Vento largo,Dell’eroe e del codardo: Lord Jim

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MERCOLEDÌ 18 GENNAIO 2012
Dell’eroe e del codardo: Lord Jim

E’ sempre misterioso il percorso che porta alla scoperta di un libro o di un autore. Per me arrivare a Conrad fu un passaggio naturale, parallelo a quello dall’infanzia all’adolescenza: passai da Salgari a Conrad nel momento in cui passavo dalle elementari alle medie. Conrad mi affascinò e mi prese per sempre. Poi, con gli anni, col passaggio di quella “sottile linea d’ombra” che segna l’ingresso nell’età adulta, compresi che la vera avventura che Conrad narrava era quella dell’animo umano e che il coraggio o l’onore su cui tanto insisteva era la forza di confrontarsi con il lato oscuro di sè, di fare fronte alle proprie contraddizioni e debolezze. Conrad mi aiutò a capire l’orrore e il mistero della condizione umana e come si dovesse non giudicare ma cercare sempre di sforzarsi di comprendere, che l’eroe e il codardo potevano essere la stessa persona e che comunque sempre si trattava di “uno di noi”.

G.A.

Joseph Conrad

Lord Jim

Aveva una statura appena al di sotto del metro e ottanta, era di corporatura possente, e avanzava diritto verso di voi con le spalle leggermente curve, la testa protesa in avanti e uno sguardo fisso di sottecchi, che faceva pensare a quello di un toro che si prepara a caricare. Aveva una voce profonda e forte, e il suo comportamento palesava, pur senza alcuna forma di aggressività, una sorta di ostinata riaffermazione del proprio buon diritto. Tutto ciò appariva come una necessità, ed era apparentemente diretto a se stesso non meno che a chiunque altro. Il suo aspetto era impeccabile: vestito sempre di un bianco immacolato, dal cappello alle scarpe, era molto popolare nei vari porti d’Oriente in cui si guadagnava da vivere come procacciatore d’affari per conto di ditte di forniture navali.

Per diventare procacciatori di forniture navali non occorre sostenere esami d’ogni sorta al mondo, ma si deve possedere l’Abilità in astratto e dimostrarla nel concreto. Tale attività consisteva nell’arrivare, con una barca a vela, a vapore o a remi, al fianco di tutte le navi sul punto di gettare l’ancora prima degli altri procacciatori, nel salutare il capitano con cordialità, nel ficcargli in mano un cartoncino – il biglietto da visita della ditta di forniture navali – e infine, la prima volta in cui scende a terra, nel pilotarlo con sicurezza ma senza ostentazione fino a un vasto emporio simile a una caverna, pieno delle cose che si mangiano e bevono a bordo di una nave; dove si può trovare tutto ciò che serve per renderla bella e atta alla navigazione, dai diversi tipi di ganci per la catena dell’ancora al campionario di lamine d’oro per gli intagli incisi a poppa; e dove il comandante è ricevuto come un fratello da un fornitore marittimo che non ha mai visto prima. C’è un salottino fresco, ci sono poltrone, bottiglie, sigari, l’occorrente per scrivere, una copia del regolamento portuale e un’accoglienza così calorosa da togliere dal cuore di un marinaio tutta la salsedine accumulatasi in tre mesi di navigazione. I rapporti così stabiliti vengono mantenuti, finché la nave rimane in porto, attraverso le visite quotidiane del procacciatore. Verso il capitano egli ha la fedeltà dell’amico e le attenzioni del figlio, oltre alla pazienza di Giobbe, alla devozione disinteressata della donna e alla giovialità del buon compagno. Più tardi arriverà il conto. È un mestiere bellissimo e umano. Ed è per questo che i buoni procacciatori d’affari scarseggiano. Quando uno di loro, oltre a possedere in astratto l’Abilità richiesta per esercitare questo mestiere, ha anche il vantaggio di aver prestato servizio sulle navi, il suo padrone è disposto a pagarlo bene e a trattarlo con deferenza. Jim ebbe sempre buone paghe e principali pronti ad assecondarne gli estri e i capricci. Ciò nonostante, dando prova di profonda ingratitudine, spesso piantava il lavoro e partiva. Ai suoi padroni, i motivi che adduceva parevano naturalmente inadeguati. «Maledetto stupido!», gli ringhiavano dietro non appena aveva girato le spalle. Questa era la loro reazione alla sua squisita sensibilità.

Per i bianchi che lavoravano nei porti e per i capitani delle navi lui era solo Jim – null’altro. Naturalmente aveva anche un cognome, ma faceva di tutto per evitare che fosse pronunciato. Questa corazza di riserbo, che in realtà presentava larghe crepe, non aveva lo scopo di proteggere una personalità, ma di nascondere un fatto. E quando questo filtrava egli lasciava improvvisamente il porto nel quale si trovava e andava in un altro – di solito più ad est del precedente. Rimaneva nei porti perché era un marinaio che aveva abbandonato la navigazione e perché possedeva l’Abilità in astratto, che avrebbe potuto sfruttare solo per il mestiere di procacciatore d’affari per conto di ditte di forniture navali. Si ritirava in buon ordine sempre più verso levante, e il fatto lo seguiva, casualmente ma inevitabilmente. E così, nel corso degli anni, lo conobbero successivamente a Bombay, a Calcutta, a Rangoon, a Penang, a Batavia – e in ognuna di queste località era solo Jim, il procacciatore di forniture navali. In seguito, quando la sua acuta percezione dell’intollerabile lo allontanò per sempre dai porti e dai bianchi spingendolo all’interno della foresta vergine, i malesi del villaggio in mezzo alla giungla in cui aveva deciso di celare il suo inconfessabile segreto aggiunsero una parola al monosillabo del suo incognito. Lo chiamarono Tuan Jim: come dire, ovvero, Lord Jim.

(…)

NOTA DELL’AUTORE

Quando questo romanzo apparve per la prima volta in volume si formò l’opinione che mi fossi fatto prendere la mano dalla storia. Qualche recensore sostenne che l’opera, iniziata come racconto, era sfuggita al controllo dell’autore. Uno o due commentatori credettero addirittura di scorgere prove interne a sostegno di tale tesi, e ne parvero divertiti. Alcuni indicarono i limiti della forma di narrazione usata, affermando che nessuno avrebbe potuto parlare per tutto quel tempo, e che nessuno, d’altro canto, avrebbe avuto la forza di rimanere in ascolto per un periodo altrettanto lungo. Era, così dissero, poco credibile.

Dopo averci riflettuto per circa sedici anni, credo di poter dire che queste osservazioni non erano giuste. Si sa di uomini che, sia ai tropici sia nella zona temperata, sono rimasti alzati tutta la notte a “farsi una chiacchierata”. E questa è proprio una di siffatte chiacchierate, intervallata da interruzioni per dare un po’ di respiro; quanto alla resistenza degli ascoltatori, si deve accettare come dato di fatto che la storia fosse interessante. È questo l’assunto di partenza. Se non l’avessi trovata interessante non avrei mai potuto cominciare a scriverla. Per ciò che riguarda la resistenza fisica del narratore, sappiamo tutti che alcuni discorsi in Parlamento hanno avuto una durata più vicina alle sei ore che alle tre, mentre tutta la parte del libro che copre il racconto di Marlow può essere letta ad alta voce, direi, in meno di tre ore. Inoltre – quantunque io abbia rigorosamente escluso dalla vicenda particolari così insignificanti – possiamo presumere che ci fossero rinfreschi nel corso della notte, o almeno qualche bicchiere di acqua minerale che consentisse al narratore di continuare.

A dir la verità, devo ammettere che inizialmente avevo pensato a un racconto breve sul solo episodio della nave dei pellegrini e niente altro. E si trattava di un’idea valida. Tuttavia, dopo averne scritte alcune pagine, non ne fui soddisfatto per qualche motivo che adesso non ricordo, e per un po’ di tempo le accantonai, togliendole dal cassetto solo dopo che il compianto William Blackwood mi chiese di mandargli qualcosa per la sua rivista.

Fu solo allora che mi accorsi come quell’episodio fosse un buon punto di partenza per una narrazione libera e ricca di divagazioni, e come fosse, inoltre, un evento che poteva comprensibilmente gettare un’ombra sul “sentimento dell’esistenza” di un personaggio semplice e sensibile. Ma tutti questi umori e moti dello spirito erano alquanto oscuri allora, e non mi appaiono più chiari adesso, a distanza di tanti anni. I pochi fogli che avevo messo da parte ebbero non poca importanza nella scelta dell’argomento, ma tutto fu riscritto con grande attenzione. Accingendomi a questo compito sapevo che sarebbe stato un libro lungo, anche se non prevedevo che sarebbe stato distribuito in tredici numeri del Maga. A volte mi è stato chiesto se questo fosse il mio libro preferito. Detesto i favoritismi, sia nella vita pubblica, sia nella sfera privata, e persino nei delicati rapporti fra l’autore e le sue opere. Non voglio farne per principio, ma non arrivo al punto di rammaricarmi o dolermi per la preferenza che alcuni accordano al mio Lord Jim. Non dirò neppure che “mi riesce difficile capire…”. No! Tuttavia una volta mi capitò di provare sorpresa e imbarazzo. Di ritorno dall’Italia, un amico mi disse di avere parlato con una signora cui il libro non era piaciuto. Naturalmente non ne fui contento, ma ciò che più mi colpì fu il motivo di tale insoddisfazione. «Vede», disse costei, «è tutto così morboso».

Tale dichiarazione mi fornì lo spunto per un’ora di preoccupate riflessioni, e infine giunsi alla conclusione che, a parte la naturale estraneità del tema alla sensibilità femminile, quella signora non poteva essere italiana. E forse non era neppure europea. In ogni caso nessun latino avrebbe percepito alcunché di morboso nell’acuta coscienza dell’onore perduto. Questa può essere giusta o sbagliata; oppure si può condannarla come artificiosa; e forse il mio Jim è anche un tipo fuori del comune. Ma posso con certezza assicurare i miei lettori che il personaggio non è il prodotto di una fredda perversione intellettuale. E non è neppure una figura tipica del brumoso Nord. In un’assolata mattina, lungo una strada orientale, vidi passare la sua forma – piena di fascino – densa di significato – oppressa da una nube – in un silenzio perfetto. Era quello che doveva essere. Spettava a me, con tutta la simpatia di cui ero capace, cercare le parole adatte a descrivere ciò che lui rappresentava. Era “uno di noi”.

J.C.

1917

PUBBLICATO DA VENTO LARGO A 13:56

Vento largo,Dell’eroe e del codardo: Lord Jimultima modifica: 2012-01-18T17:29:30+01:00da mangano1
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