Gabriele Frasca,Un quanto di erotia: Gadda con Freud e Schrödinger

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Letteratura e realtà
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Un quanto di erotia: Gadda con Freud e Schrödinger
2 febbraio 2012 Pubblicato da Gilda Policastro | 36 commenti
di Gabriele Frasca
[Pubblichiamo un estratto del libro di Gabriele Frasca Un quanto di erotia: Gadda con Freud e Schrödinger, che inaugura la collana “i saggi del cuore” della casa editrice d’if. Dal testo abbiamo sacrificato le note, perché ne fosse più agevole la lettura a video. Nondimeno, il libro consta di un apparato notevolissimo, che oltre a offrire i rimandi specifici di singoli passaggi completa con una serie di percorsi aggiuntivi il discorso principale svolto a testo. Questo, com’è facile ricavare dal titolo, ricolloca il significato del Pasticciaccio (e, in misura minore della Cognizione) all’incrocio tra le più dibattute questioni della fisica quantistica sulle particelle e i loro moti (a partire dal cosiddetto “paradosso EPR”), che Gadda intercettò assai precocemente, e la teoria freudiana (ma di un Freud rivisto via Deleuze e Lacan) della sessualità omoerotica, ossia svincolata dall’obbligo procreativo, così come si esemplifica nei personaggi delle “isteriche” e dei “celibi”. Nel passo che abbiamo selezionato, i due motivi sono entrambi esplicitati e riferiti al processo di costruzione dell’opera, tanto rispetto alla cornice storico-geografica quanto rispetto ai sovrasensi psicopatologici che si chiariscono come via via determinanti nella soluzione (o mancata soluzione) del caso. Frasca ne dice: “L’ho scritto per chi se ne fa qualcosa:  non a caso l’ho dedicato agli studenti” (gp)].
La storia ripiegata nella geografia del Pasticciaccio starebbe tutta qui, nella contrapposizione sperequata (dato l’inarrestabile processo d’inurbamento, che successivamente Pasolini avrebbe sfumato nella terra di mezzo delle borgate) fra la veloce metastasi di Roma, che inocula il morbo della storia, e il lento geologico ma inesorabile ammalarsi di Albano e zone limitrofe, prefigurata tutta nella «sinistra azione a distanza» che, attraverso il valzer delle “nipoti”, si stabilisce fra il caseggiato di via Merulana 219 e il «laboratorio-bettola» della Zamira. Ma, s’è detto, nell’opera si assiste a un altro fronteggiarsi, e questa volta mica storico, addirittura apocalittico, per quante interferenze puntuali e per l’appunto momentanee possano verificarsi fra i due schieramenti: quello che oppone da una parte il «maschile delirare», vale a dire la via errabonda cui s’incammina il «quanto di erotia» nelle forze dell’ordine omoerotiche della società patriarcale (non un «sapere-di-tutto» ma il «tutto-sapere» di ogni burocrazia), e dall’altra non tanto il «duro desiderio di durare» del femminile procreativo ma quella simbolizzazione dell’«insoddisfazione primiera» (testimonia Lacan) cui diamo solitamente nome «isterica» (il Pasticciaccio sa imbastirne come poche altre opere dell’epoca il discorso). Tale è Liliana, tale il suo anagramma rusticano Lavinia, coi buoni offici della rima è tale anche Virginia, e la cugina, e tutte le altre Sabinae virgines.
Situare la questione del desiderio per una donna, ci ricorda sempre Lacan, «vuol dire interrogare l’isterica». È lei che «fabbrica» un uomo animato dal desiderio di sapere (povero don Ciccio, messo da sùbito in sella da Liliana con uno sguardo di fraterna complicità, solo per ritrovarsi per tutta l’indagine disarcionato); ma la verità del padrone (e del padre), alla cui ricerca si mette l’isterica, e per cui è disposta a investire (con un ordine di «servizzie») anche il suo bravo investigatore, resta una sola: il padre (e il padrone) è castrato. Il Pasticciaccio, su questo, non ha alcun dubbio (né pietà): a fronte di tante macchine celibi, l’unico autentico genitore di tutta la vicenda lo incontriamo nel finale (che contribuisce fra l’altro a suo modo a risolvere con la questione della ciambella, e della padella di maiolica). È il padre di Assunta Crocchiapani, e ha tutte le stimmate che ci aspetteremmo da un simile propagatore della castrazione, persino nel suo umoristico lasciarsi inquadrare dall’inconsistenza delle retoriche di cui sempre abbonda la storia (a trattarla quanto meno col solvente di Eros e Priapo):
Non si capiva s’era vivo o s’era morto: s’era un omo o una donna, cui nel procedere fra le consolazioni della prole e della zappa in un turbinio di zanzare verso le nozze d’oro, fosse spuntata quella barba: maschia barba, come soleva dire, anche delle barbe femminili, il fondatore dell’impero quinquennale (P 273).
Cui fa da contraltare, a chiudere il quadretto di queste tarde e ribadite nozze fra storia e geografia, l’«immemore memoria della terra» che traspare nell’«immobilità rugosa di un fossile» (274) della vecchia seduta accanto al letto dove continua a morire questo «corpiciattolo disteso», un «propagatore della stirpe» (l’avrebbe qualche decennio prima definito Gadda in un ulteriore impeto fascistoide della sua Meditazione), l’unico fra l’altro in un’opera che in quanto a istituzioni parentali vanta zie e nonne, vere o posticce, mamme solo sospirate (in un senso e nell’altro), fratelli nel vizio e cugini e cugine, e per il resto congiunzioni e affiliazioni nella sterilità, e amanti tanti e inutili.
Ne consegue, nella schiera di queste pallide desiderabili sempre pronte a scodellare il pupetto (ma comunque mai ingravidate in corso d’opera, e per noi lettori dunque, di «poca cena» per patto, ancora ingravidabili del tutto, con o senza «suggerimento stupendo»), un’autentica propensione all’omoerotia, non necessariamente sublimata: quei baci e abbracci da «pantera» della Virginia a Liliana, via, senza nemmeno rimpiangere quanto di più esplicito non trasbordò, pronte le stampe, dalla versione di «Letteratura» alla definitiva, dovrebbero dissiparli, i pochi dubbi che restano. Quanto meno quelli che concernono il caso. Ma si tratta di un’omoerotia che ama dell’oggetto desiderato il ventre (non ancora) fecondo, il ventre potenziale (e dunque, s’è detto, la serie, una serie di ventri disposti al seme che possano in potenza assicurare una «paternità metafisica»). Da parte sua, allora, sterile conclamata, e quindi depotenziata, la signora Balducci in verità non persegue il vuoto altrui che presto si riempirà, da comparare al niente che si porta in grembo, ma l’apertura, così, per traslazione, di un varco nella congiunzione dei corpi («zinne contro zinne»), e di lì finanche nell’intangibilità riarsa della propria carne, di cui fin troppo presto comprenderà il destino (avrebbe detto più tardi Stefano D’Arrigo per altre, altrettanto cruenti, e ulteriormente de-generative, vicende) di «pietra da tagliare». Un gioiello, chiuso in sé, avvolto intorno alla cognizione del dolore. Già, cognazioni o cognizione, ci ripete Gadda: delle due l’una.

Gabriele Frasca,Un quanto di erotia: Gadda con Freud e Schrödingerultima modifica: 2012-02-08T15:08:36+01:00da mangano1
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