Mario Domina, Il martello di Mahler

Il martello di Mahler
Di md
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La stagione sinfonica appena cominciata (in Europa e nel mondo) è un’occasione unica per fare il punto su Gustav Mahler, uno dei più grandi (e filosofici) musicisti d’Occidente. Attendevo con trepidazione da oltre quindici anni questo anno mahleriano (il 2011, centenario della morte), visto che al bicentenario della nascita non ci sarò più – lo attendevo dall’epoca in cui, grazie ad un mio compagno di università, scoprii le sue immense sinfonie e ne rimasi così affascinato da passare molte ore dei miei pomeriggi milanesi ad ascoltarle insistentemente, a studiarle e a cercare di penetrarne il mistero.

Ho ascoltato qualche giorno fa la Sesta – per la prima volta dal vivo – denominata “Tragica” dallo stesso autore, una delle pagine più cupe e però più alte della musica sinfonica di tutti i tempi. Mentre assistevo all’esecuzione, mi rendevo conto di come fosse assolutamente necessario ascoltarla dal vivo (questo vale in particolare per Mahler e per tutte le sue opere), proprio per la potenza evocativa, per la complessità e l’intrecciarsi dei temi, per l’insistente ricerca di novità timbriche e di impasti sonori, per l’incredibile ricchezza strumentale ed orchestrale che essa sprigiona in ogni istante.
Le sinfonie di Mahler, e questa in particolare, sono delle vere e proprie rappresentazioni del mondo attraverso i suoni – mi verrebbe da dire “Il mondo come suono e rappresentazione” – ed il loro tentativo è di restituirne sensibilmente ed emotivamente la grandezza (spesso tragica). Si tratta davvero, come certi romanzi novecenteschi, di “opere totali“, e che dunque richiedono un gigantesco lavorìo da parte di chi le concepisce ed anche, con le dovute proporzioni, un certo sforzo da parte di chi le fruisce.

Ma per tornare alla Sesta, senza entrare in tecnicismi (di cui non sarei capace), il suo ascolto, come ha scritto Paolo Petazzi in uno studio su Le sinfonie di Mahler, è davvero l’entrata in una dimensione dove pare talvolta di “gesticolare nel vuoto”. Non tutto è cupo, qua e là ci sono i consueti sprazzi di sereno – le campane, il richiamo della natura e delle scene pastorali, il “tema di Alma” nel primo movimento – ma ogni volta la scena si richiude e tornano il buio, la sensazione di smarrimento, l’atroce consapevolezza della tragicità dell’esistenza. Una galoppata verso la morte – che già s’annuncia nella martellante marcia dell’apertura – con il continuo presentarsi di vicoli ciechi, involuzioni, strane giravolte sabbatiche (l’uso dello xilofono e di certi trilli diabolici mi paiono eloquenti), il frangersi continuo di ogni illusione in vista dell’unico destino: il gorgo muto.
Ma è l’ultimo movimento (lunghissimo ed estremamente complesso) a costituire l’architettura più angosciosa della sinfonia, con quei continui passaggi dal maggiore al minore, sempre più veloci e sincopati e – soprattutto – con l’introduzione dei due colpi di martello: un enorme martello di legno che uno dei percussionisti batte in due punti del movimento, e che pure non aveva soddisfatto Mahler, il quale avrebbe voluto un suono ancora più secco, come quello generato dalla lama di un’ascia.
Eppure non è ancora nulla, rispetto a quel che accade nelle ultime battute della sinfonia. A tal proposito, mi tornano in mente tutte quelle volte che avevo inflitto agli amici che capitavano a casa mia l’ascolto di quegli ultimi minuti, con lo stereo a palla, per farli sobbalzare dopo le note bassissime dei fiati e degli archi, quell’atroce sospensione che prelude al fortissimo del Finale, con gli irrevocabili strascichi dei colpi di timpano…
Ebbene, non è stato nemmeno quello il momento più terribile dell’ascolto dal vivo, quanto il lunghissimo minuto che ne è seguito, con quella bacchetta sospesa del direttore d’orchestra a tenere fermo il silenzio più assoluto in sala, prima dei doverosi (e un po’ plebei) applausi: in quel minuto che non finisce mai, senti solo il battito del cuore, un cuore in tumulto che vorrebbe uscire dal petto, sintomo della vita che pulsa e che è destinata prima o poi a spezzarsi, sotto il colpo secco di quell’ascia immaginaria. Per quanto Adorno, che di Mahler si intendeva parecchio, intravveda nel finale della Sesta, più che la figura dell’eroe stroncato dal fato, l’evocazione della “cruda vendetta del corso del mondo sull’utopia”. Ma questo aprirebbe un altro ordine di discorsi.
Dove, tuttavia, si chiude la sinfonia, si apre lo spazio filosofico: Mahler trasmette, attraverso la sua poderosa e totalizzante musica, una vivissima eccitazione dei sensi, un prolungato scuotimento della sfera emotiva. Ma lo fa sempre a ragion veduta: forse proprio la musica è uno di quei straordinari dispositivi estetici che ci consentono di combinare ragione e passione, mente e corpo, e di sentirci, nel compiersi del suo flusso temporale, un’unità vivente, destinata sì a soccombere ma proprio in quanto vivente. In ogni caso ne sarà valsa la pena. O no?

Nota 1. Un’ottima guida all’ascolto della sinfonia si trova nel sito dell’Orchestra virtuale del Flaminio.

Nota 2. L’Orchestra Verdi dell’Auditorium di Milano celebra l’anno mahleriano con l’esecuzione integrale delle sinfonie (ad eccezione purtroppo della bellissima Sinfonia dei Mille, l’Ottava). Qui il programma della stagione.

Mario Domina, Il martello di Mahlerultima modifica: 2010-10-19T15:15:06+02:00da mangano1
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