Longhi e Artemisia, la ferocia diventa colore

da  LA STAMPA

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CULTURA
02/11/2011 –
Longhi e Artemisia
la ferocia diventa colore

Artemisia Gentileschi (come si rappresenta nell’ Autoritratto come allegoria della pittura ), «dipinge» Roberto Longhi: l’illustrazione è di Paolo Galetto. La pittrice, figlia di Orazio Gentileschi, nacque a Roma nel 1593 e morì a Napoli nel 1653

Mentre Milano celebra la pittrice secentesca con una mostra, si riscopre un saggio giovanile del grande critico sui “Gentileschi. Padre e figlia”
ROBERTO LONGHI

Nel 1916 Roberto Longhi pubblicò sulla rivista L’Arte uno studio sui Gentileschi. Padre e figlia (a quest’ultima, Artemisia, è dedicata la mostra in corso a Milano, Palazzo Reale, fino al 22 gennaio). Poi raccolto nelle Opere complete di Roberto Longhi (Sansoni 1961), il saggio, da tempo introvabile, viene ora riproposto da Abscondita. Ne anticipiamo uno stralcio.

Artemisia Gentileschi, dal nome favoloso e serico come le pitture del padre, ci pare l’unica donna in Italia che abbia mai saputo cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità; da non confondere adunque con la serie sbiadita delle celebri pittrici italiane; e ai suoi tempi non si potrebbe trovarle paragone che in Giuditta Leyster. Nulla in lei, almeno di primo acchito, della peinture de femme ch’è così evidente nel collegio delle sorelle Anguissola, in Lavinia Fontana, in Madonna Fede Galizia, in Caterina Ginnasi, in Giovanna Garzoni, o nelle pittrici di Donna o di Foemina. Si travede anzi un temperamento che, fosse vissuta a Parigi dopo la metà del secolo passato, avrebbe figurato un poco come Mary Cassatt. […]

La signorina Artemisia dovette essere molto precoce in ogni cosa – si consulti al proposito il resoconto del processo del Tassi – e così in pittura, se verso il 1612, a quindici anni, quando il Tassi le insegnava, fra l’altro, la prospettiva, essa dipingeva il ritratto di un putto.

Noi non dubitiamo ch’essa calcasse allora moderatamente le orme paterne, e si tratterebbe perciò di rinvenire qualche opera che appaia sulle tracce di Orazio, ma con qualche a tentoni giovenile, e magari di senso femminile. […]

E si studiò infinitamente Artemisia di fare una grand’opera nella Giuditta che uccide , anzi che scanna Oloferne in due esemplari grandi (Firenze e Napoli) e in una piccola replica su lavagna all’arcivescovado di Milano. Ma quella scissione fra mentalità e resa, fra civiltà e creazione che già avvertivamo in Orazio, si ripete qui nella figlia con fatalità quasi tragica, visto che ne vanno perdute, per ribrezzo, qualità pittoriche di prim’ordine. Chi penserebbe infatti che sopra un lenzuolo studiato di candori ed ombre diacce degne d’un Vermeer a grandezza naturale, dovesse avvenire un macello così brutale ed efferato, da parer dipinto per mano del boja Lang? Ma – vien la voglia di dire –, ma questa è la donna terribile! Una donna ha dipinto tutto questo?

Imploriamo grazia. Noi non vorremmo ad ogni modo seguire lo Schmerber nelle sue grosse osservazioni sullo spirito sadico del tempo; che qui non v’è nulla di sadico, se anzi ciò che sorprende è l’impassibilità ferina di chi ha dipinto tutto questo, ed è persino riuscita a riscontrare che il sangue sprizzando con violenza può ornare di due bordi di gocciole a volo lo zampillo centrale! Incredibile, vi dico! Eppoi date per carità alla signora Schiattesi – questo è il nome coniugale di Artemisia – il tempo di scegliere l’elsa dello spadone che deve servire alla bisogna! Infine, non vi pare che l’unico moto di Giuditta sia quello di scostarsi al possibile perché il sangue non le brutti il completo novissimo di seta gialla?

Pensiamo ad ogni modo che si tratta di un abito di casa Gentileschi, il più fine guardaroba di sete del ’600 europeo, dopo Van Dyck. […]

Ma il grande, il vero risultato pittorico, manco a dirlo, è negli abiti. Discesa memorabile di un ermellino che potrebb’essere l’impresa pittoresca se non morale dei due Gentileschi, padre e figlia – ove svariano rapide le ombre corte sotto le codette cineree; azzurro gigliato pronto a cedere a un damasco rosso ciliegia di valore inestimabile; manica eburnea torrefatta d’ombre caldissime –, centro pittorico, coin di capolavoro, che si propaga fino a ricomparire nella cotta delicata, sfatta in basso dall’ardere lento delle babbucce di soffice tabacco.

Non dimentichiamo perciò questi tratti di grande maestra anche se ci avvediamo che l’esecuzione si raffredda e intristisce nel viso troppo condotto, in una mano non «vista», in una corona troppo battuta, in uno scettro troppo cesellato. Sono i fondigli dell’oreficeria toscana, che vengono a galla. E resta pur lamentabile che quest’opera non sia apparsa – vera rivelazione alla mostra del Ritratto Italiano. […]

Roberto Longhi nato ad Alba nel 1890, morì a Firenze nel 1970. Il suo apporto critico è stato fondamentale tra l’altro nella rivalutazione di Caravaggio.

Longhi e Artemisia, la ferocia diventa coloreultima modifica: 2011-11-04T12:06:16+01:00da mangano1
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