettati.

(

Guido Araldo, Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amoreultima modifica: 2012-11-04T15:20:04+01:00da mangano1
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento