Giorgio Vasta, Derive italiane

da IL MANIFESTO

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di Giorgio Vasta
DERIVE ITALIANE
Dei dell’uso E DELL’ABUSO
Quando nell’intimo della meccanica sotto di me il respiro elettrico si fa più breve e pesante sento dentro, tra gli organi, una fitta analoga, non di carburatori e candele ma biologica, tissutale: il riflesso del guasto tecnico nel precipizio del corpo.
Il motorino slitta ancora per qualche secondo, desolatamente immerso nella decelerazione, la meta che sfarina all’orizzonte, oltre via Castelforte, tra le vie piccole di Sferracavallo, dove abita il mio amico che questo pomeriggio ho deciso di visitare. Da fermo provo a premere il pulsante dell’avviamento ma si sente solo un sibilo in risalita dall’oscuro profondo dei congegni. Tento ancora e ancora, con l’ostinazione ottusa di chi non può e non deve fermarsi. Non succede niente. Il sibilo si fa silenzio; accanto a me, sulla carreggiata, le macchine veloci impietose; in sottofondo, così canonico da diventare ironico, il commento delle cicale.
Smonto dal mio Scarabeo adolescenziale, metto il cavalletto, mi chino su un lato, simulo uno sguardo competente: inciso dal sole, il motore è un orecchio di metallo – il timpano circondato da cartilagini, una membrana di morchia a ricoprire. Osservo ancora la meccanica tetra, all’interno sembra tutto polverizzato. Desisto.
Sono le cinque del pomeriggio. Monte Pellegrino – il versante che si affaccia sul mare – con questa luce radiante appare zigrinato, il miraggio di una ziqqurat.
La targa inchiodata al muro, due metri alla mia destra, dice VIA VENERE. Sotto e intorno il marciapiede è lacerato, detriti di vetri di un verde opaco – parabrezza, finestrini, la sbriciolatura di un incidente – mescolati alla ghiaia grigia, un canneto che si allunga verticale oltre un muro a secco. Sulla pietra biancastra, tirato con la vernice nera, un assertivo CONTRO TUTTI I PARTITI. CONTRO TUTTI I CORROTTI, e il simbolo di Forza Nuova.
Senza rimontare in sella premo ancora il pulsante dell’avviamento: un fruscìo delicato, il refolo meccanico che di nuovo sorge dal fondo e si mescola e si disperde nel vento grande della via.
Valuto il sole, mi incurvo e comincio a spingere. Voglio comunque arrivare a casa del mio amico, non ci vediamo da mesi ma la fatica si fa sentire subito, non ho fiato, a ogni passo mi sembra di strappare le gomme del motorino dall’asfalto, i rumori mi vengono alle orecchie smerigliati.
Dall’altra parte della carreggiata intravedo col sudore negli occhi complessi residenziali che emergono discreti oltre la blindatura di un cancello verde. In questa zona si è costruito tutto sommato di recente, fino a una ventina d’anni fa la strada sulla quale arranco quasi non esisteva e per spostarsi da Mondello a Sferracavallo si doveva fare il giro largo. Alla fine degli anni Ottanta hanno cominciato a fabbricare una serie di rettilinei ampi, in sequenza, connessi tra loro da rotatorie col prato e le aiuole fiorite; le strade, coerentemente con la toponomastica di questa zona, sono state battezzate con nomi mitologici. E infatti – mentre continuo a spingere il motorino sul terriccio tracimato dal solco che costeggia il marciapiede e a sinistra, terminate le strutture residenziali, all’improvviso si impenna il fusto di una vecchia ciminiera – in lontananza vedo il curvone di una rotatoria e l’indicazione per immettersi in via dell’Olimpo. Noi siamo dèi, dice il principe di Salina a Chevalley. Qui nell’Olimpo, penso, siamo tutti dèi.
Mi fermo a rifiatare accanto a uno stabilimento che realizza grondaie in materie plastiche; davanti all’ingresso ci sono tre uomini – uno con la pelle color mou, uno bianchissimo, un altro con la tuta da operaio – che discutono osservando parecchi cassonetti dei rifiuti sparpagliati in circolo dall’altra parte della strada: da quelli metallici si solleva un borbottio di lapilli, quelli di plastica se ne stanno accasciati semidisciolti; l’asfalto intorno è un lago di cenere gelatinosa dal quale si allunga una striscia sottile nerastra, il percolato della combustione.
Bruciarono tutto, dice l’uomo color mou.
Ma che modo di festeggiare il compleanno è?, dice quello in tuta.
Sono ragazzi, ridimensiona il bianchissimo.
E perciò se sono ragazzi invece delle candeline accendono i cassonetti?, non ci sta color mou.
Era per giocare, insiste il bianchissimo. E poi così bruciano anche i rifiuti. Era pieno, precisa logico.
Ascoltandoli provo a fare il conto dei cassonetti. A occhio, tranne che un paio non si siano fusi insieme, ieri sera dovrebbero essere stati festeggiati i quattordici anni di qualcuno.
Non prenderti collera, dice ancora l’uomo in tuta. Ci parlo io con mio nipote, veramente.
Devi dirgli che non si devono più azzardare a fare ‘ste cose qui davanti, dice rabbioso l’uomo color mou. Qui no, conclude.
Ma poi le spengono ‘ste candeline?, domanda l’altro sinceramente curioso mentre tutti e tre si avviano verso il cortile antistante la fabbrica di grondaie.
Certo, dice quello bianchissimo, ci soffiano sopra cantando tanti auguri a te.
Una risata che è come un solvente e i tre uomini – gli dèi – spariscono nello stabilimento.
Spingendo il motorino lungo il perimetro della rotatoria penso a Palermo come a una torta sulla quale i palermitani, secondo ispirazione, accendono roghi festosi per celebrare anniversari, falò disseminati nello spazio. Il massimo della festa corrisponderebbe all’arsione definitiva della città.
All’imbocco di via dell’Olimpo l’asfalto è rilucente. Niente scarificazioni naturali o artificiali ma un rettifilo di un grigio nitido e intenso. Su questo smalto le macchine scorrono senza suono, al limite un brusìo leggerissimo, le fusa del motore. Al centro della carreggiata, a dividerla in due corsie, corre un’aiuola spartitraffico alberata di palme.
Continuo a spingere ma mi distraggo perché di colpo il marciapiede fin qui deserto è interrotto da un coagulo di Suv parcheggiati in inesplicabile doppia fila nonostante tutto lo spazio disponibile. Qui l’uso è indistinguibile dall’abuso, penso. Poi preciso: qui l’uso è l’abuso. Facoltà degli dèi è fare dell’istinto legge.
Oltre i Suv c’è l’ingresso del Country Club. Costruzioni basse e pulite, la geometria delle siepi, il celeste clorato della piscina, la terra rossa dei campi da tennis intravedibile in lontananza. Un silenzio lavato e composto. Il Country Club è una bolla di borghesia palermitana, uno spazio di ricreazione ludico-sportiva che sta qui da prima della costruzione di via dell’Olimpo. Un posto decente, appartato, uno spazio che vuole esprimere un senso di privilegio ma con discrezione, defilandosi. Anche la luce, qui, ha una sua elegante disciplina. Una luce olimpica.
Vado ancora avanti, i muscoli delle braccia che cominciano a cedere, qualcosa di riarso che prende il sopravvento e dilaga in ogni percezione – il plexiglass sfondato delle pensiline degli autobus con le scritte d’amore tracciate a pennarello, i manifesti del Circo Orfei (una tigre, Moira, un ippopotamo) incollati a uno steccato semicrollato in avanti, i rimasugli di cordolo della ciclabile come una colonna vertebrale rotta, lungo le gibbosità e i baratri del marciapiede solo pakistani e mauriziani di ritorno a casa alla fine del lavoro (la manutenzione delle ville oltrecortina). La malinconia, lo smarrimento, il gioco che non vale la candela.
Sbuffando di fatica mi accorgo che la fila di palme dell’aiuola spartitraffico si è diradata, c’è un albero ogni tre-quattro e dove non c’è l’albero c’è un moncherino, la base del tronco amputato. Accanto a un moncherino c’è una piccola lapide di marmo. Mi fermo, metto il cavalletto, attraverso. Sul bianco della lapide c’è una foto in un ovale, un nome e un cognome, le date, un trittico di statuine a presidiare. Qualche metro più in là, accanto a un altro moncherino, un’altra lapide. La raggiungo: è di plastica marmorizzata, circondata da fiori e bigliettini, una sciarpa rosanero a mo’ di ghirlanda. Mi guardo intorno e a dieci metri scorgo un’altra masserella colorata, un pezzo di marciapiede che fiorisce intorno a un parallelepipedo similminerale: la foto di un ragazzino, un pezzo di lenzuolo bianco ricoperto di scritte fatte con gli uniposca. Pubblicazioni di un dolore privato, privatizzazioni di spazio pubblico.
Più in là il budellino di via Scordia conduce da via dell’Olimpo verso Villa Scalea, la zona residenziale dove la borghesia palermitana già dagli anni Ottanta si introflette e scompare. Un’altra bolla che non sono in grado di capire se abbia preso forma e compattezza e resistenza contro e nonostante la distruzione diffusa che la circonda oppure tramite questo analfabetismo di ritorno dello spazio.
Riattraverso, mi siedo sul marciapiede accanto al motorino, alle mie spalle un’emorragia di buganvillee serenamente ignara. A perdita d’occhio, da una parte e dall’altra di via dell’Olimpo, decine di ceppi bassi e circolari di palme tagliate e i lampi biancheggianti delle lapidi illuminate dal sole. Ovvero le nuove pietre miliari di Palermo, microbiografie umane e vegetali. Forme della distruzione scomparse dalla percezione quotidiana: tutta questa morte non è scandalo, non è trauma ma parte integrante del paesaggio urbano. Del paesaggio umano. Né il centro né la coda dell’occhio riconoscono – se non eccezionalmente – l’anomalia. La percezione tace e altrettanto silenziosa è la cognizione che non sa più prendere atto di ciò che è morte, non sa perimetrarla e dislocarla. Palermo è la comunità che non vede la morte, che alla morte si abitua, la comunità che non sa e non vuole distinguere.
Con le buganvillee feroci alle mie spalle osservo lo spazio, lontano, fino a dove l’orizzonte s’incurva, e poi metto a fuoco l’asfalto a due passi da dove sono seduto, i vetri sdruciti tra i quali, allungandosi dal falò dei cassonetti cento metri più in là, scorre il percolato nero, una marcia vischiosa e inarrestabile, la sicurezza inconsapevole della materia che si genera e si rigenera e vuole soltanto esistere senza fine – all’infinito e senza scopo. Guardo il rivolo sottile e denso che mi passa accanto e mi supera indifferente, la sostanza fisica nella quale il tempo prende forma, questo tempo palermitano – refluo, di risulta – che immaginavo di attraversare per raggiungere la casa del mio amico. Ma questo tempo è inattraversabile, è il deserto del presente, qualcosa che mi fa diabolicamente sentire a casa, claustrofobico e claustrofilico.
Alla mia destra il rettilineo della via si perde in lontananza; più in là c’è Sferracavallo, la casa del mio amico che ormai è un’immaginazione rarefatta, mentre per nulla rarefatto, anzi concretissimo, è il tempo rifiuto, il tempo rifiutato e incendiato, il tempo che scorrendo attraverso via dell’Olimpo man mano si dilata, gonfia, accresce il suo volume, monta e si allarga, fa della via il suo letto e defluisce in rapida e diramando fuoriesce e invade le altre strade, un’esondazione di tempo nero che travolge lo spazio le palme le lapidi e annega gli dèi, il tempo di piombo che sta sommergendo Palermo e l’Italia intera.
Resto fermo ancora per un poco, gli avambracci a trascinare via il sudore, una specie di eccitazione torpida che sedimenta nella testa; poi mi rialzo in piedi, mi avvicino allo Scarabeo – e considerato che qui, a Palermo, in Italia, nell’Olimpo, per restare nell’umano devo saper inventare una meta, devo saper decidere un legame -, prendo fiato, ricomincio a spingere, vado a casa del mio amico.

Giorgio Vasta, Derive italianeultima modifica: 2010-08-30T22:00:38+02:00da mangano1
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