ANTONIN KOSìK – COME FESTEGGIARE, SE C’è DA FESTEGGIARE

ANTONIN KOSìK – COME FESTEGGIARE, SE C’è DA FESTEGGIARE

 

9e_Folon_avr081.jpgpubblicata da Vladimir D’Amora il giorno Mercoledì 15 agosto 2012

  Il festeggiamento, la festa hanno la propria origine nella concezione ciclica del tempo. Nell’alternarsi delle stagioni, nella rivoluzione della luna e del sole (se la terra girasse attorno al sole, oggi non ci sarebbero feste). Se non darò il benvenuto alla primavera, eventualmente al sorgere del sole – la primavera non verrà e il sole non sorgerà e non avrò, e questo neppure dopo, che festeggiare. E che poi non venga neppure la primavera e che invece del sole attorno alla terra sia la terra che comincia a girare attorno al sole, è assolutamente certo. Ma lo capiamo solo nel momento in cui il festeggiamento, la festa diventano per noi oggetto di ricerca. E così diventano irrimediabilmente inafferrabili, si dileguano. Analogamente, se una sveglia ticchetta, non sappiamo il perché, se lo sappiamo, la sveglia non ticchetta (l’obiezione che il mondo è pieno di sveglie simili e che se ne smontiamo alcune, altre ticchettano, contiene già in sé certe supposizioni, non è vero?) – non appena comincio a cercare la causa o la conseguenza del festeggiamento, è finita la festa, ma non il festeggiamento.
 
  Se festeggio il mio compleanno, celebro (evoco) la mia rinascita, vivo la reincarnazione terrena. Non appena aggiungo che festeggio i cinquant’anni, la reincarnazione non riesce, ma resta una festa ilare.
Se la festa o il festeggiamento diventa oggetto di ricerca, di vantaggi e di scervellamenti, comincia a perdere il suo carattere fortuito a vantaggio della causalità, così come un quadro che in origine si richiama al mondo, lo ammira. Se lo fa in maniera mirabile, la sua ammirazione per il mondo diventa poi, poco alla volta, essa stessa oggetto d’ammirazione e la sua caratteristica mirabile, ovvero l’ammirazione per il mondo, non può più funzionare. Rimane tuttavia un pezzo prezioso d’arredo vicino alla credenza.
  Analogamente feste e festeggiamenti sfarzosi diventano nel corso del tempo fini a se stessi, acquistano in più una certa sincronicità; se festeggio, ci sarà un festeggiamento, e se ci sarà un festeggiamento, festeggerò. Non appena comincia questa identità, il festeggiamento, tenuto conto del suo fine, è già del tutto inutile. Ma rimane vantaggioso.
Con la scusa di una festa o di un festeggiamento si possono fare a questo punto follie: invitare al festeggiamento una persona importante e in questa circostanza staccarle con un morso un orecchio, omettere dal festeggiamento, concepito in senso ampio, chi ci deride ogni giorno perché non abbiamo soldi per scampi e caviale, o colui le cui derisioni sono di carattere meno evidente od inventivo, o infine vendere in tutte le case immagini del nostro festeggiamento. Le feste di stato ed altre feste istituzionali sono, come già lascia intendere il nome, mezzi con cui l’istituzione dimostra la sua ideologia, con cui esercita e rafforza il proprio potere dimostrando che è diversa da un’istituzione altrimenti uguale ecc., così come un vicino che vi invita o non vi invita ad una mangiata di porchetta. Perciò ogni nuova istituzione, come prima cosa, cambia in gran fretta le feste. Ma se è altrettanto – o meglio – parimenti ragionevole come la precedente, conserva pressappoco il loro numero e le loro date, se non i nomi delle feste.
 
Un uomo giudizioso ed esperto della cosa trascorre perciò il tempo inflittogli dalle feste istituzionali, e può anche essere il Natale, riparando la bicicletta, ancora mobile per un’ultima volta prima della riparazione, montando rompicapi irrisolvibili o difettosi, in autunno può cominciare a contare le gocce di pioggia e in primavera i piani del palazzone di fronte. In poche e semplici parole: si occupa di un’attività che almeno apparentemente non porta da nessuna parte. Ma non si impone affatto di meditare o di soffermarsi o addirittura di estraniarsi dalla quotidianità.
Una cosa del genere la sperimenta ogni giorno sul tram.
Un festeggiamento grandioso. Su tappeti volanti con aria condizionata ed alette stabilizzatrici scendono lentamente i primi ospiti, che ancora in aria manifestano l’un l’altro, con un grugnito, una sincera ammirazione per il tappeto dei compagni. Lo spazio al di sopra della grande terrazza si riempie, poco alla volta, di tappeti dondolanti ed ondeggianti, e ce ne sono già così tanti che il rumore scrosciante e il frusciare delle frange quasi coprono la voce dell’oratore con la testa rivolta all’insù.
“Ma signori non festeggeremo certo in aria, scendete dunque!”, ride il padrone di casa, in apparenza corrucciato, e sparge con abilità tra i proprietari dei tappeti coppette saltellanti ripiene di un nettare di mirtilli acerbi.
“Ci siamo tutti? Non manca nessuno? Possiamo cominciare la cerimonia?”
“Sì, sì, ci siamo tutti, non manca nessuno.”
Risuonano le voci.
Poi tutti ammutoliscono. Passa a fianco lentamente e senza rumore una ruspa rossa. Tutti esplodono in un tripudio. Quest’anno, la cerimonia è riuscita. Ci chiedete chi e che cosa festeggiano con tanta allegria? I maggiolini rossi, tra gli specialisti detti escavatori, festeggiano la maturazione dei mirtilli.
Fra un anno e un giorno da formica si incontreranno di nuovo. E poi di nuovo e ancora di nuovo. Per dio, i mirtilli altrimenti non maturerebbero.
 
 
 
(tradotto dal ceco)

ANTONIN KOSìK – COME FESTEGGIARE, SE C’è DA FESTEGGIAREultima modifica: 2012-08-15T16:02:52+02:00da mangano1
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