PerParlare 9. Scuola, godimento e indisciplina. Qualche nota.

DOMENICA 17 GIUGNO 2012

PerParlare 9. Scuola, godimento e indisciplina. Qualche nota.

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Si fa un gran parlare di questi tempi di scuola: disciplina, bullismo, collasso del sistema educativo, tutti argomenti alla moda per certi “circoli radical chic”. La scuola è al centro di sceneggiati televisivi seguitissimi e di innumerevoli romanzi oltre che di un certo numero di saggi, di solito di mediocre livello. Di primo acchitto ciò che “salta agli occhi” dello spettatore/lettore informato è che quasi tutti parlano della scuola “per sentito dire” o, al meglio, attraverso i ricordi degli autori risalenti al periodo in cui sedevano sui banchi di scuola. Molto spesso decenni fa.

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Personalmente, nell’oceano di carta inutile pubblicata sull’argomento in Italia, sono riuscito a trovare la classica isola-ristoro facendo riferimento ai libri di Tullio De Mauro , Girolamo De Michele, Noelle De Smet, Salvo Intravaia e pochi altri. Anche questi, però, hanno lasciato in me l’amaro in bocca, soffrendo di quella che definirei l’ “allergia alla disciplina” dell’epoca del godimento. Un certa propensione alla “comprensione  a tutti i costi”, quella che si serve del dispositivo psico-patologico per inquadrare (e giustificare) la scarsa disposizione all’apprendimento degli alunni (non evidenziando, invece, il passaggio dal registro “simbolico” a quello “immaginario”), la maleducazione, la propensione al passaggio “all’atto”, insomma la vecchia “allergia alle regole”. Perchè la scuola è il “luogo della regola”, è chiaro, vero? Almeno lo dovrebbe essere…

Provo a spiegarmi cercando di focalizzare il tema: la disciplina e la scuola.
Le rivolte del maggio 1968, come sappiamo, hanno determinato l’implosione di un edificio comunitario che si reggeva sul principio di autorità, sulle gerarchie e sul tacito riconoscimento de “la Legge del Padre”, quella concettualizzata da Freud attraverso il “complesso di Edipo”.  L’infante apprende a modulare il proprio godimento acefalo, che si concretizza nel mitico desiderio di possesso della madre, attraverso il divieto castrante del padre. In  Il godimento come fattore politico  Zizek definisce questo meccanismo la “struttura formale edipica”, non la “mitica narrazione” di un momento della fase evolutiva dell’infante, ma una disposizione relazionale attraverso la quale il soggetto apprende certe abilità. Semplificando ai limiti della banalizzazione possiamo dire che il giovane “impara l’arte dello stare in comunità” rinunciando ad una certa quota di istanze pulsionali, quelle più pericolose per la sopravvivenza del gruppo. La scuola, in quanto agenzia pedagogica, dovrebbe supportare le famiglie in questo percorso abilitante necessario allo strutturarsi delle identità dei “giovani”. Eppure questo dovere etico è misconosciuto tanto che,  per chi “sta dentro una scuola”, è ormai prassi ascoltare un motivetto molto gettonato tra gli alunni : “io faccio quello che voglio! E nessuno può impedirmelo…”

Come ci ha insegnato Lacan, l’istanza al godimento, attraverso la Legge, viene perimetrata, disattivata, modulata, permettendo lo sviluppo del desiderio, cioè di quel vettore che anima l’esser-ci dirigendolo verso la ricerca impossibile della das Ding smarrita. E’ proprio questa ricerca senza senso ad animare quello spazio virtuale di possibilità attraverso il quale facciamo esperienza della realtà. Possiamo chiamare quest’apertura il senso/desiderio. Deleuze, che aveva compreso benissimo quest’aspetto dell’interpretazione Lacaniana, sviluppò questo tema in “logica del senso”, laddove, servendosi di Artaud, di Carroll e degli Stoici, mostrò il carattere di non-senso del senso.  Si desidera, quindi si vive entro un senso, perchè si è imparato a dis-mettere il godimento. Vivere è desiderare e desiderare è possibile se si conosce il “limite”.

La libertà, come il desiderio, è la conseguenza di un’abilità appresa, quella di saper modulare il proprio rapporto con il “limite”, con ciò che istituisce lo spazio sociale. Lo ribadisco: la libertà non è la possibilità di fare ciò che si vuole ma l’abilità di relazionarsi con l’impossibile, ciò che Lacan concettualizza come “oggetto a”, il simulacro sempre cangiante attraverso il quale viviamo rappresentandoci una serie di significanti “che stanno per”  la mitica Cosa smarrita.

Una scuola che non educhi il giovane a questo rapporto impossibile non funziona in quanto ha dismesso il proprio ruolo di agenzia formativa. Non serve educare al pensiero, neanche a quello critico, se non si è lavorato per abilitare gli alunni alla “intelligenza relazionale” con il proprio “aspetto desiderante”.
E’ molto di moda parlare di “intelligenza emotiva”, a partire dal celebre libro di Goleman: ciò che la scuola ha implicitamente (perchè esplicitamente non l’ha mai fatto) smesso di fare è educare il giovane a questa forma di “intelligenza” del tutto particolare, quella che si nutre attraverso lo “sbarramento” e il “divieto”; con le parole di Philips Asha diremmo che ha smesso di pronunciare   I no che aiutano a crescere . Perchè? I motivi, com’è ovvio sono diversi, uno su tutti credo sia pardigmatico per la comprensione dell’epoca. Gli adulti più che preoccuparsi di educare le nuove generazioni si affannano per essere amati. La “grande paura” del 2000, per fare il verso a Lefebvre, è quella di non essere amati da giovani sempre meno capaci di “desiderare”, quindi di amare. Il solito “cane che si morde la coda”. Nessun amore è possibile senza la distanza posta in essere dal limite.

E’ ovvio -ma forse necessario ribadirlo- che non si auspica in nessun modo un “ritorno della scuola pre-sessantottina, tutt’altro! Quella era animata dalla declinazione sadico-perversa di cui troppo spesso si anima il pedagogo nell’esercizio di un potere. La grande sfida, come aveva compreso Lacan, è quella di pensare un’etica del limite che insegni l’arte della misura senza scadere nelle derive autoritarie dei fascismi impliciti. Le tante vituperate SISS, tra i corsi “inutili” che propinavano, avevano il merito di dedicare un’area ben specifica (la cosiddetta “area comune”) agli insegnamenti di “psicologia” e “pedagogia”: era un modo per fornire anche a docenti di discipline scientifiche quelle nozioni base sulla soggettività necessarie perchè i processi di insegnamento non si concretizzassero all’insegna del pericoloso “senso comune”, quello che fa credere a molti docenti che “aiutare l’alunno significhi regalare voti, materie, promozioni”. Una scuola che funziona è una scuola organizzata da “gente che sa”, che non vive il proprio mestiere all’insegna di quel qualunquismo e di quel “buonismo” che, lungi dal risultare utile a qualcuno, in verità serve solo alla “cattiva coscienza” di chi non ha il coraggio delle responsabilità.

PerParlare 9. Scuola, godimento e indisciplina. Qualche nota.ultima modifica: 2012-06-22T19:38:00+02:00da mangano1
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