Giovanni La Rosa, Vann’antò e Pasolini

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da Khayam Blog

Vann’antò: Poesia, Tradizioni, Politica E Confronto Con Pasolini

 

lunedì 27 settembre 2010, posted by giovanni.larosa at 08:00

La semplicità delle origini è stata da sempre uno stimolo per la ricerca continua e sapiente di forme d’intelletto, che hanno potuto – del caso – emergere, nel tempo.

Al 50° anniversario dalla sua scomparsa, la figura di Giovanni Antonio Di Giacomo, maggiormente noto col nome d’arte di “Vann’Antò”, torna a risplendere nello scenario della letteratura italiana del Novecento.

Leonardo Sciascia nel ’55, non ancora assurto alla notorietà, in una particolare occasione ne disse:
Quel che c’è di astratto e sublime nella sua poesia, nasce da una penetrazione in certi strati dell’anima e della cultura popolare siciliana, dove l’astratto e il sublime naturalmente germina.

Vann’Antò il 24 agosto 1891, nel cuore di quella che all’epoca era all’interno della contea di Modica – la “nuova” Ragusa, creata su un altipiano dopo il disastroso terremoto del 1693 e ben distinta dall’antica Ragusa Ibla, nacque in una casetta di tre piani in Via Addolorata, oggi la centralissima Via Roma, all’angolo con la Via San Francesco (adesso con pubblico riconoscimento di una lapide apposta in ricordo), settimo e ultimo figlio di un’umile famiglia. Formata da una stanza per piano com’era usanza costruire allora, in quella casa visse la sua adolescenza e giovinezza, assieme ai suoi sei fratelli e sorelle, dove la madre Carmela Rizza, con non pochi sacrifici cercò di crescerli nella rettitudine e modestia. Il padre, Salvatore, minatore nelle cave di pece, di estrazione del bitume per l’asfalto, di cui il territorio ragusano ne fu prodigo, era quello che comunemente si chiamava un “picialuòru”.

A confronto degli altri fratelli ebbe la fortuna di poter frequentare le scuole, cosa non certo usuale per i figli di operai agli inizi del XX secolo; grazie al sacrificio di questi e anche all’insistenza del maggiore Giovanni, che scelse la strada del sacerdozio e comprese la necessità di cultura, Vann’Antò: così mi han chiamato sempre, da bambino, mio padre mia madre e i miei fratelli, gli amici e compagni di gioco… potè raggiungere la vetta degli studi. Terminato il ginnasio, si trasferì a Siracusa, provincia da cui dipendeva allora Ragusa, per conseguire la maturità classica, approfondendo gli studi su Pascoli e i crepuscolari e poi a Catania dove si laureò in lettere nel 1914, entusiasmandosi per il verso libero francese e italiano, al punto da svilupparne un’appassionata tesi.

Durante il periodo universitario il giovane ragusano ebbe modo di avvicinarsi alla rivista letteraria fiorentina «Lacerba», fondata il 1º gennaio del 1913 da Giovanni Papini e Ardengo Soffici, la quale già nel corso di quell’anno subì le influenze futuriste. Neo laureato, nel 1915, dichiaratosi interventista alla vigilia dell’entrata dell’Italia nella Grandeguerra il 24 maggio, Vann’Antò, insieme al messinese Guglielmo Jannelli e all’altro ragusano Luciano Nicastro, suo carissimo amico, fondò ”La Balza”, ribattezzata da Tommaso Marinetti stesso, allora trentenne, «La Balza Futurista»; un periodico che ebbe subito successo letterario e politico con quei simboli alfabetici dal forte impatto figurativo, ma anche vita breve a causa del conflitto: in tutto, infatti, uscirono tre numeri a cadenza quindicinale dall’aprile al maggio 1915, stampati a Ragusa nella tipografia di Salvatore Piccitto, editi a Messina e di cui lo stesso Marinetti offrì il suo contributo alla rivista con tre articoli: due a favore dell’intervento in guerra e uno dedicato al mondo del teatro. Un’avanguardia futurista[1], Vann’Antò fu espressione di una mente rivolta a nuove esperienze, utili alla rivalutazione di quei valori umani della sua cultura contadina, al punto di poter dire che il dialetto fu il suo “paroliberismo” personale e in cui realismo e ironia si unirono per richiamare l’uomo a una saggezza primordiale. Per via del suo interesse per i grandi personaggi d’oltralpe fu appellato “collettore”, come un pezzo del motore a scoppio, da Marinetti, suo padrino più autorevole, anche se Vann’Antò non gli permise facilmente di imporsi, in quanto non fu un semplice studente “in cerca d’autore” come potè apparire quando il giovane siciliano cercò di attirarne l’attenzione. Insomma, simbolismo e futurismo servirono al giovane ragusano per prendere coscienza che la poesia non fu mai frutto della sapienza tecnica del letterato, ma della capacità evocativa di ambienti e figure, basata su un amore e una sensibilità profonda, radicata nella quotidianità e nel dialetto, realizzando addirittura un “ futurismo di ritorno”[2].

Partito volontario per il fronte, tornò “convertito” dalla devastazione incontrata, nonostante la promozione a capitano per meriti di guerra combattendo nell’Isonzo e la decorazione avuta per le ferite riportate nelle trincee del Carso. Ebbe ad affacciarsi verso un momento in cui l’Italia attraversò un imponente periodo d’agitazioni, il Biennio rosso: lotte che portarono a un miglioramento dei livelli retributivi degli operai ed anche il mondo agrario a insistere sul programma della “socializzazione delle terre”. Localmente, i socialisti conquistarono le cariche al comune di Modica, ma furono vanificate le speranze di una parte dei contadini modicani meno abbienti, che intrapresero il nomadismo nell’entroterra della Sicilia.

Nell’ottobre del 1919 si sposò con Maria Caterina Licitra, che abitava nella casa di fronte alla sua; sorella del fraterno amico Carmelo, compagno d’infanzia, futuro professore di filosofia alla “Sapienza”, allievo prediletto di Giovanni Gentile. Appena saputo della vincita del concorso per l’insegnamento, tra le sedi disponibili scelse Messina, dove i novelli sposi si trasferirono già dal 1920 e in cui ebbe inizio la carriera del professor Di Giacomo, dapprima quale insegnante di materie letterarie al ginnasio, poi nominato preside alla scuola media e infine dall’anno accademico 1943-44 docente di storia delle tradizioni popolari all’università degli studi. A Messina, si unì al gruppo d’intellettuali di estrazione simbolista, assidui frequentatori della libreria “Ferrara”. Conobbe ed entrò in rapporti di amicizia negli anni migliori dell’ermetismo, col modicano Salvatore Quasimodo già dal ’29, che allora lavorava a Reggio e regolarmente veniva ogni domenica pomeriggio a trovare gli amici; col messinese Salvatore Pugliatti, che ebbe molto da istruirsi grazie al colloquio con i poeti, (diverrà futuro rettore dell’università nel ’57); col pozzallese Giorgio La Pira che veniva in brevi e improvvise incursioni da Firenze; col teramano Glauco Natoli, acuto storico della letteratura francese; col giurista pattese Raffaele Saggio; col filosofo nisseno Luca Pignato e altri: insieme formarono la “brigata” della celebre lirica “Vento a Tindari” di Quasimodo. Era il loro senso poliedrico, i loro interessi spaziavano dal diritto alla poesia, dalla musica alla letteratura, dalla pittura alla politica.

Nel 1924 pubblicò Li cosi novelli, una piccola vivacissima antologia scolastica d’indovinelli, proverbi, canti e racconti del popolo siciliano, composta in collaborazione con Luciano Nicastro. Nella sua prima raccolta di poesie scritte in dialetto siciliano, intitolata Voluntas tua e pubblicata a Roma nel 1926, emersero aspetti di realtà quotidiana descritti nelle sue tre parti, riferiti alla vita nelle miniere, nelle campagne ragusane e nelle trincee, oltre alla forte rete di teneri affetti e al grande valore dell’istruzione; ambienti che furono descritti rispecchiando l’uomo del popolo, rappresentando un mondo contadino limitato nelle richieste e pronto a esaltare la saggezza dettata dalla natura: motivi che ispirarono la sua creazione poetica.

I tanti morti e le sofferenze incontrate, diedero motivo alla composizione di un diario in prosa, come usavano in quegli anni i vociani, che uscì nel 1932 col titolo Il fante alto da terra; lasciato nel cassetto già dall’immediato dopoguerra, nel timore, forse, che la sua ispirazione poetica autentica fosse solo quella dialettale; fu invece considerata l’opera più apprezzata, un recupero testuale marinettiano, risultato di gran lunga tra i più significativi, individuato da Buno Sanzin futurista triestino, quale opera che “si distingue per una certa originalità”[3]. Visse l’esperienza della guerra: «Come un lavoro, un dovere pari a quello dei contadini e dei minatori»; per quest’antologia Vann’Antò ottenne valutazioni positive da parte di Benedetto Croce, Giuseppe Ungaretti e altri letterati quali Concetto Marchesi, Attilio Momigliano, Luigi Russo, Manara Valgimigli; giudizi, che sebbene nella maggior parte dei casi fossero piuttosto sintetici e generici, assicurarono comunque al poeta ragusano un ruolo di spicco fra gli esponenti della letteratura “di guerra”, non solo in Sicilia, ma anche a livello nazionale.

Negli Anni Quaranta si “prosciugò” la penna del poeta Vann’Antò, per dare più sfogo a quella del professor Di Giacomo, che scrisse alcuni testi scolastici e tra i quali una rivoluzionaria e poetica Analisi logica. In ogni caso l’intensificarsi dei bombardamenti, che durante la Seconda guerra mondiale ridussero Messina a un cumulo di macerie e danneggiarono gravemente la casa del professore, lo obbligarono a riparare a Ragusa, che al momento dello sbarco degli alleati nella notte tra il 9 e il 10 luglio ‘43, a seguito delle esigue difese lungo la carraia che dal mare portava all’interno, capitolò il 13 luglio, ponendosi alle dipendenze delle forze alleate, sin da subito. Nel ‘44 il governo provvisorio alleato, lo nominò provveditore agli studi della città, incarico che esercitò con grande umanità in nome della pace, della solidarietà umana, tanto che rimasero indimenticate alcune sue “circolari” a professori e studenti, veri capolavori di anticonformismo e a volte di autentica poesia[4]. Dei versi fu autore il Vann’Antò che scrisse sempre nel 1944 La cartullina, in cui poesia e politica entrarono nella letteratura, forse la poesia sua più famosa: «In purezza e leggerezza di parole», come scrisse la giuria del Premio Cattolica, presieduta da Luigi Russo e di cui fecero parte i consulenti esterni: Quasimodo, Emilio Sereni e Eduardo De Filippo, che gli fu assegnato nel 1951, in concorrenza anche con Rocco Scotellaro che aveva partecipato con le poesie “Le cartulline”, “Terra beneretta” e “U vrazzale”[5] e con la seguente motivazione: “Senza enfasi e senza esaltazioni apostoliche difende i sentimenti più elementari dell’umanità ed interpreta con profondità l’angoscia di un padre che si vede giungere la cartolina di richiamo per il figlio morto”. Fu un’altra voce che si unì alle azioni del movimento spontaneo ragusano “Non si parte”, che con comizi nelle piazze e sulle gradinate delle chiese, affollate da lavoratori in sciopero e con manifestazioni fatte dai giovani di tutta la provincia, che a centinaia sfilarono davanti al distretto militare, a Ragusa Ibla e alla questura, culminarono con i fatti d’armi del 6 gennaio ‘45 in contrada Beddio.

Durante il 1945 pubblicò Il dialetto del mio paese, un saggio di letteratura delle tradizioni popolari, coinvolto maggiormente dal periodo di permanenza a Ragusa, che rinnovò l’amore per la sua terra, la sua città che dal 1927 fu elevata a provincia, la sua gente e i suoi cari al punto che non se la sentì di lasciarli più, anche a costo di rinunciare alla cattedra che aveva assunto all’università di Messina. Cercò di contrapporsi alla sua sostituzione per il termine dell’incarico di provveditore, rivolgendosi all’amico deputato Giorgio La Pira, che però nulla poté fare per conservargli l’incarico.

Vann’Antò rientrò a Messina e gli fu confermata la cattedra di storia delle tradizioni popolari all’università oltre alla presidenza della scuola media, ma degli amici lasciati prima della guerra rimase solo Pugliatti, poiché anche Quasimodo si allontanò. Uno stimolo e l’occasione per conoscere i nuovi frequentatori della libreria dell’Ospe… Organizzazione Siciliana Propaganda Editoriale; fondata assieme ad altri soci da Antonio Saitta, libraio proveniente dalla libreria

“Ferrara”. Con Pugliatti e Saitta, che divenne poi il benemerito editore dei libri e quaderni degli amici, Vann’Antò creò il “Fondaco”, il centro più vivace e prolifico della vita intellettuale e culturale di Messina, che aveva la “sede” nella cantina della libreria, dove si tenevano mostre e incontri serali di frequentatori abituali, ai quali si aggiungevano alle altre personalità che capitavano in città, studenti universitari, docenti pendolari, pittori, poeti, letterati, musicologi. Proprio qui nacque la scapigliata “Accademia della Scocca” e l’idea di celebrare cene e riunioni per il conferimento di onorificenze e dignità agli accademici. Una compagnia molto amalgamata e unita, appunto, come in una “scocca di pomodoro”, (tipo quella che si usava appendere al muro) e per questo Saitta usò spesso l’espressione “una scocca di amici”.

L’attività letteraria riprese nel 1947 con la traduzione di un testo di Stéphane Mallarmé L’après-midi d’un Faune, uno dei decadentisti francesi assieme a Paul Éluard, scelti dal poeta ragusano, fino a giungere agli Anni Cinquanta, in cui Vann’Antò scrisse la maggior parte di opere di natura poetica e di letteratura popolaresca – contadina. La sua poesia piacque anche agli artisti Guttuso e Vanadia che s’ispirarono alle sue rime e Mazzullo in particolare ne illustrò “La cartullina”. Col testo Indovinelli popolari, arrivò a ottenere il Premio Viareggio[6] nel 1954 e per quell’occasione il nobel Quasimodo definì Vann’Antò: «Il più importante poeta in dialetto siciliano del primo cinquantennio del Novecento».

Nel 1955, mal volentieri si trovò coinvolto in una polemica con Pier Paolo Pasolini, a causa di un articolo pubblicato sulla rivista letteraria «il Belli»[7], in cui Pasolini affermò tra l’altro: «E uno dei premi Viareggio non è stato dato ai deliziosi Indovinelli siciliani deliziosamente raccolti dal poeta dialettale Vann’Antò?». Il poeta non avrebbe risparmiato le sue critiche, qualche tempo più tardi, a seguito dell’incarico affidatogli da Carlo Salinari, direttore del «Contemporaneo», assieme a Antonello Trombadori, di recensire il “Canzoniere italiano o Antologia della poesia popolare italiana” scritto da Pasolini e pubblicato nel ’55. Le opinioni del poeta ragusano uscirono sul n. 22, del 2 giugno 1956[8], in cui lo specialista Vann’Antò, preferì impostare il suo articolo su questioni filologiche. Il paginone del 2 giugno si presentò col titolo e l’occhiello, redazionali, in cui il primo fu “La Baronessa di Carini”, ed il secondo recitò: «Un maggiore scrupolo filologico avrebbe evitato a P. P. Pasolini gli errori di interpretazione dei testi siciliani scelti per la sua bella ‘Antologia della poesia popolare’»

Critiche rivolte principalmente a errori di stampa che alterarono dei brani dall’Edizione nazionale delle opere di Giuseppe Pitrè[9], riportati da Pasolini, riproducendo dei refusi che Vann’Antò elencò nell’articolo: sviste o cantonate, in un caso, scelte di gusto, nell’altro. Queste portarono Pasolini a replicare. Egli si disse “grato al Vann’Antò” per gli errori segnalati: «Imputabili all’edizione nazionale del Pitrè, inesatta, incerta o alla copia che ne ho fatta io o alla mia ignoranza del siciliano», affibbiando al poeta l’etichetta di “decadente”, parlando del confronto tra diversi orientamenti del gusto: «Quella di Vann’Antò è aristocratico e, come dite voi, decadente». L’analisi pasoliniana coinvolse l’operato sulla Baronessa di Carini, in cui fu tirato in ballo Salvatore Salomone Marino:
L’errore di Vann’Antò è analogo a quello di Salomone Marino: ma mentre in quest’ultimo derivava da un’illusione positivistica, corredata da fiochi quanto altisonanti principi estetici , in Vann’Antò deriva piuttosto da una illusione estetica, piantata s’una già inerte metodologia scientifica. In ambedue gli studiosi siciliani resta comunque fermo che un testo «principe», il testo, di una «storia» popolare esiste: per Salomone-Marino tale testo era «il più scientifico» tra i testi possibili, per il Vann’Antò, invece, è «il più bello»[10]

L’etichetta di poeta decadente, Vann’Antò se la strappò di dosso, aiutato da Leonardo Sciascia. Proprio lo scrittore di Racalmuto, infatti, due anni prima aveva pubblicato sulla stessa rivista un appunto elogiativo sulla poesia in vernacolo del ragusano Vann’ Antò. Fu quell’articolo a essere suggerito ai lettori a difesa dell’attacco di Pasolini[11].
Conoscere Vann’Antò era un po’ conoscere la poesia, l’immagine che del poeta si fa la civiltà contadina: immagine di sincerità, di chiarezza, di limpida e costante fiducia nella vita e negli uomini. Spesso, chiudendo una lettera o inviandomi un libro, Vann’Antò scriveva: “Viva la poesia!” Voleva dire: viva l’amicizia, viva la bellezza, viva la verità: tutto ciò che per lui era la poesia

Con queste accorate, schiette parole Leonardo Sciascia chiudeva l’articolo sul quotidiano «L’Ora» in memoria del poeta Giovanni Antonio Di Giacomo[12].

Intanto nel 1955 Vann’Antò aveva pubblicato la raccolta di poesie La madonna nera, cui seguì Fichidindia nel 1956 e nello stesso anno U Vascidduzzu, che raccolse poesie in dialetto e il saggio Gioco e fantasia. Nel 1958 pubblicò le poesie raccolte in ‘A pici, in dialetto e iniziò a curare l’edizione de La Baronessa di Carini, tratta da una storia popolare del Cinquecento.

La morte lo colse il 23 maggio 1960 a Messina. In suo onore fu istituito, per iniziativa di Salvatore Pugliatti[13], il Premio della poesia «Vann’Antò».

Furono inoltre ristampate le sue opere più eloquenti, in cui il professore a tutti gli effetti cittadino di Messina, ma che rimase il poeta di Ragusa, celebrò la famiglia, la pace, la solidarietà, i lavoratori umili e soprattutto l’amore per la propria terra, non solo per l’uso del dialetto nativo, ma per i contenuti, per i valori che come ha riportato il prof. Flaccavento, gli facevano dire:
Stu vascidduzzu ri Messina porta frummientu ri Rausa

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[1] Cfr. G. Milingi (a cura di), Vann’Anto futurista, All’insegna del pesce d’oro, Milano 1975.
[2] F. Vita (a cura di), Tra la Balza e la Scocca. Cinquant’anni fa moriva a Messina Vann’Antò, intellettuale e poeta siciliano, in “98cento quotidiano on line”, Arte e Cultura, 3 giugno 2010.
[3] A. Pastore, Una Rivista, una vita. «Il Ragguaglio Librario» e Ines Scaramucci, Vita e Pensiero, Milano 2006, p. 283.
[4] G. Flaccavento (a cura di), La vicenda umana e politica di Vann’Antò da figlio di picialuoro a uomo di cultura e poeta, in “Ragusa Sottosopra” a. X – n. 4, luglio 2010, pp. 27-29.
[5] G. B. Bronzini, L’universo contadino e l’immaginario poetico di Rocco Scotellaro, Edizioni Dedalo, Bari 1987, p. 265.
[6] Premio che nacque in Versilia nel 1929, sulla spiaggia e “sotto un ombrellone”, per iniziativa di tre amici Leonida Rèpaci, Carlo Salsa e Alberto Colantuoni.
[7] In Anno IV, n.2 – luglio 1955, uscì “Vann’Antò traduttore di Eluard”. Ideata da Mario Dell’Arco [Mario Fagiolo], la rivista fu pubblicata per quattro annate dicembre 1952 – novembre 1955, successivamente cambiò in “quaderni di critica e poesia”, assumendo i tratti d’una vera e propria antologia, e col nuovo titolo di Il nuovo Belli dei dialetti italiani, che durò fino al 1960.
[8] G. Liuti (a cura di), Il Novecento – Tomo 2: dagli anni Venti agli anni Ottanta, Piccin Nuova Libraria, Padova 1993, p. 1356.
[9] Delle Opere di Pitrè esiste un’edizione nazionale, cominciata a stampare nel 1940 per l’editore fiorentino Barbera; rimasta poi interrotta, essa doveva articolarsi in cinquanta volumi. In vero, ripresa da Aurelio Rigoli e dal Centro Internazionale di Etnostoria di Palermo, nel 1985.
[10] Cfr. T. De Mauro, F. Ferri (a cura di), Lezioni su Pasolini, Sestante, Ripatransone (AP) 1997.
[11] Cfr. S. Falzone (a cura di), “la Repubblica”, 27 luglio 2010, sezione Palermo, p. 19.
[12] S. Palumbo (a cura di), Vann’Antò, umanissimo poeta tra futurismo e impegno civile, in “La Gazzetta del Sud on line”, Cultura, 23 maggio 2010.
[13] La morte lo coglierà nel 1976 a Ragusa, durante il XV Premio della Poesia, intitolato proprio al suo amico poeta Vann’Antò.

(Immagini tratte dal sito di Sergio Palumbo)

Giovanni La Rosa, Vann’antò e Pasoliniultima modifica: 2010-09-28T15:36:00+02:00da mangano1
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