Arthur Rimbaud,Il fabbro

Il fabbro
by materialiresistenti (18/06/2011 – 13:17)
di Arthur Rimbaud

2e36de0e46f10678.jpegPalazzo delle Tuileries, verso il 10 agosto [17]92.

Il braccio su un enorme martello, tremendo
d’ebbrezza e d’imponenza, vasta la fronte, ridente
come una tromba di bronzo, con tutta la sua bocca,
spogliando il grassone con sguardo feroce
il fabbro parlava a Luigi Sedici, un giorno
che il popolo era lì, a stringersi intorno
mentre sui fregi dorati spandeva le sporche vesti.
Ora il buon Re, ritto sul suo ventre, era pallido,
pallido come un vinto trascinato alla forca,
e sottomesso come un cane non si ribellava
perché il fabbro marrano dalle enormi spalle
gli diceva parole antiche, cose assai strambe,
da agguantarlo dritto in fronte, così!

«Tu lo sai bene, Signor mio, cantavamo tra la la
e spingevamo i buoi attraverso gli altrui solchi:
il canonico al sole sgranava padrenostri
su rosari brillanti guarniti di monete d’oro.
Il Signore a cavallo passava, al suono del corno,
ed uno con la corda, l’altro col nerbo
ci sferzavano – Ebeti come occhi di vacca
i nostri occhi non davano più lacrime: così tiravamo
avanti, e quando avevamo arato tutto il paese
quando avevamo lasciato in questa nera terra
un po’ delle nostre carni… eccola la ricompensa:
incendiavano le nostre topaie di notte, facevano
dei nostri piccoli un dolce assai ben cotto.

… «Oh, non mi compiango. T’ho detto le mie fandonie,
che restino fra noi. Puoi anche contraddirmi.
Non è forse una gioia vedere, al mese di Giugno
nei granai entrare dei carri di fieno
così grandi? Sentire l’odore di ciò che cresce
nell’orto, quando piove, dall’erba rossastra?
Vedere le biade, le biade e le spighe colme di grano
e capire che ci porteranno tanto pane?
Oh, di più gran lena andremmo al forno che s’infuoca
cantando con gioia e battendo l’incudine,
se fossimo certi di poterne avere un po’
– siamo uomini, in fondo – di quei doni di Dio!
– Ma ecco, è sempre la solita vecchia storia!

«Lo so a memoria! Non posso più crederci,
quando ho due buone mani, una fronte ed un martello
che un uomo venga, con la daga sul mantello,
a dirmi: ragazzo mio, semina la mia terra;
e che ancora verrà, se ci sarà la guerra
a prendere via mio figlio dalla mia casa!
– Io sarei un uomo e tu, tu saresti Re,
tu mi diresti: «Voglio! », vedi, è da sciocchi,
credi che io ammiri la tua splendida baracca,
i tuoi ufficiali dorati, i mille tuoi furfanti,
i tuoi accidenti di bastardi, che starnazzano come pavoni?
Hanno riempito il tuo nido dell’odore di nostre figlie
e biglietti per rinchiuderci in Bastiglie,
gli diremo: sta bene: i poveri in ginocchio!
Indoreremo il Louvre con le nostre elemosine!
E tu ti ubriacherai, darai una grande festa
– e questi signori se la spasseranno, seduti sulla nostra testa!

«No. Queste schifezze sono più vecchie dei nostri padri!
Oh! n popolo non è più una puttana. Tre passi
e abbiamo ridotto la Bastiglia in polvere.
La bestia trasudava sangue da ogni pietra,
era raccapricciante la Bastiglia in piedi
con le sue mura lebbrose che ci dicevano tutto
mentre ci abbracciava rinchiusi nella sua ombra!
– Cittadini, oh cittadini! Era l’oscuro passato
che in rantoli rovinava, quando prendemmo la torre!
Nel cuore c’era qualcosa di simile all’amore,
avevamo stretti al petto i nostri figli.
E come cavalli, sbuffando dalle nari
andammo, fieri e forti, e il petto palpitava…
marciavamo nel sole, a fronte alta – così –
dentro Parigi! Tutti si facevano attorno ai nostri stracci
alfine ci sentivamo uomini! Pallidi,
Sire, ed ebbri di terribili speranze:
e quando fummo là, di fronte alle nere torri
agitammo le trombe e i nostri allori,
le picche in mano, non c’era odio in noi,
ci sentivamo così forti, che volevamo esser dolci!

«E da quel giorno siamo come folli!
Montagne d’operai per le strade,
e questi maledetti vanno, folla sempre più grande,
come oscuri fantasmi, alle porte dei ricchi.
Con loro io corro ad accoppar le spie:
e vado per Parigi, nero il mantello in spalla
e feroce, spazzando da ogni angolo i sospetti,
e se mi riderai in faccia, t’ammazzerò!
– Poi, ci puoi contare, sarai nei guai
tu e i tuoi uomini neri, che prendono le nostre richieste
per rimpallarle come con le racchette,
E, basso basso, i furbacchioni si dicono: «Che minchioni! »
per cucinare leggi, e in vasetti etichettati,
pieni di graziosi decreti rosa e spezie,
si divertiranno ad appiopparci tasse
per poi turarsi il naso quando gli siamo accanto,
– i nostri dolci tribuni ci trovano luridi! –
per non temere nulla, fuorché le baionette…,
e va bene. Basta con le loro meschine balle!
Ne abbiamo abbastanza di quei piatti cervelli
di quei gaglioffi! Ah, son dunque questi i piatti
che ci servi, borghese, quando siamo inferociti
quando già abbiamo infranto gli scettri e le croci!… »

Lo prende per un braccio strappa i velluti
delle tende, e gli addita giù il grande viale
dove formicola e cresce la folla,
la folla spaventosa che fluttua tuonando
che sbraita come un cane, urla come il mare
con i suoi duri bastoni e le picche di ferro,
i tamburi, i suoi grandi strepiti da bettola e da fiera,
stracci scuri, sanguinanti berretti rossi:
l’uomo dalla finestra aperta mostra il tutto
al pallido re che suda e barcolla
e si sente male per quello che vede!
«È la canaglia,
Sire, che sbava contro i muri, cresce, pullula
– perché non mangiano, Sire, sono pezzenti!
Io sono un fabbro: mia moglie è con loro,
la folle! Crede di trovarlo alle Tuileries il pane!
– gente come noi i panettieri non la vogliono:
ho tre figli. Sono una canaglia. Io conosco
delle vecchie che piangono sotto i cappelli
perché derubate del figlio o della figlia:
sono canaglie. – C’era un uomo alla Bastiglia,
un altro era forzato: entrambi cittadini
onesti.- Liberati, ora son lì come cani:
li insultano! Così in loro nasce qualcosa
che fa tanto male! È terribile, è colpa
del sentirsi spezzati, sentirsi dannati
il loro stare là ad urlarvi sotto il naso!
Canaglia. – Lì in mezzo ci son ragazze infami
perché – Voi sapete, le donne son fragili,
signori della Corte – ci stanno sempre.
Gli avete sputato sull’anima, come fosse nulla!
Le vostre belle ora son là, son la Canaglia.

«Oh, tutti i disgraziati con la schiena che brucia
sotto il sole feroce, che vanno e tornano,
che in questo lavoro senton scoppiare la fronte…
Giù il cappello, miei borghesi! Oh, questi son gli uomini!
Siamo operai, sire, operai! Noi siamo
per i grandi tempi nuovi in cui si vorrà sapere
e l’uomo forgerà da mane a sera,
cacciatore di grandi effetti, di grandi cause,
in cui vincendo lentamente dominerà le cose
e monterà sul Tutto come su di un cavallo!
Oh! Splendidi lumi di fucine! Peggio,
ancor peggio! – Ciò che non conosciamo, questo può essere terribile:
noi lo sapremo! – Coi nostri martelli, in mano, passiamo al setaccio
tutto ciò che sappiamo: e poi, Fratelli, avanti!
Facciamo talvolta sogni emozionanti
di vivere semplice, con ardore, senza dire
malvagità, lavorando col regale sorriso
di una donna che amiamo di nobile amore:
lavoreremo con foga tutto il giorno,
ascoltando il dovere come una tromba squillante:
allora saremo felici, e nessuno, nessuno,
ci potrebbe mai piegare!
Ed avremo un fucile sul focolare…

«Oh, ma l’aria è tutta piena d’odore di battaglia.
Dunque, che ti dicevo? Sono una canaglia!
Restano ancora spie e profittatori.
Siamo liberi, noi, abbiamo paure
che ci fanno più grandi, più grandi! Or ora
parlavo di quieto dovere, d’una dimora…
Guarda il cielo! – È troppo piccolo per noi,
si crepa di caldo, soffocheremo in ginocchio!
Guarda il cielo! – Io torno alla folla
nel grande, tremendo marciume, che trascina
Sire, i tuoi vecchi cannoni sul lurido selciato:
– Oh, solo da morti li avremo mondati!
– E se, dinanzi alle nostre urla, alla nostra vendetta,
le zampe dei vecchi re dorati sulla Francia
spingono reggimenti in abiti di gala,
ebbene, cosa fate, voi tutti? Merda a quei cani! »

Si rimise il martello in spalla.
La folla
intorno a quell’uomo sentiva l’anima ebbra,
e nella grande corte e nelle stanze
dove Parigi ansava nelle sue urla,
un fremito attraversò l’immensa plebaglia,
Allora, con la sua mano grande e superba di grasso,
benché l’obeso re sudasse, il fabbro
terribile gli gettò sulla fronte il rosso berretto!

Arthur Rimbaud,Il fabbroultima modifica: 2011-06-18T17:59:10+02:00da mangano1
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