Paolo Calabrò, “Realtà in sé” e relazionalità. Intervista a Carlo Sini

“Realtà in sé” e relazionalità. Intervista a Carlo Sini

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di Paolo Calabrò

 
Professor Sini, entriamo subito in argomento: esiste la cosa in sé?

Una critica radicale alla nozione di “realtà in sé” (idem: “cosa in sé”) si impone non appena ci si accinga a valutare la verità della fisica e l’esistenza dei suoi oggetti. Senza questo preliminare passaggio, ogni dialogo e ogni rispondere si aggirerebbero in un continuo fraintendimento. Per questa critica posso rimandare a Da parte a parte. Apologia del relativo (ed. ETS, Pisa 2008). Qui mi limito a ribadire che la nozione, o l’idea, di una realtà “assoluta” – cioè sciolta, appunto, da qualsivoglia nozione o idea, essendo essa anzitutto una nozione o idea – è palesemente assurda e inconsistente.

Possiamo forse dire che la verità sia relativa al “pensiero”, o al “soggetto”?

No, se con ciò intendiamo una qualche forma di idealismo volgare, in cui in certo modo la realtà venga “creata” ovvero “posta in essere” dal pensiero o dal soggetto. La mia posizione è che ogni contenuto di esperienza – ogni incontro di mondo che facciamo – è sempre relativo a una pratica (di vita, di parola, di scrittura) nella quale il soggetto è già preliminarmente preso e alla quale è appunto soggetto. Il fisico è preso nella sua pratica di fisico, all’interno della quale vengono elaborati concetti e oggetti, in relazione anche a un certo modo di fare esperienza e di organizzare esperimenti: un’attività molto complessa e di molto recente costituzione.

Dunque, una verità relazionale.

La verità è relativa, cioè in relazione alla pratica che esercita, la quale è peraltro un intreccio mutevole di molte pratiche (sicché gli oggetti fisici, come i soggetti fisici, sono in continuo movimento, il che naturalmente è un pregio, non un difetto). Ma non sono in movimento verso una verità finale assoluta (finalmente sappiamo com’è fatta “LA REALTÀ”); sono in movimento con la trasformazione delle figure dei soggetti e del loro mondo comune. E può essere che un giorno la fisica e i fisici, queste pratiche, scompaiano dalla terra, come è sempre accaduto per molte pratiche.

Come commentare l’ipotesi di Dirac: «è assunta l’esistenza di un mondo esterno. Questa è tutta la metafisica di cui avremo bisogno»?

L’idea di un mondo “là fuori” – fuori dove? Rispetto a quale “dentro”? – è un’idea superstiziosa, cui bisogna imparare a rinunciare. Se abbiamo davvero maturato la consapevolezza della sua assurdità (se l’abbiamo davvero “vista”), allora la maggior parte delle domande in tal senso divengono inutili o prive di senso: per esempio, che esistenza abbiano gli oggetti in un dato momento storico ecc. L’oggetto non è una cosa in sé, che esiste senza relazione alle nostre pratiche determinate e concrete; quindi la sua esistenza si concentra e si esaurisce, direbbe Peirce, nel suo “produrre effetti”. Sino a che li produce ed è esca per delle risposte e delle azioni entro pratiche definite, in questo senso e in questo ambito “esiste”.

Che ne sarà allora della distinzione kantiana tra noumeno e fenomeno?

Il punto dirimente è la distinzione tra evento e significato. L’evento (del significato) non è un altro significato, o un significato “superiore”, “spirituale”, “eterno” e così via; l’evento del significato ha nel significato, di cui è soglia di accadimento, una figura diveniente. I significati accadono nelle pratiche che a loro volta sono eventi di soglia. I predicati interni o significati interni di ogni pratica o intreccio di pratiche qualificano l’evento sempre nella parzialità della loro azione o visione, cioè del loro essere strutturalmente “in errore”.

Questo chiamare in causa l’errore potrebbe far pensare alla possibilità di altri significati, “più adeguati alla verità in sé”?

Tutt’altro: un simile “significato più adeguato alla verità in sé” sarebbe uguale a ciò che non ha significato (cioè a nulla). L’errore, l’essere in errore delle figure della verità è l’esperienza viva della verità, cioè della vita del suo evento che continuamente rimodella e si rimodella nei significati. L’idea che possano esserci significati che, nella loro strutturale parzialità, qualifichino definitivamente la verità dell’evento è solo una veduta mortuaria, oltreché superstiziosa.

Ma le “pratiche” di cui parla sono infine tutte uguali? È giusta la pretesa della fisica di essere la più oggettiva e universale, anzi l’unica?

Penso che effettivamente vi siano pratiche (di vita, di parola, di scrittura) la cui forza universalizzante è più potente o più efficace di altre, per esempio, perché iscritta su componenti strutturali della nostra forma di vita e della sua storia evolutiva. Che la scrittura matematica ne partecipi mi sembra derivare dalla sua inclusione originaria nella esperienza del ritmo. Ssenza ritmo, cioè “eccolo di nuovo”, come diceva Whitehead, niente esperienza, niente di niente e soprattutto nessuna possibilità di “identificazione”, cioè di identità, di unità, di misura algoritmica e strutturazione del tempo e dello spazio. Ecco perché la scrittura matematica è assai universalizzante, cioè produce abiti soggettivi atteggiati universalmente e relativi a oggetti, come il moto della terra, gli antipodi e così via, cose cioè lontane e d’altra natura rispetto alla comune esperienza sensoriale.

Ha scritto che la fisica, nata con l’intento di spiegare i fenomeni del mondo visibile, finisce per negare risolutamente il senso comune producendo una realtà invisibile che bisognerebbe ritenere l’unica vera (ad esempio, quella della meccanica quantistica). Meccanismo che invade tutta l’esperienza, per cui si può affermare che il Sole che vede di Tolomeo non è lo stesso Sole che vede Copernico?

È vero. Il sole di Tolomeo nasce da pratiche che in parte vengono ereditate da Brahe e da Copernico e in parte no, oltre alle pratiche di vita molto diverse che caratterizzano questi soggetti. È così che gli oggetti mutano e non sono, se non solo parzialmente, sovrapponibili, nel che non vi è mistero o scandalo alcuno. Questo non significa che il sole venga “creato” dalla lingua umana (che è una pratica anch’essa diveniente e divenuta), dalla umana esperienza ecc. O meglio, lo è in relazione al divenire del significato – di cui anche la parola è parte preminente, ma certamente “storica”, cioè diveniente -, ma non lo è come evento originante tutte le esperienze che ne facciamo sul piano del mondo della vita, della parola e della scrittura.

Discorso che investe anche le tante polemiche sull’evoluzionismo.

In questa luce, le polemiche contro l’evoluzionismo darwiniano dimenticano di considerare i limiti oggettivi di quella pratica; in sostanza parlano d’altro, così come gli scienziati evoluzionisti dimenticano peraltro che ciò di cui parlano è relativo alla loro pratica: essi condividono con i loro oppositori il pregiudizio della realtà e verità in sé. Ciò che non condividono sono le loro rispettive emozioni: gli uni l’esigenza passionale che un dio creazionista esista, per la loro felicità e tranquillità; gli altri l’esigenza che le cose che dicono siano “dimostrabili” e sperimentabili secondo il decoro responsabile della oggettività scientifica.

Cioè, in altri termini: la scienza come “narrazione”.

Se consideriamo le cose in questo modo, anche la scienza è una grande narrazione, con la sua storia ancestrale e recente; in questo senso è un mito, sebbene i suoi oggetti nascano da pratiche che si propongono in modo più consapevole la costruzione di un testimone universale. La sua indebita retroflessione [argomento approfondito in C. Sini, Idoli della conoscenza, ed. Cortina, 2000, N.d.R.] porterebbe a scambiare il risultato con la premessa (poiché abbiamo costruito, grazie all’essere soggetti divenuti all’interno delle nostre pratiche, al loro evento, oggetti così e così, allora questi oggetti esistevano anche prima, indipendentemente dalla loro relazione con tutto ciò). Osservare che la retroflessione del testimone è indispensabile per costruire una storia, cioè una genealogia (quella per la quale è il figlio che rende padre il padre, il quale non sarebbe tale senza di lui), non significa dimenticare che la sua ricostruzione è un cammino in errore della verità, cioè propriamente quella esperienza della verità che continuamente facciamo in difetto, ma anche come esperienza sostanziale nel nostro inevitabile correggerci. La verità è vita del transito, non morte del significato preso come suo sepolcro definitivo e assoluto.

Si può dire infine che la Sua sia una metafisica dualistica?

La mia posizione è dualistica esattamente nel senso in cui è relazionale (e qui potrei pensare a un accostamento al senso che a questo termine ha dato il filosofo catalano Raimon Panikkar). Una relazione è un due, ma ogni evento della relazione e delle relazioni è un uno. Ma devo aggiungere: un uno improprio, poiché non ha alcuna determinatezza (che implica sempre una relazione e quindi un due). La natura della onnipervasività “verticale” accompagna ogni dualità orizzontale. L’evento onnipervasivo di cui parlo non è una cosa né una realtà né un’esistenza (tutte “cose” che abitano i significati). L’evento è il fatto vivente del mio esser qui a praticare la vita nel modo in cui io sono accaduto praticandola, cioè come soggetto a pratiche determinate (per esempio questa, di un dialogo idealmente filosofico ecc.).
Questa “situazione” originaria, inaggirabile, inoggettivabile, mai ferma e neppure in movimento, è il presupposto di ogni posto, direbbe Hegel, è la vivente presenzialità dell’esserci, direbbe Heidegger. Il pensiero delle pratiche è un modo per sollevarsi a vedere questa premessa in errore che è il mio essere già sempre gettato e divenuto nella vita della verità: attenzione estatica ed auto-bio-grafica, cioè vita che si scrive nel sapere e che si affranca, nel sapere delle pratiche, dalla superstizione oggettivante dei saperi. Foglio-mondo della verità come “etica” del sapere.

 

Paolo Calabrò, “Realtà in sé” e relazionalità. Intervista a Carlo Siniultima modifica: 2012-05-24T15:32:15+02:00da mangano1
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