Calvino e il trauma della scrittura

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“Appartengo a quella parte dell’umanità – una minoranza su scala planetaria ma credo una maggioranza tra il mio pubblico – che passa gran parte delle sue ore di veglia in un mondo speciale, un mondo fatto di righe orizzontali dove le parole si susseguono una per volta, dove ogni frase e ogni capoverso occupano il loro posto stabilito: un mondo che può essere molto più ricco, magari ancor più ricco di quello non scritto, ma che comunque richiede un aggiustamento speciale per situarsi al suo interno”. Inizia così il saggio di Italo Calvino che dà il titolo al volume Mondo scritto e mondo non scritto, ed. Mondadori. Calvino vi identifica l’appartenenza alla parola scritta come ad un mondo parallelo che richiede di essere riconosciuto come tale, di contro a “quello che usiamo chiamare il mondo, fatto di tre dimensioni, cinque sensi, popolato da miliardi di nostri simili”. Non è casuale che, nello stesso volume, compaia anche una recensione del noto libro di Van Gennep, Riti di passaggio. Qui Calvino se ne ricorda quando aggiunge, con un tono leggero e distaccato che i suoi lettori riconosceranno senz’altro: “Ogni rito di passaggio corrisponde a un cambiamento d’attitudine mentale: quando leggo, ogni frase deve essere prontamente compresa, almeno nel suo significato letterale, e deve mettermi in grado di formulare un giudizio: ciò che ho letto è vero o falso, giusto o sbagliato, piacevole o sgradevole. Nella vita ordinaria invece ci sono sempre innumerevoli circostanze che sfuggono al mio intendimento, dalle più generali alle più banali: mi trovo spesso di fronte a situazioni su cui non saprei pronunciarmi, su cui preferisco sospendere il giudizio”.

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Ma così come la recensione dell’opera dell’etnologo tedesco era costellata di considerazioni intorno alla perdita del sacro nella società industriale, ormai ignara dei rituali che esegue senza saperne riconoscere il valore originario, così in Mondo scritto e mondo non scritto Calvino sottolinea che “gli antichi vedevano nelle lettere una scuola di saggezza, e mi rendo conto di quanto oggi ogni idea di saggezza sia irraggiungibile”. Rimane la convinzione che il rapporto con il mondo “non scritto” (ammesso che questa definizione abbia un senso) per lo scrittore poggia sulla necessità di “rimettere in moto la mia fabbrica di parole”, l’idea del deposito dei segni che attendono la verifica letteraria. Ma Calvino nei primi anni Ottanta, quando scrive queste righe, non ci crede più. Collocato molto lontano dagli esordi realisti, Calvino è costretto a fare i conti con una società dell’informazione che gli appare in grado di opacizzare se non di mutilare il mondo ben prima che lo si possa cogliere nella sua ingenuità. La “controprova”, come la chiama lo scrittore, che dovrebbe “verificare che il mondo esterno è sempre là e non dipende dalle parole”, si trasforma in una serie di amare glosse al disincanto.

I giornali, la televisione, il labirinto metropolitano sono testi scritti da nessuno, pareti ricoperte di iscrizioni ridondanti che appartengono ad una classificazione spietata: “Questo mondo che io vedo, quello che viene riconosciuto di solito come il mondo, si presenta ai miei occhi – almeno in gran parte – già conquistato, colonizzato dalle parole, un mondo che porta su di sé una pesanta crosta di discorsi”. Dunque, “i fatti della nostra vita sono già classificati, giudicati, commentati, prima ancora che accadano. Viviamo in un mondo dove tutto è già letto prima ancora di cominciare a esistere”. E’ facile riconoscere in queste righe sconsolate gli echi di Barthes, Heidegger, Adorno e dell’intera cultura critica del Novecento ormai alle spalle: Calvino scrive qui anche di una certa fine dell’umanesimo, inevitabile quanto priva di quella chance che gli scrittori francesi (da lui ammirati, come Queneau o Robbe-Grillet) tenteranno ancora una volta di giocare nel mondo del prefabbricato. Universo Ikea già anticipato da tutte le semiotiche del capitalismo. D’altra parte, Calvino era ben lontano dalla nostalgia reazionaria così come dalle invettive dettate dall’impulso di una carnalità offesa o lacerata (Pasolini, Volponi, Testori): “E’ bene chiarire” aggiunge “che non sono venuto qui a proporre un ritorno all’analfabetismo per recuperare il sapere delle tribù paleolitiche. Rimpiango tutto ciò che possiamo aver perduto, ma non dimentico mai che i guadagni superano le perdite. Quello che sto cercando di capire è quel che possiamo fare oggi”.

Il libro di cui abbiamo parlato: I.Calvino, Mondo scritto e mondo non scritto, ed. Oscar Mondadori 2002.

Calvino e il trauma della scritturaultima modifica: 2012-06-16T12:57:07+02:00da mangano1
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