DELEUZE, AGAMBEN – PLATONICA pubblicata da Vladimir D’Amora

DELEUZE, AGAMBEN – PLATONICA
pubblicata da Vladimir D’Amora il giorno domenica 15 luglio 2012 alle ore 5.16 ·

Deleuze – Platone, i Greci
 
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Il platonismo appare come una dottrina selettiva, una selezione dei pretendenti, dei rivali. Tutte le cose o tutti gli esseri pretendono certe qualità; si tratta di giudicare la fondatezza o la legittimità delle pretese. L’Idea è posta da Platone come ciò che possiede una qualità in primo grado (necessariamente e universalmente) e che dovrebbe permettere, grazie a delle prove, di determinare che cosa possiede la qualità in secondo, in terzo grado, secondo la natura della partecipazione. È questa la dottrina del giudizio. Il pretendente legittimo è il partecipante, colui che possiede la qualità in secondo grado e la cui pretesa è convalidata dall’Idea. Il platonismo è l’Odissea filosofica che si prolunga nel neoplatonismo. E affronta la sofistica come proprio nemico, ma anche come proprio limite e doppio: poiché pretende tutto o qualsiasi cosa, il sofista rischia seriamente di scompigliare la selezione, di pervertire il giudizio.
Questo problema ha origine nella città. Poiché rifiutano ogni trascendenza imperiale barbara, le società greche, le città (anche nel caso di tirannie) formano dei campi d’immanenza. Questi sono riempiti, popolati da società di amici, ossia di liberi rivali, le cui pretese entrano volta per volta in un agón emulativo e si esercitano negli ambiti più diversi: amore, atletica, politica, magistrature. Un tale regime comporta evidentemente un’importanza determinante dell’opinione. Lo si vede in particolare nel caso di Atene e della sua democrazia: autochtonia, philia, dóxa sono i tre tratti fondamentali e le condizioni sotto le quali nasce e si svilup- pa la filosofia. La filosofia può intellettualmente criticare questi tratti, superarli, correggerli, ma resta sempre indicizzata su di essi. Il filosofo greco fa appello a un ordine immanente al cosmo, come ha dimostrato Vernant. Si presenta come amico della saggezza (e non come un saggio alla maniera orientale). Si propone di “rettificare”, di garantire l’opinione degli uomini. Sono caratteristiche che sopravvivono nelle società occidentali, anche se vi assumono un senso nuovo, e che spiegano la permanenza della filosofia nell’economia del nostro mondo democratico: campo d’immanenza del “capitale”, società dei fratelli o dei compagni a cui ogni rivoluzione si richiama (e libera concorrenza tra fratelli), regno dell’opinione.
Ma quel che Platone rimprovera alla democrazia ateniese è il fatto che tutti pretendono qualsiasi cosa; da qui il suo tentativo di ripristinare criteri di selezione fra rivali. Dovrà erigere un nuovo tipo di trascendenza, diversa dalla trascendenza imperiale o mitica (benché Platone si serva del mito attribuendogli una funzione speciale). Dovrà inventare una trascendenza che si esercita e si situa nel campo dell’immanenza stesso: questo è il senso della teoria delle Idee. E la filosofia moderna continuerà, a questo riguardo, a seguire Platone: incontrare una trascendenza in seno all’immanente in quanto tale. Il dono avvelenato del platonismo consiste nell’aver introdotto la trascendenza in filosofia, nell’aver dato alla trascendenza un senso filosofico plausibile (trionfo del giudizio di Dio). Questa operazione si scontra con molti paradossi e aporie, che concernono per la precisione lo statuto della dóxa (Teeteto), la natura dell’amicizia e dell’amore (Simposio), l’irriducibilità di un’immanenza della Terra (Timeo).
Ogni reazione contro il platonismo è un ristabilimento dell’immanenza nella sua estensione e nella sua purezza, che vieta il ritorno d’un trascendente. Il problema è sapere se una simile reazione abbandona il progetto di selezione dei rivali, o se redige invece, come credevano Spinoza e Nietzsche, metodi di selezione del tutto diversi: questi non vertono più sulle pretese come atti di trascendenza, ma sul modo in cui l’esistente si riempie di immanenza (l’Eterno ritorno, come capacità di qualcosa o di qualcuno di ritornare eternamente). La selezione non verte più sulla pretesa, ma sulla potenza. La potenza è modesta, all’opposto della pretesa. In verità, sfuggono al platonismo solo le filosofie della pura immanenza: dagli Stoici a Spinoza o a Nietzsche.
 
 
 
 
 
Agamben – Idea dell’apparenza
 
 
Fu un tardo commentatore di Aristotele, Simplicio di Cilicia, professore nella scuola di Atene pochi anni prima della sua chiusura e poi esule, con gli ultimi filosofi pagani, alla corte di Cosroe I, a trasmettere all’astronomia medievale (e, attraverso questa, alla scienza moderna) l’espressione “salvare le apparenze”, come motto della scienza platonica. Se non da Platone stesso, l’espressione proviene certamente dall’ambiente dell’Accademia, e non è, forse, un caso, se la si trova attribuita per la prima volta a quell’Eraclide Pontico, candidato alla successione di Speusippo nella direzione dell’Accademia, di cui si racconta che avrebbe cercato di falsificare l’apparenza della propria morte (sostituendo al cadavere un serpente ) e che, secondo lo stesso biografo, sarebbe stato burlato da un acrostico per non aver saputo riconoscere la falsità di un apocrifo sofocleo .
Nel suo commento al De coelo aristotelico, Simplicio espone in questo modo il compito che Platone avrebbe assegnato all’astronomia del suo tempo : “Platone ammette in principio che i corpi celesti si muovono con un movimento circolare, uniforme e costantemente regolare; così egli pone ai matematici questo problema: quali sono i movimenti circolari e perfettamente regolari che conviene prendere per ipotesi, affinché sia possibile salvare le apparenze rispetto agli astri erranti? “.
E’ noto come l’astronomia greca, a partire da Eudosso, per rispondere a questa esigenza  – cioè, per salvare le apparenze infinitamente complicate che presentava il movimento irregolare degli astri detti, per questo, ” erranti ”  – fosse costretta a supporre, per ognuno di essi, una serie di sfere omocentriche, ciascuna animata da un proprio movimento uniforme, dalla cui composizione  con quello delle altre risultava, alla fine, il movimento apparente del pianeta. Decisivo è, qui, lo statuto da attribuire all’ipotesi: per Platone esse non erano da considerare alla stregua di principi veri, ma, appunto, come ipotesi, il cui senso si esauriva con la salvazione dei fenomeni.
Come scrive Proclo, polemizzando con coloro che scambiano le ipotesi con i principi non ipotetici: “queste ipotesi sono concepite per scoprire la forma dei movimenti degli astri – che, in verità, si muovono proprio così come appare – per rendere, cioè, comprensibile la misura dei loro movimenti”.
Per questo, nel punto in cui Newton iscrisse sulla soglia della scienza moderna il suo Hypotheses non fingo, assegnando a questa il compito di dedurre dall’esperienza le cause reali dei fenomeni, l’espressione “salvare le apparenze” cominciò quella lenta migrazione semantica che, esiliandola dall’ambito della scienza, la portò ad assumere il significato peggiorativo che essa ha ancor oggi nell’uso colloquiale.
Che cosa poteva significare, nell’intenzione platonica, salvare le apparenze? In vista di che cosa erano salvate le apparenze? E da che cosa?
L’errante apparenza è, grazie all’ipotesi, resa comprensibile, conservata libera da ogni bisogno di un’ulteriore spiegazione scientifica, da ogni “perché? “, che si è saziato nell’ipotesi.
L’ipotesi, dandone ragione, mostra, cioè, l’erranza dell’apparenza come apparenza dell’erranza.
Ciò non significa che l’ipotesi non sia vera, che essa possa essere supposta all’apparenza come un fondamento reale, verso il quale dovrebbe rivolgersi la conoscenza. La bella apparenza, non ulteriormente spiegabile attraverso ipotesi, è, così, tesorizzata, risparmiata, “salvata ” per un’altra comprensione, che l’afferra ora come essa è in se stessa, anipoteticamente nel suo splendore.
Ciò che qui è raggiunto è, ancora un sensibile (di qui il termine idea, che indica una visione), ma non un sensibile presupposto al linguaggio  e alla conoscenza, bensì esposto in essi, assolutamente. .
L’apparenza riposta non più sull’ipotesi, ma su se stessa, la cosa non più separata dalla sua intellegibilità, ma nel medio di quella, è l’idea, è la cosa stessa.

DELEUZE, AGAMBEN – PLATONICA pubblicata da Vladimir D’Amoraultima modifica: 2012-07-15T16:22:26+02:00da mangano1
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