PAUL RICOEUR – METAFORA E IMMAGINE

PAUL RICOEUR – METAFORA E IMMAGINE

(pubblicata  su SO CIO’ CHE NON SO)

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L’intento di questa esposizione è di mettere in relazione il tema delseminario dell’anno scorso sulla Metafora con quello di quest’anno sull’Immaginazione 34. Ecco cosa ci si potrebbe aspettare: dopo Frege e Husserl, almeno nelle Ricerche Logiche, l’immagine è esclusa dalla sfera del significato. Tra senso e rappresentazione vi è una frattura; il senso è una dimensione logica, l’immagine una dimensione psicologica.Allo stesso tempo l’immagine è rinviata al suo statuto di impressionedebole, di segno sostituto di una presenza empirica. Ora, il funzionamento semantico della metafora sembra proprio aprire la via a una reinterpretazione congiunta del senso e dell’immagine, cioè suggerire un funzionamento del senso in cui l’immagine non si limita ad accompagnare, a illustrare il senso, come nella prima e nella seconda delle Ricerche Logiche di Husserl, ma costituisce il corpo, il contorno, la figura del senso; e in cui, d’altra parte, l’immagine riceve uno statuto propriamente semantico, lasciando l’orbita dell’impressione per passare in quella del linguaggio. L’originalità di questo approccio è dunque di andare dal linguaggio verso l’immagine, e non l’inverso. Il punto critico sarà il seguente: come comprendere che la metafora, opera di discorso, “faccia immagine”? Come qualche cosa del discorso può darsi quasi a vedere? Si può partire da quattro osservazioni di Aristotele nella Poetica  e nella Retorica. Per prima cosa, egli afferma, la lexis – dizione, elocuzione, stile – alla quale si collega la teoria della metafora, «fa apparire il discorso» 35. Questa annotazione sull’apparire del discorso racchiude in nuce il destino stesso dell’idea di figura. Il discorso fa figura.Seconda osservazione: parlando di genio poetico, alla fine della Poetica, dice: «di molto maggior pregio è che il poeta sia abile a trovar metafore. È la sola cosa questa che non si può apprender da altri, edè segno di una naturale disposizione di ingegno; infatti il saper trovare belle metafore significa saper vedere e cogliere la somiglianza dellecose fra loro» 36. Ecco un secondo modo di fare immagine: vedere il simile.
Terza osservazione: le metafore che colpiscono di più, che hanno la maggiore forze retorica, uniscono l’antitesi e la vivacità (energheia) 37. Ora, che cos’è questa vivacità? È il potere di porre sotto gli occhi, ciò che Budé traduce con: faire image [fare immagine], être une peinture [essere un dipinto], faire tableau [fare quadro], peindre [dipingere] 38.Tale è il momento sensibile, quasi ottico, dell’immagine. Come esso appartiene all’opera di discorso? Quarta osservazione: quando dunque le metafore mettono sotto agli occhi? Io dico, risponde Aristotele, che le parole dipingono quando significano qualche cosa “in atto”. È ciò che fa il poeta tragico che“imita” le azioni umane inventando una favola che presenta tutti i personaggi come agenti, “come in atto” 39. Quale filo può legare queste quattro osservazioni?
 
1 – Discorso e figura
 
Per ciò che riguarda l’idea stessa di figura, essa non ha smesso di sconcertare i retori. Così Fontanier: «il discorso, che si rivolge soltanto all’intelligenza dell’anima, non è un corpo, anche se prendiamo in considerazione le parole che trasmettono il discorso all’anima mediante il senso. Eppure c’è, nelle diverse maniere di significare e di esprimere,qualcosa di analogo alle differenze di forma e di aspetti che troviamonei vari corpi» 40. Una sorta di spazialità sembra implicata nella figura in generale e nella metafora in particolare. Degli autori contemporanei (Todorov, Genette) sottolineano questo carattere di visibilità che il discorso riceve dalla figura 41.
 
2 – La metafora e il gioco della somiglianza
 
Ma quando il linguaggio si spazializza? È qui che la semantica della metafora permette di fare il secondo passo: legare l’idea di figura al gioco stesso della somiglianza nella metafora, in breve, al “vedere ilsimile” della Poetica di Aristotele 42. Ma per scorgere questo gioco della somiglianza, occorre uscire dalla tradizione puramente retorica per la quale la metafora è un semplice scarto nella denominazione ed entrare nella semantica moderna, principalmente di lingua inglese, per la quale la metafora è una predicazione bizzarra piuttosto che una denominazione deviante. Essa è dunque retta dalla frase intera e non dalla parola. Ora, cos’è che costituisce la predicazione bizzarra? Questo, che il discorso trae da un’incompatibilità letterale una compatibilità di altro ordine o, per usare le parole di Jean Cohen, la risoluzione di una non-pertinenza semantica al livello dell’attribuzione 43. È in questa mutazione di senso che la somiglianza gioca un ruolo.La nuova pertinenza, in effetti, procede dall’istituzione di una “prossimità” semantica, al luogo stesso in cui lo spirito scorgeva fino a quel momento una “distanza”. Le cose che erano fino a quel momento “allontanate” improvvisamente sembrano “vicine”. È dunque questo cambiamento dal lontano al vicino, in questo processo di “ravvicinamento” – nel senso di “disallontanare” – che costituisce il trasferimento costitutivo della metafora. La somiglianza non consiste dunque assolutamente in un’associazione tra idee, la quale evoca una sorta di attrazione meccanica tra gli atomi psichici, tra delle entità mentali. Si tratta di un’“assimilazione predicativa”, un’assimilazione, nel senso attivo della parola, coestensiva al disallontanamento semantico operato dall’enunciato metaforico, un’assimilazione predicativa retta dalla copula stessa dell’enunciato metaforico. Quando il poeta scrive: «la natura è un tempio dove dei viventi pilastri…», l’è non è un è di determinazione o di caratterizzazione, ma precisamente di assimilazione. È significa è-come… E occorre scrivere è-come per far passare il come nella copula al fine di sottolineare l’uso propriamente metaforico del verbo essere stesso.È questa assimilazione predicativa che mette in gioco l’immaginazione; l’immaginazione consiste nel vedere lo stesso nella differenza, nel “fare” il ravvicinamento. Perché vi sia metafora in effetti occorreche io continui a percepire l’incompatibilità letterale attraverso la nuova compatibilità semantica. L’assimilazione predicativa contiene questa tensione che non è più soltanto tra soggetto e predicato, ma tra la non-pertinenza anteriore e la nuova pertinenza semantica. L’essere allontanato persiste nell’essere vicino. È per questo che vedere il simile è vedere lo stesso a dispetto del differente. L’immaginazione è questo stadio dove la parentela generica non è ancora passata alla pace del concetto, ma rimane nel conflitto della prossimità e della distanza. L’immaginazione così identificata non è senza dubbio l’immaginazione nel suo aspetto sensibile, quasi-visivo, quasi-ottico. Ma è già l’immaginazione produttiva, schematizzante. Tutto il vantaggio di una teoria semantica della metafora è precisamente di affrontare l’immaginazione dal suo nucleo verbale e di procedere dal verbale al non-verbale e non l’inverso. Trattata come schema l’immagine è secondo le parole di Bachelard un essere del linguaggio 44. Prima di essere un percetto sbiadito, essa è un concetto allo stato nascente. Altrimenti detto, l’immaginazione produttiva, che permette di scoprire il gioco della somiglianza nella metafora, consiste nello schematismo dell’attribuzione metaforica.
 
3 – Fare immagine
 
Il passo seguente consiste nell’accostarsi al fare immagine o al “fare quadro” a partire dal gioco della somiglianza; si passerebbe così dallo schematismo dell’attribuzione metaforica all’immaginazione riproduttrice che questa sviluppa. Il timore dello psicologismo non deve impedire di ricercare, secondo il modo trascendentale della critica kantiana, il punto di inserzione dello psicologico nel semantico, il punto dove, nel linguaggio stesso, senso e sensibile si articolano. A prima vista l’immagine è un termine estraneo alla semantica; è per questo che Michel Le Guern in Sémantique de la métaphore et dela métonymie parla di “immagini associate” 45. Queste non aggiungono nulla all’informazione propriamente detta del messaggio: «l’immagine metaforica non interviene nella tessitura logica dell’enunciato» 46. L’analisi anteriore permette forse di intravedere un rapporto più stretto tra l’immagine e l’informazione prodotte dall’enunciato metaforico. Allo stesso modo in cui lo schema, secondo Kant, è un metodo per produrre delle immagini, lo schematismo dell’attribuzione metaforica è un metodo per generare e legare le immagini. Da cui l’ipotesi:è producendo delle immagini che l’assimilazione predicativa si schematizza. È ciò che certi autori (Paul Henle, Marcus Hester) hanno chiamato l’iconicità propria all’enunciato metaforico 47. Il proprio della metafora, in effetti, è di suscitare uno sviluppo regolato di immagini, per risonanza nei campi sensoriali scossi. L’icona è così poco un doppione sensoriale che la presentazione iconica può puntare verso delle somiglianze, di qualità, di struttura, di localizzazione, di situazione, anche di sentimento; ogni volta la cosa presa di mira è colta come ciòche l’icona descrive. È a partire da questa iconicità propria all’assimilazione predicativa che ci si può rendere conto del gioco dell’immagine. Non è tanto un’immagine associata, quanto un’immagine chiamata e sviluppata dalla schematizzazione dell’attribuzione metaforica. Che cosa l’immagine aggiunge all’informazione? Essenzialmente due cose: innanzi tutto l’immagine porta con sé la sua dimensione di irrealtà, di finzione. È ormai sul modo neutralizzato che il senso si sviluppa nell’esperienza di lettura. D’altra parte, grazie a questa sospensione del reale, l’esperienza di lettura comporta uno sviluppo di quasi presenza, di rappresentazione vestigiale di sensazioni; il linguaggio poetico è questo gioco di linguaggio nel quale l’intento delle parole è di evocare, di suscitare delle immagini. Il senso è iconico per questo potere di svilupparsi in immagini. L’immagine gioca così la sua doppia valenza: come sospensione del reale, essa pone il senso nella dimensione della finzione, come flusso dirappresentazioni essa investe il senso nello spessore del quasi-percepito.
 
Vedere ogni cosa “come in atto”
 
Rimarrebbe da dire qualche cosa sulla quarta formula enigmatica di Aristotele: mettere sotto gli occhi è vedere la cosa come in atto. Si fa qui appello a un’altra ontologia rispetto a quella platonica del trasferimento del visibile all’invisibile. Dunque un’altra via rispetto a quella in cui Heidegger vede il linguaggio metaforico chiuso, ossia il passaggio dal sensibile all’intelligibile. Aristotele ha precisamente riservato la possibilità di un’altra ontologia, dove mettere sotto agli occhi è vedere come in atto. Egli la illustra principalmente attraverso la tragedia, che mostra gli uomini agenti. Egli inoltre suggerisce che quando il poeta mostra le cose inanimatecome animate, non è per renderle invisibili, ma per vederle attuali. La visione del poeta è una visione attualizzante. Ciò che è qui suggerito è che la metafora viva ha un’affinità con larealtà viva. Il vivo del discorso coglie il vivo del reale. Se qualcosa di Heidegger va in questo senso, è l’affinità tra gli Ereignis del logos  el’Ereignis della physis. Il discorso avviene e dice ciò che si schiude.Ma questo orizzonte della filosofia della metafora non può essere raggiunto che a prezzo di lunghe analisi che riguardano ancora il destino dell’immagine. Occorre in effetti lottare contro il pregiudizio che la sospensione mediante l’immagine significa puramente e semplicemente l’abolizione di ogni referenza. Come il confronto tra metafora e modello suggerisce, la finzione poetica ha ancora una dimensione referenziale, vale a dire il suo potere di ridescrivere la realtà (Max Blacke Mary Hesse) 48. L’immagine dunque non neutralizza la posizione di realtà che per liberare una potenza ontologica, un potere di dire l’essere, che per la precisione non opera che sotto la condizione di sospensione operata dall’immaginario. Il compito sarà allora di legare questi tre temi: la finzione in generale come ridescrizione – la finzione poetica in particolare come sospensione del rapporto agli oggetti manipolabili e come apertura delrapporto a un mondo abitabile – la metafora come questo uso della finzione poetica che insegna a vedere le cose, gli uomini, gli esseri “come in atto”.
 
 
 
 
 
note:
 
 
34Con ogni probabilità Ricoeur fa riferimento a lezioni tenute tra il 1972 e il 1974 alCentro di Ricerche Fenomenologiche di Parigi sul tema della metafora. [n. d. t.]
35Aristotele, Retorica, III, 2, 1404b-1405a; trad. it. di A. Plebe, in Opere, vol. 10, RomaBari, Laterza, 19926, pp. 141-43.
36Aristotele, Poetica, 22, 1459 a; traduzione di M. Valgimigli, in Opere, vol. 10, RomaBari, Laterza, 19926, p. 251.
37Aristotele, Retorica, III, 11, 1412a; trad. cit., p. 165.
38Ricoeur cita la traduzione francese della Retorica uscita nella “Collection des Universités de France publié sous le patronage de l’Association Guillaume Budé”, solitamente citatacome édition Budé o semplicemente Budé. Si veda dunque: Aristote, Rhétorique, Tome troisième (livre III), texte établi et traduit par Médéric Dufour et André Wartelle, annoté parAndré Wartelle, Societé d’éditions “Les Belles Lettres”, Paris 1973; per faire image cfr. p. 64ad Aristot. Rhet. 1410b 34; per peindre (in realtà: peinture) p. 66, ad Aristot. Rhet. 1411a 26,per faire tableau, p. 67 ad Aristot. Rhet. 1411b 24. A proposito del “porre sotto gli occhi” cfr.Retorica, III, 10, 1411a-b, pp. 161-63. [n. d. t.]
39Aristotele, Retorica, III, 11, 1411b-1412a; trad. cit., pp. 164-65.
40P. Fontanier, Les figures du discours (1830), Introduction di G. Genette, La rhétoriquedes figures, Paris, Flammarion, 1968, p. 63.
41Cfr. T. Todorov, Littérature et signification, Paris, Larousse, 1967; Appendice Tropeset figures. Cfr. G. Genette, Figures III, Paris, Seuil, 1972, trad. it. Figure III, Discorso del racconto, Torino, Einaudi, 1976.
42Aristotele, Poetica, 22, 1459a; trad. cit., p. 251.
43Cfr. J, Cohen, La Structure du Discours Poétique, Paris, Flammarion, 1966, trad. it. diM. Grandi, Struttura del linguaggio poetico, Bologna, Il Mulino, 1974.
44Cfr. infra, lezione I, § 5
45M. Le Guern, Sémantique de la métaphore et de la métonymie, Paris, Larousse, 1973.
46Ibidem, p. 43.
47Cfr. M. Hester, The Meaning of Poetic Metaphor, The Hague, Mouton, 1967. Cfr. P.Henle, Metaphor, in Aa. Vv., Language, Thought and Culture, Ann Arbor, University of Michigan Press, 1958.48Cfr. M. Black, Models and Metaphors, Ithaca, Cornell University Press, 1962. Cfr. M.B. Hesse, The explanatory Function of Metaphor, in Aa. Vv. Logic, Methodology and Philosophy of Science, Amsterdam, North-Holland, 1965; ripreso in appendice a Models and Analogies in Science, University of Notre Dame Press, 19702; trad. it. di C. Bicchieri, Modelli e analogie nella scienza, Milano, Feltrinelli, 1979, pp. 147-60.

PAUL RICOEUR – METAFORA E IMMAGINEultima modifica: 2012-10-20T12:12:19+02:00da mangano1
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