Lello Voce,Treviso, la città di destra che amava una bambola

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12 luglio 2012 Pubblicato da Le parole e le cose | 16 commenti
 di Lello Voce
[Questo articolo è uscito su «il Reportage», trimestrale di scrittura, giornalismo e fotografia, n. 10, aprile-giugno 2012].
A volte le città spariscono. Per un’eruzione, un maremoto, o più lentamente, avvelenate da un virus osceno che le trasforma            in qualcosa che non sono mai state e che mai potranno essere. A volte le città muoiono.
Io sono arrivato a Treviso ormai decenni fa. Con la testa piena di aspettative, o se si preferisce, di luoghi comuni. «Treviso che di chiare fontane tutta ride, / e del piacer d’amor che quivi è fino» diceva Dante… Arrivavo tra le mura incantate della Marca Gioiosa,            quella che aveva accolto l’Alighieri, per stupirlo con il ricordo della bellezza, tanto amorale da diventar santa, dell’ineffabile e seducentissima Cunizza da Romano, peccatrice non pentita e pur accolta in Paradiso (Cunizza fui chiamata, e qui rifulgo/ perché mi vinse il lume d’esta stella;/ ma lietamente a me medesma indulgo /la cagion di mia sorte, e non mi noia,/ che parrìa forse forte al vostro vulgo).
Treviso era dunque per me la capitale della Marca Gioiosa, tollerante, ironica, intelligentissima, indulgente come Cunizza, ma come Cunizza capace di trasformare la sua ricerca di piacere in amore per il prossimo, tolleranza, generosità per i più deboli. Era la terra di Martini e dei suoiAdamo ed Eva terragni, pietra viva che respira, segno di un legame saldo con ciò che c’è prima che l’uomo lo trasformi, come le poesie di Zanzotto e Calzavara, era la patria di Comisso e della sua languida, dolce capacità di cogliere il legame sottile tra piacere e dolore, come, ad esempio, nella sua visita alle stanze vuote dell’ultimo casino trevigiano, quella casa Dozzo che stava proprio vicino a Via Roggia, a due passi dal primo modesto albergo che mi aveva accolto in quel nevoso novembre di decenni fa…
Ero a Treviso, l’intrigante palcoscenico di Signore e Signori di Pietro Germi, la capitale dell’erotismo provinciale dello Stivale tutto, sì, ma anche la città di Carlo Scarpa. Ero arrivato a Treviso e ho iniziato subito a cercarla…
Ho vagato per giorni, nel tempo libero dal lavoro, per strade e portici, scavalcando i ponti e i ponticelli che uniscono le rive di questa città d’acque, percorsa da tre fiumi, cercando le tracce di tutto quanto avevo immaginato, e trovandone alcune qua e là, coperte da uno sfarfallio di luce e denaro, già messe in ombra da quello che allora si chiamava il miracolo del Nord Est.
Via delle Belle Gambe, via del Castello d’Amore, la chiesa di San Francesco, con le tombe di Pietro di Dante e Francesca Petrarca, Tiziano nel Duomo, Calmaggiore, Piazza dei Signori, l’Osteria Alla Colonna, dove Comisso incontrava Montale, le strade e i portici percorsi da Messer Uc de Saint Cirq, autore della maggior parte delle Vidas dei trovatori provenzali, composte probabilmente proprio qua, mentre il povero occitano attendeva che un certa nobile e bellissima dama trevigiana gli concedesse quell’udienza che mai gli concesse, tra Ca’ dei Carraresi, il Palazzo dei Trecento e la Loggia dei Cavalieri.
Era tutto lì, dove avrebbe dovuto essere. Eppure era come se non ci fosse più.
Cercavo Treviso. Ne trovavo frammenti qua e là, soprattutto nelle parole e nei racconti di Andrea Zanzotto ed Ernesto Calzavara, che ogni tanto avevano la pazienza di accogliere presso di loro un poeta più giovane e napoletano con tanta voglia di scoprire dov’era finito lui e soprattutto dove fosse andata a finire quella Treviso che lui s’era aspettato di trovare e che ahimè, non c’era più, o comunque c’era sempre meno.
Calzavara, una delle ultime volte che lo incontrai, battendomi la mano sulla spalla, con un sorriso amaro, sul vialetto d’ingresso della sua bella villa di San Pelajo, con il giardino popolato dalle sue splendide ‘piere’, come chiamava lui alcuni massi enormi, fatti portare fin lì da chissà dove, mi sussurrò: «Bada che sullo stemma di questa città c’è scritto ‘Mi no vao combater’». Che, più o meno, significa: non mi interessa; un ‘me ne frego!’ sussurrato con più grazia, ma non minore decisione.
Mi no vao combater… Come se il fatto di girare lo sguardo dall’altra parte mutasse la realtà… Ora Calzavara è morto, la sua villa è in rovina, tutta, tranne il muro di cinta, quello è stato rialzato, restaurato, rinforzato. Aveva ragione lui. Mi no vao combater…
Intanto io, ostinato, cercavo Treviso e al suo posto trovavo banche, fabbriche e fabbrichette, capannoni, belle macchine, un lusso ostentato sino alla volgarità, indifferenza per la cultura e per l’arte, quasi fosse un segno di sanità mentale e di virilità, e poi soldi, tanti soldi, troppi soldi, massa schej, almeno fin quando il miracolo del Nord Est è durato. Cercavo Treviso e mi rendevo conto di vivere, invece, a Legaville, capitale nordestina del leghismo.
Le guardie padane che passeggiavano per la città, inquietanti, gli immigrati trattati da schiavi, ridotti a dormire nei vecchi forni di un mattonificio, o addirittura in tenda, nei giardinetti lungo le mura di Fra Giocondo, costruite ai tempi della Lega di Cambrai, per proteggere dall’Europa Cattolicissima più o meno al completo quest’avamposto della Serenissima e dei suoi commerci con l’Infedele, e ora avamposto di una supposta Razza Piave, più pura, più onesta, più bella, più virile, più tutto.
Gli immigrati sempre scacciati, cercati al mattino per il lavoro, perseguitati a sera, addirittura aggrediti, donne e bambini compresi, quando si erano accampati per protesta sul sagrato del Duomo. Gli immigrati che nemmeno da morti possono entrare nei cimiteri “padani”, che non hanno diritto a una moschea e pregano per strada. Che hanno colpa di essere poveri, miseri, sudati, affamati, troppo grassi o troppo magri, malvestiti, che stanno male, che sono infelici. Che sono neri, o gialli, o grigi. Che sono ladri, stupratori, assassini, truffatori, fannulloni. Tutti.
E i poveri, scandalosi, con quel loro rimestar tra le immondizie, o in fila ad aspettare la carità di un pranzo alla finestrina del convento di San Francesco, i mendicanti che lo sfarfallio accecante delle luci nascondeva agli occhi meno attenti, ma che erano lì, mescolati agli zingari, gli zingani, guardati con sospetto se solo si azzardavano a metter piede in centro.
Com’era possibile che nella città di Comisso “governasse” un Tizio chiamato il Scerifo, che insultava gli omosessuali, dandogli del frocio, insieme alpino e leghista, simpatizzante di Forza Nuova, ma pronto a mettersi sull’attenti, se quel giorno gli garbava, davanti alle targhe commemorative dei partigiani, interprete emerito del celodurismo spesso declinato in chiave razziale, prepotente, roboante, presuntuoso sino al ridicolo?
Come era accaduto che nella città di Cunizza a farla da padrone fosse un individuo che con malcelato razzismo proponeva di accogliere solo extracomunitarie giovani, belle e abbastanza povere da essere disponibili, per far da ‘nave scuola’ ai giovani virgulti trevigiani? Era mai possibile che nella città di Calzavara, che tutte le lingue mescolò al suo dialetto bellissimo, a comandare fosse il medesimo Tizio, roboante e volgare, che dava del ‘sudicio sudista’ al povero poeta emigrato che ero io e solo perché m’ero inalberato contro i suoi programmi di apartheid Razza Piave?
E soprattutto che c’entrava Treviso, il Veneto tutto, con i Lumbàrd? Con i Piemôntès? Non erano stati loro a privare dell’indipendenza le terre del Leone di San Marco, in nome del Savoia? E dunque, come facevano oggi a esserne alleati? Che c’entrava Goldoni con Bossi, Casanova con Stiffoni, Baffo con Gobbo, Sarpi con Zaia?
Non capivo: ma Treviso già non c’era più, si stava trasformando in Legaville, la capitale del razzismo leghista, giorno dopo giorno. E più la crisi mordeva, più Legaville si mangiava Treviso, la divorava a morsi, se ne impossessava, la trasformava. All’indulgenza di Cunizza subentrava il moralismo più bigotto, l’odio del diverso, il puritanesimo perverso del ‘tutto di nascosto e niente in piazza’, petrarchesco in pubblico e boccaccesco in privato, che vezzeggiava l’alcolismo, ma inorridiva per una canna, una società tanto aperta e tollerante che un suo figliolo sorpreso a fare con una prostituta quello che il Scerifo si augurava facesse, per la vergogna, s’impiccò con la cinta dei pantaloni all’albero di fronte casa.
La risposta dei politici trevigiani era stata immediata, in verità: si istituì un numero verde per aiutare psicologicamente i clienti delle prostitute a superare il senso di colpa e la vergogna. Le prostitute, intanto, continuavano a fare le schiave, sfruttate da magnaccia senza scrupoli tra strade e piazze della periferia cittadina. Mi no vao combater…
Intanto i suoi giovani si stordivano di alcol, di più, sempre di più, addirittura era il Comune stesso a tirar su per tutti un’indegna sbornia collettiva, l’Ombralonga, con un seguito triste di coma alcolici, vomiti, gente che cadeva nei canali, berci, urla, rutti. Intanto i suoi giovani, spesso sbronzi, o impasticcati, sfrecciavano su strade da carriaggi con auto potenti, veloci, sempre più veloci. E morivano: sempre di più, sempre più veloci, sempre più soli.
Poi un brutto giorno, non ricordo esattamente quando, Treviso è sparita del tutto. Nella nebbia, tra un coro celtico e un altro. O nel nulla, come quando, a volte, la vedo deserta, completamente deserta, nei pomeriggi estivi, afosi, schiettamente padani. È rimasta solo Legaville.
Ora so dove vivo. Ora lo so.
E qui a Legaville, ora che c’è crisi, la miseria fa ancora più paura, sembra che possa ricordare ciò che si era un tempo, al tempo della pellagra, della miseria, dell’emigrazione in Brasile, in Uruguay, in Canada, in Germania, in tutto il mondo. O ciò che si può ridiventare, già domani.
A Legaville ognuno è padrone a casa sua, i neri stanno al loro posto, nessuno calpesta le aiuole, gli unici clandestini tollerati, come preconizzava il Scerifo, sono le centinaia di prostitute che popolano le strade che escono dal centro, verso Venezia, o Conegliano, ma nonostante questo, nonostante l’ordine, la sicurezza, la pulizia, nonostante le prostitute, le ‘visitatrici’, come le avrebbe chiamate il Mario Vargas Llosa del Pantaléon, nonostante si sia padroni a casa propria, qua a Legaville poi la solitudine si taglia a fette, come la nebbia. E quando si è soli ci si arrangia come si può. Come con la bambola della Stazionetta…
Fin quando è stato aperto, il Bar della Stazionetta, lungo i binari della ferrovia, appena fuori Porta Santi Quaranta e il quartiere di Città Giardino, dove un ricco industriale indigeno ha fatto ricoprire un marciapiedi con pezzi di costosissimo cotto veneto con sopra incisi i versi di poeti famosi (che buon gusto, vero?), fin quando è stato aperto, dicevo, quel bar è stato meta di un pellegrinaggio assolutamente unico.
A qualcuno, un qualche giorno, deve essere venuta in mente un’idea bislacca: mettere seduto su una sdraio un manichino dismesso, trovato chissà dove, che riproduceva le fattezze di un’affascinante bionda. L’ha rivestito alla bell’e meglio e l’ha lasciato lì, sulla sdraio, come fosse una cliente qualsiasi.
Sembrava una goliardata come un’altra e invece è successo l’inimmaginabile.
In tanti, maschi per la quasi totalità, giovani soprattutto, arrivavano lì, più o meno brilli, con in mano un regalino per la ‘Bambola’, si sedevano al suo fianco e iniziavano a parlarle. Di più, sempre di più…
È diventata amica di mezza città, quella bambola, l’amica di tutti, in una città in cui quasi nessuno riusciva più a essere amico con qualcun altro.
Fiori, vestiti, ‘ombre’ di bianco, cappelli. Tutti alla Stazionetta, a vedere come che a va coa bambola! A portarle un regalino, a scambiare quattro chiacchiere con qualcuno che sappia ascoltarti.
Poi hanno chiuso il bar e la Bambola l’hanno buttata in qualche discarica, insieme ai dolori e alle malinconie di tanti. In raccolta differenziata, naturalmente. A Legaville si ricicla molto, con disciplina, a volte si riciclano persino i sentimenti.
Di Treviso, qui a Legaville, è rimasta ormai solo la parte Nera, quella degli ordinovisti, di Ventura, di Freda, delle bombe sui            treni e a Piazza Fontana. Quella c’è sempre stata e ancora c’è. Passata indenne anche attraverso la grande metamorfosi, anzi ancor più amata a Legaville di quanto già non lo fosse ai piani alti di Treviso.
La Treviso Nera fascista in parte s’è riscoperta Verde leghista, senza imbarazzo, con assoluta naturalezza. E si è seduta alla destra dei Siori e delle Siore.
Chi non l’ha fatto, e si ostina ancora a vestir di nero, ha comunque qualche privilegio, se non altro quello del lacchè in casa            del suo padrone. La città Nera ostenta la sua presenza, è evidente a ogni angolo, tanto evidente da incontrare banchetti dei neonazisti anche in centro, un giorno sì e l’altro pure.
I Neri qua sono tranquillamente accettati dalla società civile, al punto che quando, alcuni mesi fa, in occasione delle manifestazioni di “Occupy Wall Street”, alcune associazioni di base hanno richiesto di poter manifestare davanti alla Banca d’Italia, in Piazza Pola, dalla questura hanno risposto: no! Quella, ha fatto sapere il questore, è storicamente una piazza di destra, una provocazione del genere non poteva essere permessa.
Insomma la piazza è di Forza Nuova e lì ci manifestano solo loro, che peraltro lo fanno spesso, impadronendosi parassitariamente del cippo dedicato ai Caduti delle Foibe e facendo le loro marcette e i loro caroselli a braccio levato, benedetti dai Verdi e da una certa assessora regionale che se ne va tranquillamente in giro con una celtica di brillanti al collo e che non teme di farsi fotografare con i nostalgici della Repubblica di Salò, visto che, a parer suo, non è scritto da nessuna parte che l’Italia sia una Repubblica antifascista.
Legaville vede, ascolta e fa finta di non vedere e di non sentire… Mi no vao a combater… Mi no me intrighe… È quest’impasto, oggi, Treviso, un impasto che si indurisce ogni giorno di più, sfigurando la storia di una città nobile che un brutto giorno di decenni fa si è trasformata in Legaville e che oggi, quando forse la truffa leghista si fa evidente ai più, ancora fatica a riscoprire una sua nuova identità. Una città da rifare, dalle fondamenta, che ha bisogno assoluto di sfuggire a questo presente, di essere capace di ricordare ciò che è stata e di cominciare di nuovo a sognare.
Fino ad allora non credete a chi vi propone di andare a Treviso: Treviso non esiste più.

Lello Voce,Treviso, la città di destra che amava una bambolaultima modifica: 2012-07-15T15:55:11+02:00da mangano1
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