Corrado Bevilacqua, La pagliuzza e la trave

La pagliuzza e la trave
Pretesti di una critica della politica
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Ai miei genitori

“La burocratizzazione e l’atomizzazione
contribuiscono a abolire la coscienza”
Georges Bensoussan L’eredità di Auschwitz

Una crisi di civiltà – Parlare della crisi attuale è parlare del Novecento. La crisi attuale, infatti, non è una crisi come le altre. Essa è una crisi di civiltà. La civiltà in parola è la civiltà del Novecento: la civiltà della scienza e della tecnica, la civiltà della penicillina e della bomba atomica, la civiltà di Disneyland e di Auschwitz.

Il Novecento fu un secolo ricco di contraddizioni. Se, per un verso, esso è il secolo nel quale l’umanità ha dato il peggio di se stessa. Per un altro verso, esso è il secolo che ha favorito come non era mai accaduto in passato il miglioramento delle nostre condizioni di vita e di lavoro, ha allungato la vita media, ha innalzato in modo impensabile le speranze di vita dei bambini alla nascita.

Nello stesso tempo, se è vero che,  grazie alla globalizzazione, la moderna produzione industriale si è estesa a paesi nei quali essa era precedentemente sconosciuta, è anche vero che è aumentata la differenza fra chi ha e chi non ha, fra chi muore perché non ha da mangiare e chi muore a forza di mangiare, fra chi consuma così tanta energia da provocare danni irreparabili alla atmosfera e chi non ha legna sufficiente per cucinare una po’ di polenta.

In altre parole, il mondo contemporaneo è caratterizzato, come notò l’antropologo americano Geertz, dalla presenza d’un paradosso:  il procedere della globalizzazione, invece di eliminare le differenze, le aumenta, invece di eliminare il bisogno dello stato nazionale, aumenta la necessità della sua presenza. Invece di ridurre le differenze nella distribuzione del reddito, le aumenta, come Milanovic dimostra in Mondi divisi.

La conseguenza è che siamo ancora lontani da essere “cittadini del mondo” nel senso pieno della parola, come spiega Archibugi in Cittadini del mondo; e non si vede come, in presenza di tali disuguaglianze, si possa parlare di quella che Martinelli chiama democrazia globale.

La democrazia, come scrisse Dahl, significa uguaglianza politica e l’uguaglianza politica non può non fondarsi su quella che Dahrendorf chiamò uguaglianza delle chances di vita; che Einaudi definì uguaglianza delle condizioni di partenza; che Sen analizzò in termini di entitlements e capacities.

Come scrisse, infatti, Sen, la libertà non è solo condizione dello sviluppo; essa è anche mezzo, laddove essa non sia intesa solo come la rimozione di tutti i vincoli giuridici, economici e sociali alla libertà di commercio, come la intende Baghwati; ma sia intesa come libertà dal bisogno, libertà dalla paura …

Alcuni anni fa, il Nobel per l’economia, l’americano Stiglitz, si pose la domanda: “Può la globalizzazione funzionare?”. La sua risposta fu che la globalizzazione può funzionare a patto che che intervenga un cambiamento di mentalità, una volta si sarebbe detto di visione del mondo, di idea che noi abbiamo di noi stessi, come uomini.

La globalizzazione ha distrutto il vecchio tessuto sociale, come ha scritto il sociologo francese Touraine, ha messo in crisi le vecchie soggettività, ne ha create di nuove; ha posto fine al vecchio individualismo come ha posto fine alle vecchie identità di classe; ha creato nuove identità non più basate sulla classe di appartenenza.

Nello stesso tempo, le classi come gruppi di individui che occupano dei posti differenti e gerarchizzati nel processo della riproduzione sociale continuano ad esistere e questo fatto apre una contraddizione fra essere sociale e coscienza sociale che è la vera causa del malessere che è presente nella società contemporanea.

Alla fine degli anni cinquanta del novecento l’economista di Harvard, Galbraith pubblicò uno famoso libro intitolato The affluent society, tradotto in italiano con il titolo La società opulenta. Nel libro Galbraith stigmatizzava l’esistenza di una stridente contraddizione fra ricchezza privata e miseria pubblica.

Qualche tempo dopo, Harrington pubblicava il libro L’altra America: l’America dei ghetti negri, degli slums, della discriminazione razziale, delle sacche di povertà in mezzo all’abbondanza; un’America che era diversa dall’America che noi ragazzi, innamorati dell’America, vedevamo nei film e di cui leggevamo nei romanzi di Hemingway, Steinbeck, Faulkner, Dos Pasos, Scott Fitzgerald, Dreyser.

Al mito americano divulgato dall’industria cinematografica e dalle grandi case editrici che sfornavano famose riviste stampate su una costosissima carta patinata si contrapponeva il mito dell’Urss: il mito della potenza nucleare nata dal nulla grazie all’immane sforzo del popolo lavoratore sovietico. 

Ciò creava una situazione in cui o si era per l’America o si era per l’Unione sovietica. Era difficile stare a guardare, mentre i bombardieri strategici americani volavano sopra le nostre teste pronti a sferrare il first strike, perché sia gli americani che i russi sapevano che non avrebbero avuto né il tempo né il modo di rispondere al first strike.

Oggi, tutto ciò fa parte della storia; la storia d’una follia collettiva, d’una guerra cominciata nell’ottobre del 1917 con l’avvento al potere in Russia del partito bolscevico. Tale guerra era proseguita con l’avvento al potere di Mussolini e di Hitler; era continuata con la Seconda guerra mondiale e si era poi prolungata in quella che divenne universalmente nota come Guerra Fredda.

Il crollo dell’Unione sovietica ha chiuso una fase della storia e ne ha aperta un’altra. Secondo il famoso politologo americano Huntington, se mai fosse scoppiata una nuova guerra, essa non sarebbe più scoppiata su base ideologica ma culturale. Per Huntington, infatti, il nuovo scontro non era più politico, ma era uno “scontro di civiltà”.

Tale tesi sembrò trovare conferma dapprima nelle guerre che insanguinarono la Jugoslavia negli anni novanta del secolo scorso, in particolare la guerra di Bosnia; poi con gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 contro le Twin Towers del TWC di New York.

Per comprendere l’11 settembre occorre ricordare che per il fondamentalismo islamico il mondo si divide in due parti: la parte occupata dall’Islam e la parte occupata dagli infedeli che va condotta sotto il dominio dell’Islam. Colpire gli Stati Uniti voleva dire colpire il nemico al cuore, essendo gli Stati Uniti l’emblema dell’Occidente.

Tutto ciò venne spiegato in modo chiaro e preciso da Ayman al-Zawahiri in Cavalieri sotto la bandiera del Profeta. Nel testo, al-Zawahiri spiega che il compito che s’era dato il movimento jihadista era stato 1) quello di colpire il padrone che protegge il suo lacchè; 2) mettere la umma dalla parte del movimento mirando all’obiettivo che essa avrebbe voluto raggiungere. Così facendo, il movimento jhadista aveva messo in pratica il precetto coranico.

Come aveva scritto, infatti, Abdallah Azzam, maestro di bin Laden, “nell’Islam il combattimento è legittimo per difendere la parola di Dio, salvare l’umanità dall’empietà, passare dalle tenebre di questo mondo alla luce in questo mondo e poi, nell’aldilà”. E aggiungeva che “l’omicidio e il combattimento sono una necessità imposta ai musulmani, perché devono portare il vessillo dell’Islam ed estenderlo “a ogni collina e in ogni pianura”

Tale visione dell’Islam traeva origine dall’insegnamento di Hasan al-Banna, fondatore nel 1928 dei Fratelli musulmani e di Sayyid Qutb.

“Credo che il vessillo dell’Islam deve dominare l’umanità e che il dovere di ogni musulmano consiste nell’educare il mondo secondo le regole dell’Islam; prometto di lottare finché vivrò per realizzare questa missione e di sacrificarle tutto ciò che posseggo”, scrisse al.Banna. E Sayyid Qutb in Pietre miliari aveva spiegato come solo l’Islam poteva salvare l’umanità dall’autodistruzione cui l’aveva condannata il materialismo occidentale.

Se noi prescindiamo da queste prese di posizione non comprendiamo né l’11 settembre né ciò che gli seguì. Mi riferisco aal tono da crociata che assunse la lotta a terrorismo e all’elaborazione della teoria dell’asse del male che fornì la copertura ideologica alle avventure militari di George W. Bush le cui conseguenze negative sono cadute sulle spalle del suo successore alla Casa bianca.

In questo contesto, possiamo dire che il piano elaborato da Osama bin Laden ha funzionato. L’11 settembre, infatti, altro non era che una trappola escogitata per costringere gli Usa ad uscire dalla loro fortezza, costringerli a combattere su un terreno che non era il loro e batterli come era avvenuto in Afghanistan con i russi.

Gli americani sono andati in Afghanistan. Sono trascorsi dieci anni da allora e sono ancora lì a combattere contro i Talebani che, sconfitti sul campo, si sono ritirati nelle regioni tribali, si sono preparati per un loro ritorno al potere a Kabul, cosa che è stata finora loro impedita dalla presenza degli americani e dei soldati della Nato.

Alcuni anni fa, il politologo americano Kagan pubblicò un libro intitolato Paradiso e potere dove affermava  che gli americani vengono da Marte e che gli europei vengono da Vere. La definizione di Kagan diventò il motto dell’amministrazione Bush che per giustificare la sua politica bellicista inventò un nuovo genere di guerra, la “preemptive war”.

Tale genere di azione veniva giustificato dalla amministrazione Bush con il fatto che, mentre durante la Guerra fredda, il nemico era conosciuto e le sue azioni erano visibili, ora si aveva a che fare con organizzazioni terroristiche che agivano nell’ombra e che potevano colpire quando meno ce l’aspettavamo.

Per impedire che ad esse di colpirci, occorreva prevenire le loro azioni, colpendole dove esse si nascondevano. Fu su questa base che, come ricorda Barber in L’impero della paura, gli Usa decisero di muovere guerra all’Iraq accusato d’essere pronto ad usare contro Israele ed i suoi alleati occidentali, le armi di distruzione di massa (WMD) che esso possedeva.

Vanamente, il politologo americano, Nye, aveva cercato di dimostrare che, per quanto gli Stati Uniti fossero una superpotenza – anzi, l’unica superpotenza esistente – essi non poteva “andare da soli”. E, in effetti, non andarono da soli, ma si portarono dietro la Gran Bretagna di Tony Blair, fautore negli anni novanta della “guerra umanitaria” contro la Jugoslavia di Milosevic..

Il fallimento della missione in Iraq indusse il politologo nippo-americano Fukuyama a rivedere criticamente le posizioni dei neocons americani e a  tentare la strada della elaborazione d’una nuova strategia chiamata wilsonismo realistico. Trascorsero due anni, Obama vinse le lezioni e scoppiò la crisi finanziaria.

Le cause della crisi sono note. Giochi truffaldini da parte degli intermediari finanziari, voglia di far denaro in modo facile da parte di vedove e orfani di individui arricchitisi in modo spiccio e di individui inesperti facilmente ingannati da infedeli funzionari di banca.

Ciò ha creato una situazione di “euforia irrazionale” che ha gonfiato una bolla speculativa attorno a titoli spazzatura. La bolla, a un certo punto, è esplosa come succede da sempre con le bolle speculative a cominciare dalla famosa bolla secentesca dei tulipani.

A farne le spese, sono stati vedove e orfani e individui inesperti ingannati da infedeli funzionari di banca. Le banche, che erano le vere responsabili della crisi, invece, l’hanno fatta franca e si sono beccate i soldi stanziati dallo stato a copertura delle loro perdite. La crisi del 2008 è stata la seconda grande crisi della globalizzazione dopo la crisi  causata dal fallimento di Enron avvenuto ad inizio millennio.

Fine dell’Occidente? – I veneziani del buon tempo antico erano dotati di un grande senso pratico che impediva loro di stare seduti sui problemi, ma cercavano di risolverli avendo sempre come obiettivo quello di salvaguardare l’indipendenza della loro città, come dimostra la famosa vicenda dell’Interdetto.

I veneziani erano inoltre noti, non solo per la loro ricchezza, ma anche per aver creato una città la cui bellezza suscitava la meraviglia di chiunque avesse la ventura di visitarla. Essi,infatti non erano solo abili negli affari, ma avevano un innato senso del bello anche lungo tutto il periodo in cui essa fu, per dirla con Braudel, il centro dell’economia-mondo.

Poi, a seguito d’una lunga serie d eventi che cominciarono con la scoperta dell’America, il centro dell’economia mondiale si spostò dapprima a Anversa, quindi a Londra, dove rimase fino allo scoppio della  Seconda guerra mondiale, quando entrò in scena la potenza americana.

Nacque così il cd sistema di Bretton Woods centrato sulla presunzione che il dollaro fosse buono come l’oro. Tale presunzione fondata sull’impegno americano di convertire i dollari di carta in oro sonante durò fino all’agosto del 1971 quando il presidente amicano Nixon ne decretò la fine sospendendo la convertibilità dei dollari sparsi in giro per il mondo.

Le cause della crisi del sistema di Bretton Woods furono più d’una; fra di esse va annoverata la prassi delle grandi imprese americane che lavoravano all’estero di reinvestire all’estero i propri profitti. Oggi, la storia si ripete. Da New York il centro dell’economia mondiale s’è postato a Shangai aprendo quella che Arrighi ha chiamato crisi di egemonia.

Come ci insegnano le crisi di egemonia del passato, esse non sono mai indolori. Esse generano guerre, rivoluzioni. Il passaggio da Venezia a Anversa fu caratterizzato da Riforma protestante e Controriforma cattolica, guerre di religione, Concilio di Trento,  rivoluzione militare, rivoluzione scientifica: Copernico, Galileo, Keplero, Newton.

E più Venezia decadeva, più si diffondeva nel mondo il suo mito di città godereccia: “Alla mattina una meseta, a mezogiorno una beseta, alla sera una doneta. Oggi, il “Mondo novo” immortalato dal Longhi, è sostituto da Internet; ovunque c’è puzza, però, di decadenza. Una decadenza dorata, ma pur sempre di decadenza si tratta.

Essa è presente ovunque, a cominciare dal campo culturale. La vittoria delle forze del bene sulle forze del male, il crollo dell’Impero della menzogna, invece di stimolare la creatività, l’ha svirilizzata. Il senso di potenza s’è trasformato in puro e semplice autocompiacimento. La caduta del comunismo non ha portato alla alla fine della storia, ma alla fine dell’Occidente.

Al tempo della discussione sulla guerra contro l’Iraq, l’editorialista del New York Times, Thomas Friedman, pubblicò un articolo in cui, a fronte delle manifestazioni contro la guerra che in quei giorni avevano riempito le piazze di tutta l’Europa, si chiedeva se esistesse ancora l’Occidente.

Per Friedman, formatosi nell’ideologia del “manifesto destino” che giustificava tutte le azioni, per quanto aberranti fossero, di un popolo scelto da Dio, l’Occidente si identificava con l’America ed era inconcepibile che gli europei, potessero esprimere sua guerra contro l’Iraq un punto di vista diverso da quella della cricca annidata a White House, che della dottrina del “manifesto destino” aveva fatto la propria bandiera.

Per Friedman, la bontà della causa per la quale l’America aveva deciso di muovere guerra all’Iraq era self-evident e non richiedeva giustificazioni di sorta. Saddam Hussein era un pericolo per la pace mondiale a causa del suo possesso di weapons of mass-destruction. Pronte ad essere usate contro l’Occidente.

In realtà, le cose non stavano affatto così. La bontà della causa che aveva spinto l’America a muovere guerra contro l’Iraq era, come Jurgen Habermas e Jacques Derrida avevano scritto in un articolo pubblicato in contemporanea sulla Frankfurter allgemiene Zeitung e su Le monde, era tutt’altro che self-evident e gli europei avrebbero sbagliato a seguire l’America in Iraq.

Lo “strappo atlantico”, come l’aveva chiamato Rita Di  Leo, non solo era motivato, ma poneva anche gli europei di fronte ad un nuovo grande compito: quello di darsi una propria identità la quale, secondo Habermas e Derrida poteva nascere soltanto dalla consapevolezza d’un destino comune che ponesse fine a secoli di divisioni politiche, lotte religiose, rivalità economiche.

Non è stato così. Non solo non abbiamo ancora una costituzione europea nel senso autentico della parola, ma siamo anche ben lontani dall’aver posto fine alle divisioni politiche, alle lotte religiose e alle rivalità economiche che hanno contrapposto per secoli i popoli europei al punto da far scrivere allo storico polacco Kryzstoff Pomian che si potrebbe fare la storia dell’Europa facendo la storia dei confini degli stati europei.

Questo fatto è destinato ad avere effetti negativi anche fuori dell’Europa. Non basta, infatti, per gli europei inorgoglirsi del fatto che un po’ alla volta, spesso in modo caotico, i popoli di tutto il mondo stanno scoprendo quell’idea di democrazia che ebbe la sua culla nell’Europa delle rivoluzioni borghesi; occorre dare ad essi un punto stabile di riferimento e ciò non potrà avvenire finché l’Europa non riuscirà a darsi una propria identità politica.

Mi rendo conto che si tratta d’un problema che è tutt’altro che facile da risolvere; ma non ci sono alternative, Il tempo incalza. Esso non sta a aspettare i ritardatari. Ciò che sarà il mondo di domani dipende da noi e solo da noi.

L’euro è nella crisi perché la sua introduzione è stata realizzata con i piedi da degli incompetenti che hanno pensato a tutto meno che al prestatore di ultima istanza; cioè, hanno pensato a tutto meno a chi, in caso di crisi, doveva prendere sulle proprie spalle l’onere dell’aggiustamento.

Adesso, quegli stessi signori vorrebbero tirarci fuori dagli impicci. Smettiamola, perciò, di prendercela con i mercati. Sarebbe come prendersela con il capitalismo e voler fare, nello stesso tempo, i capitalisti. Non è possibile. Come scrisse infatti Dante, pentere e volere in un non puossi per la contraddizion che nol consente.

E smettiamola pure a prendercela con i paesi di nuova industrializzazione per le nostre difficoltà economiche. E’ il vecchio problema di quelli che Hegel chiamava popoli nuovi. I popoli europei sono vecchi, l’Europa puzza di stantio. Mentre gli altri popoli sono alle prese con il mistero della vita, noi europei discutiamo sulla dolce morte.

Laddove gli altri popoli sono alle prese con il problema del controllo delle nascite, noi europei ci permettiamo il lusso di essere depressi. Laddove negli altri popoli è in atto una lotta per la sopravvivenza del più forte, da noi in Europa è da tempo in atto una campagna politico-culturale che esalta la debolezza.

Laddove gli altri popoli rispondono all’unisono con un sì alla vita, noi ci ritiriamo tremebondi di fronte ad essa. E’ così che muore l’Europa. Non con uno schianto ma con un piagnisteo.

Pace e guerra – Pace e guerra sono due parole che vengono spesso usate in senso contrapposto, ma si tratta d’un palese errore. La vera contrapposizione è tra guerra e politica. La guerra è, infatti, come scrisse Carl von Clausewitz, “un atto di violenza per costringere l’avversario a eseguire la nostra volontà”; in altre parole, la guerra è un gioco nel quale il vincitore si prende l’intera posta.

La politica è, come spesso si dice, l’arte del  compromesso, dove il compromesso è basato sullo scambio: oil for food, peace for land. In altre parole, la politica è un gioco nel quale tutti i giocatori vincono una parte della posta.

La pace è, per dirla con sant’Agostino, la tranquillità nell’ordine. In quanto tale, essa richiede la realizzazione d’una vera giustizia, d’una vera uguaglianza, d’una vera solidarietà  – condizioni che oggi non esistono ed è per questo che ci sono le guerre.

Le guerre sono di diversi tipi: guerre economiche, politiche, etniche e religiose. Recentemente, a queste guerre si sono aggiunte le guerre umanitarie. Qualcuno può chiedere cosa ci sia di umanitario in una guerra. La risposta è che in una guerra non v’è alcunché di umanitario, ma ciò non impedisce di farla per salvare delle vite innocenti.

In tal senso, la guerra umanitaria fa parte a giusto titolo della famiglia delle guerre giuste, dove, per essere giusta, una guerra deve avere, come ha recentemente ricordato Walzer, una causa giusta, l’autorità che la dichiara dev’essere un’autorità legittima, non devono esserci alternative, la guerra dev’essere il male minore.

Di ciò si discusse molto al tempo della guerra della Nato contro la Jugoslavia. Allora, il segretario generale dell’organizzazione, Xavier Solana, giustificò la guerra dicendo che essa intendeva porre fine all’ethnic cleansing in Kosovo, a impedire un’ulteriore destabilizzazione nei Balcani e che inoltre tutte le altre vie “had been exausted”. Rimaneva, piccolo neo, il fatto che la Nato non era l’autorità legittimata a dichiarare la guerra!

Poi, ci fu l’11 settembre. L’America decise di muovere guerra all’Afghanistan governato allora dai Talebani, accusati di aver dato ospitalità a Osama bin Laden, considerato il master mind  dell’11 settembre. La Nato decise di intervenire a fianco degli americani in nome della lotta al terrorismo e per aiutare gli afghani a costruire un nuovo stato. Sono trascorsi dieci anni da allora. Soldati  americani e soldati della Nato stanno ancora combattendo in Afghanistan e il nation building è ancora per aria.

I soldati americani si sono ritirati invece dall’Iraq che avevano invaso nel 2003 in nome della diffusione della democrazia nel mondo arabo. La guerra avrebbe dovuto essere, per usare le parole del vice di Bush, Cheney, una passeggiata. La passeggiata s’è trasformata in una guerra sanguinosissima costellata da episodi che rappresentano degli autentici crimini di guerra, a dimostrazione di come sia facile per dei liberatori trasformarsi in carnefici.
 
Per renderci conto di questo fatto, possiamo leggere il libro di Gourevitch e Morris intitolato La ballata di Abu Ghraib, dove si narra ciò che avvenne nel famigerato carcere iracheno gestito dall’esercito americano, a dimostrazione di come sia vero che il male non solo esiste, ma è anche molto più banale di quello che si pensa.

I soldati americani protagonisti della vicenda erano delle persone normali. Fra di essi c’erano anche delle normali ragazze della provincia americana. Non erano né SS né Gestapo. Non erano dei criminali incalliti. Eppure, si sono comportati da criminali.

La mente corre a Uomini come noi dove lo storico americano  Browning racconta i crimini compiuti da un reparto di poliziotti di Amburgo mandati in Polonia a ripulire i territori occupati dall’esercito tedesco da comunisti ed ebrei.  

Dicendo questo, non intendo paragonare gli Usa alla Germania nazista. Intendo piuttosto sottolineare che nessuno può tirarsi fuori quando la macchina della guerra si mette in moto e, come si evince dalla stessa memorialistica, uno viene preso nei suoi ingranaggi.

Questo fenomeno è stato analizzato in modo approfondito da Leed in Terra di nessuno, da Gibelli in L’officina della guerra. da De Luna, il quale, in Il corpo del nemico ucciso scrive che “se nella morte c’è l’essenza definitoria della guerra, nel trattamento inflitto ai cadaveri degli avversari sono racchiusi gli aggettivi e i predicati che consentono di parlare di tante diverse guerre”.

E di tanti diversi modi di uccidere. Per renderci conto di questo fatto, possiamo pensare a quello che Pirjevec racconta in Le guerre jugoslave a proposito di ciò che è accaduto nei Balcani durante gli anni novanta del secolo scorso. Oppure, possiamo pensare a quello che accadde in quegli stessi anni in Rwanda, dove al mezzo delle fosse comuni usato nei Balcani si preferì quello del machete.

Ora, io credo che di fronte a eventi del genere sia vano voler usare gli strumenti della politica come ha tentato di fare Mamdani a proposito del Rwanda. E credo sia sbagliato voler interpretare simili eventi usando un concetto come quello di identità.

Come ha scritto Sen in Identità e violenza, la nostra identità non è un dato come il colore degli occhi. E’ qualcosa che si forma nel corso della nostra esistenza. Inoltre, una persona non è solo ciò che risulta dalla sua carta di identità per quello che riguarda la nazione di provenienza.

Ciò non significa ovviamente che la politica non svolga un ruolo fondamentale, come ha dimostrato Sémelin in Purificare e distruggere. Genocidi, massacri, stupri di massa non sarebbero stati  possibili senza un impulso centrale; ovvero, senza la presenza di attori governativi o para-governativi.

Analoga considerazione può essere fatta per la Shoah. Come scrisse Hilberg, “la distruzione degli  ebrei fu un processo amministrativo. Il loro sterminio richiese l’applicazione di  misure amministrative sistematiche” che, a sua volta, esigeva un esercito di funzionari pubblici, di ferrovieri… 

A questo proposito, viene spesso ricordato il cd protocollo di Wannsee, dal nome della località tedesca nella quale esso venne sottoposto da Heydrich all’attenzione di un nutrito gruppo di membri della pubblica amministrazione tedesca accompagnati da un numero altrettanto nutrito di escorts.

Il protocollo di Wannsee, il cui testo, come ricorda lo storico britannico Roseman, venne redatto materialmente da Eichman, affermava, fra le altre cose, che si doveva procedere alla espulsione degli ebrei da ogni ambito della vita civile tedesca e che si doveva accelerare la loro emigrazione.

Altrettanto citato è l’ordine di Himmler a Kruger dell’estate del 1942. Nell’ordine, ricordato da Mommsen nel libro intitolato “La soluzione finale”, si affermava la necessità di “liberare il governatorato generale da ogni presenza ebraica”.

In contesto, la Shoah può essere vista, per dirla con Bauman, come un fenomeno tipico della modernità.  Cosa c’è, infatti, di più moderno di un campo di sterminio nazisti? Cosa c’è di più moderno della catena di montaggio che triturava ogni giorno migliaia di internati nei campi di sterminio nazisti? E cosa c’è di più arcaico della guerra?

Malgrado ciò, essa continua ad essere di grande attualità, gli stati continuano a spendere ingenti somme di denaro  per gli armamenti e la gente continua a morire per le cause più disparate soprattutto nei paesi del Terzo mondo, dove vive quello che Collier ha chiamato l’ultimo miliardo e che sono, malgrado la loro povertà, fra i maggiori acquirenti d’armi del mondo.

Ancor oggi, quando si parla di guerra, il modello di riferimento è, come ha scritto lo storico militare Black, in Le guerre nel mondo contemporaneo, quello della Seconda guerra mondiale; quindi, grandi masse di uomini, grande quantità di mezzi militari, bombardamenti a tappeto, grande quantità di vittime civili causate dai suddetti a tappeto.  In realtà, non v’è un solo modello di guerra. Per renderci conto di questo fatto possiamo pensare alla guerra di Corea, alla guerra d’Algeria, alla guerra del Vietnam, alla guerra dei Sei giorni, ala recente guerra della Nato contro la Libia.

Nel 1924 lo storico militare britannico Liddell Hart scrisse un libro intitolato Paride o il futuro della guerra nel quale delineava un modello d guerraa che avrebbe dovuto evitare i massacri della Grande guerra alla quale egli aveva partecipato come ufficiale di complemento. Esso prevedeva l’abbandono della tattica del “tritacarne” di Verdun e abbracciava l’idea dell’attacco ai punti deboli dell’organizzazione non solo militare, ma anche politica e sociale del nemico. La parola chiave della strategia militare non era più “distruzione” fisica del nemico, come lo era stata durante la Grande guerra; essa era diventata “disarticolazione”.

Le cose andarono in modo affatto diverso da quello sperato da Liddell Hart. La Seconda guerra mondiale, infatti, fu un’immane guerra di movimento. In questo quadro va inserito, come spiegava lo storico tedesco Hillgruber, il “programma” di Hitler il quale prevedeva: la conquista tedesca del territorio dell’Unione sovietica, l’eliminazione della potenza militare della Francia, la trasformazione della Gran Bretagna in junior partner della Germania.

A quell’epoca, valeva ancora, come hanno scritto i teorici militari cinesi Qiao Liang e Wang Mangsui in Guerra senza limiti, il principio per il quale erano le caratteristiche delle armi a determinare la strategia. Oggi, sostengono i due teorici militari cinesi, c’è la possibilità di progettare le armi che ci servono per combattere la guerra nel modo che abbiamo scelto di combatterla.

Questo fatto, affermano i due teorici militari cinesi, ha mutato in modo radicale il nostro concetto di “campo di battaglia” che da puntiforme – Maratona, Canne, Waterloo – è diventato lineare trasformando la società stessa in campo di battaglia.
Vedi la guerra della Nato contro la Jugoslavia.

Per tutto il periodo in cui il mondo era rimasto diviso in blocchi le strategie militari delle due superpotenze era stato improntato al cosiddetto equilibrio nel terrore e sulla teoria della “mutual assured destruction”, la quale, come scrisse Bobbio in Il problema della guerra e le vie della pace, aveva “bloccato” la guerra fra le due superpotenze.

Venuti meno i blocchi contrapposti, è ritornato a far capolino il rischio d’una guerra nucleare non più combattuta dalle due superpotenze, ma posta in essere da qualche rogue state. Vedi l’Iran, il cui presidente ha più volte minacciato di radere al suolo lo stato di Israele.

Questo fatto ci riporta al punto iniziale. La politica funziona quando, come ha spiegato Thomas Schelling, uno dei massimi teorici americani in materia, nel libro Le strategie del conflitto, le strategie degli attori impegnati sulla scena politica sono negoziabili – cosa che non si può dire  delle strategie di Iran e Israele.

La questione morale – La questione morale è la questione fondamentale del nostro tempo. E’ infatti solo attraverso una rifondazione morale della politica che sarà possibile risolvere i grandi problemi del nostro tempo e creare in questo modo una società che renda possibile una vita degna d’essere vissuta.

Come scrisse, infatti, Revelli, “la politica riproduce ormai senza controllo il male da cui dovrebbe proteggerci: disordine, violenza, paura”. La paura genera una crescente domanda di sicurezza, mette i cittadini gli uni contro gli altri, induce l’introduzione di misure che, in nome della sicurezza, diminuiscono la nostra libertà.

Che fare? Occorre creare una società giusta, cioè, una società nella quale tutti i cittadini godano delle medesime chances di vita. Una società nella quale non vi siano più ricchi e poveri, integrati e emarginati, in cui non vi siano più, come scrisse Bauman, vite di scarto.

Lo stato, scrisse Aristotele, è una comunità e una comunità si costituisce in  vista di un fine; tale fine, il cui mezzo era la politica, era la felicità. Ne derivava che solo persone virtuose potevano proporsi di governare lo stato, persone il cui animo era predisposto alla virtù.

A tale visione della politica si ispirarono i grandi cancellieri fiorentini che vissero al tempo dell’Umanesimo. Oggi, riproporre una tale visione della politica sarebbe considerato astruso, poiché la stessa politica è diventata un’attività astrusa, senza capo né coda, senza un programma, senza una visione del mondo, senza un vero impegno civile, ma attività prettamente autoreferenziale svolta in televisione, sui giornali….

 Che fare? Occorre riprendere in mano le redini della politica. Occorre eliminare l’istituto della delega. Occorre azzerare l’attuale classe politica. Occorre rifondare la politica partendo dal basso, lavorando per linee orizzontali, attraverso un nuovo genere reticolare di  organizzazione.

In questo modo potranno essere superate le divisioni create in seno al corpo elettorale dalle oligarchie politiche per giustificare la propria esistenza e per perpetuare il proprio dominio sulla base e potremo occuparci delle cose che contano: lavoro, casa, salute, ambente….

Secondo Rawls, il criterio fondamentale cui deve conformarsi ogni istituzione sociale è quello della giustizia, la quale deve essere intesa come equità. Opposto è il punto di vista di von Hayek, secondo il quale quello della giustizia sociale è un puro e semplice miraggio.

Per von Hayek, giusto dev’essere il comportamento  dell’attore sociale,  ovvero, dell’operatore economico; non il risultato della sua azione. Per von Hayek, capitalismo è sinonimo di libertà, laddove il socialismo rappresenta la va alla servitù e le crisi del capitalismo sono espressione di quello che von Hayek chiama “gioco del mercato”.

Una posizione simile venne sostenuta a suo tempo da Friedman. Per Friedman capitalismo voleva dire efficienza economica e libertà politica. In realtà, il modello di Friedman funzionava in condizioni di concorrenza perfetta.

Non funziona nelle attuali condizioni oligomonopolistiche, nelle quali le grandi imprese non solo condizionano l’economia, ma sono in grado di condizionare anche la politica attraverso potenti lobbies e gruppi di pressione che distorcono il funzionamento della democrazia e trasformano la politica, come notò Schumpeter,  in una sorta di mercato dove vince il miglior offerente.

“Nessuna società è possibile, scrisse Elias, se non canalizza le pulsioni e gli affetti individuali. Ma tale regolazione non è possibile se gli uomini non esercitano gli uni sugli altri certe costrizioni”.

Qualche secolo prima, Guiccardini aveva notato che “grande differenza è avere e’ sudditi malcontenti a avergli disperati” e Machiavelli aveva scritto che “li uomini si devono o vezzeggiare o spegnere, perché si vendicano delle leggere offese, delle gravi non possono”.

Machiavelli sbagliava; gli uomini possono venire educati. E, comunque, va ricordato che la violenza genera solo altra violenza. Come spiegava infatti Gandhi, tra mezzi e fini esiste la medesima indissolubile relazione che esiste tra il seme e l’albero e non possiamo ottenere un albero da frutto se piantiamo un’erbaccia.

L’uomo fa il mondo, diceva il titolo d’un famoso libro di molti anni fa. D’accordo, ma come lo fa? Spesso lo fa distruggendo l’ambiente naturale, altre volte lo fa mettendo a repentaglio la vita delle generazioni future; spesso i danni da lui provocati sono frutto di scarsa attenzione per i problemi ambientali. Altre volte, essi sono frutto di ignoranza degli effetti ultimi delle sue azioni.

Ecco, perciò, che non è sufficiente essere responsabili, cioè non è sufficiente essere consapevoli che tutto si tiene; al principio responsabilità deve subentrare il principio di precauzione. Vale a dire, alla libertà positiva – la libertà di fare – deve subentrare la libertà negativa, cioè la libertà di non fare.

In questo contesto, determinante diventa in questo contesto il ruolo della tecnica. Se è vero, infatti, che la tecnica contribuì, come scrisse Landes, assieme all’iniziativa privata allo sviluppo economico dell’Occidente, è pure vero  che la tecnica non è neutrale e può provocare danni gravi all’ambiente naturale.

Questa osservazione non esaurisce naturalmente il discorso sulla tecnica, ma ci aiuta a capire la complessità del problema. In particolare, credo meriti ricordare ciò che Simmel scrisse a questo proposito e cioè che eravamo stati talmente affascinati dai successi della tecnica da dimenticare che essa era soltanto u mezzo e che ciò che contava non era la lampadina, ma ciò che essa illuminava.

L’ecologia ci insegna che ogni processo economico, in quanto processo di trasformazione di materia a mezzo di energia, è un processo potenzialmente dannoso per l’ambiente naturale a causa dei rifiuti che esso produce.  In termini formali ciò può essere rappresentato come segue:

D-M-Pp-M’-D’  Rf

dove. D rappresenta il denaro, M rappresenta le materie prime, la forza-lavoro, l’energia; Pp rappresenta il processo produttivo, M’ rappresenta i beni prodotti; Rf rappresenta i rifiuti, D’ rappresenta i ricavi.

Non si tratta di un problema nuovo. Per migliaia di anni gli uomini hanno usato le risorse naturali in modo irrazionale. Tuttavia, solo in anni recenti esso è stato fatto oggetto di attenzione da parte degli economisti e solo in tempi relativamente recenti il problema dell’inquinamento è entrato a far parte del più generale problema del calcolo economico.  Vedi il caso delle cd tasse ambientali.

In questo contesto va collocata la elaborazione del concetto di sviluppo sostenibile, definito dalla Commissione dell’Onu per i problemi dell’ambiente, come quel genere di sviluppo che soddisfa i bisogni delle generazioni presenti senza pregiudicare il soddisfacimento dei bisogni delle generazioni future.

Non tutti gli studiosi condividono questa impostazione del problema e, come Latouche, parlano di decrescita. Sia come sia, un fatto è certo: il nostro modello di sviluppo è insostenibile e va cambiato.

Malthus è ancor oggi noto per aver enunciato la famosa legge della popolazione la quale dimostrava come i poveri fossero condannati a restare nella loro condizione di povertà a causa della loro incapacità a controllare i loro istinti sessuali che li portava a riprodursi ad un saggio superiore a quello delle derrate alimentari prodotte per sfamarli. Da qui, la teorizzazione da parte di Malthus del consumo signorile come fattore di sviluppo, essendo i lavoratori costretti a vivere al limite della pura sopravvivenza fisica.
In termini generali,

G=f(C, P, Rs, T, Is)

dove G rappresenta lo sviluppo economico e C, P, Rs,T, Is  rappresentano il capitale, la popolazione le risorse e il progresso tecnico e l’istruzione.

Gli economisti hanno lungamente discusso sull’importanza relativa di questi fattori e hanno ela-borato una quantità di modelli. Quel che è certo è che i paesi più sviluppati sono quelli nei quali non è presente solo una notevole quantità d capitale, comunque esso sia inteso, ma è presente anche, fra le altre cose un elevato livello di istruzione, un efficiente sistema di istituzioni pubbliche e così va.

Il fenomeno del sottosviluppo è un fenomeno complesso che può essere considerato da una quantità di differenti punti di vista. Un paese sottosviluppato non è sottosviluppato solo a livello economico, ma lo è anche dal punto di vista politico, sociale, culturale. Così, le cause del sottosviluppo non sono solo economiche, ma sono anche politiche, sociali, culturali.

Ciò spiega la difficoltà incontrata da un paese sottosviluppato ad uscire dalla sua condizione di sottosviluppo. Inoltre, non dobbiamo dimenticare il dominio esercitato dalle grandi potenze economiche sull’economia mondiale che impedisce ai paesi in via di sviluppo di trovare una soluzione autonoma ai propri problemi anche in tempi di globalizzazione.

La migliore dimostrazione di questo fatto ci viene offerta dall’aumento delle differenze economiche fra paesi ricchi e paesi poveri a livello mondiale, pur in presenza d’un indubbio miglioramento delle condizioni vita in molti paesi sottosviluppati.

Parlare di globalizzazione vuol dire parlare di capitalismo, cioè, d’un sistema economico la cui legge di funzionamento è incentrata sulla ricerca del massimo profitto. Un tempo tale ricerca veniva realizzata cercando di sfruttare il più possibile i fattori locali della produzione, a cominciare dalla forza-lavoro.

In termini formali, se C è il capitale costante, v è il capitale variabile, cioè, i salari, S è il plusvalore estratto.

p=S/(C+V)

dove S dipende dalla produttività del lavoro

s=S/V

Oggi, si realizza il medesimo obiettivo de-localizzando le industrie in paesi nei quali esiste un più basso costo di riproduzione della forza-lavoro. Per renderci conto di questo fatto, possiamo pensare alla Fiat.

L’economia si è globalizzata più in fretta della politica, scrisse Sabino Cassese. Ciò crea delle delle asimmetrie tra economia globale e politiche nazionali.

Non si tratta d’un problema. Esso venne sollevato ancora all’inizio degli anni settanta del secolo scorso da Raymond Vernon in un libro intitolato “Sovranità nazionale in crisi”.

Nuovo è il contesto in cui il problema oggi si pone; si tratta del contesto della delocalizzazione che sta trasformando il mondo in un’unica immensa fabbrica che sfugge al controllo degli stati nazionali e che consente alle grandi imprese capitalistiche di sfruttare a loro piacimento le risorse umane a livello mondiale.

Paul Krugman, premio Nobel per l’economia nel 2008, ricordò nel libro “Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008” che il suo non meno famoso collega Robert Lucas, premio Nobel nel 1995, ancora nel 2003 aveva affermato che il problema delle crisi era stato risolto grazie alle nuove politiche macroeconomiche.

La crisi del 2008 dimostrò che non era così. Né avrebbe potuto essere diversamente. Come scrisse infatti Roubini, le crisi sono la regola del capitalismo. Le cause delle crisi sono molteplici. Nel caso della crisi del 2008, potremmo dire che si trattò d’una crisi perfetta determinata dalla sovrapposizione d’una crisi dovuta allo scoppio d’una bolla speculativa ad una crisi dovuta all’entrata sulla scena economica mondiale di nuove potenze economiche che hanno scatenato una feroce concorrenza nei confronti dei paesi di vecchia industrializzazione.

Ciò spiega non solo la gravità della crisi, ma anche la difficoltà incontrata ad uscire da essa e fa nascere dei seri dubbi sulla capacità della globalizzazione di funzionare.

“Il fine principale de  La ricchezza delle nazioni, scrisse t Hirschman, consiste nell’affermare un solenne principio economico che giustificasse il perseguimento del personale interesse da parte di ciascuno”.

In questo quadro va inserita l’affermazione di  Smith concernente l’esistenza d’una mano invisibile che fa sì che ciascuno perseguendo il proprio interesse personale finisca per perseguire inconsapevolmente il benessere collettivo.

Se così fosse, non si spiegherebbero le crisi. Le crisi però ci sono e sono la conseguenza, da un lato, dell’anarchia della economia capitalistica; dall’altro lato, sono la conseguenza della ricerca del  tornaconto personale.

Keynes parlò, a questo proposito, di spiriti animali e fu per mettere sotto controllo la loro azione che invocò l’intervento dello stato. Tale intervento non doveva sostituire l’azione dei privati; tanto meno doveva limitarsi a toglier loro le castagne da fuoco, ma doveva introdurre certe regole che dovevano funzionare come il codice della strada.

Non fu così. Lo stato assunse un ruolo sempre più esteso e, agendo in questo modo, non solò travisò il messaggio di Keynes, ma pose le basi per la successiva crisi fiscale dello stato che aprì le porte a neoliberismo.

Democrazia vuol dire uguaglianza. Senza uguaglianza non può esservi libertà; quindi non può esservi democrazia. Io credo, perciò, che dovremmo smettere di prenderci in giro parlando di democrazia globale, cittadinanza globale, cosmopolitismo; come dovremmo smetterla di evocare o spettro di Kant.

Il progetto kantiano di pace perpetua si basava sul presupposto che ciascun essere vivente può realizzare il proprio fine soltanto nel genere. Ora, l’esperienza dimostra che l’uomo è più animale di quello che lo stesso Kant pensasse e che è incapace di pensare in termini che non siamo quelli dell’interesse immediato e che ogni volta che ha preteso di  pensare in termini di interesse generale è riuscito soltanto a dar vita a sistemi politici totalitari.

Ciò non ci deve impedire di lavorare per la creazione d’un ordine politico mondiale fondato sui principi della democrazia; significa piuttosto che dovremmo guardarci dalle facili illusioni.

Per renderci conto di questo fatto, possiamo pensare all’Unione europea, dove ogni stato, pur avendo rinunciato a molti dei suoi poteri sovrani, a cominciare da quello di batter moneta, dura fatica a considerarsi pare di una comunità cosmopolitica nel senso kantiano del termine.

Lavoro salariato e capitale – La parola capitalismo non è mai entrata nel lessico dell’economia politica. Alla parola capitalismo, gli economisti hanno sempre preferito l’espressione economia di mercato. Come ricordò Pierre Vilar, la parola capitalismo venne usata dagli storici che studiarono le origini del capitalismo, i suoi rapporti con la  religione, come Lujo Brentano, Max Weber, Richard Tawney, Werner Sombart, Ernst Troeltsch.

Non dobbiamo stupirci, perciò, se non possono aiutarci in alcun modo a capire il funzionamento del capitalismo. Come scrisse infatti Confucio, noi arriviamo a conclusioni sbagliate se usiamo parole sbagliate. Con l’espressione economia di mercato si intende porre l’accento sul fatto che si tratta di un’economia la cui istituzione fondamentale è rappresentata dal mercato.

In realtà, l’istituzione chiave del capitalismo è la proprietà privata dei mezzi di produzione e scambio. Ciò distingue il capitalismo dal socialismo la cui economia è gestita secondo un piano elaborato dall’autorità addetta alla gestione dell’economia. Tale gestione può essere accentrata o decentrata, ma pur sempre di pianificazione si tratta.

Si tratta, cioè. di un sistema economico nel quale vengono fissati dall’autorità preposta alla pianificazione gli obiettivi del piano, le quantità che devono essere prodotte d’ogni bene, le sue caratteristiche tecniche, il suo prezzo…

Teoricamente, ciò può può essere realizzato o mediante il ricorso o al metodo empirico  dei cosiddetti bilanci materiali lungamente in uso in Urss; o mediante il ricorso a complesse matrici industriali e a non meno complesse tecniche di calcolo.

Ciò comporta una nutrita serie di inconvenienti tecnici, di errori di calcolo che possono scatenare delle crisi economiche a causa della creazione di colli di bottiglia o della pessima qualità dei beni prodotti delle imprese socialiste. Gli inconvenienti principali del capitalismo sono quelli che sono legati alle sue crisi periodiche

Le crisi capitalistiche sono di diversi tipi, ma le loro cause sono riconducibili, in un modo o nell’altro, alla ricerca del massimo profitto combinata con l’anarchia della produzione capitalistica.

Il socialismo è stato sempre visto dai liberali come la via della servitù. In realtà, non c’è servitù peggiore di quella prodotta dal lavoro salariato. Questo fatto è sempre stato negato dagli economisti borghesi. Per essi, come scrisse Marx, “il capitale può accrescersi solo se si scambia con lavoro”, quindi, ”l’interesse dell’operaio e del capitalista sono gli stessi.”

Fu in questo quadro che venne elaborata la teoria dei fattori della produzione – terra, capitale, lavoro – definita sprezzantemente da Marx come la “formula trinitaria”. Tale “formula” è sopravvissuta alle critiche di Marx e continua ad essere usata da economisti, uomini politici, opinionisti.

In realtà, come scrisse Marx nei “Lineamenti”, la trasformazione del lavoro in capitale è il risultato dello scambio tra capitale e lavoro.  Essa ha luogo nel processo di produzione, perciò, notò Marx, “è dunque assurdo chiedersi se il capitale sia produttivo o no. Il lavoro stesso è produttivo solo in quanto è assunto nel capitale”.

Nei suoi termini generali, la questione si presenta, perciò, in questo modo: ”La produttività del capitale consiste anzitutto, scrisse Marx in “Teorie sul plus-valore”, nella costrizione a fornire plus-lavoro, a lavorare in misura superiore alle necessità immediate, una costrizione che il modo di produzione capitalistico ha in comune con i modi di produzione precedenti ma che esso esercita, realizza in modo più favorevole alla produzione”.

Tale concetto, sviluppato nel “Capitolo VI inedito” dove vennero introdotti i concetti di sussunzione reale e di sussunzione formale del lavoro al capitale, trovò la sua definizione ultima in “Il capitale”. Per Marx infatti il capitale è prima di tutto un rapporto sociale. Ciò pone un problema di importanza capitale.

La democrazia è un bene indivisibile. Essa deve caratterizzare tutte le istituzioni d’uno stato. La fabbrica è una di queste istituzioni. Tale era il senso che si poteva trarre dalla lettura del famose “sette tesi sul controllo operaio” pubblicate da Panzieri e da Libertini nel 1958 sulla rivista socialista Mondo operaio.

La pubblicazione delle tesi di Panzieri e Libertini suscitarono un vivace dibattito sia nel Psi che nel Pci con gli interventi di Francesco De Martino, Rodolfo Morandi, Alberto Caracciolo, Vittorio Foa, Antonio Pesenti, Roberto Guiducci, i quali espressero in genere un notevole imbarazzo, poiché le tesi di Panzierri e Libertini ponevano il problema centrale della via al socialismo. Per Panzieri e Libertini socialismo significava infatti autodeterminazione e tale autodeterminazione non poteva non partire dalla fabbrica.

E’ trascorso mezzo secolo d’allora. Il socialismo è stato messo in soffitta. Resta il problema della democrazia, la quale, come ho detto, non è un bene divisibile, ma deve essere presente n tutte le istituzioni, a cominciare dalla fabbrica.

Credo sia perciò importante che coloro che nel governo si apprestano a varare la tanto attesa riforma del mercato del lavoro tengano presente questo fatto e non dimentichino che il tanto bistrattato Statuto dei diritti dei lavoratori intendeva con tutti i suoi limiti risolvere, appunto, tale problema: rendere compatibile la vita di fabbrica con i principi della democrazia; in una parola portare la Costituzione in fabbrica.

Allora si registrò l’opposizione ad esso sia da parte del fronte padronale che da parte della sinistra che si riconosceva nel movimento dei comitati unitari di base per i quali lo Statuto dei diritti dei lavoratori era un  tentativo maldestro da parte della sinistra riformista in combutta con quello che veniva chiamato “capitalismo illuminato” di riprendere il controllo delle fabbriche

Secondo tale parte della sinistra,, la logica che era stata seguita nello  stilare lo Statuto dei lavoratori era l’altra faccia della logica tecnocratica che era stata seguita nello stilare il famoso Progetto 80 il quale esprimeva il tentativo di porre l’intera società italiana sotto il controllo del suddetto capitalismo illuminato.

Ciò dava attualità a quello che Mario Tronti aveva scritto alcuni anni prima e cioè che “il rapporto di produzione capitalistico vede  la società come mezzo e la produzione come fine. Il capitalismo è produzione per la produzione. La stessa socialità della produzione è nient’altro che che il medium per l’appropriazione privata” e considera la democrazia un ostacolo alla sua realizzazione.

Capitalismo e comunismo – Il crollo dell’Unione sovietica ha posto fine a settant’anni di guerra fra comunismo e capitalismo. Tale guerra era scoppiata infatti nel 1917 con l’avvento al potere in Russia del partito bolscevico che mobilitò immediatamente i governi dei paesi capitalistici occidentali contro la Russia e contro ciò che di nuovo essa rappresentava.

Per il giovane Gramsci, il fatto era che si trattava d’una rivoluzione contro le stesse previsioni di Mar per il quale la Russia era troppo arretrata per dare vita ad una rivoluzione socialista.

Lenin, il quale aveva letto Marx, era del suo medesimo avviso. Per Lenin, il socialismo avrebbe potuto realizzarsi in Russia solo a due condizioni: il buon esito dell’alleanza tra operai e contadini in Russia e la vittoria della rivoluzione in Germania.

Come egli disse nel rapporto sulla ratifica del trattato di pace letto il 14 giugno 1918, se il proletariato cosciente che i contadini coscienti fossero stati a fianco del nuovo regime fino a quando il proletariato internazionale fosse accorso in aiuto della Russia, allora la seconda rivoluzione sarebbe stata mondiale.

La sconfitta della rivoluzione in Germania cui era seguita l’uccisione di Karl Liebknecht e di Rosa Luxemburg, costrinse l’Unione sovietica a ripiegare in se stessa ed a darsi un nuovo modello di sviluppo secondo la formula staliniana del “socialismo in un solo paese”. Così facendo l’Unione sovietica decretava la morte del movimento rivoluzionario a livello mondiale che era ancora in fasce.

Nel frattempo, il fascismo era andato al potere in Italia. Il fascismo fu un movimento complesso e, come scrisse De Felice, nessuna delle interpretazioni che sono state date di esso dai contemporanei e dagli storici è esaustiva.

Esse possono essere raggruppate in alcuni filoni: fascismo come reazione capitalistica in funzione antiproletaria (Guerin), fascismo come malattia morale (Croce), fascismo come fuga dalla libertà (Fromm), fascismo come forma di totalitarismo (Arendt), fascismo come fenomeno transpolitico (Nolte), fascismo come movimento di modernizzazione (Germani), fascismo come espressione della reazione dei ceti medi (Salvatorelli).

Sia come sia, un fatto è certo. Il fascismo nacque come movimento rivoluzionario grazie all’azione di elementi provenienti dal sindacalismo rivoluzionario. Si trasformò in movimento reazionario di massa e una volta preso il potere, instaurò un regime totalitario di massa.

Perché in Italia? Perché l’Italia era l’anello più debole della catena; la democrazia era debole. La classe politica era debole e vecchia: Giolitti, Nitti, Salandra appartenevano ad un mondo che la Grande guerra aveva distrutto. Mussolini si presentò come l’uomo del destino, l’uomo che poteva portare l’ordine in una società allo sbando.

Una decina d’anni dopo, una cosa simile era accaduta in Germania. Come scrisse infatti, Frei, “Hitler non fu un caso, ma nemmeno una necessità; egli piuttosto fu il frutto d’una scelta. La coalizione di forze e di interessi che lo aveva portato al potere non era meno eterogenea e ambigua dello stesso movimento nazionalsocialista e, per quanto fosse possibile fare delle previsioni, lo sbocco finale di tali processi non era affatto segnato”.

Così fu per Mussolini. Nessuno era in grado di fare delle previsioni sull’esito della marcia su Roma. Mussolini lo sapeva e attese a Milano la convocazione ufficiale del re, Vittorio Emanuele III. Il re non mosse un dito per fermare i fascisti. Convocò Mussolini e gli conferì l’incarico di formare il nuovo governo.

Il fascismo era arrivato al potere, ma non poteva ancora definirsi un regime. Il passaggio da governo di sicurezza nazionale a regime si registrò in concomitanza con la soluzione del caso Matteotti. Mussolini si assunse le proprie responsabilità e gettò le stesse sulla bilancia con il varo di una serie di leggi liberticide che ponevano le basi del regime fascista.

Secondo Bottai, “il fascismo è di origini squisitamente intellettuali. Il fascismo, che non ha aspettato il 1921 per diventare rivoluzionario, è nato da un gesto di rifiuto della cultura che lo ha preceduto nella pratica e nei metdi d governo delle vecchie classi dirigenti”.

Per Rocco, “il fascismo è anzitutto azione e sentimento e tale deve rimanere. Se fosse diversamente esso non avrebbe l’enorme forza di propulsione e di rinnovazione che possiede e sarebbe solitaria meditazione di pochi spiriti eletti”.

Secondo Gentile, il primo punto da fissare nella definizione della “dottrina del fascismo” è il “carattere totalitario della sua dottrina, la quale non concerne soltanto l’ordinamento e l’indirizzo politico della nazione, ma tutta la sua volontà, il suo pensiero e il suo sentimento”.

Gentile venne ucciso dai partigiani nel 1944. All’epoca egli stava lavorando ad un libro. Nel libro, che venne pubblicato postumo nel 1946 con il titolo Genesi e struttura della società, Gentile sistematizzò la sua concezione totalitaria dello stato da egli definito come “volere comune e universale”.

Oggi ci si può chiedere come fu possibile che tanti italiani si fossero lasciati turlupinare da una simile retorica. Non è facile rispondere a tale domanda. Il rapporto fra masse e potere è maledettamente complesso, come spiegò lo stesso Freud in Psicologia di massa e analisi dell’Io.

Quello che è certo è che il consenso al regime fu ampio e vario.  Ci fu chi aderì al fascismo per convinzione, chi per interesse, chi per paura, chi per indifferenza. Inoltre, è da ricordare che molti antifascisti uscirono dalle istituzioni culturali fasciste.

Il presidente della Camera dei deputati, Fini, disse una volta che Mussolini era stato il più grande statista del suo secolo. Se fosse stato così, egli non avrebbe portato in guerra l’Italia nel  modo in cui l’ha portata. Come scrisse Rochat, “lo scoppio della guerra segnava la fine del bluff; l’Italia era ricondotta brutalmente alla sua condizione di stato sottosviluppato, una media potenza che non poteva affrontare il conflitto con un ruolo autonomo”.

Per Mussolini, fu l’inizio della fine. Non possiamo dire la stessa cosa di molti dei suoi sostenitori: industriali, agrari, alti funzionari dello stato che trovarono il modo di ritagliarsi il loro spazio anche sotto l’egida della nuova costituzione repubblicana.

Né, a pensarci bene, avrebbe potuto essere diversamente. Malgrado l’imponente apparato politico che gli ruotava attorno, per i padroni del vapore, Mussolini non era stato altro che uno strumento.

Una volta che egli era caduto, essi avevano rivolto la loro attenzione verso i nuovi detentori del potere, indipendentemente dalla forma democratica che esso aveva assunto. Fu così che si formò quello che De Gasperi chiamò ”quarto partito”, gli altri tre erano rappresentati dalla DC, dal PSI e dal PCI.

In tale contesto, la ricostruzione post-bellica venne ad assumere la forma della restaurazione dell’ordine capitalistico a cominciare dalle fabbriche dove le speranze rivoluzionarie non erano mai morte e s’erano formati dei nuovi organismi operai di rappresentanza politico-sindacale sui quali si fondava il progetto morandiano di riforma delle relazioni industriali.

Il piano di Morandi di riforma delle relazioni industriali fallì come falì il Piano del lavoro della Cgil. L’idea della Cgil era molto semplice. C’erano milioni di disoccupati; c’era un paese da ricostruire; c’erano i soldi del Piano Marshall. Perché non utilizzare questi soldi per finanziare un piano per dare lavoro ai disoccupati?

La reazione fu negativa sia da parte del governo che da parte degli economisti di formazione tradizionale, i quali consideravano il piano presentato dal Cgil una aberrazione economica di stampo comunista, benché esso fosse stato presentato da un economista che non era certamente un comunista come il prof. Alberto Breglia.

Fu così che la ricostruzione si trasformò, da un lato, in una restaurazione del potere padronale in fabbrica; e, dall’altro lato, nella vittoria della teoria economica tradizionale sulla nuova corrente di pensiero di stampo keynesiano, rappresentata da giovani economisti come Sylos Labini, Steve, Fuà.

Per le classi dirigenti italiane non poteva esistere quella che Leonardi aveva chiamato “democrazia di piano”. Per esse, piano voleva dire comunismo e il comunismo andava combattuto anche nel campo della teoria. Ciò risultava in tutta evidenza dalla prefazione che Bresciani Turroni aveva scritto per il libro curato da von Hayek sui problemi della pianificazione di un’economia collettivista.

In essa, Bresciani Turroni, riprendendo un’idea di Barone, affermava che un’economia  piano avrebbe potuto funzionare solo a condizione che essa rispettasse le leggi dell’economia di mercato. 

Per Bresciani Turrroni come per von Hayek e per il suo maestro von Mises, solo in un’economia di mercato dove esiste un efficiente processo di formazione dei prezzi, era possibile effettuare un corretto calcolo economico.

Per Bresciani Turroni, insomma, come per il curatore  del libro, von Hayek. il comunismo non era solo anti-liberale e anti-democratico, esso era anche inefficiente. Tale problema era noto agli economisti sovietici i quali – vedi Kantorovic – avevano cercato di di risolverlo elaborando nuovi metodi di pianificazione, fino d arrivare negli anni sessanta ad abbracciare categorie e metodi – vedi Novozilov – della cosiddetta scuola di Losanna.

In realtà, più che d’un problema economico – di metodo di calcolo economico, per dirla con von Mises – era un problema politico legato alla struttura affatto particolare dello stato sovietico il quale era lo stato d’un partito più che lo stato d’un popolo: un partito che controllava ogni aspetto della vita del popolo.

Ciò spiega il fallimento delle riforme degli anni sessanta e la successiva implosione dello stato sovietico a causa del venire meno del compromesso che stava alla sua base, a cominciare dalla classe operaia sovietica la quale era stata il braccio armato della rivoluzione

Sempre negli anni sessanta comparve il fenomeno del dissenso sovietico impersonato all’epoca dai due scrittori sovietici Andrej Sniavskij, pseudonimo di Abrahm Terz, Jurij Daniel autori del romanzo di fantapolitica Qui parla Mosca. Arrestati e processati, vennero condannati a vari anni di campo di lavoro in Siberia. Nel 1978 in occasione della Biennale del dissenso, conobbi Sniavskij e mi parve tutto fuorché un pericoloso sovversivo.

I dissidenti più famosi furono Andrej sacharov, condannato all’esilio in Siberia per aver osato divulgare le proprie idee sulla coesistenza pacifica, e Alexandr Solzenitsin, All’inizio, esso venne criticato dalla sinistra e strumentalizzato dalla destra. Emblematico fu il caso di Solzentsijn, l’autore del racconto Una giornata di Ivan Denisovic, nel quale egli narra in uno stile asciutto e scorrevole la vita quotidiana in un campo di lavoro della Siberia,

Il racconto di Solzenitsjn venne elogiato anche dal principe dei letterati marxisti, il grande Georgij Lucaks. Solzenitsjn non era il tipo d’uomo che siede sugli allori e gettò sul mercato, uno dietro l’altro libri sempre più politicizzati fino a Arcipelago Gulag in cui racconta la tragedia dello stalinismo attraverso la ricostruzione delle vite delle sue vittime.

Nel 1972, Roy Medvedev pubblicò il suo libro famoso sullo stalinismo – un libro scarno e documentato nel quale faceva strage di miti: da quello delle grandi capacità di Stalin come stratega a quello degli elevati tassi di sviluppo dell’economia sovietica.

Alcuni anni Medvedev  pubblicò il saggio La democrazia socialista nel quale auspicava l’ascesa al potere d’una nuova classe dirigente formatasi in epoca post-stalinista. Le speranze di Medvedev sembrarono avverarsi con l’ascesa al potere di Gorbaciov. La crisi, però, era ormai troppo profonda. Il sistema sovietico era entrato in avvitamento e Gorbaciov venne travolto .

Salì al potere Eltsin il quale portò a termine l’operazione iniziata da Gorbaciov fino alle sue estreme conseguenze  favorendo l’ascesa al potere d’una nuova classe di opportunisti senza scrupoli, i cosiddetti oligarchi, i quali misero assieme delle immense ricchezze depredando quelle dello stato.

Nel frattempo, molte cose erano accadute anche in Italia. I governi postbellici di collaborazione fra DC, PCI e PSI avevano lascito spazio ai governi di centro, i quali avevano lasciato spazio ai governi di centro-sinistra a guida democristiana. L’economia italiana sembrò decollare. Ma si trattò di un’impressione sbagliata. Arrivata al punto nel quale era diventato necessario per essa compiere il balzo definitivo, avviando una serie di riforme economiche, politiche, sociali, essa non trovò la collaborazione della classe politica. La Banca d’Italia strinse improvvisamente con un’operazione suicida i cordoni della borsa e l’economia entrò in una crisi  che, alla lunga, avrebbe portato dal miracolo al declino.

La grande trasformazione – All’origine della crisi degli anni Trenta del secolo scorso vi fu, com’è noto, il crollo nel 1929 della borsa di Wall Street. Le vicende che portarono al Great Crash sono state narrate da Galbraith in un famoso libro.  Qui, è sufficiente ricordare che il crollo fu dovuto allo scoppio d’una bolla speculativa che aveva fatto salire vertiginosamente i corsi dei titoli durante una fase caratterizzata da quella che Shiller ha chiamato euforia irrazionale.

In questo quadro, si inseriscono le parole di Galbraith, secondo il quale nessuno fu responsabile della crisi; nessuno condusse la gente al macello. La crisi fu il prodotto della libera scelta di migliaia di persone spinte dal desiderio di diventare ricche. In realtà, la crisi sopravvenne, come ricordò Gordon in Crescita e ciclo dell’economia americana,  dopo un periodo di grande espansione sia a livello di produzione industriale che d formazione del capitale e, come scrisse Overy, le imprese lucravano cospicui profitti emettendo grandi quantità di azioni che eccedevano le capacità di assorbimento del mercato.

Il crollo di Wall Street si ripercosse sulla economia reale causando la chiusura d’un grande numero di imprese e un aumento drammatico della disoccupazione. Gli effetti negativi della crisi vennero aggravati dalla politica del governo americano, il quale, invece di porre in essere le necessarie misure anti-cicliche, emanò una serie di provvedimenti che andavano in direzione affatto opposta.

Il reddito nazionale degli Usa cadde 87,4 mlrd di dollari del 1929 ai 41,7 del 1932. Gli investimenti lordi privati caddero da 15,8 mlrd di dollari nel 1929 a 0,9 nel 1932. Il pil cadde da 103,8 mlrd di dollari nel 1929 a 58,3 nel 1932.

Il crollo della borsa di Wall Street ebbe ripercussioni negative anche in Europa. Come ricordava Aldcroft, alla metà del 1930 tutti i paesi europei erano caduti vittime della crisi. Il peggio, però, doveva ancora arrivare. Esso arrivò nell’estate del 1931 col il crack del viennese Credit Asntalt. Le ripercussioni negative del crollo di Wall Street si fecero sentire particolarmente in Germania che era ancora alle prese con le conseguenze economiche negative della Prima guerra mondiale e con le difficoltà create dalle successive riparazioni, come Keynes aveva preveduto in Le conseguenze economiche della pace. Come scrisse infatti Keynes, coloro che trattarono con la Germania le condizioni della pace non erano preoccupati del futuro dell’Europa, ma erano  unicamente interessati a punire la Germania imponendole una pace cartaginese.

In sede storica s’è discusso se la crisi degli anni Trenta fosse evitabile. La conclusione è stata, per usare le parole di Kindleberger, che la crisi avrebbe potuto essere evitata qualora fosse esistito un cd prestatore di ultima istanza il quale si fosse fatto carico dell’onere dell’aggiustamento mettendo a disposizione degli operatori economici  la liquidità necessaria a frenare la corsa alla vendita di attività finanziarie.

Fu in questo contesto che Keynes elaborò la sua teoria. Essa si basava su una critica radicale della teoria dominante secondo la quale l’economia di mercato possedeva dei meccanismi automatici di aggiustamento come accadeva quando, come aveva scritto Hicks in Teoria dei salari, a causa della elevata disoccupazione i salari cadevano in modo da rendere conveniente per le imprese la riassunzione dei lavoratori che erano stati precedentemente licenziati. Più in generale, quella che era in gioco era la legge di Say secondo la quale non erano possibili crisi generali perché l’offerta creava la propria domanda.

Keynes non credeva nell’azione provvidenzialistica della mano invisibile della concorrenza e non nutriva alcuna fiducia nei meccanismi automatici di aggiustamento presenti in un’economia di mercato. Come egli aveva scritto nel 1926 in La fine del lasciare fare,  il mondo non era governato dall’alto da una mano invisibile che trasformava il perseguimento dell’interesse individuale in benessere collettivo. 

Secondo Keynes, noi agiamo in un mondo che non conosciamo e raramente gli effetti delle nostre azioni, come egli aveva scritto nel Trattato delle probabilità, risulta essere quello voluto. In queste condizioni,  come egli aveva sostenuto nel 1933 in I mezzi della prosperità economica, la via della ripresa passava attraverso l’investimento autonomo da parte dello stato di denaro fresco in modo da attivare il moltiplicatore degli investimenti. Y =kI, dove k è l’inverso della propensione al consumo.

In termini terra terra, ciò significava creare, attraverso una articolata politica di lavori pubblici, un congruo numero di occupati che avrebbero speso i loro salari in beni di consumo che erano altrimenti destinati a restare invenduti. Per Keynes, infatti, il livello di occupazione dipende dal livello della domanda globale di cui la domanda proveniente dalle famiglie costituisce una componente fondamentale.

Più in generale, potremo dire che in Keynes, il livello di occupazione dipende da un lato dalla propensione al consumo, dall’altro lato, dal disposizione a investire. La prima dipende dal livello di reddito e e dalla sua distribuzione. La seconda dipende dalla preferenza per la liquidità, dal tasso di interesse e dall’efficienza marginale del capitale e da tasso di interesse.. L’efficienza marginale del capitale dipende dalla quantità di capitale esistente, dallo stato della fiducia. Il tasso di interesse dipende dalla preferenza per la liquidità e dalla quantità di moneta.

Per quello che riguarda la legge di Say potremmo dire che essa è valida in un’economia basata sul baratto dove tutti i beni vengono prodotti per essere scambiati. Non è valida in presenza della moneta che ha fra le sue funzioni anche quella di riserva d valore per cui solo una parte viene spesa nell’acquisto  di beni, mentre una pare, spesso cospicua, viene trattenuta sotto forma di scorte oppure può essere investita nei mercati finanziari.

Per dirla con Joan Robinson che fu allieva di Keynes a Cambridge, “anzitutto Keynes ha riportato nell’economia politica la praticità dei classici”; poi, “ha fatto riemergere il problema morale che la teoria del laissez fare aveva abolito”; infine, “riportò il tempo entro la teoria economica”. Soprattutto, potremmo aggiungere noi prese il capitalismo sul serio, cosa che gli economisti neoclassici s’erano sempre rifiutati di fare. In tal senso Keynes potrebbe essere definito il Marx della borghesia la cui teoria, come scrisse Mattick, aveva uno scopo molto pratico: salvare il capitalismo dal declino.

La crisi favorì, alla lunga, un sempre più esteso intervento dello stato nell’economia. Emblematico fu il caso dell’Italia, dove, grazie ai buoni uffici del fascismo, venne fondato, nel 1933, l’IRI in funzione congiunturale come ente provvisorio. Nel 1937, esso venne trasformato in ente permanente con il compito di assicurare allo stato fascista, diventato nel frattempo imperiale, il controllo sui settori strategici dell’economia italiana.

In questo modo, come conseguenza della crisi economica, si operò, per usare una celebre definizione di Polany, la “grande trasformazione” della società capitalistico-borghese che sanzionò il passaggio dal capitalismo concorrenziale fondato sull’attività di una miriade di imprese di medie e piccole dimensioni al capitalismo monopolistico fondato su imprese di grandi dimensioni non più gestite direttamente dai proprietari, ma gestite da potenti consigli di amministrazione controllati, come dimostrarono Berle e Means in Società per azioni e proprietà privata.

Buhrnam parlò, a questo proposito, di rivoluzione manageriale da lui definita come una rivoluzione nei rapporti di proprietà e nella gestione degli stessi. Tale teoria, criticata aspramente da Sweezy, per il quale l’avvento del capitalismo manageriale non modificava il tradizionale ordine economico capitalistico fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e scambio. ispirò la teoria del “nuovo stato industriale” di Galbraith che introdusse nel ragionamento economico il concetto di tecnostruttura.

La trasformazione del capitalismo da individualistico-concorrenziale in capitalismo monopolistico indussero gli economisti a sviluppare nuove teorie a livello di economia di impresa – teorie che cercavano di rendere conto delle trasformazioni avvenute appunto a livello di impresa quali la teoria della concorrenza  imperfetta, la teoria della concorrenza monopolistica, la teoria della concorrenza tra pochi, la teoria dell’oligopolio, la teoria del grado di monopolio. 

In un modo o nell’altro, tutte queste nuove teorie si occupavano della maniera i cui le imprese riuscivano a condizionare il mercato e riuscissero per questa via a difendere e/o espandere la propria quota di mercato  utilizzando a proprio vantaggio le esistenti barriere alla concorrenza.

Altri economisti avevano dedicato le loro energie nell’affrontare il problema delle crisi  e, più in generale, il problema del ciclo economico. Di particolare interesse in questo campo è, da un lato la teoria dei cicli maggiori di Kondrat’ev. Secondo tale teoria, lo sviluppo nel lungo periodo della economia capitalistica sarebbe caratterizzato dalle presenza di onde lunghe generate da fattori quali guerre e rivoluzioni, innovazioni tecniche, scoperta di nuove miniere d’oro, la comparsa di nuove potenze economiche.

Dall’altro lato, l’opera di Schunpeter. Come egli scrisse in Cicli economici, sviluppando un’idea contenuta ini Teoria dello sviluppo economico, il progresso tecnologico è uno dei fattori determinanti lo sviluppo dell’economia capitalista. Esso, però, non procede i modo lineare, ma attraverso delle fasi che determinano lo sviluppo ciclico dell’economia capitalista. Fondamentali  in  tale contesto sono i concetti di innovazione e di imprenditore.  Laddove tale funzione venga meno, viene meno, come egli scrisse in Capitalismo, socialismo, democrazia, anche la giustificazione dell’esistenza del capitalismo.

Timori sul futuro del capitalismo furono espressi anche da Hansen per il quale il venire meno dell’espansione coloniale avrebbe comportato il venir meno d’uno dei fattori fondamentali dello sviluppo capitalistico.  Per  Kaleki, invece, l’economista polacco considerato come l’alter ego di Keynes, “lo sviluppo di lungo di lungo periodo non è inerente l’economia capitalistica”. Anche per Kalecki, come per Schumpeter, le innovazioni sono il motore dello sviluppo economico. Il crescente grado di monopolizzazione dell’economia ovvero l’aumento grado di monopolio delle imprese avrebbe potuto disincentivare l’introduzione di innovazioni da parte delle imprese e rallentare in tal modo la crescita dell’economia capitalistica.

Posizione analoga era stata espressa da Sweezy quando s’ra chiesto se l’economia capitalistica non stessse entrando in un’epoca di depressione cronica. Secondo Sweezy, infatti, era inerente al capitalismo una tendenza al sottoconsumo che portava al sottoutilizzo dei mezzi di produzione . Si creava in questo modo un crescente surplus economico che veniva assorbito essenzialmente nell’aumento delle sese militari. In modo analogo si espresse Baran nelle Riflessioni Per tale via, Sweezy e Baran riproponevano in forma diversa quella che era stata la posizione di Rosa Luxenburg la quale nel 1910, in Accumulazione del capitale, aveva notato che il capitalismo s’era sviluppato in un ambiente non capitalistico e che gli occorreva l’esistenza di un ambiente non capitalistico per potersi sviluppare ancora. In realtà, come  i fattori scatenanti la crisi sono, come ricordava Dobb in  l’anarchia della ricordava Dobb, produzione capitalistica e la ricerca del massimo profitto che porta i capitalisti a sovra-accumulare capitale il quale viene poi svalorizzato attraverso la crisi.

Responsabilità e colpa. La crisi degli anni Trenta spianò la strada al nazismo che scatenò, a sua volta, la Seconda guerra mondiale. La responsabilità della Germania nazista nello scatenamento della Seconda guerra mondiale venne messa in discussione dal famoso storico britannico Taylor, secondo il quale fu la Gran Bretagna che, modificando la sua politica verso l’Europa, si rese responsabile dello scatenamento della Seconda guerra mondiale.

Per Taylor, Hitler non fece altro che dare nuovo impulso al tradizionale espansionismo tedesco verso oriente. In realtà, se Francia e Gran Bretagna avessero voluto fermare Hitler, esse avrebbero potuto farlo in più d’una occasione. Il problema è che esse non lo vollero fare. I motivi furono molti, non ultimo il fatto che gli elettori francesi e britannici non avrebbero probabilmente accettato d’essere trascinati dai loro governanti in una nuova guerra con la Germania.

Per quello che riguarda l’ascesa al potere di Hitler è da ricordare che essa venne facilitata, com’era accaduto in Italia con il fascismo, dal comportamento della classe dirigente tedesca che credette di poter utilizzare Hitler in funzione antisocialista. 

In ogni caso, resta il fatto che non si può capire l’ascesa al potere di Hitler se si prescinde dalla crisi che sconvolse la breve e drammatica vita della repubblica di Weimar. Frutto d’una rivoluzione abortita, essa non era riuscita a ottenere il consenso della maggioranza dei tedeschi, i quali, quando gli eventi giunsero al dunque, le voltarono le spalle senza provare alcun rimpianto.

Il socialismo in un solo paese. Mentre in Occidente imperversava la più grave crisi che avesse mai colpito il capitalismo, in Russia si stava costruendo una società di nuovo genere i cui pilastri erano: la pianificazione economica centralizzata, il partito unico della classe operaia, un potente e temuto servizio di sicurezza, un’ideologia ufficiale che veniva inculcata nelle teste dei bambini fin dalle scuole elementari e che costituiva, in quanto teoria dei “nessi dell’esistente”, la fonte di ogni sapere.

Tale ideologia, nota agli studiosi come materialismo dialettico, era, come dimostrò Fetscher, la rielaborazione del pensiero di Marx letto attraverso l’interpretazione che ne era stata data da Engels, cui s’erano aggiunti i contributi di Lenin.

E’ un errore infatti considerare il marxismo come un blocco monolitico. Il pensiero di Marx differisce da quello di Engels il quale differisce da quello di Lenin che differisce da quello di Marx. Per Marx, la rivoluzione era il punto d’arrivo di un processo storico che era necessario alla creazione delle basi materiali del socialismo. Per Lenin, la rivoluzione era il punto di partenza del processo storico che avrebbe portato alla costruzione del socialismo. Per Marx, la coscienza di classe si formava nel corso del processo storico che creava le bassi materiali della costruzione del socialismo. Per Lenin, la coscienza di classe doveva essere portata al proletariato dall’esterno.

Per Marx, il soggetto rivoluzionario era rappresentato dalla classe operaia. Per Lenin, il soggetto rivoluzionario era rappresentato dal partito intesa come avanguardia politica composta da rivoluzionari di professione.

Engels, figlio di un industriale tessile della Renania, finito il liceo, era stato mandato dal padre a farsi le ossa a Lubecca; quindi venne inviato a Manchester, dove il padre aveva aperto una succursale. Engels era, perciò, un autodidatta e come tale si mise a studiare filosofia, fisica, chimica, biologia. Chi legga oggi i sui scritti in materia non può non rimanere colpito dalla loro ingenuità.

Malgrado ciò, egli influenzò il pensiero socialista più di Marx. Fu Engels infatti a dare la definizione del materialismo dialettico come “filosofia dei nessi dell’esistente” che tanta parte ebbe nella formazione del Diamat sovietico.

Lenin era un rivoluzionario di professione, non era un filosofo, come non era un economista; tuttavia, egli si occupò con alterna fortuna sia di filosofia che di economia. Lenin era un “realista”, sbeffeggiava la cosa-in-sé di Kant e ironizzava sulla nuova fisica senza aver compreso, come scrisse il socialista olandese Pannekoek in Lenin filosofo, il significato della rivoluzione quantistica.

Per Lenin, l’unica differenza era, come scrisse in Materialismo e empiriocriticisimo, fra ciò che sappiamo e ciò che ancora non sappiamo. Lenin pensava, come scrisse in Quaderni filosofici, che le cose del mondo esterno si riflettessero nel nostro cervello.

Lenin ragionava come un economista classico. La sua visione dello sviluppo dell’economia di mercato era prettamente smithiana. Critico di Simondi, come dimostra il suo saggio sul Romanticismo economico, egli associava, infatti, come egli scrisse in Lo sviluppo del capitalismo in Russia, sviluppo dell’economia di mercato e sviluppo della divisione del lavoro.

Il suo scritto economico più importante è comunemente considerato Imperialismo fase suprema del capitalismo. Nel saggio, pubblicato nel 1917, egli intendeva dimostrare le origini economiche della Prima guerra mondiale. Secondo Lenin, l’imperialismo era il prodotto del capitalismo monopolistico sorto dalla fusione fra banche e industria.

L’analisi di Lenin, stimolante dal punto di vista politico, era gravemente manchevole, come dimostrarono Baran e Sweezy, dal punto di vista economico, mancando nel saggio di Lenin un’analisi microeconomica del modo di funzionamento delle grandi imprese moderne.

Alla guida della nuova società in costruzione in Russia c’era Stalin, un uomo, che era stato criticato dallo stesso Lenin per i suoi modi militareschi, la sua insofferenza per ogni genere di dibattito politico, per il suo modo burocratico di affrontare i problemi del partito. Quest’uomo, tanto odiato quanto temuto, era riuscito a creare un filo diretto con le masse alle quali l’ideologia ufficiale affidava il compito di creare questo nuovo genere di società.

Gli studiosi di cose sovietiche si sono a suo tempo chiesti, per usare le parole di Nove, se Stalin fosse necessario; ovvero, se fosse destino della Russia cadere nelle grinfie di Stalin. Io credo di no. Stalin non fu necessario, come la Rivoluzione d’ottobre non fu ineluttabile.

Stalin e, più in generale, il fenomeno dello stalinismo, furono, come dimostrò Reiman, il prodotto d’una serie di circostanze economiche e di decisioni politiche che segnarono il corso della storia russa. L’abilità di Stalin consistette nel sapersi avvalere delle suddette circostanze per conquistare il potere. Poi, una volta conquistato il potere, egli usò, come dimostrò Medvedev, in modo spietato gli strumenti che gli erano forniti dal potere che era nelle sue mani o per liberarsi di tutti coloro che avrebbero potuto ostacolare la sua azione o per vendicarsi delle umiliazioni subite. Il metodo fu quello di offrirli in pasto alle masse con l’accusa d’aver tradito la causa della rivoluzione.

Fu così che venne messa a morte tutta la vecchia guardia bolscevica. Stalin fu autore d’una nutrita serie di scritti e discorsi che diventarono la lettura obbligata dei comunisti di tutto il mondo. Come scrittore, Stalin fu una nullità. Ed una nullità fu anche come ideologo. Ciononostante, egli affascinò fior fiore di intellettuali in tutto il mondo, a dimostrazione del potere micidiale dell’ideologia.

Bettelheim, nel libro Lotte di classe in Urss 1917-1930, critica quella che egli chiama la visione idealistica della storia dell’Unione sovietica, propria di storici come Ellenstein, che vedono nella creazione dell’Unione sovietica la realizzazione pratica del pensiero di Marx. In realtà, se è vero che, quando Marx parlava di socialismo, pensava a tutto meno che alla Russia da lui considerata troppo arretrata per essere oggetto del suo interesse; è anche vero che furono proprio Lenin e Stalin a assumere il pensiero in Marx come costante riferimento della loro azione politica.

Per renderci conto di questo fatto, possiamo pensare agli appunti preparatori di Stato e rivoluzione di Lenin, oppure, possiamo pensare a Materialismo storico, materialismo dialettico di Stalin. Ciò non significa che Marx debba essere considerato l’ispiratore dei crimini di Stalin.

Stalin era, come ha messo in evidenza con grande sottigliezza psicologica Amis, un dittatore sanguinario che si divertiva a giocare a gatto e topo e che godeva nel far soffrire le sue vittime prima di consegnarle ai suoi boia, nessuno dei quali è morto nel proprio letto.

Chiarito ciò, va ricordato che, se  fu possibile a Stalin procedere all’eliminazione fisica dei suoi avversari politici per vie legali, ciò accadde in virtù d’una concezione strumentale del diritto che era considerato, per usare le parole del pubblico accusatore nei processi si Mosca, “forza materiale nella costruzione del socialismo”. In questo contesto, io credo sia difficile comprendere il pensiero   politico  bolscevico prescindendo dalla concezione comunista del diritto cui Kelsen dedicò a suo tempo alcuni saggi fondamentali.

Il lungo boom. La Seconda guerra mondiale aprì la via al lungo boom degli anni ’50-’60 che – è stato detto – vide il trionfo delle idee di Keynes. In realtà, gli anni ’50-’60 videro il trionfo della cd sintesi neoclassica. In tal senso, più che gli anni di Keynes essi furono gli anni di Modigliani. 

Keynes non era un rivoluzionario. Professore di economia a Cambridge, direttore di “Economic Journal”, membro della delegazione britannica ai colloqui di pace a Versailles, membro della delegazione britannica a Bretton Woods, frequentatore del Circolo di Bloomsbury, amico di Wittgenstein, autore di ponderosi libri di economia, di brillanti saggi di attualità politica, di fondamentali testi di logica matematica, era un liberale vecchio stampo che non voleva abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione e scambio. Ciò non gli impedì di elaborare una critica della teoria economica dominante che ne distruggeva i fondamenti.

La pubblicazione di tale critica gli attirò gli strali dei suoi colleghi di Cambridge e delle altre università. Fu così che si pensò, stimolati da una famosa recensione di Hicks, di correre ai ripari cercando di dimostrare che la teoria di Keynes rappresentava un caso particolare della teoria economica dominante che si registra quando le condizioni economiche sono tali da scoraggiare gli investitori anche in presenza di un tasso di interesse prossimo a zero. Nacque in questo modo con il contributo fondamentale di Modigliani  la cd sintesi neoclassica.

Il nome di Keynes è stato spesso associato a quello dei teorici dell’economic planning. Niente di più sbagliato. Keynes era un economista tradizionale; né ci potremmo aspettare qualcosa di diverso da un allievo di Marshall. Keynes s’era reso conto che la tradizionale prassi liberale di attendere che che la crisi facesse il suo corso non funzionava più. Occorreva intervenire con denaro fresco per mettere in moto il moltiplicatore.

Da questo punto di vista la teoria di Keynes era una teoria di breve periodo. Per il lungo periodo, Keynes prevedeva un intervento dello stato teso a mantenere ad un buon livello l’efficienza marginale del capitale e il modo più semplice per ottenere una cosa del genere era quello di sostenere la domanda effettiva mediante un oculato insieme di misure di politica economica.

La crisi scoppiata all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso a causa dell’oil shoc del ’73, ponendo fine al lungo boom degli anni ’50-’60, mandò in crisi il keynesismo accusato d’essere la causa della crisi e favorì il diffondersi in tutto il mondo del neoliberismo.

L’oil shoc del ’73 colpì un’economia mondiale già gravemente provata dal crollo del sistema di Bretton Woods avvenuto nell’agosto del 1971 a seguito della decisione del presidente americano Nixon di dichiarare l’inconvertibilità del dollaro in oro. Le cause profonde della crisi del sistema di Bretton Woods andavano individuate nel fatto che esso aveva funzionato e aveva favorito l’emergere di nuove potenze economiche come il Giappone e la Germania le cui monete, yen e marco, erano ormai diventate concorrenziali nei confronti del dollaro.

Le cause superficiali andavano cercate invece nell’espansione del mercato dell’eurodollaro e nell’aggravarsi dell’inflazione causata dalle spese militari per la guerra in Vietnam.

Il neoliberismo, come il keynesismo, è una concezione del mondo. Ridurre il neoliberismo a una pura e semplice dottrina economica significa non capire un accidente di esso, allo stesso modo che non si capisce un accidente del keynesismo se lo si riduce alla cd sintesi neoclassica. Ciò che oggi è in crisi è la concezione neoliberista del mondo. Ciò che oggi è in crisi è la concezione neoliberista del cd homo oeconomicus, impersonato, come avviene in Friedman, da Robinson Crusoe. Ciò che oggi è in crisi è l’identità hayekiana tra capitalismo, libertà, democrazia.

Come hanno dimostrato, infatti, Reich e Peyrelade, il capitalismo uccide la democrazia impedendo il formarsi d’una vera libertà. Crouch ha parlato a tale riguardo di post-democrazia. Salvadori ha parlato di “democrazie senza democrazia”. Si tratta d’un problema del quale s’era occupato Schumpeter in “Capitalismo, socialismo, democrazia”. Pubblicato nel 1942, il libro di Schumpeter analizzava le trasformazioni della democrazia alla luce delle trasformazioni del capitalismo.  Tale problema era ben vivo nella mente dei teorici del New Deal. Da qui la loro proposta di dare inizio ad una nuova era nel campo delle relazioni economiche, politiche e sociali fondata su un nuovo rapporto fra Big Business, Big Labour, Big Government, che costituì il fondamento sul quale venne costruito il lungo boom del secondo dopoguerra.

Ciò favorì un notevole miglioramento delle condizioni di vita della classe operaia e un altrettanto notevole aumento del suo potere politico; essi durarono finché i capitalisti decisero che era giunto il momento di passare all’attacco e inventarono, come dimostrò Glyn, la globalizzazione.

Oggi, la globalizzazione è in crisi e la sua crisi minaccia di travolgere l’intera civiltà occidentale. La globalizzazione, infatti, distruggendo la vecchia divisione internazionale del lavoro, ha portato, da un lato, la contraddizione che un tempo opponeva Primo mondo capitalistico e Terzo mondo all’interno dello stesso mondo capitalistico e ha aperto nuove contraddizioni fra chi ha e chi non ha, fra chi è riuscito a inserirsi nel nuovo sistema di relazioni economico-sociali e chi è rimasto tagliato fuori. Dall’altro lato, la globalizzazione, distruggendo la vecchia divisione internazionale del lavoro, ha fatto emergere nuove grandi potenze economiche che sono entrate in concorrenza con le economie dei paesi appartenenti al vecchio Primo mondo capitalistico mettendo in pericolo il loro ulteriore sviluppo. 

La globalizzazione è la fase attuale del capitalismo. Essa si differenzia dall’imperialismo per il fatto che, diversamente dall’imperialismo il quale si basava sul rapporto metropoli-colonie, essa si fonda sulla diffusione dei rapporti capitalistici di produzione a tutto il mondo non ancora capitalistico. Ciò ha portato, da un lato, alla emersione di nuove potenze economiche che sono entrate in concorrenza con le vecchie potenze capitalistiche; dall’altro lato, ha portato al ridimensionamento del ruolo dello stato come garante della sovranità nazionale a fronte del rafforzamento del potere delle grandi imprese multi-transnazionali e delle organizzazioni politico-giuridiche internazionali.

Secondo l’ideologia politica oggi dominante, il crollo dell’Unione sovietica ha distrutto la speranza di poter costruire una società diversa da quella in cui viviamo. In realtà, in Unione sovietica non v’era alcunché di socialistico. Volendo definire il sistema economico-sociale vigente in Unione sovietica, potremmo definirlo con Rizzi, come collettivismo burocratico. In altre parole, si trattava d’un sistema sociale che era tutto fuorché socialista, laddove socialismo significa libertà, uguaglianza, democrazia.

Detto questo, resta da capire come fu possibile che milioni di persone, spesso di considerevole livello culturale, avessero potuto ingannarsi in modo cosi macroscopico sulla natura sociale dell’Unione sovietica. La spiegazione più semplice, tolti i casi di persone con un basso livello culturale, è che si trattò di un autoinganno. In altre parole, si volle vedere ciò che si voleva vedere; e, ad ogni buon conto, si era nel bel mezzo d’una lotta per la vita e per la morte contro il capitalismo e non si doveva andare tanto per il sottile. La sconfitta del capitalismo e la diffusione del comunismo in tutto il mondo valeva il Gulag. A tale riguardo merita ricordare la famosa tesi di Nolte secondo il quale non v’era alcuna differenza fra i campi nazisti e i campi sovietici. Tale tesi è stata aspramente criticata dagli ex-comunisti. In realtà, se una differenza esisteva, essa riguardava più la forma che il contenuto, più i mezzi usati che il fine.

Lo sviluppo delle nostre società è messo, inoltre, in pericolo da un altro nemico non meno insidioso del neoliberismo. Mi riferisco alla crisi ambientale. Le origini di questa crisi affondano le loro radici nella storia dell’umanità, ma fu l’avvento della civiltà capitalistico-borghese a imprimere ad essa le caratteristiche che conosciamo.

Per migliaia e migliaia di anni l’uomo ha considerato la natura alla stregua d’un deposito inesauribile di risorse da sfruttare a proprio piacimento.  L’avvento della civiltà capitalistico-borghese ha portato questo sfruttamento alle sue estreme conseguenze grazie ai continui progressi della tecnica che ha aumentato a dismisura il tasso di crescita delle economie capitalistico-borghesi rispetto al tasso di crescita delle economie precapitalistiche. Il mantenimento d’un tale tasso di crescita venne favorito inoltre da un continuo aumento dei consumi che originò un nuovo genere di società chiamata appunto la società dei consumi. L’affermarsi di questo nuovo genere di società ha portato, a sua volta, all’affermarsi di una nuova cultura di genere acquisitivo che influenzò, come hanno dimostrato Bauman e Barber, lo sviluppo di un nuovo genere di morale fondata sul precetto: “Comportati come se dal tuo comportamento dovesse scaturire una massima di valore universale”.

Per Adam Smith, l’economia politica era da considerarsi una scienza facente parte del novero delle scienze che si occupavano dell’arte di governare. Ovviamente, per governare, occorre sapere dove si vuol andare a parare. In altre parole, occorre avere in mente un progetto di società. Il progetto di società di Smith era di tipo individualistico possessivo e propugnava una società libera da “lacci e laccioli”, dove l’intervento dello stato era ridotto al minimo e l’economia era guidata dalla mano invisibile della concorrenza che garantiva il maggior benessere possibile per la popolazione. A tale visione si ispira l’ideologia economica oggi dominante con la conseguenza d’aver posto il nostro destino nelle mani dei signori del capitalismo globale.

Lo sviluppo di tale società ha raggiunto il punto di non-ritorno. Proseguire lungo la strada seguita finora significherebbe condannarci all’autodistruzione. Per renderci conto di questo fatto è sufficiente fare un facile calcolo: moltiplicare i consumi energetici pro-capite dei paesi capitalistici occidentali per il numero di abitanti del nostro pianeta e confrontare il risultato con le riserve energetiche conosciute. Si vedrebbe che non c’è trippa per gatti. I consumi energetici globali supererebbero in modo soverchiante le riserve energetiche disponibili. Ciò significa che se vogliamo evitare che le società in cui viviamo facciano la fine delle società di cui parla Diamond in “Collasso”, dobbiamo cambiare modello di sviluppo. Ciò significa che dobbiamo cambiare stile di vita. Dobbiamo voltare le spalle alla società dei consumi e creare un nuovo genere di società fondata su principio “pensare globalmente, agire localmente”. Ciò significa creare un nuovo genere di cultura fondato sul principio della sostenibilità. La contraddizione fondamentale del nostro tempo non è più infatti quella fra borghesi e proletari, per usare le parole del “Manifesto” di Marx, ma quella fra uomo e natura, fra economia e ambiente.

Corrado Bevilacqua, La pagliuzza e la traveultima modifica: 2012-03-03T13:09:37+01:00da mangano1
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