Marco Giovenale,Selected Poetry and Prose of Amelia Rosselli

Su “Locomotrix. Selected Poetry and Prose of Amelia Rosselli” (traduzione e cura di J.Scappettone, University of Chicago Press, 2012)
Kritik, Recensione
Jul
14
2012
Marco Giovenale

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Dopo un lavoro di oltre dieci anni di ricerche, viaggi in Italia, traduzioni, revisioni e confronti, letture e dialoghi, studio delle poetiche e della critica, consultazioni e raffronti in archivi, Jennifer Scappettone offre al lettore anglofono una straordinaria messe di testi di Amelia Rosselli, sotto il titolo complessivo (e rosselliano) di Locomotrix. Selected Poetry and Prose of Amelia Rosselli, che l’editore (Chicago University Press) ha il merito di aver accettato di pubblicare con testo a fronte, permettendo dunque al volume di continuare il dialogo interlinguistico (anzi il nodo di dialoghi) che di fatto già è una radice forte dell’immaginazione e della poesia rosselliane.

Scappettone, poeta lei stessa (principalmente in inglese), e autrice in grado di dominare e intendere in ogni sfumatura l’italiano ereditato e vissuto, è la traduttrice ideale di una scrittura densa e internamente/intrinsecamente molteplice come quella di Rosselli.

Locomotrix, dopo un’Introduzione attraverso cui la curatrice affronta un’attenta, dettagliata disamina del percorso biografico dell’autrice, scandendolo con puntuali interpretazioni dei libri di volta in volta usciti, presenta una rosa di testi – soprattutto in versi ovviamente – di Rosselli, tratti da Primi scritti (1952-63), La libellula (1958), Variazioni belliche (1964), Serie ospedaliera (1963-65), Diario ottuso (1967-68), Documento (1966-73), Appunti sparsi e persi (1966-77), Impromptu (1981); dando poi conto del lavoro rosselliano in inglese (in una sezione intitolata appunto Between Languages) con pagine da October Elizabethans (1956), Diario in tre lingue (1955-56), Sleep (1953-66); selezionando tre scritti di poetica (l’Introduzione a “Spazi metrici”, lo stesso testo Spazi metrici, e l’importante intervista Fatti estremi, raccolta da Spagnoletti e uscita la prima volta nell’Antologia poetica pubblicata da Garzanti nell’87); e dando infine preziose note esplicative che entrano con finezza in punti cruciali dei meccanismi delle poesie. In conclusione, una selezione di riferimenti bibliografici è ulteriore strumento di lettura e approfondimento. Non va trascurato poi l’apparato iconografico che arricchisce il libro, con immagini che sono insieme segni memoriali e documenti storici preziosi; da segnalare la presenza di quattro fotografie – quasi ‘astratte’ nella loro apertura semantica – scattate da Rosselli stessa.

Percorrendo l’Introduzione, sia il lettore a cui voce e storia di Rosselli non siano ancora note sia chi abbia invece familiarità con entrambe trovano elementi di riflessione e annotazioni che interrogano e reinterrogano i testi (leggibili dunque sotto luce nuova proprio grazie allo sguardo-traduzione in inglese). Giustamente centrale è infatti, per Scappettone, il pensiero poetico trilingue di Rosselli: l’italiano, l’inglese e il francese risultano legati, embricati alla radice. A incarnare le tre lingue e culture Rosselli arrivava da una posizione materiale, di vita (la fuga dal fascismo, in Francia, USA, Inghilterra), non certo per scelta letteraria. E quel che accadeva sulla pagina era, poi, contaminazione tra i lessici, le forme, non loro indifferente giustapposizione. Non essendo calligrafie affiancate, le tre lingue si modificavano l’una con l’altra, anche distorcendosi. (E la traduttrice, nel suo lavoro, è del tutto cosciente di tali interazioni, riuscendo a misurarsi con alcuni dei testi più complessi in termini di prestiti e influenze fra codici).

Allo stesso tempo, è essenziale sganciare l’interpretazione del lavoro di Rosselli da ogni legame deterministico e semplificatorio, decisamente automatico, con la sofferenza (biografica, psichica), pur questa risultando/essendo determinante (ma appunto: “determinante” non è “deterministico”). In ciò, Scappettone è giustamente netta, sulla scorta di posizioni critiche come quelle di Lucia Re, che dal 1992 parla della scrittura di Rosselli come «ideologicamente» rivoluzionaria.

Scappettone si interroga su quale sia il modo migliore di tradurre la fenomenale stranezza o le improprietà – produttrici di senso – del testo originale: caratteristiche da intendere complessivamente come «forza poetica piuttosto che come impoverimento, mancanza» [detraction]. Difficoltà affrontate (e risolte, se “risolvere” è verbo poi davvero risolutivo, quando parliamo di traduzione) da Scappettone, per esempio nel tradurre, da Serie ospedaliera, il testo linguisticamente composito, musivo, anarchico, Cos’ha il mio cuore che batte sì soavemente…, misto di deformazioni, invenzioni, prestiti più o meno leciti da tratti morfologici dell’italiano delle origini, mescolanze di francese e inglese, anche.

Giusto poi – da parte di Scappettone – ribattere l’accento altre volte posto sulla natura non «cosmopolita» della vita e del linguaggio di Rosselli: semmai rammentando il suo stato di rifugiata, fuggiasca (in molti paesi). In questo senso, la critica rivolta a Pasolini dalla stessa Rosselli in un’intervista viene opportunamente citata: il cosmopolita è il colto borghese in viaggio, non certo chi scampa alla persecuzione migrando.

A parte, osservo: Rosselli avvia Impromptu precisamente dichiarando «Il borghese non sono io». (E il poemetto è fin dall’inizio da riferire all’ideale interlocutore Pasolini, morto da appena due anni, al momento della stesura del testo).

In effetti il «non sono io» della Rosselli torna nelle riflessioni (che partono giustamente dal projective verse di Olson) che Scappettone concentra sulla “forma cubo” delle poesie in Serie ospedaliera. Tutto quel che allontana dall’io, un io presunto “integro”/intatto, e da ogni forma di confessional poetry, è ciò che qui interessa.

E aggiungo: è proprio il dolore (individuale, e storico: collettivo, avvertito come tale, anche) a staccare dalla pagina l’ego, il soggetto, che non vuole più fingere di sapersi grammaticalizzare come intatto. (Non a caso Scappettone cita l’Adorno di Dialettica negativa).

Senza considerare che «the conceptual volume of Rosselli’s cube also reflects a spatial turn in postwar European aesthetics that draws focus away from linear narrative and toward the creation of immersive environments, heightening awareness of the material installation of language» (p. 32 dell’Introduzione). Una “lezione” che la poesia italiana deve continuamente reimparare, e di cui Rosselli è stata – a mio avviso – la voce dettante maggiore.

 
Marco Giovenale

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[ Il breve testo critico è comparso in forma embrionale/ridotta in
«il manifesto», 17 mag. 2012, p. 11, titolo redazionale:
Dialoghi fra tre lingue nei testi di Amelia Rosselli ]

 

Marco Giovenale,Selected Poetry and Prose of Amelia Rosselliultima modifica: 2012-07-15T16:12:27+02:00da mangano1
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