Ennio Abate, Attilio Mangano Sulla storia di Democrazia Proletaria

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Caro Attilio,

ho letto la recensione della Balestracci (Chi è? Una storica? Una che proviene da DP?) al libro di Gambetta,  il tuo commento e  mi permetto alcuni veloci appunti:

 

1.  Come si fa a parlare di DP e della sua fondazione e delle posizioni del suo gruppo dirigente quasi fosse stato un vero partito? Non mi pare da quel che qui si scrive che lo sia stato, anche per la sua vita effimera; e allora l’uso della categoria ‘partito’ da parte di uno storico andrebbe condotta con più cautela per non avallare acriticamente le intenzioni di quel “gruppo dirigente” o “fondatore” e delle forme organizzative esteriori assunte da DP.

 

2. Se, infatti, come riconosce la stessa Balestracci, «il confronto tra le diverse anime del partito, quelle di partitisti e movimentisti, sostenitori del partito-guida sul modello leninista o del partito-strumento «come strumento dell’autorganizzazione della classe e degli altri soggetti anticapitalistici», di fatto non trova soluzione», si dovrebbe fare l’ipotesi ( non so se contenuta nel libro di Gambetta, che non ho letto) di un “gruppo”, filiazione dei “gruppi extraparlamentari” sorti nel ’68-‘69 che si dibatté e ripeté  (sterilmente o comunque da epigono) dinamiche tradizionali dei partiti “storici” del movimento operaio, con poca, marginale o nessuna incidenza reale (a differenza di quelli storici) nelle dinamiche sociali e politiche dell’Italia anni Settanta. E, quindi, si resta in una sorta di “microstoria” di formazioni politiche minoritarie e epigoniche. A uso di chi? Degli ex militanti di quel “partito”?  Lo scetticismo degli stessi che vi parteciparono («un partito che, come ci racconta l’autore, fu prevalentemente urbano, settentrionale e poco femminile e, in quanto parte della conflittualità sociale che intendeva rappresentare, non fu mai considerato un valore in sé dai suoi militanti o simpatizzanti, a differenza di quanto facevano gli iscritti del PCI.») pare confermare questa mia supposizione. E del resto mi sono chiesto sempre perché a nessuno è venuto voglia nemmeno di scrivere una storia di A0 almeno come quella che scrisse Luigi Bobbio per LC.  Lo scarto tra l’immagine che si aveva specie a Milano di AO e la sua reale  funzione ella storia di quegli anni ha indotto molti al silenzio e a lasciar perdere. Mi avevano a suo tempo stupito le dichiarazioni di Aurelio Campi, che allìindomani della “scissione” aveva dichiarato  con un candore ingenuo e sospetto al tempo stesso ( vista la sua scelta successiva di entrae prima nel Pdup e poi nel Pci) l’inconsistenza della cultura politica di AO e le confessioni disarmate di Michele Randazzo, che rispose al mio invio della “poesia della crisi lunga” (era il 1977) con una lettera, che ancora conservo, in cui prendeva completamente le distanze da quell’esperienza e la dichiarava un semplice “sogno”. Se questo senso di insufficienza valeva per AO, penso che sia valso ancora di più per DP, che fu secondo me operazione ancora più marginale e confusa di AO.

Questa incertezza o  mancanza di una fisionomia propria mi pare venga fuori anche da quello che tu dici: «l’estrema sinistra si trovò, forse al di là delle sue stesse intenzioni e capacità, sballottata dal susseguirsi degli scontri, con una doppia funzione nei confronti della sinistra ufficiale, quella di esserne la forza contestante ( il Pci non è qui-lecca il culo alla Dc) e quella di essere di fatto alleata  della stessa, fino a concorrere al risultato elettorale che vide poi  la grande avanzata del Pci stesso»

 

3. Il  problema ((DP è “nuova sinistra” o “sinistra estrema”?), oggetto della discussione tra te e la Balestracci, a me pare del tutto nominalistico. E perché non esaminare, specie oggi, quella esperienza al di fuori degli schemi di una certa scolastica storica “da ex” e al di fuori delle intenzioni dichiarate dei “gruppi dirigenti” di allora?

Perché non mettere in piena luce l’incertezza teorico-politica di quel presunto “partito”, sorto già sotto la cattiva stella del fallimento dei “gruppetti” e che  viene messo assieme, senza fare i conti con quel fallimento? Rivelando già allora la stessa disinvoltura o voglia (ambigua) di “salvare il salvabile” o di “cambiar casacca”, proprio com’è accaduto più tardi  al Pci smantellato da Occhetto e soci?

In effetti c’è da chiedersi in che cosa il “partito” di DP, che ha tenuto come qui si dice il suo  congresso di fondazione in «uno dei periodi più oscuri della repubblica, durante i giorni del rapimento di Aldo Moro», si sia differenziato in quegli anni dal PCI. Tutte le posizioni  prese – per quel che ricordo e anche sulla base del mio diario (e fu la ragione per cui ne restai fuori) – nei confronti dell’Autonomia o delle BR o del lottarmatismo in cosa si distinsero da quelle del PCI? In  cosa non furono posizione di  un gruppo anch’esso « di matrice «piccolo borghese»»  (che si pretendeva partito)? E questo mi pare venga ammesso tra le righe, pur senza capirne  l’implicazione  negativa (di subordinazione  di fatto al PCI), dalla recensione della Balestracci.

 

4. Come si fa poi a giudicare storicamente ( a meno che non si voglia fare una semplice cronaca di quella formazione politica, ma non avendo letto il libro di Gambetta qui non mi pronuncio) il ruolo di DP senza confrontarlo e misurarlo con quello svolto da tutte le altre formazioni politiche e senza valutare e approfondire la «partita quasi epocale per il sistema politico e la società italiana, su cui hanno agito fattori nazionali e internazionali.» giocatasi  nel triennio ’74-’76 ?

Qui la recente lettura degli anni Settanta di La Grassa (UN SUCCINTO PANORAMA STORICO (del tutto personale, non da storico),[1] che tu pure avrai  ricevuto, mi pare mille volte più chiara e interessante.

 

5. A livello di battuta (ma non  del tutto gratuita o provocatoria) mi viene da chiedere: ma se DP è “sinistra estrema”, allora Autonomia o le stesse BR come vanno etichettate?

 

6. E poi – questo è un appunto riferito al tuo commento – l’”estrema sinistra”  è rappresentata da DP o  dai “partitini “  sorti all’indomani della  strage di Stato? C’è continuità tra quelli e quella? A me non pare, come ho detto.

 

7. Squalificare come «subcultura della violenza» il problema irrsolto ma che sempre si ripropone di tener conto della violenza nella storia mi pare sia un esempio del  tuo personale “revisionismo”, che ti ha portato – senza  una riflessione convincente ( per me) – a passare dalla «condivisione tacita di quelle ideologie» (e l’esempio  del tuo articolo sul Qdl a proposito della gambizzazione di Montanelli è davvero un “buco nero” tutto da interrogare…)  alla valutazione attuale ( e di comodo) dell’uccisione di Ramelli, che è troppo facile oggi leggere come “trauma” o “tragedia”. La riflessione mancata non riguarda certo solo te. Ma mi chiedo, allora, a che gruppo dirigente ( parlo di AO) ci eravamo affidati e  che concezione avevano della violenza nella storia. ( Nella recente polemica che ho avuto con Salzarulo e che ti ho inviato sono risalito a uno scritto di Fortini dai Insistenze che davvero svela  la fragilità  di tutta la riflessione di sinistra sulla violenza. Sarebbe bene rileggerlo ancora, anche per scrivere di DP..).

Un caro saluto

 Ennio

 

[1] http://conflittiestrategie.splinder.com/post/24523555/un-succinto-panorama-storico-del-tutto-personale-non-da-storico

 

 

 

Grande merito della recensione di Fiammetta Balestracci è proprio il suo impegno critico mirante a problematizzare alcuni punti chiave della memoria storica degli anni settanta , un impegno che non si presenta come potenziale  rimprovero al bel lavoro di Gambetta. In questo  senso provo anche io ad accogliere l’invito e a soffermarmi su alcuni aspetti cercando di coniugare insieme il vissuto personale ( ero uno dirigenti di Democrazia Proletaria) e la ricerca storica sulle culture della nuova sinistra e sugli anni settanta. Parto dunque dalla fine dello scritto della Balestracci, dal problema se sia importante e  come definire le storie e le organizzazioni di quegli anni come nuova sinistra o come estrema sinistra: richiamarsi alla nuova sinistra consente di riconoscere le radici culturali  di un’area ( gli anni sessanta, le riviste, i quaderni rossi, la composizione di classe, il terzomondismo, le edizioni Oriente, il fascino complesso della maoista rivoluzione culturale  letta come risposta al fallimento dello stalinismo) ma  credo anche io sia preferibile la  definizione di estrema sinistra per segnalare  il salto di qualità che si venne compiendo  dopo la strage di Stato  con la nascita dei ” partitini” e il fervore polemico stesso di lotte ideologico-politiche serrate fra loro. Certo l’anello di congiunzione e di svolta , al di là delle diverse possibili letture e interpretazioni della stessa strage di stato,è l’ingresso dell’area politica della sinistra estrema  come soggetto e protagonista nel contesto politico della storia  nazionale e nel trovarsi dentro un sistema di scontri accelerati dall’intreccio di lotta sociale, antifascismo, lotta contro i golpisti : l’estrema sinistra si trovò, forse al di là delle sue stesse intenzioni e capacità, sballottata dal susseguirsi degii scontri, con una doppia funzione nei confronti della sinistra ufficiale, quella di esserne la forza contestante ( il Pci non è qui-lecca il culo alla Dc) e quella di essere di fatto alleata  della stessa, fino a concorrere al risultato elettorale che vide poi  la grande avanzata del Pci stesso.E’ qui che prende corpo in forma mista la nuova cultura della violenza, mescolando il richiamo a tecniche e forme di lotta ereditate dall’antifascismo ( dai servizi d’ordine per difendere i  cortei alla formazione di specifiche strutture ad hoc, inchieste sui fascisti, addestramento paramilitare). Credo anche io che la storia di come si arriva alle manifestazioni di piazza del 1975  con le parole d’ordine ” camerata basco nero il tuo posto è al cimitero” sia ancora tutto da raccontare e ricostruire, non so se sussistano oggi le condizioni per cui è possibile raccontare e testimoniare  su possibili ” reati” senza subirne conseguenze, mi limito dunque anche io a segnalare il problema  di quel che potremmo chiamare subcultura della violenza  che  serpeggiava in modo diseguale ma diffuso: verissimo infatti che ( parlo ad esempio per Avanguardia Operaia, che mosse a lungo critiche pesanti e nette al violentismo dell’Autonomia e per quanto  possa essere fastidioso autocitarsi  ricordo  il blocco di articoli scritti da me sul ” Quotidiano dei lavoratori” proprio sulle radici e i modelli del violentismo autonomo) la polemica era molto aspra  ma ( lo confesso a mio disonore come testimonianza di quanto allora ci fosse una condivisione tacita di quelle ideologie) è possibile rinvenire  proprio  sul QDL un mio scritto che prende in giro Indro Montanelli perchè aveva subito un attentato brigatista, sostenendo che se lo era inventato lui ( …). Non si può dire che quelli di AO fossero più bravi e più seri(ricordo le ironie  contro la cosiddetta brigata lepre del servizio d’ordine nostrano, accusato dagli altri di essere cauto e buonista) e che fossero immuni: come tacere ancora oggi sulla morte ( si, un incidente, una aggressione che si rivelò mortale) di Ramelli, giovane fascista di sedici anni, assalito sotto casa sua  ( da un servizio d’ordine? direi di si). Un trauma e una tragedia che servì di lezione allo stesso gruppo dirigente di Ao  che decise di non ricorrere più a  simili azioni ( ma chi decise? Pur essendo allora dirigente cittadino e nazionale non ricordo nessuna riunione ufficiale del gruppo dirigente, capisco che non era probabilmente il caso di rispettare forme e procedure ma non è anche questa una conferma implicita e involontaria di quanto potesse sopravvivere anche al nostro interno una cultura della doppiezza?).  Giustamente adesso il compito passa agli storici, ci sono convegni, studi, analisi e il libro di Gambetta è prezioso per l’onestà intellettuale e la documentazione.  Poichè anche io ho lavorato come studioso a lungo sulle culture politiche, gli anni sessanta e settanta, il passaggio da nuova sinistra a sinistra estrema, mi permetto di  rilanciare la sfida e suggerire altri interventi e possibili convegni.(ATTILIO MANGANO)

Ennio Abate, Attilio Mangano Sulla storia di Democrazia Proletariaultima modifica: 2011-06-01T20:14:36+02:00da mangano1
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