Attilio Mangano,Crisi della politica e nuove forme di opposizione e di resistenza

Crisi della politica e nuove forme di opposizione e di resistenza   (non è un nuovo 68 ma che cos’è? , discutiamone)

 

DSC04005.JPGDa poco  più di sei mesi ( il 22 Aprile esplose infatti la rissa tra Berlusconi e Fini alla direzione del Pdl) la crisi politica del governo continua per ondate successive ed episodi  di litigiosità che non sembranoindicare una via di uscita se non nel ricorso ad elezioni anticipate ( e anche queste , del resto, non sembra che siano in grado di arrivare a una maggioranza solida).  Sono numerosi gli osservatori che si chiedono se è più significativo attestarsi sul riconoscimento di una crisi che non ha via d’uscita e si rivela  insuperabile nei suoi esiti  o se invece  le varie “ mosse” di Berlusconi  rivelano un avvicinamento progressivo al risultato di un suo nuovo consolidamento. Siamo di fronte insomma alla crisi del berlusconismo come ciclo politico o a un suo riassestamento interno?Forse una risposta approfondita  dipende dal riconoscimento di entrambi i fattori: in altri termini la crisi del berlusconismo  come ciclo dipende dai suoi stessi risultati  ma ciò non significa automaticamente che una fase diversa sia possibile rapidamente, siamo insomma di fronte a una sorta di agonia prolungata: in termini medici però il trattamento, le cure, le parziali riprese, indicano che i tempi possono  ancora prolungati. Con una differenza di fondo che investe il fatto  che l’agonia di un CORPO  può essere curata e durare anche a lungo  mentre l’agonia di un  sistema politico si risolve solo quando si presentano le condizioni di un suo superamento.Ed è questo secondo aspetto che  rinvia al problema della impossibilità ( politica, elettorale, di accordi e alleanze) che sia l’opposizione a  realizzare un diverso equilibrio. Per questo motivo non si può escludere affatto che sia lo stesso sistema politico a marcire, a bloccarsi e /o auto-distruggersi dando luogo a un perpetuarsi di logiche di “ guerra per bande” e a una  particolarissimaguerra civile non dichiarata che può precipitare a sua volta. Per questo SERGIO ROMANO  intitola il suo articolo  “ Più in basso è difficile”osservando che  “Vi è infine un altro pericolo di cui i politici dovrebbero essere maggiormente consapevoli. Il Paese non li ama. Se un partito o un leader conta di prevalere sull’avversario conquistando il consenso della maggioranza degli italiani, non si faccia illusioni. Raramente, nella storia dell’Italia repubblicana, i nostri rappresentanti hanno goduto di minore credito. Raramente sono stati meno rispettati e stimati. Non è un fenomeno soltanto italiano. Anche altrove, dall’America di Obama alla Francia di Sarkozy, vi è un malumore diffuso. Ma è particolarmente visibile in un Paese che non ha ancora una forte coesione nazionale. Questa crisi è il peggiore servizio che la classe politica possa rendere all’Italia nel centocinquantesimo anniversario della sua esistenza.”

Se si prendono  sul serio queste considerazioni occorre interrogarsi su quello che non si presenta affatto come fenomeno solo italiano e tornare ad interrogarsi  sulla crisi della rappresentanza politica  nell’epoca della globalizzazione, individuando i possibili tratti comuni  delle politiche dei sistemi occidentali, i guai e le difficoltà che si manifestano, il loro carattere sintomatico. Alcuni spunti vengono suggeriti a loro volta da MARCO REVELLI  nella sua analisi del rapporto fra elites e popolo e nel  suo delineare una possibile linea di ricerca epocale, che torna a chiamare in causa la crisi della modernità.

“Scompare una parola-chiave della modernità: tra le élite globali e il popolo delle “anime morte” locali la distanza si fa siderale” è il titolo del suo articolo su LA STAMPA.

L’Eguaglianza era stata il grande motore culturale e politico della modernità – il suo valore identificante. Dalla constatazione della innata eguaglianza degli uomini aveva preso origine la modernità politica, con l’idea del contratto sociale, della legge eguale per tutti, dei diritti civili, e poi politici e sociali. Dalla domanda di eguaglianza – o per lo meno di una più giusta ripartizione dei beni essenziali, dall’idea di «giustizia sociale» – erano nati i moderni conflitti sociali e le relative forme istituzionali, le grandi organizzazioni politiche e sindacali, il «movimento operaio», i sistemi di sicurezza sociale e di assistenza. Persino il progresso delle nazioni era letto attraverso i gradi via via più estesi di riduzione delle distanze sociali e le condizioni via via più eguali tra gli uomini. L’Eguaglianza era la misura dell’avanzamento nel tempo delle società e l’ingrediente fondamentale dei movimenti di massa che ne hanno scandito la storia. Non è più così. Lo vediamo tutti i giorni. Lo vediamo per quanto riguarda i poveri del mondo, i quali, certo, continuano a essere in movimento. Ma per loro il «movimento» non è più quello politico e rivendicativo, è ora quello fisico: il migrare. Si cerca di risalire la china delle distanze economiche e sociali riducendo la distanza geografica anziché quella sociale: non più rivendicando il trasferimento di una parte della ricchezza accaparrata dai primi agli ultimi, ma trasferendosi nei luoghi dei «primi». «Cambiando cielo», per dirla con Orazio. È la migrazione la forma della «lotta di classe» della post-modernità. E lo vediamo anche per gli impoveriti di casa nostra; per i «ricchi (in rapporto a quelli) ma poveri» (in rapporto ai propri concittadini) di qua. Per coloro che avevano sfiorato un provvisorio benessere, o almeno la promessa di esso, e ora avvertono che lo stanno perdendo, per i quali resta la corsa, ma non più all’eguagliamento bensì, sempre più esplicitamente, alla «distinzione». All’acquisizione di un quid capace di differenziarli dalla massa anonima. E il tentativo di «ristabilire le distanze» con qualcuno che stia «più sotto». Di riconquistare status non tanto «salendo» una scala sociale divenuta impervia, o comunque bloccata, ma ricercando qualcuno da guardare «dall’alto» (qualcuno più «diseguale» di noi): è lo spettacolo – diffuso, e amplificato dalle «retoriche» populiste, neo razziste, localiste – dei penultimi che tentano di spingere più in basso gli ultimi. Dei socialmente declassati che cercano di risarcirsi declassando i più fragili di loro. […]Perché invece di questo ressentiment piatto – di questo odio sociale orizzontale da fondo di palude – non si profila un nuovo 14 luglio, globale o nazionale che sia? Una nuova esplosione di rivendicazioni di eguaglianza, di abbattimento dei privilegi, quelli veri, quale la dimensione dei numeri e la lunghezza delle distanze sociali – come si è visto abissali, ancora una volta da Ancien Régime – dovrebbe richiedere? Verrebbe da dire: perché questa volta non c’è una Bastiglia da assaltare. Non c’è un «centro» (del potere) su cui marciare. A differenza dell’assolutismo classico – iper-centralistico, ossessivamente accentrato -, il neo-assolutismo post-moderno è policentrico, dissipativo, onnipresente e tuttavia disarticolato. Ha troppi centri, quasi tutti invisibili. Sta, appunto, nella rete, si dirama dai suoi nodi, rendendosi effettivamente «inafferrabile» (e, forse, inespugnabile). Ma non vorrei semplificare troppo. In realtà le ragioni di questo appannamento dell’Eguaglianza come valore politico primario della modernità sono molteplici. La prima ragione richiama, in realtà, un paradosso. Possiamo dire che la spiegazione della diseguaglianza crescente sta, almeno in parte, in quella stessa potenza che, agli albori della modernità, mise in moto la macchina politica dell’Eguaglianza, e cioè il Progresso. La Tecnica. Può apparire paradossale, ma è così: negli ultimi decenni il potente apparato tecnologico, che mai come ora si è sviluppato rapidamente, ha finito per allungare le distanze tra i primi e gli ultimi, anziché ridurle. Ha permesso ai primi di accelerare la corsa verso il controllo di quote crescenti della ricchezza globale, lasciando praticamente fermo o in condizioni di lentissima crescita chi già stava in fondo. […]La macchina del Progresso sembra funzionare, insomma, al contrario rispetto alle aspettative dei «progressisti»: se alle origini della modernità prometteva se non l’Eguaglianza, per lo meno una realistica aspettativa di eguagliamento, oggi si rivela, all’opposto, veicolo di distanziamento. Tanto più nella sua più recente versione, nella tecnologia di «seconda generazione». […] Il nuovo salto tecnologico ha introdotto un secondo divide, una seconda linea di frattura e di separazione tra mondi: non più il vecchio industrial divide collocato dagli studiosi alla fine dell’800, quando l’introduzione massiccia delle tecnologie meccaniche segnò uno spartiacque rispetto all’epoca precedente, ma un nuovo, più profondo solco. Un digital divide, o informational divide, una scissione tra epoche ma anche tra aree del pianeta, e tra parti della sua popolazione: tra chi può essere «connesso» e chi no. Tra chi partecipa ai circuiti a scorrimento veloce della «comunicazione mondo» e chi non ne partecipa ed è «tagliato fuori», nel senso più letterale del termine. Tra chi può godere della risorsa strategica della velocità, e chi è condannato alla (e dalla) lentezza. Tra chi può solcare da vincitore lo «spazio-mondo», e chi è costretto a subirlo restando inchiodato «a terra». […]Tra élite (globali) – i nuovi privilegiati, che sono riusciti a sollevarsi dal suolo – e popolo (locale) – quelli che restano, come «anime morte» sul territorio -, la distanza si fa siderale. Le une e l’altro diventano, tra loro, «irriconoscibili». Le élite, comprese quelle politiche, non solo quelle finanziarie o industriali, e i loro rispettivi popoli, fino a ieri accomunati dalla medesima localizzazione, dalla condivisione dello stesso spazio di vita, vivono ora su pianeti diversi. Con linguaggi diversi, codici di comportamento diversi, responsabilità diverse. E, naturalmente, redditi diversi. Le società civili assomigliano sempre di più a «società di ceti» tardo-feudali, con codici differenziati per «ranghi». La ricaduta politica è evidente. Elite irresponsabili verso i propri popoli. Popoli impotenti nei confronti delle proprie élite, stretti nell’alternativa tra un ruolo passivo di spettatore e uno attivo di esule (di colui che «esce» dallo spazio pubblico). In ogni caso ne risulta ferocemente vulnerato il «principio di rappresentanza» (coessenziale a ogni democrazia) e lo stesso meccanismo della legittimazione moderna, la quale implica, come è noto, il vincolo consensuale tra pari. La «pari considerazione» e l’eguale rilevanza di tutte le vite, del tutto incompatibile con queste inedite «solidarietà orizzontali» («di ceto») delle élite globali, più simili all’universo dei «pari grado» di ogni latitudine o longitudine che ai rispettivi «rappresentati», accomunate da antropologie differenziate e stratificate, suscettibili di spezzare le tradizionali solidarietà «di mandato» in nome di nuove appartenenze «di rango».

In verità le sconsolate analisi di Revelli  sul  fatto che non c’è nessuna presa della Bastiglia  da assaltare e nessun centro su cui marciare, pur cogliendo delle tendenze strutturali di fondo, indicano qualcosa che funziona da tempo così, dai famosi anni sessanta del XX secolo quanto meno, cosa che non impedì a suo tempo la nascita e l’irruzione di nuovi movimenti,il loro universalismo originario e però poi anche i loro particolarismi di genere, di settore. Movimenti studenteschi, movimenti femminili, altri movimenti  che non sarebbe difficile elencare e ricordare, irruppero sulla scena  in nome della eguaglianza oppure in nome della diversità. E i giornali di questi giorni ci segnalano a loro volta  una nuova fase che potrebbe consentire nuovi riconoscimenti, non perchè la storia si ripeta e qualcuno qui creda o sostenga che un nuovo 68 è alle porte, perchè non sappiamo bene definire quello che è alle porte e non crediamo che il modo migliore per definirlo sia di paragonarlo al 68. E poi cosa accomuna oggi  movimenti americani populisti e di nuova destra come il Tea Party,movimenti come il nuovo CINQUE STELLE di Beppe Grillo, ripresa di una cultura marxista e socialdemocratica come  quella di Miliband in Inghilterra, lotte come quelle sulla” raccolta diffenziata” ( per tornare a definizioni alla Beppe Grillo)  o  come quelle contro la ndrangheta in Calabria, il fatto è comunque questo, basta semplicemente sfogliare i giornali di oggi per  cogliere la apparizione di nuovi problemi, nuovi  movimenti,nuovi conflitti, nuovi linguaggi. A voler essere a tutti i costi  ottimisti verrebbe voglia di dire che un nuovo 68  sta per cominciare, a voler essere più semplicemente onesti   è più giusto parlare di nuove scintille, nuovi pezzi di società in movimento, in una compresenza  anche qui di vecchio e nuovo ( penso a forme di lotta di derivazione ” antagonista” con i loro rituali  accanto a forme di lotta  appunto non violenta, creativa, basata su musiche e  feste collettive, a un nuovo rifiuto della politica che cerca il suo linguaggio.) Per il momento  mi fermo qui e provo a elencare e segnalare , ma credo che ci sia molto da discutere.

Attilio Mangano,Crisi della politica e nuove forme di opposizione e di resistenzaultima modifica: 2010-09-26T18:53:22+02:00da mangano1
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