FRANCESCO PULLIA ,L’immenso compito che abbiamo innanzi.

FRANCESCO PULLIA
L’immenso compito che abbiamo innanzi. Intervista a Marco Maurizi

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19-03-2012
Per l’editore Ortica è uscito in questi giorni “Asinus novus. lettere dal carcere dell’umanità” di Marco Maurizi. L’autore, ricercatore all’Università di Bergamo, si è occupato di teoria critica della società pubblicando, tra gli altri, “Adorno e il tempo del non-identico. Ragione, progresso, redenzione” (Jaca Book, Milano 2004) e “Al di là della natura” (Novalogos, Aprilia 2011). Cura assieme ad alcuni amici il blog antispecista “Asinus novus”.

Partiamo dal titolo. Che cosa significa “Asinus novus”?

Il titolo è un riferimento ironico ad “Angelus Novus” titolo di un quadro di Paul Klee, che fornì il titolo ad una raccolta di saggi del filosofo tedesco Walter Benjamin. L’ironia è riferita al fatto che l’uomo si è sempre aspettato la redenzione in una trascendenza e in una spiritualità viste come negazione dell’animalità umana. Io ho voluto modestamente suggerire agli umani di cominciare dall’inferno (non simbolico ma reale) che hanno creato su questa terra per i loro compagni animali, augurandomi che dalla salvezza che possiamo ancora donare loro possa magari aprirsi una speranza anche per noi. Sono infatti convinto che la violenza che esercitiamo sul vivente non-umano sia profondamente intrecciata con quella che l’uomo esercita contro il proprio simile.

Sì, si tratta di questioni che hai affrontato diffusamente nel tuo testo precedente “Al di là della natura” (Novalogos, 2011). Ma questo testo è molto diverso nello stile. Quasi letterario. In effetti è un libro di lettere. Perché questa scelta?

Da un lato, volevo sperimentare la via di un linguaggio più diretto e comunicativo rispetto ai saggi filosofici che ho scritto finora. Dall’altra mi sembrava che scrivendo della sofferenza animale a vari destinatari (una donna di scienza, un padre, un cattolico, un animalista, un’artista) fosse più semplice evidenziarne le mille sfaccettature, le mille prospettive.

Francesco Pullia

Nato a Terni il 4 novembre 1956, è radicale da quando aveva quattordici anni. Vegetariano, animalista, appassionato gattofilo, è militante nonviolento, capitiniano.

Perché le hai chiamate “lettere dal carcere dell’umanità”?

Perché l’umanità se non riesce a guardare oltre se stessa diventa una prigione, la gabbia dell’egoismo di specie, la camicia di forza del solipsismo che ci impedisce di vedere gli altri esseri viventi come compagni di vita su questa terra. Occorre però capire che il nostro non vederli e sentirli non è un “fatto”, è la conseguenza di un atteggiamento, di una scelta: la scelta di girare la testa dall’altra parte, di non ascoltarli.

Tuttavia, nella lettera ad un animalista non lesini critiche anche a chi difende gli animali. Come mai?

Trovo che il compito che abbiamo di fronte è immenso e che non ci rendiamo ancora conto di quale cambiamento esso implichi. I cosiddetti “animalisti” (termine che esiste solo in Italia e che indica tutto e niente) passano più tempo a litigare tra di loro che a progettare strategie per realizzare i loro obiettivi. Questi obiettivi sono politici. Non è possibile immaginare la fine dello specismo senza porre contestualmente fine allo sfruttamento umano. Come dico sempre: l’uomo non potrà trattare come fratelli gli animali se tratta i propri fratelli umani come animali.

La lettera al padre è una lettera molto intensa che parla di infanzia. Che rapporto c’è tra i bambini e gli animali?

Un rapporto difficile. Non in sé, perché penso che tra bambini e animali ci sia un’intesa abbastanza spontanea, fondata sulla curiosità e sulla capacità di trovare altre vie rispetto al linguaggio verbale che costituisce uno dei motivi che ci rende così faticoso il dialogo con le altre specie (“faticoso”, non “impossibile”…è sempre una questione di scelta!). Tuttavia, la nostra società ci ha talmente alienato dalla vita animale da rendere questo incontro difficilissimo. A meno di non voler considerare zoo, circhi e cartoni animati delle forme di “incontro” con gli altri animali, mentre in quelle situazioni non si incontra nulla se non la traccia che l’umano lascia sull’altro-da-sé per renderselo simile. Mi sembra ovvio che uno dei motivi per cui l’umanità cresce nella stragrande maggioranza con un atteggiamento specista derivi da questo. Non è una cattiveria “insita” nell’uomo. E’ la società che è specista e ci alleva, insieme agli animali, come comparse inconsapevoli di questa tragedia collettiva.

Il finale del libro è molto particolare. Una lettera scritta da un asino ad un angelo. Perché questa chiusura quasi favolistica?
Ti confesso che non lo so ma quando mi è venuta l’idea ho trovato che funzionasse bene. Da un lato, assumendo le vesti dell’asino esplicito che c’è sempre una finzione in ogni “io” che parla e questa finzione ha sempre a che fare con il travestire d’umano gli animali che sempre siamo. Ma il fatto di travestirmi da asino, alla fine, vuole anche significare che noi umani dobbiamo assumere coraggiosamente questo paradosso che ci costituisce e che sognare di “tornare indietro” ad una pura animalità è solo una favola. La civiltà è il nostro modo di essere animali. Si tratta di renderla veramente “civile”, cioè giusta, libera, solidale come finge di essere, non di celebrare la barbarie. E io penso che solo gli altri animali possano insegnarci questo. Se mai riusciremo ad ascoltarli e a farci umili come loro.
 

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