Donato Carrisi, Il mostro? Uno di noi

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LO SCRITTORE NOIR
Il luogo, gli indizi
Ma l’assassino vuole farsi scoprire?

Chissà quanto ha atteso questo momento. Per quante mattine si è svegliato con quell’eccitazione nel petto, e ha acceso la radio o la tv sperando che qualcuno l’avesse trovata. Chissà per quanto tempo Yara è rimasta lì. Eppure non l’ha lasciata in un luogo isolato, ma in quel prato frequentato dai maniaci dello jogging, da quelli che portano fuori il cane e, di notte, dalle coppiette in cerca di un po’ di intimità. A pochi passi da una discoteca e a trecento metri dal quartier generale di quelli che la stavano cercando. Chissà se avrà goduto all’idea che ce l’avevano sotto il naso e non lo sapevano. Oppure ha provato rabbia, perché ancora nessuno si accorgeva di lei.
Dev’essere stato un sollievo apprendere del ritrovamento sabato pomeriggio.
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Tutte le ipotesi tenute in piedi dalla semplice assenza di piste investigative – dal rapimento al fatto che la ragazzina fosse ancora in vita – sono cadute simultaneamente. Ne è rimasta soltanto una. Quella del Mostro. E finalmente tutti sapevamo della sua esistenza. «Mi stavate cercando? Eccomi». Sabato sera ha tirato fino a tardi, attaccato alla tele che parlava di lui anche senza sapere il suo nome, e di ciò che aveva fatto. Facendo zapping da un canale all’altro, senza averne mai abbastanza. Ma la domenica del Mostro è cominciata molto presto. Si è alzato di buonora. La paura che adesso qualcuno può arrivare a lui lo ha fatto sentire vivo. Non è pentito. Altrimenti si sarebbe già costituito, oppure suicidato per il rimorso. Forse non abita da solo, magari sta coi genitori o ha una moglie, dei figli. Ha fatto colazione con loro e li ha ascoltati mentre parlavano della povera Yara. «Ah, se sapessero la verità!». Ha preso con calma il suo caffè e poi è uscito. Prima tappa, l’edicola. C’era già un capannello di gente, ingorda di notizie, che acquistava i giornali. Per questo nessuno ci ha fatto caso quando ha chiesto copia di tutti i maggiori quotidiani. Con il sottofondo delle campane della chiesa, si è avviato verso il suo posticino particolare, il rifugio dei suoi lunghi silenzi e delle fantasie più svariate degli ultimi tre mesi. Ha sfogliato con cura ogni pagina, seguendo le righe degli articoli col polpastrello, per non perdere neanche una parola. La cronaca della scoperta, l’inventario degli indizi e quell’assurda cabala dei numeri – 26 novembre, 26 febbraio – che sembra quasi una firma del destino, una di quelle cose che colpiscono l’immaginazione della gente. Si è soffermato sulle scarne dichiarazioni degli inquirenti, per carpire qualcosa sullo stato delle indagini. Poi ha dato una scorsa alle reazioni piene di collera degli abitanti del posto. Ha visto le foto della famiglia della vittima, stretta in un rassegnato dolore. Mi dispiace, avrebbe voluto dire alla mamma di Yara, fingendo con se stesso di avere ancora un cuore. È rimasto immerso nella lettura senza accorgersi del tempo che passava. Forse prima di pranzo ha fatto una sosta al bar del paese, per rubare qualche commento. Pur passando inosservato, era al centro dell’attenzione. «Fino ad oggi avete parlato di Yara. Ora siete costretti a parlare di me. Perché io esisto. E sono uno di voi». Il pomeriggio sarà stato il momento più duro, a simulare la noia di una domenica normale. Chissà per quale squadra tifa. La sera sarà arrivata come una liberazione. Chissà se è riuscito ad addormentarsi.

«La prossima mossa tocca a voi». Però l’attesa è dura. Qualcuno legge una sfida nei suoi gesti. Il Mostro vuole tanto farsi trovare. O, peggio, farsi fermare. Per questo accanto al corpo ha lasciato la sim e la batteria ma si è tenuto il telefonino di Yara. Come a voler dire: «Non sto scappando, non mi sto nascondendo. Sono qui. Ora venite a prendermi».

Donato Carrisi
28 febbraio 2011

Donato Carrisi, Il mostro? Uno di noiultima modifica: 2011-02-28T15:23:47+01:00da mangano1
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