Pasquale Stanziale, La società dello spettacolo

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PASQUALE STANZIALE – LA SOCIETA’ DELLO SPETTACOLO OVVERO CRISI DELLA MODERNITA’ E SCONFITTA DELLA POLITICA
pubblicata da Vladimir D’Amora il giorno lunedì 27 settembre 2010 alle ore 4.24
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E’ stato così che ci siamo definitivamente arruolati nel partito del diavolo, vale a dire di quel male storico che porta alla distruzione delle condizioni esistenti, di quella “parte sbagliata” che fa la storia rovinando ogni soddisfazione prestabilita. [1]
(Guy Debord)

1. I CATTIVI MAESTRI RITORNANO SEMPRE

Nella seconda metà del XX secolo una visione prese forma di narrazione e fu tutto più chiaro. Intuizione decisiva, a compimento di un pensiero snodatosi da lontano e polarizzato sulla constatazione di un dato di fatto: l’intero sistema economico, sociale e politico del moderno capitalismo stava dando mano, fra altre strategie ad ampio raggio, a una trasformazione dell’individuo di epocale e devastante portata. Oggi constatiamo che la trasformazione si è attuata, le profezie del situazionista Debord si sono realizzate e, dopo molte lotte, illusioni e speranze tradite, ci troviamo immersi in una spettacolarità generalizzata, da intendersi come elemento unificante e rappresentativo di un teatro di guerra permanente, frutto maturo della globalizzazione capitalistica in cui centrale e predominante è l’epica delle merci e delle loro passioni [2]. Come scrive Debord,

lo spettacolare diffuso accompagna l’abbondanza delle merci, lo sviluppo non perturbato del capitalismo moderno… è in questa cieca lotta che ogni merce, seguendo la sua passione, nell’incoscienza generalizzata realizza, in effetti, qualcosa di più elevato: il divenire mondo della merce, che è altrettanto divenire merce del mondo.

Malgrado ciò, Debord ha ancora vinto perdendo [3], se è vero che del suo patrimonio teorico si parla sempre più spesso: per esempio in occasione di una retrospettiva dei suoi film a un festival di Venezia, o nei servizi che gli hanno recentemente dedicato Il Manifesto e il Magazine Littéraire. Il lavoro di Debord è ormai fra i testi base della cultura no-global, come è vero che “non si può capire il maggio, e nemmeno la guerra a questo G8, senza aver un po’ fantasticato sull’Internazionale Situazionista [4]”.Il fatto è che al di là della mole di riferimenti teorici dedicati alla Società dello spettacolo, al di là di usi, abusi e richiami patinati, nella filosofia del ‘900 questo lavoro fornisce un ambito critico incancellabile:

il momento bellissimo in cui si dà il via a un assalto contro l’ordine del mondo. [5]

Vale a dire, il momento in cui si definisce il contesto al cui interno la spettacolarità giunge a rappresentare la strategia del capitalismo della globalizzazione, con i suoi assetti relativi alla fine della modernità, alla sconfitta della politica, alla crisi finale della democrazia (intesa come sintesi di rappresentanza, libertà e governo).Al di là di prospettive semplificatrici e al di là di disinvolte e superficiali citazioni o strumentalizzazioni decorative (vedi alcune recenti Introduzioni all’opera di Debord), la Società dello spettacolo continua a dimostrare, in ambito filosofico, che

le avanguardie hanno un unico tempo e la fortuna più grande che possono avere è, nel senso pieno del termine, quella di fare il loro tempo. [6]

Orbene, il fatto è che il tempo dell’avanguardia situazionista debordiana è il tempo del capitalismo nel suo sviluppo storico ben profetizzato da Debord [7]. Ed è questa ragione per cui il cattivo maestro ritorna continuamente con le sue narrazioni [8] e con le sue profezie.

2. METAFISICA DEL MARKETING

La società dello spettacolo si presenta dunque ancora e sempre come l’ideologia unificatrice caratteristica del capitalismo del terzo millennio, nel contesto di una crisi della politica sempre più marcata. La spettacolarità può assumere varie forme: si va dalla strategia del “terrorismo-spettacolo” [9] – che consente alle classi di potere, nei vari paesi dell’imperialismo, di ridisegnare l’ordine mondiale in funzione dell’interesse delle multinazionali – sino a un “voyeurismo televisivo” generalizzato, in cui la fiction si installa sempre più nella realtà, sotto l’occhio onnipresente delle telecamere, confermando ulteriormente che “il vero è un momento del falso”. [Tesi 9] Nello scenario del mercato mondiale, il primato dell’economia capitalistica sulla politica, oltre ad avere una serie di pesanti conseguenze (dalla crisi dello stato-nazione allo stato di guerra permanente [10]), costituisce anche un quadro nuovo dei rapporti sociali di produzione in cui al disprezzo della produzione e al rinnegamento della fabbrica corrisponde un’ideologia “spettacolare” centrata sul marchio: entità in grado di trasmettere una serie di valori che la società dello spettacolo è chiamata a riconoscere e condividere nel consumo [11]. E’ una vera e propria precarizzazione del processo produttivo, con una crescente limitazione degli investimenti ad esso dedicati, a vantaggio di investimenti massicci nel marketing divenuto un settore sempre più autonomo e decisivo. Sono questi gli elementi della nuova frontiera della società dello spettacolo, che lega economia e spettacolo, ben messi in evidenza dalla Klein, che a sua volta si richiama a Debord quando parla di “interferenza culturale”, come riferimento al détournement [Tesi 208] che costituisce uno dei punti fondamentali della strategia situazionista: strategia che in tempi relativamente recenti è stata attuata in Italia dal gruppo Luther Blisset [12].

3. ULTIME FRONTIERE DELLO SPETTACOLO: L’IMPERIALE E IL VIRTUALE OVVERO NON C’E’ PIU’ UN FUORI, SIAMO TUTTI DENTRO

Nell’artificio generalizzato del nuovo ordine civile [13] si inscrive la fine della modernità (intesa come trionfo del simulacro e conseguente indebolimento della storicità [14]). A questo artificio totalizzante corrisponde l’affermarsi dello “spettacolo imperiale”, chiuso ad ogni dimensione o riferimento altro da sé. E’ l’ultima frontiera dello spettacolare, nel contesto storico di un dominio imperiale [15] che si attua sia come “spettacolo globale” – inteso a recuperare un’unità fittizia del mondo [Tesi 29] – sia come “virtualità”. Mentre da una parte, dunque, si realizza la spettacolarità diffusa descritta da Debord (concentrata e integrata, che nel globale trova infine il suo compimento), dall’altra si apre una dimensione simulativa, il virtuale, contrassegnato da un dileguarsi della realtà. E’ il feticismo della merce informatica, dello spettacolare simulativo che sul piano ideologico tende a stabilizzare la presa sull’economia dell’immaginario. [16] A questo proposito, Hardt e Negri affermano che l’analisi di Debord “risulta sempre più pertinente e urgente” [17], in relazione alla spettacolarità imperiale che si presenta come distruzione di ogni forma di socialità di massa e con l’isolamento degli attori sociali. Tale spettacolarità imperiale, nel momento in cui crea forme di desiderio e di piacere strettamente legate alla paura, finisce essa stessa col comunicare paura [18]. Hardt e Negri ritengono che Debord appartenga di diritto a quella storia del pensiero critico che ha riconosciuto il destino trionfante del capitalismo, da Lenin a Horkheimer e Adorno. Questi ultimi scrivevano nel 1947:

Le automobili, le bombe e il cinema tengono insieme il tutto finché la loro tendenza livellatrice finirà per ripercuotersi sull’ingiustizia stessa a cui serviva. [19]

Mentre Marcuse affermava nel 1964 che

al progresso tecnologico si accompagna una razionalizzazione progressiva ed anzi la realizzazione dell’immaginario… l’Immaginazione non è rimasta immune dal processo di reificazione. [20]

 

Nel 1967 Debord [Tesi 21] ci parla di come nella “moderna società incatenata” il sogno divenga sonno e di come lo spettacolo sia il guardiano di questo sonno.

4. LO SPETTACOLO DELL’IMPRESA E’ L’IMPRESA DELLO SPETTACOLO OVVERO IL PADRONE PLUS-GODE COME UN PAZZO

Il momento infine in cui la crisi della modernità si iscrive nella globalizzazione dell’economia con connesso plus-godimento [21] (Lacan direbbe: il trionfo del “discorso del Padrone”) è quello in cui l’impresa si afferma come modello organizzativo [22] basato su un ordine sociale e su una logica produttivistica e di mercato. Ma mentre prima ciò avveniva in un ambito di scambio, col riconoscimento all’individuo di alcuni diritti, oggi, attraverso una diffusa retorica spettacolare, attraverso l’affermazione del “falso indiscutibile” [23], la cultura economica prevalente, è divenuta “destino” per gran parte degli individui che passivamente la accettano nonostante le vistose conseguenze negative [24]. Si tratta del dominio generalizzato dell’impresa che, subordinando anche gli Stati-nazione – con la conseguente crisi della politica – si propone come spettacolo globale di un ordine e di una logica che gli individui si trovano a condividere come attori dello spettacolo vincente. L’impresa, come struttura costitutiva del potere imperiale, è fondamentalmente comunicazione di massa della società dello spettacolo. Tra le mote cose, ciò significa in primo luogo che la medialità spettacolare costituisce un ambito proprio della “società del controllo” (come la intende Foucault [25]) ovvero di una società in cui s’instaura un nuovo paradigma di potere basato sulle macchine che colonizzano direttamente i cervelli (nei sistemi della comunicazione, nelle reti informatiche ecc.) e i corpi (nei sistemi di Welfare, del monitoraggio delle attività ecc.), verso uno stato sempre più grave di alienazione dal senso della vita e dal desiderio di creatività. [26]

Le medialità spettacolare, come esercizio del potere imperiale, opera quindi attraverso la merce che tende a occupare il desiderio, attraverso la biopolitica [27], attraverso le tecnologie della comunicazione che veicolano saperi atti a fondare soggettività fittizie, ad alimentare bisogni e consensi verso la merce e l’impresa: uno spazio in cui la verità non ha più alcuna attrattiva. Queste nuove servitù [28] – per cui più i servi si sentono padroni più affermano la loro condizione servile [29] – trovano la propria spiegazione nella strategia del “grande Altro” lacaniano: figurazione che ben richiama al dominante ordine simbolico spettacolarizzato dell’impresa che tende a determinare e saturare sempre di più, in un ambito globale, le dinamiche soggettive del desiderio.

LA SOCIETA’ DELLO SPETTACOLO: PROPOSTA PER UN DETOURNEMENT

La saggezza non arriverà mai.
(Guy Debord)  

La Società dello spettacolo rappresenta uno dei testi fondamentali per la lettura e la critica del capitalismo novecentesco nel suo sviluppo. Il lavoro di Debord rappresenta un punto di non ritorno nell’ambito di questa critica, nel senso che sarà sempre della Società dello spettacolo che occorrerà tener conto per comprendere in pieno le strategie di autoriproduzione ed accumulazione capitalistiche. Proposte di analisi come quelle contenute nei concetti di accesso rifkiniano, di new economy generalizzata o di alienazione biotecnologica, viste in una loro collocazione critica, non possono non essere ricondotte alle concezioni di fondo della Società dello spettacolo, unitamente alle analisi di R. Vaneigem e soci. La Società dello spettacolo corrisponde, pertanto, a una fase storica di ristrutturazione del capitale – nella seconda metà del ‘900 – che consolida talune strategie di dominio nell’ambito produttivo e dà origine a nuove direttrici di consumo relative al passaggio all’avere e al baudrillardiano simulare. La Società dello spettacolo riflette tutto ciò con una consapevolezza critica innegabile. La lettura che è possibile proporre oggi della Società dello spettacolo non può non avvalersi della tecnica del détournement ovvero:partire dalle analisi critiche legate al dibattito teorico proprio del movimento operaio alla fine degli anni ’60;prendere atto di un processo critico che abbraccia temi quali il tempo, il territorio e la cultura;approdare quindi all’ambito profetico della fenomenologia della società dello spettacolo, aspetto fondamentale e costitutivo della critica del capitalismo colto nel suo sviluppo storico. Avendo premesso che il lavoro di Debord va inserito in un contesto di elaborazione teorica proprio dell’ambito situazionistico, ci si potrà accingere alla sua lettura, percorrendone la sua caratteristica articolata in 221 tesi, a loro volta raccolte in nove capitoli. La definizione di una base storico-filosofica da cui partire è fornita certamente dal lungo capitolo 4. Esso inizia individuando l’orizzonte storico come spazio proprio per la costruzione di una prospettiva di analisi e di azione politica, e termina affermando la consapevolezza che ogni teoria rivoluzionaria è nemica di ogni ideologia rivoluzionaria. Muovendo da Hegel e Marx, Debord mostra le carenze proprie dei socialismi e dell’anarchismo. Egli fornisce una critica del burocratismo staliniano, ma anche delle illusioni neoleniniste del Trotsky ispiratore della Quarta internazionale [Tesi 113], affermando invece la validità dei Consigli operai come la realtà più alta del movimento operaio [Tesi 118]. Il percorso debordiano risente delle analisi del primo Lukàcs, di Korsch e di Gramsci, ma anche di una certa tradizione francese rappresentata dai gruppi e correnti che facevano capo a Socialisme ou Barbarie e Arguments. Nei capitoli 5 e 6 il rapporto fra tempo e storia viene da Debord esaminato nel suo sviluppo, procedente da un tempo ciclico senza conflitti a un tempo irreversibile proprio del medioevo. Con l’ascesa della borghesia si afferma il tempo storico, anch’esso irreversibile, ma il cui uso è vietato alla società dalla borghesia padrona stessa [Tesi 144]. A tale tempo irreversibile corrisponde il tempo-merce della produzione corrispondente, a sua volta, al tempo pseudociclico del consumo. Si tratta del tempo spettacolare proprio di un’epoca senza festa [Tesi 154], una dimensione in cui lo spettacolo viene a porsi come falsa coscienza del tempo [Tesi 158]. Nel capitolo 7 Debord mostra come lo spazio divenga lo scenario del capitalismo e come la strutturazione del territorio, alterando in modo strumentale il rapporto tra città e campagna, miri a realizzare un maggior controllo delle persone e quindi il loro isolamento. Una rivoluzione che tenderebbe ad affermarsi nell’ambito dell’urbanismo viene individuata da Debord in un ritorno ai bisogni e alle condizioni dei lavoratori fatte proprie dai Consigli.Nel capitolo 8 il consumo spettacolare viene da Debord denunciato come consumo della cultura-merce anche nei suoi correlati sociologici di comodo. La cultura che viene ad affermarsi va negata unitamente al linguaggio che la veicola, mentre il plagio necessario e il détournement (rovesciamento e riappropriazione) vengono a costituire prospettive di recupero creativo del senso.L’ultimo breve capitolo tratta in nove tesi del trionfo dell’ideologia (qui, come in tutta la Società dello spettacolo, il termine “ideologia” va inteso in senso strettamente marxiano) nella sua materializzazione che è lo spettacolo. La falsa coscienza, in tal modo, celebra il proprio trionfo che è il trionfo di una base materiale relativa ad una verità capovolta. La lotta è dunque per un’effettiva verità e per l’emancipazione da questa base materiale. Il tragitto del détorunement si conclude aprendosi ai primi tre capitoli che disegnano tesi il cui valore è continuamente avvalorato dal riscontro periodico con la realtà del capitalismo contemporaneo. Le 72 tesi dei tre capitoli tracciano un percorso organico, partendo dal concetto di separazione – che riprende in una prospettiva innovativa sia il concetto di alienazione (sulla linea Hegel, Feuerbach, Marx) che il concetto di scissione (del Lukàcs della Teoria del romanzo, 1920) – per giungere al concetto di falsa unità che informa di sé tutta la realtà spettacolare. La separazione che si compie per Debord (con riferimento anche all’eccesso di metafisica lukacsiano) sembra portare a compimento quel processo di scissione tra il soggetto e se stesso originato dalla rottura dell’unità presente nel mondo greco e ormai in via di compimento nel capitalismo. La separazione è dunque tra il vissuto e la sua rappresentazione, ovvero la rappresentazione tende ad accumularsi e a predominare sul vissuto che nella società capitalistica viene sempre di più a marginalizzarsi e a diventare, nella sua verità, solo il momento di una rappresentazione totalizzante che sappiamo falsa. Si tratta del dominio proprio di una società che è dello spettacolo, in cui più tende ad affermarsi l’apparire, più l’uomo è separato dalla vita. Lo spettacolo quindi si fa rapporto sociale e visualizza in modo totalizzante e pervasivo il suo essere capitale. Sono presenti in questi assunti del primo capitolo rielaborazioni tratte dal giovane Marx, quando scrive dell’alienazione nella società borghese, mentre il secondo capitolo riprende il concetto di feticismo della merce sulla linea Marx-Lukàcs. Debord afferma che il predominio dello spettacolo si attua attraverso l’occupazione della vita sociale da parte della merce. A ciò corrisponde la vittoria del valore di scambio sul valore d’uso in una società che sancisce la vittoria dell’economia autonoma.Ma è nel rapporto tra economia e società che Debord individua una possibile forma di riscatto là dove, infine, l’economia finisce con dipendere pur sempre dalla società e dalla lotta di classe. Parafrasando Freud, Debord scrive che là dove c’era l’es economico deve venire l’io e afferma che il desiderio della coscienza e la coscienza del desiderio costituiscono un unico progetto mirante all’abolizione delle classi. Questo passaggio, in genere abbastanza ignorato, rappresenta invece un punto importante dato che, malgrado l’avversione di Debord per le scienze umane in generale, esso rispecchia un nucleo importante della psicoanalisi di J. Lacan. Questi, mostrando come in effetti la spaltung, la scissione, sia costitutiva dell’essere umano e rappresenti il prezzo che questi deve pagare per accedere – ed essere riconosciuto – all/dall’ordine simbolico (Stadio dello specchio), indica come la colonizzazione del desiderio rappresenti la strategia principale del capitalismo nel suo stadio attuale. Il terzo capitolo probabilmente è il più “francofortese”. Nella sua unità fittizia, lo spettacolo maschera le contraddizione e le lacerazioni della società e dei poteri che la dominano. La banalizzazione, la vedette specializzata nel vissuto apparente, le finte lotte spettacolari: tutto ciò rappresenta un “artificiale” che traduce nello spettacolare la falsificazione della vita sociale. Uno spettacolare che si presenta sullo scenario globale come concentrato o diffuso a seconda della miseria che smentisce o mantiene.

Note:
1. G. Debord, In girum imus nocte et consumimur igni, A. Mondadori, Milano 1998, p. 50
2. M. Löwy, La stella del mattino, Massari Editore, Bolsena 2000, p. 82
3. P. Stanziale, “Introduzione” a Guy Debord, Raoul Vaneigem e altri, Situazionismo, Materiali per un’economia politica dell’immaginario, Massari Editore, Bolsena 1998, p. 15
4. R. Silvestri, “Geronimo ciberpunk”, in il Manifesto/Alias, 25 agosto 2001. Ma anche Black Book. Cosa pensano le tute nere, Stampa Alternativa, Viterbo 2001
5. G. Debord, In girum…, cit. p. 57
6. Ibid, p. 60
7. G. Agamben: “Il fatto più importante dei libri di Debord è la puntualità con cui la storia sembra essersi impegnata a verificare le analisi…”. “Glosse in margine” ai Commentari alla Società dello spettacolo, Sugarco, Milano 1988
8. P. Stanziale, “Introduzione” a Situazionismo, cit., ma anche F. D’Agostini, “Situazionismo, l’eroismo difettoso dell’ultima parola”, in La Stampa del 29 aprile 1999, e Id., Breve storia della filosofia del ‘900, Einaudi, Torino 1999, p. 234
9. Ne parla R. Massari, con esplicito riferimento a Debord, nella nuova edizione de Il terrorismo. Storia, concetti, metodi, Bolsena 2002, pp. 425 e 437-8.
10. S. Amin, Il capitalismo del nuovo millennio, Ed. Punto rosso, Roma 2001 e N. Hertz, La conquista silenziosa, Carocci, Torino 2001
11. N. Klein, No Logo, Baldini & Castoldi, Milano 2001, pp. 171 sgg.
12. P. Stanziale, Introduzione a Situazionismo, cit. pp. 45-6
13. M. Hardt – A. Negri, Impero, Rizzoli, Milano 2002, p. 179
14. F. Jameson, Il postmoderno o la logica culturale del tardo capitalismo, Garzanti, Milano 1989, pp. 7 sgg.
15. M. Hardt – A. Negri, op. cit., p. 180
16. P. Stanziale, Mappe dell’alienazione, Erre emme, Roma 1995, p. 166 e Introduzione cit., p.47
17. M. Hardt – A. Negri, op. cit., p. 179
18. Ibid., p. 302
19. M. Horkheimer – T. W. Adorno, Dialettica dell’Illuminismo, Einaudi, Torino 1966, p. 127
20. H. Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi, Torino 1967, pp. 257 sgg.
21. J. Lacan, Radiofonia, Televisione, Einaudi, Torino 1982, p.53
22. L. Savelli, Globalizzazione e crisi della modernità, Massari Editore, Bolsena 2001, p. 144
23. G. Debord, “Commentari sulla società dello spettacolo”, in appendice a La società dello spettacolo, Baldini & Castoldi, Milano 1997,  p. 197
24. L. Savelli, op. cit.
25. M. Foucault, La volontà di sapere, Feltrinelli, Milano 1978, pp. 119 sgg.
26. M. Hardt – A. Negri, op. cit., p. 39
27. M. Foucault, “La nascita della medicina sociale”, in Archivio Foucault 2, Feltrinelli, Milano 1997, pp. 221 sgg.
28. A. Burgio, “Il signore, il servo e la plebe”, in Aa. Vv., Nuove servitù, Manifestolibri, Roma 1994, p. 17
29. P. Stanziale, Introduzione a Situazionismo, cit., p. 47

Pasquale Stanziale è nato a Cascano di Sessa Aurunca in provincia di Caserta, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia nei Licei, collabora con Università ed Agenzie di Formazione. Ha al suo attivo un’ampia pubblicistica nel campo delle Scienze Umane. Collabora con la rivista Civiltà aurunca per la parte socioantropologica. Tra le sue pubblicazioni Omologazioni e anomalie (Caserta 1999), ricerca divenuta un classico degli studi locali, Mappe dell’alienazione (Roma 1995), saggio di Filosofia politica, la traduzione del best-seller la Società dello spettacolo di G. Debord (Viterbo 2002). Ha curato anche Il Manuale di saper vivere ad uso delle giovani generazioni di R. Vaneigem (Viterbo 2004) ed una antologia di autori situazionisti (Viterbo 1998). Tra le pubblicazioni più recenti Cultura e società nel Mezzogiorno (Caserta 2007).

Introduzione a Guy Debord, La società dello spettacolo, Massari Editore, Bolsena (VT) 2002

Pasquale Stanziale, La società dello spettacoloultima modifica: 2010-09-28T15:24:21+02:00da mangano1
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