Vladimir D’Amora ,J.L.MARION

   
Vladimir D’Amora     13 ottobre
J.L.MARION
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Spetta senza dubbio ad Heidegger l’aver messo in dubbio la distinzione metafisica fra il possibile e l’impossibile, affermando che “più alta dell’effettività, si staglia la possibilità”. L’inversione del loro rapporto non basta per questo a ridefinire i due termini – e soprattutto la possibilità. Infatti, la possibilità, per liberarsi come tale, deve, per definizione, sottrarsi ad ogni condizione di possibilità, che gli proverrebbe dall’esterno. Al punto che una possibilità radicale dovrebbe, in un senso paradossale ma senza dubbio inevitabile, non accettare la minima de-finizione, poiché ogni finitezza che la limitasse la contraddirebbe. Una possibilità radicale trascenderebbe ogni limite e così, totalmente incondizionata, realizzerebbe infine la trascendenza che noi cerchiamo. Formalmente, questa possibilità si definirebbe dunque attraverso la trascendenza di tutte le impossibilità – prendendo il suo punto di partenza non in una non-contraddizione preparata nei limiti di una rappresentazione e di una concezione positive ma, negativamente, nella trasgressione di questi stessi limiti, ossia in ciò che resta, per una concezione ed una rappresentazione, l’impossibile. La possibilità nel senso radicale prenderebbe il suo punto di partenza nell’impossibile, in quanto lo trascende, ossia l’annullerebbe rendendolo effettivo. La possibilità radicale partirebbe dall’impossibile e, senza passare attraverso la concezione di un possibile non contraddittorio per la rappresentazione finita, l’imporrebbe nell’effettività. La possibilità radicale o l’effettuazione dell’impossibile. Al contrario della possibilità tale quale la metafisica l’ha de-finita, la possibilità radicale non trasformerebbe dunque dei possibili in effettivi, ma direttamente degli impossibili in effettivi – essa renderebbe effettive delle [im-]possibilità fino ad allora restate impensabili.
Come può essere ciò, dato che io non conosco nessun [im-]possibile simile? Ma ne sono così certo? Senza dubbio, non conosco nessun [im-]possibile simile fino a quando mi definisco come l’ego cogitans, pensante, per lo meno, secondo la mia rappresentazione e il suo concetto; in questa posizione, in effetti, io filtro, per così dire, tutto ciò che può avvenire secondo la misura della mia concezione e della sua finitezza. Allora, e per definizione, la causalità (sia a partire da me come agente causale, sia a partire da una causa differente da me) non realizzerà mai che ciò che questo mio concetto gli ha preparato come un possibile secondo la non-contraddizione per la mia rappresentazione. Ma io non mi definisco sempre, né anzitutto, come un tale ego cogitans secondo la rappresentazione del concetto. Io sorgo o, piuttosto, sono sorto, nella mia propria esistenza sotto un tutt’altro modo – sul modo di un evento nel quale io avvengo <come> me stesso a me stesso senza tuttavia averlo previsto, né compreso, né rappresentato, esattamente perché io non ero ancora là, ancor meno già pensante, allorché questo evento è avvenuto. Perché, prima d’essere, ho dovuto nascere. La nascita, o piuttosto la mia nascita, precede ogni mio pensiero. Per conseguenza, essa precede ogni possibilità, definita da concetto e rappresentazione. Infatti, anche se, retrospettivamente, io posso, appoggiandomi sulla testimonianza altrui, ben ricostituire ciò che mi ha preceduto e, al limite, ricondurlo ad una possibilità rappresentabile, prevedibile, questa interpretazione non ristabilisce alcuna possibilità per non contraddizione, tale che essa preceda l’evento del mio avvenimento, ma si appoggia al contrario sul fatto, in se stesso senza causa, né prevedibilità, per assegnargli, a cose fatte, e sempre molto parzialmente, una coerenza ed una concepibilità che evita l’assurdo e lo rende semplicemente verosimile. Soprattutto, tutte le genealogie e tutti i ricordi romanzati non verrebbero che a cose fatte, non solo in ritardo sull’evento che avviene senza attenderli, ma anche arrestandosi, d’improvviso muti, davanti al momento oscuro, silenzioso ed inaccessibile della nascita, della gestazione e della concezione – periodo senza parola, senza coscienza, senza memoria. La nascita, la mia nascita, che mi libera, mi apre e mi fa, si fa senza di me ed io non la raggiungerò mai. Essa mi ha fatto senza di me, senza la mia coscienza ed il mio concetto, che derivano da essa. Avvenimento dell’evento, perché originalmente essa si è fatta senza di me. Fatta, o piuttosto avvenuta, senza di me, la mia nascita avviene a partire da essa stessa, senza causa, né presupposizione, né concetto – in breve, senza possibilità. La mia nascita mi avviene come un impossibile direttamente effettivo.
Così, nel caso della mia nascita, io devo riconoscere di sperimentare una possibilità radicale – quella da cui provengo e che mi ha reso effettivo. Meglio, rendendosi effettiva proprio in quanto impossibilità, la mia nascita mi ha aperto dei possibili, definiti non dai miei concetti, bensì da essa – ed aprendomi anche, di seguito, altrettanti concetti. L’impossibile, divenendo effettivo, impone dei possibili e permette di produrne dei concetti, secondo un ordine inverso da quello della possibilità secondo la non-contraddizione.

Vladimir D’Amora ,J.L.MARIONultima modifica: 2012-10-15T15:01:46+02:00da mangano1
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