Gilda Policastro – Non solo Houellebecq e Littell Evviva le vite ordinarie. E i dettagli

Gilda Policastro – Non solo Houellebecq e Littell Evviva le vite ordinarie. E i dettagli
 
 
 
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Che cos’è un romanzo? Una domanda
banale, o fondamentale, sull’essenza,
prima che sulle declinazioni
possibili, della più resistente tra
le forme (agli assalti del tempo e
delle avanguardie armate) che forse non ci si
pone da un po’, sopraffatti dall’evidenza della
necessità di leggere romanzi in ogni caso.
Ma quando nasce, questa necessità, e a partire
da quale spinta individuale, esistenziale,
collettiva o sociale? Il romanzo alessandrino
o il Satyricon di Petronio sono romanzi in un
modo non troppo diverso da quello che oggi
s’intende, tanto dalla parte dei sostenitori del
midcult quanto da quella dello sperimentalismo
oltranzistico: da un lato, una tradizione
fissata in luoghi riconoscibili e caratteri dati
(trame, vicende, personaggi), dall’altro, l’irruzione
dell’imprevedibile e inclassificabile.
Poi, certo, il romanzo è genere polimorfo, si
presenta via via come d’avventura, comico, picaresco,
filosofico, epistolare, d’azione, sociale,
realistico, di destino, e ogni volta le nuove
forme si aggiungono alle precedenti, confermandone
complessivamente la necessità nella
varietà, la vitalità nella mutevolezza.
Intrinseca alla domanda sull’essenza del romanzo,
c’è quella sui suoi esiti: come sono fatti
e di cosa parlano i romanzi? In termini teorici
la questione senz’altro vitale (sin dal passaggio
sette-ottocentesco dal romance al novel)
è il rapporto della narrazione con la realtà,
della finzione con la verità, della narrazione
col mondo. Questione già platonica e aristotelica,
risolta col ribadire il carattere finzionale
della scrittura: mimesi è ripetizione in
forma drammatica di azioni di personaggi
«migliori» o «peggiori» di noi, altrimenti
non sarebbero «interessanti», secondo la Poetica.
Ma quando diventa interessante, invece,
la narrazione di uomini «come noi»? Quando
acquisisce diritto di cittadinanza narrativa la
vita «reale» delle persone «normali»?
È nello specifico di questa interrogazione
che ci conduce di secolo in secolo, di paradigma
in paradigma, Teoria del romanzo di Guido
Mazzoni (Il Mulino). Titolo ambizioso, cui
il libro si tiene fedele per compattezza concettuale
e rigore della ricostruzione storiografica:
in quest’ottica, impressiona soprattutto la
prima parte, in cui la teoria del romanzo è
narrazione del divenire del romanzo come
forma storica, il romanzo cioè, come progressivo
ampliamento del territorio della
narrabilità e l’inclusione della (hegeliana)
«prosa del mondo» come della cosiddetta
(da Auerbach) «serietà del quotidiano».
La coerenza di questo assunto arriva però
all’estremo di ridimensionare la portata di tutto
quello che entro tale narrazione non riesce
a rientrare: quei «romanzi che non sono romanzi
», ad esempio, per dirla col Berardinelli
di Non incoraggiate il romanzo (Marsilio). E
che le forme prodottesi in Europa tra gli anni
cinquanta e gli anni sessanta del Novecento
(dal Gruppo 47 al nouveau roman alla Neoavanguardia)
non abbiano generato un mutamento
di paradigma, ma solo un ampliamento
delle possibilità già pienamente rivoluzionate
dal Settecento fino ai modernisti, è tesi
per la verità tutta da discutere. Nel senso che
occorrerebbero studi più sereni su quella stagione
storica che (come proprio il Berardinelli
succitato dimostra) è ancora al centro di
aspri conflitti e preclusioni pregiudiziali.
Se il romanzo, come il libro di Mazzoni
molto accuratamente illustra, si è dovuto guadagnare
il proprio statuto di genere serio, in
alternativa o affiancamento alle scienze sociali
e alle scienze tout court, oggi il problema è
semmai quello opposto: di togliere a questo
genere il primato assoluto che detiene sul
mercato e nell’opinione comune e riguadagnare
spazio, tra l’altro, esattamente a quei romanzi
«che non siano romanzi» o alle «scritture
» (spurie, ibride, non incasellabili) in cui
la prosa del mondo non entri che di straforo,
magari, ma i cui autori non siano per questo
da ritenersi meno accorati rispetto ai destini
generali dei vari Littell o Houellebecq di turno.
E più in generale: siamo così sicuri che la
narrazione in forma romanzesca sia davvero
da prendere a tutt’oggi con questa serietà? Se
si smettesse di leggere certi romanzi e si cominciasse
a leggere anche in forme meno
massive ma più consapevoli della poesia o
della filosofia o delle scienze, quale sarebbe il
danno (al di là dell’ovvio buon senso del maggior
piacere che anche il romanzo di più complessa
lettura può procurarci)?
Mazzoni riconosce nella «forma della vita»
romanzesca il modo principale di ricollocazione
ed elaborazione della esistenza «singolare
» entro la storia sociale che la emargina e
la nientifica, riducendola o al solo intrattenimento
(a parte obiecti), o alla pura conquista
di un posto mediatico (a parte subiecti). Polemica
peraltro solo deducibile, e non pienamente
espressa: al fondo del libro c’è quella
intenzione già del Mazzoni poeta (I mondi,
Donzelli) prima ancora che teorico della poesia,
di riportare alla luce quelle «singole» vite
dai dettagli e, attraverso la loro significante
parzialità, rivalutare, riscoprendolo, il senso
di ogni presenza, il valore del passaggio di esistenze
non eccezionali. È una poetica ben evidente
anche nella costruzione e nello svolgimento
di questo saggio, che istruisce ma soprattutto
appassiona: come un romanzo?
 
 
 
 
 
fonte: La Lettura del Corriere della Sera, 8-01-2012
 
 
 
 
 
G.P. – Il piacere di sentirsi un oggetto
 
 
 
 
 
Il critico letterario tradizionale, da qualunque scuola o metodo provenga, di fronte al comparatista non può che provare un sentimento ambivalente, in cui all’ammirazione si mescola un po’ di invidia (ma quante cose sa?) o di intermittente irritazione (ma come le mette insieme?). Prendiamo due libri diversi (entrambi editi dal Mulino) come Teoria del romanzo di Guido Mazzoni, di cui ci siamo occupati in precedenza, e il recente Feticci, di Massimo Fusillo. Il primo individuava un nucleo teorico per seguirne lo sviluppo storico, approdando a un esito annunciato dalle premesse, a prezzo, dicevamo, di qualche esclusione di troppo. Effetto: mal di testa da concentrazione. Nel libro di Fusillo, invece, ogni capitolo è dedicato all’incontro o «campo di tensione» tra il tema prescelto e il suo significato: nella fattispecie, a una delle possibili declinazioni mitopoietiche o precisamente drammatiche (visto che a prevalere è la teatralizzazione, col culmine dell’installazione intesa come «scena sospesa privata degli attori») dell’oggetto-feticcio. Così, in ciascuno dei sette capitoli di cui il libro consta, si va da Apollonio Rodio a Oscar Wilde, da Plinio a Louise Bourgeois, dalla fiaba classica al fetish-movie, da Proust a Pistoletto, dalle nature morte already made. Rischio: ubriacatura da eccesso di informazione-esposizione.
Non che manchi un’idea, o più idee forti a supportare il campionario (metacampionario, anzi: visto che il toposdel feticismo è proprio, a quanto pare, l’accumulazione nelle sue più varie forme, dall’enumerazione caotica al collezionismo defunzionalizzante). Già soltanto la possibilità di conciliazione tra l’oggetto sostitutivo (o transizionale) psicoanalitico col sovrasenso «auratico» di Marx (passando, magari, per gli «oggetti desueti» di orlandiana memoria) non è operazione di poco rilievo. Con l’emersione comune, poi, di un’insoddisfazione, o, al contrario, di una tensione vitale (del resto il feticcio si pone o no come luogo ideale di compresenza fra pulsione erotica e tanatofilia?) che può condurre tanto all’attrazione per l’inanimato (il ritratto, la statua, l’automa, il manichino) quanto alla restituzione alle cose di un’anima perduta (primitivismo, realismo magico etc.). E viene senz’altro opportuna anche la non scontata distinzione tra «dettaglio», ossia il feticcio come autonoma resezione extracontestuale, e «frammento», che al contesto viceversa non rinuncia, considerando il singolo nella sua possibilità di riconduzione a un senso (o a una mancanza di senso) ulteriore.
Daniele Giglioli, in un saggio di qualche anno fa, distingueva i critici contemporanei in «talpe» e «gazze»: gli uni si muoverebbero sulle tracce della loro personale ossessione; gli altri sarebbero attratti da tutto ciò che luccica. Scontato collocare il cacciatore o collezionista di feticci nella seconda categoria? E però la natura sovraccarica di umori dell’ossessione feticista ne fa, al contempo, un perfetto argomento da talpe. Senza dimenticare che il libro è in questo caso un feticcio di per sé, con la copertina evocativa di un contesto, quello del cosiddetto «Bdsm», cui Fusillo si riferisce tra l’altro per sfatare uno dei più grossi equivoci che vi si associano: che si tratti, cioè, di pratiche violente, da pervertiti. Della messinscena sadomasochistica, col suo corredo di oggetti atti allo scopo, entra nell’immaginario comune soprattutto la ritualità talvolta un po’ grottesca: quello che qui si apprende, all’opposto, è che esiste un piacere (reciproco e consenziente) della reificazione, dell’usare il corpo (o permettere che si usi) come fosse una cosa.
Un risvolto perturbante dell’anima che si è attribuita agli oggetti via via incontrati nel dettagliato excursus, dal calice dell’Eduard goethiano alla sputacchiera di Rushdie. E hai voglia a dire che la neoavanguardia e gli sperimentalismi annessi avevano combattuto (ma forse non vinto) l’estetica antropocentrica, riducendo l’io a una delle tante appercezioni possibili (in specie col nouveau roman che avrebbe esaltato «l’alterità assoluta degli oggetti con uno sguardo privato di ogni proiezione emotiva e affettiva»). No, il feticcio è tale perché al centro è l’umano, cui inevitabilmente rimanda, svelandone debolezze e ambiguità, ma anche fervore e potenziale creativo.
Questo è il vero acquisto esegetico del libro, al di là del campionario postmodernista di mirabilia: non per caso di quella congiuntura o Zeitgeist (il postmoderno) Fusillo viene rivendicando, sia pur in coda al discorso, l’attualità, di contro agli attardati o novelli paladini del realismo (coi «nei» del caso, parafrasando Arbasino). Reale, sì: come può esserlo una palla da baseball che racconti, al tatto, la storia di una nazione in un romanzo.
 
 
 
 
 
Catullo – c.16
 
 
 
 
 
pedicabo ego uos et irrumabo,
Aureli pathice et cinaede Furi,
qui me ex uersiculis meis putastis,
quod sunt molliculi, parum pudicum.
nam castum esse decet pium poetam
ipsum, uersiculos nihil necesse est;
qui tum denique habent salem ac leporem,
si sunt molliculi ac parum pudici,
et quod pruriat incitare possunt,
non dico pueris, sed his pilosis
qui duros nequeunt mouere lumbos.
uos, quod milia multa basiorum
legistis, male me marem putatis?
pedicabo ego uos et irrumabo.

Gilda Policastro – Non solo Houellebecq e Littell Evviva le vite ordinarie. E i dettagliultima modifica: 2012-05-26T14:40:36+02:00da mangano1
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