Mario Domina, Sre

STRTANIAMRNYTOjpeg.jpegda la botte di diogene
Straniamento
Di md

Ma ciò di cui il filosofo si meraviglia
non è lo straordinario, bensì l’abituale.
(R. Ferber)

Periodicamente occorre tornare alle radici della filosofia. Per lo meno, io sento questa esigenza. Ma credo si tratti di una necessità teoretica, più che di un vezzo soggettivo. A rigore, bisognerebbe farlo ogni volta che si filosofa, ma anche filosofare segue un suo trantran (parola detestabile, che però rende bene l’idea), e pure l’attività noetica più rarefatta può precipitare nella piatta routine della quotidianità e delle sue abitudinarie ricorrenze. E in effetti non è che tutte le volte che si apre un testo, o si scrive o pensa qualcosa, oppure si critica, si discute, si fa lezione e quant’altro, ci si può permettere il lusso di fermarsi, quasi bloccarsi di colpo e chiedersi – ma perché lo sto facendo? che cosa sta alla base di questa mia attività?  Sarebbe un po’ come voler arrestare la vita che fluisce chiedendosi di continuo che cosa essa sia e perché fluisca: che vita sarebbe in tal caso?
Eppure la filosofia, sempre a rigore, funziona esattamente così e, contrariamente alla vita, si arresta e chiede conto di ciò che essa è. Il problema, non piccolo, è che l’interlocutore a cui chieder conto non sta da nessuna parte, o meglio, non può essere altri che se stessa: insomma è il medesimo soggetto che fa le domande e che si risponde, voce nella notte cui solo la sua eco può rispondere. Se lo si potesse chiedere a qualcun altro, questo dovrebbe mettersi a filosofare, e chiedersi perché lo fa, e così via all’infinito.

Ecco allora perché, di tanto in tanto, mi concedo il lusso di leggere qualche testo che torni alle radici, e chieda conto dei concetti fondamentali della filosofia, e del nome e del contenuto stesso che sta dietro a quel nome – Die Sache selbst, la cosa stessa, come direbbe Hegel. Così, mi sta capitando di leggere un testo propedeutico, in due volumi, di  tal Rafael Ferber (un nome che fino ad ora non mi diceva nulla), dedicato proprio ai Concetti fondamentali della filosofia; in compagnia di un testo di James Warren (altro illustre sconosciuto), dedicato a I presocratici.
E non a caso Ferben, nel dedicarsi in apertura del suo libro al tentativo di definire che cosa sia filosofia – ammesso che sia possibile farlo senza già filosofare, un po’ come risulterebbe difficile nuotare senza essere prima gettati in acqua – utilizza un termine che spesso mi passa per la testa: quello di straniamento. Un concetto forse poco rigoroso, probabilmente più emotivo che teoretico, ma che certo ha parecchio a che fare con la filosofia. Direi, anzi, che ne costituisce un ingrediente fondamentale.

L’esperienza dello straniamento può benissimo essere non filosofica o pre-filosofica, come quando ci si domanda: ma che cosa ci sto a fare qui? non è forse assurdo quel che mi sta capitando? non è strano che ci sia un mondo là fuori? e che io sia qui dentro, e che me lo stia pure domandando? (che però, tutto sommato, sono già questioni ad alto tasso filosofico, anche se magari formulate in modo confuso e poco rigoroso, più sentite che poste razionalmente). E si potrebbe anche continuare, allargando o restringendo la visuale, ora a noi ora al mondo, limitandosi alla storia umana oppure viaggiando in perigliose acque cosmologiche: com’è che siamo diventati così? perché ci comportiamo in tal modo? non è, oltre che strano, comico e assurdo? che cosa penserebbe un alieno se oggi arrivasse sulla terra? (vecchia storia, come quella di Micromega, raccontata dall’arguto Voltaire – che è poi quel che ogni straniero pensa dell’altro straniero – anche se qui il gioco estremo porta a considerare in primo luogo se stessi in guisa di stranieri).
Il disagio provocato da queste domande è  piuttosto fisico, emotivo, prima ancora che intellettuale o metafisico – tanto che (almeno a me, quando ne vengo assalito)  verrebbe quasi da fermare il primo che passa per strada, strattonarlo e chiedergli con gli occhi sbarrati – ehi tu, ma ti sei reso conto? Salvo poi beccarmi, se va bene, una controspinta condita da una teoria (ben poco metafisica) di contumelie…

A questo punto, però, deve subentrare l’atteggiamento propriamente filosofico, e allora ad un livello emotivo si sostituisce (o magari sovrappone) quello razionale, controllato, consapevole, con pretese sistematiche. Non è più uno straniamento esistenziale, ma teoretico, o, per meglio dire, programmatico. Per fare filosofia occorre straniarsi di continuo; guardarsi dall’esterno, con occhi altri (e forse alteri);  dis-abituarsi alla routine e al trantran di cui sopra; uscire da sé, ex-patriare, ex-stasiarsi, estrovertirsi, dis-trarsi; togliersi in qualche modo di mezzo: in ultima analisi, morire al normale stato di cose, irriflesso e “naturale”, per poi rinascere… già, per rinascere e ritrovarsi dove? in quale nuovo territorio? (a tal proposito, è Platone a parlare di filosofi-moribondi nel Fedone).

Vi sono stati filosofi che hanno teorizzato questa qualità estrema dell’attività filosofica – il collocarsi alla radice dei problemi, anzi alla radice della radice stessa – in modo molto preciso, efficace od anche suggestivo: amo sempre citare la periagoghé platonica, oppure l’epoché fenomenologica husserliana, ma anche il dubbio metodico cartesiano, o – meno nota – l’eccentricità plessneriana. Senza dimenticare Heidegger, il cui filosofare estremo può forse essere riportato quasi per intero a figure stranianti di questo genere, come se si trattasse di un gigantesco brechtiano Verfremdungseffekt. E che dire di Severino, che fa precipitare nella follia ogni nostra concezione apparentemente normale delle cose?
La filosofia si nutre di queste figure, ne ha bisogno come di presupposti cui sempre dover tornare, fonti che qualora si prosciugassero la farebbero crollare come una pianta inaridita. Il prezzo da pagare, naturalmente, è uno stato permanente di irrequietezza, di insoddisfazione; l’essere sempre esposti al rischio e al pericolo dello scacco, se non addirittura del naufragio (come pensa Jaspers). Ma non è questa, tutto sommato, una condizione umana, troppo umana, che dunque non riguarda i filosofi di professione ma gli umani tutti, a prescindere?
Certo, la vita continua a fluire, già lo sappiamo. La necessità del cosmo non viene minimamente scalfita da questo nostro agitarci intorno all’arché o ai fondamenti ontologici della realtà o al senso del nostro domandare. Tuttavia, derivi o meno da quella sfera maggiore della necessità, ne esiste una minore (forse anche miserrima) nella quale siamo a nostra volta imbrigliati: è la nostra stessa costituzione antropologica a spingerci a filosofare, e a non poterne fare a meno. Se anche qualcuno deridesse o ignorasse o guardasse con scetticismo a questa “verità”, non farebbe altro che commettere a sua volta un atto filosofico – ce lo insegna Aristotele, con quel suo argomentare paradossale e stringente che parte dal fermissimo principio di non contraddizione: lo scettico non l’avrà mai vinta, perché è sul terreno dell’essere che dovrà sempre combattere.
(Che è, a un di presso, come quando il mio ex-allievo di Estetica, prostrato dallo studio e dall’esame, mi liquida un po’ risentito: ma perché voi filosofi dovete sempre chiedere perché perché perché – ecco, senza rendersene neppure conto, esordendo con il suo perché, si è messo a giocare la nostra stessa partita. Che è poi la partita della vita che gli umani giocano fin da bambini, onto o filogenetica che sia).

***

Per chi non conoscesse alcuni dei termini sopra utilizzati, segue qualche nota chiarificatrice:

Periagoghé è termine utilizzato da Platone nel corso della spiegazione che segue alla celebre allegoria della caverna, per indicare il distacco dell’anima dal mondo della generazione e, soprattutto, il suo riposizionamento, la giusta rotazione e “conversione” del suo sguardo, non rivolto dalla parte giusta e che pertanto non guarda dove dovrebbe.

L’epoché fenomenologica è l’operazione di denaturalizzazione della coscienza che Husserl ritiene preliminare ad ogni discorso filosofico che si voglia rigoroso: l’atto cioè di mettere tra parentesi il mondo naturalmente costituito, le credenze, la quotidianità, il dogmatismo ingenuo. Epoché è parola dello scetticismo greco che indica sospensione del giudizio.

Posizionalità eccentrica è un concetto utilizzato dall’antropologo-filosofo Helmut Plessner, che così caratterizza la peculiarità umana nei confronti degli altri viventi: l’uomo è l’essere che contemporaneamente è un corpo e ha un corpo. Proprio la coscienza è ciò che gli permette di de-centrarsi, prendere le distanze da sé e considerarsi come un oggetto tra gli altri – ciò che costituisce una vera e propria lacerazione antropologica, una frattura insanabile che però gli consente di trascendere il proprio centro biologico e di sfuggire, almeno in parte, ad un rigido determinismo.

Infine, il Verfremdungseffekt (effetto di straniamento) è lo stratagemma elaborato da Brecht per impedire l’immedesimazione dello spettatore nell’opera drammatica, costringendolo così ad assumere un ruolo critico e socialmente attivo.

Mario Domina, Sreultima modifica: 2010-09-28T15:32:00+02:00da mangano1
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