Maria ANNA Mariani,Perec, Svevo e la memoria

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Perec, Svevo e la memoria
31 maggio 2012 Pubblicato da Le parole e le cose
di Maria Anna Mariani
«All’epoca mi nutrivo di Svevo», scrive Perec in Sono nato (Je suis né), una sottile autobiografia pubblicata nel 1990, che così si intitola perché la sua trama è infittita dall’anafora «sono nato».
Sono nato il 7.3.36. Quante decine, quante centinaia di volte ho scritto questa frase? Non lo so. So che ho cominciato abbastanza presto, ben prima che il progetto di un’autobiografia si formasse. Ne ho tratto materia per un cattivo romanzo intitolato J’avance masqué e per un racconto altrettanto pessimo […]. È difficile immaginare un testo che cominci così. Sono nato. Ma ci si può invece interrompere, una volta precisata la data. […] Questa quasi-impossibilità di continuare, una volta emesso questo “Sono nato il 7.3.36”, costituì, a ripensarci oggi, la sostanza stessa dei libri summenzionati: in J’avance masqué il narratore raccontava almeno tre volte di seguito la sua vita in tre narrazioni tutte ugualmente false («una confessione in iscritto è sempre menzognera», all’epoca mi nutrivo di Svevo) ma forse significativamente diverse (Perec 1990, 11-12).
«Una confessione in iscritto è sempre menzognera»: ecco il cibo sveviano del quale specialmente si nutre Perec. Svevo è condensato per sineddoche in questa frase famosa, che sembra fatta apposta per essere citata. Perec la infila tra due parentesi e non sente la necessità di indicare il luogo del prelievo: lo dà per scontato o non se ne cura. Ma non si fa nessuna fatica a rintracciarlo: è il capitolo ottavo della Coscienza di Zeno.
Il dottore presenta una fede troppo grande anche a quelle mie benedette confessioni che non vuole restituirmi perché le riveda. Dio mio! Egli non studiò che la medicina e perciò ignora che cosa significhi scrivere in italiano per noi che parliamo e non sappiamo scrivere il dialetto. Una confessione in iscritto è sempre menzognera. Con ogni nostra parola toscana noi mentiamo! Se egli sapesse come raccontiamo con predilezione tutte le cose per le quali abbiamo pronta la frase e come evitiamo quelle che ci obbligherebbero di ricorrere al vocabolario! È proprio così che scegliamo dalla nostra vita gli episodi da notarsi. Si capisce come la nostra vita avrebbe tutt’altro aspetto se fosse detta nel nostro dialetto (Svevo 1923, 1060-1061).
Il lettore italiano conosce a memoria queste parole, eppure è fondamentale ripeterle; è fondamentale restaurare il contesto originario del prelievo di Perec. Perché la citazione è un’operazione violenta, soprattutto nei confronti del suo luogo di nascita. Una citazione è orlata di oblio. Fissandoci su una citazione, noi lavoriamo su un dettaglio allontanato dal suo mondo. La citazione è un’operazione della perdita: il suo isolamento tra caporali ci parla di un contesto dimenticato e a volte deformato (cfr. Deuring, 1994)[1].
Se noi oggi siamo qui apposta per parlare di Svevo a distanza di 150 anni dalla sua nascita, non possiamo fare a meno di interrogarci sui meccanismi della memoria e della celebrazione, di cui la citazione è un momento-chiave. La citazione serve davvero a ricordare? Quale aspetto vi prevale: quello della conservazione o quello della deformazione? La sopravvivenza di uno scrittore può essere affidata a un dettaglio, a una scheggia di frase? Lascio in sospeso queste domande teoriche, che dovrebbero sempre inquietare le riflessioni sull’eredità di un autore, e vorrei invece ora tornare sul testo di Svevo e analizzare quella frase nel suo ambiente sorgivo, immersa tra parole familiari, prima che Perec la porti via e la riplasmi a suo modo.
«Una confessione in iscritto è sempre menzognera»: così si giustifica Zeno di fronte al dottor S., che lo accusa di aver falsificato la propria esistenza. Ma non si tratta di una menzogna intenzionale. Se nella confessione di Zeno c’è menzogna, è colpa della scrittura, che trasforma e camuffa l’esperienza vissuta. Vita e scrittura sono due sistemi incommensurabili, che non possiedono le stesse proprietà. Zeno paragona questa irriducibilità del vissuto sullo scritto all’incommensurabilità di due sistemi linguistici: ne fa un problema di traduzione. Zeno insiste sulla differenza tra lingua e dialetto, che corrisponde alla differenza tra vita reale e vita scritta. Dialetto : italiano = vita reale : vita scritta. I poli sono quelli della sincerità e dell’artificio. Il dialetto, con le sue sfumature, con la sua vivacità, con la sua energia emotiva, è molto più aderente alla vita vera rispetto al toscano promosso a lingua standard, e dunque convenzionale e arbitraria. La falsità è un peccato intrinseco alla trasposizione di un sistema in un altro, che si tratti del dialetto nell’italiano o della vita nella scrittura. È in questo modo che Zeno giustifica di fronte al dottor S. il suo ricorso alla menzogna: presentandola come una tara inevitabile. Ma l’inganno della confessione non fa riferimento solo agli assestamenti prodotti dalla scrittura. Il problema è più stratificato. Quando ci si racconta, quando ci si confessa, bisogna fare i conti con un inganno preliminare a quello grafico: l’inganno della memoria.
Come funziona la memoria umana? Zeno, che è un autobiografo di carta, ma che agisce e scrive come un autobiografo di carne e sangue[2], sembra saperlo bene. La memoria umana ha un rapporto paradossale con il passato, perché pretende di custodirlo e invece non fa altro che deformarlo. I ricordi non restano immutati nel tempo, ma vengono modificati a ogni nuova evocazione: ogni volta che evochiamo un ricordo, questo cambia un po’, viene costruito in modo leggermente diverso. La memoria non produce mai una fotocopia dell’oggetto memorizzato, ma ne modifica costantemente la forma e il significato. Lavora per associazione di particolari, per suggestione e per semplificazione. Lavora, letteralmente. («Come dedicandovisi la memoria lavora! È una forza attiva e non dà molto quando viene lasciata inerte» – riconosce un altro personaggio-autobiografo sveviano, Roberto, protagonista del racconto L’avvenire dei ricordi: Svevo 1925, 432)[3]. E se alle insidie della memoria si sovrappongono quelle della scrittura – come accade nel genere autobiografico – allora la falsificazione diventa esponenziale. In una confessione messa per iscritto abbiamo dunque a che fare con due inganni sovrapposti: quello della scrittura, che falsifica l’esperienza traducendola in linguaggio, e quello originario della memoria, che mentre pretende di custodire il passato immancabilmente lo deforma.
Questa è dunque la ragione stratificata per cui, nella Coscienza di Zeno, «una confessione in iscritto è sempre menzognera». Ora, questa frase è da Perec tirata fuori dal suo contesto e artigliata a un altrove. Guardiamo meglio questo altrove. Il brano di Perec è una riflessione in cui lo scrittore giudica con durezza le sue prove d’esordio e intanto spiega quale strategia narrativa ed esistenziale era loro sottesa. Quale poetica era loro sottesa. E la poetica era proprio quella sveviana della confessione menzognera. Si tratta di una lezione che Perec eredita non solo per applicarla ai suoi fiacchi esordi, ma all’intera sua produzione autobiografica. «Una confessione in iscritto è sempre menzognera» diventa così per lui una frase-motrice, un comandamento stilistico ed esistenziale. La citazione sveviana esce dai propri cardini testuali e si espande e prolifera, infiltrandosi nelle maglie di un intero e articolato sistema letterario. Questa frase, trasferita nel sistema autobiografico di Perec, eletta a parola-motrice di tale sistema, conserva in parte il suo significato originario, ma si carica anche di nuovi e più urgenti potenziali, che erano inediti nel testo sveviano.
Ce n’è uno, in particolare, che vorrei osservare. È il nuovo significato che la citazione assume in W o il ricordo d’infanzia (1975), uno dei libri più celebri di Perec, la pietra angolare della sua costruzione autobiografica. W o il ricordo d’infanzia è un testo dalla struttura molto particolare. Aprendolo, ci troviamo di fronte a due racconti alternati. Da una parte incontriamo una narrazione autobiografica frammentaria; dall’altra una storia inventata. La parte autobiografica potrebbe essere definita come un’autobiografia negativa, dove l’autore afferma che non possiede alcun ricordo d’infanzia («Non ho ricordi d’infanzia» è l’incipit paradossale). I pochi ricordi che malgrado tutto riesce a rievocare sono sottoposti a un accanito processo: sono messi in discussione e confrontati con l’evidenza documentaria fornita dalle fotografie, dai giornali d’epoca e dalle cicatrici – inequivocabili tracce della sofferenza epidermica. L’autobiografia si costruisce per frammenti di scetticismo, in un incessante processo alla memoria.
Alternata a queste briciole di ricordo fallace e svalutato, Perec introduce una storia fittizia. È la descrizione di W, una città immaginaria interamente dedita allo sport. Non si tratta però di uno sport che glorifica l’energia muscolare e la salute delle membra. A W, lo sport è terrore. A W gli atleti-abitanti – se non realizzano le prestazioni fisiche richieste – sono puniti: condannati o ammazzati.
L’atleta W non ha alcun potere sulla propria vita. Non ha nulla da aspettarsi dal tempo che passa […]. La vita dell’atleta W non è altro che uno sforzo accanito, incessante. […] Bisogna vedere quegli Atleti scheletrici, dal volto terreo, dalla schiena sempre curva, quei crani calvi e lucidi, quegli occhi pieni di paura, quelle piaghe purulente, tutti quei segni indelebili di un’umiliazione senza fine, di un terrore senza fondo, tutte quelle prove inflitte ogni giorno, ogni ora, ogni secondo, un annientamento consapevole, organizzato, gerarchizzato, bisogna vedere il funzionamento di quell’enorme macchina, i cui ingranaggi partecipano, con un’efficienza implacabile, alla distruzione sistematica degli uomini, e allora non sorprenderà più la mediocrità delle prestazioni registrate (Perec 1975, 185-186).
È evidente: i campi da gioco di W sono i doppi immaginari dei campi di sterminio. W è una drammatica caricatura di Auschwitz, dove la madre di Perec fu deportata; dove morì. Accadde nel 1943, quando lo scrittore non aveva nemmeno dieci anni.
Questo è un evento carico di affetti, un evento traumatico. Perché allora Perec lo deforma in una caricatura? Perché non lo trasmette come una fedele testimonianza? Perché sceglie di raccontare questo evento ricorrendo alla finzione – ricorrendo alla menzogna? La risposta non è così paradossale, se pensiamo che il ricordo di un trauma è esso stesso traumatico. La sua evocazione può essere disturbante, dolorosa o intollerabile. E allora la finzione diventa uno stratagemma indispensabile per filtrare quell’evento, sfocandolo o astraendolo – oppure rendendolo triviale, grottesco: come in questo caso. La finzione è una strategia di difesa della memoria, che è funzionale a far assumere all’evento traumatico non più lo statuto di ricordo, ma quello di allucinazione, o di sogno. E’ proprio «la distanza costruita dalla finzione che permette di trasmettere un’esperienza che sembrava difficilmente comunicabile attraverso una testimonianza diretta» (Schaeffer 2005, 134). Per Perec sarebbe stato troppo doloroso raccontare in modo veritiero quell’evento traumatico. E allora la sua confessione segue una via tortuosa, opaca, triviale. È una confessione obliqua (come la definisce Lejeune). In W o il ricordo d’infanzia la finzione – la menzogna – è la sola maniera per riferire un evento traumatico e altrimenti incomunicabile. W è una menzogna che confessa.
«Una confessione in iscritto è sempre menzognera», scriveva Svevo. Perec assimila questa frase e sembra riformularla così, con un chiasmo: «una menzogna in iscritto è – qualche volta – una confessione». Una confessione tortuosa, deviata – ma pur sempre una confessione. L’unica possibile, se ci vogliamo salvare dai ricordi.
 [Questo intervento è stato letto al convegno «Italo Svevo and his Legacy», Oxford, Saint Hugh’s College, 16-17 dicembre 2011]
Bibliografia
Deuring, D.
  1994 “Vergiß das Beste nicht!” Walter Benjamins Kafka essay: Lessen / Schreiben / Erfahren, Würzburg, Köningshausen & Neumann.
Lejeune, Ph.
1991 La Mémoire et l’Oblique. Georges Perec autobiographe, Paris, P.O.L.
Perec G.
1975 W ou le souvenir d’enfance, Paris, Éditions Denoël/Les Lettres Nouvelles (trad. it.: W o il ricordo d’infanzia, Torino, Einaudi, 2005).
1990 Je suis né, Paris, Seuil (trad. it.: Sono nato, Torino, Bollati Boringhieri, 1992).
Scaramuzza, G.
2002 Citazione come oblio, in “Leitmotiv”, n. 1.
Schaeffer, J. M.
2005 Quelles verités pour quelles fictions?, in “L’Homme”, nn. 175-176.
Svevo I.
1923 La coscienza di Zeno, in Romanzi e «continuazioni», edizione critica con apparato genetico e commento di N. Palmieri e F. Vittorini, saggio introduttivo e cronologia di M. Lavagetto, Milano, Mondadori, 2004.
1925 L’avvenire dei ricordi, in Racconti e scritti autobiografici, edizione critica con apparato genetico e commento di Clotilde Bertoni, saggio introduttivo e cronologia di M. Lavagetto, Milano, Mondadori, 2004.

[1] Citato in Scaramuzza 2002, 16.
[2] La coscienza di Zeno, accorpata alle Confessioni del vegliardo, è un’autobiografia (quella di Zeno) incastonata dentro un’autobiografia altrui  (quella di Svevo).
[3] «Fa freddo ad onta che si sia in Giugno. Dio sa che ora della giornata sia. È inutile ricercarlo perché il ricordo lontano non conosce tanta esattezza. Alba o tramonto o forse mezzodì di un giorno tutto in penombra. Chissà? Forse quella giornata aveva il sole sbiadito dalla lontananza del tempo» (Svevo 1925, 432). È quel che sta pensando il vecchio Roberto durante un viaggio in treno attraverso i luoghi della propria adolescenza. La stazione di Kufstein («Kufstein!» scrive Svevo, con quel punto esclamativo che condensa entro una superficie minima tutta la meraviglia dell’incontro rinnovato) era stata per Roberto allora undicenne il teatro della separazione dai genitori, che con le lacrime agli occhi lì lo avevano salutato, affidandolo per gli anni futuri alla vita disciplinata del collegio. Ma nonostante gli sforzi il ricordo dell’ora proprio non vuole riemergere. Continuando il viaggio il vecchio Roberto avrà sempre maggiori conferme dell’inattendibilità della propria anamnesi, incapace di restituirgli fedeli riproduzioni degli eventi passati, e apprenderà piuttosto che «il lavoro della memoria può muoversi nel tempo come gli avvenimenti stessi» (Svevo 1925, 438).

Maria ANNA Mariani,Perec, Svevo e la memoriaultima modifica: 2012-05-31T17:24:33+02:00da mangano1
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