MOLTINPOESIA,Come leggere e interpretare la poesia.

MOLTINPOESIA

giovedì 28 febbraio 2013

DISCUSSIONE
Come leggere e interpretare la poesia.
Due opinioni a confronto.

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Riprendo da qui un commento di Giorgio Linguaglossa e rispondo alle sue tesi. [E.A.]

* Linguaglossa ad Abate

Caro Ennio Abate,
quando dico che dobbiamo leggere e interpretare la poesia tenendoci a distanza da categorie dell’economia come rapporti di produzione e forze produttive e economicistiche come salario e capitale, non intendevo certo fare ritorno a Croce al concetto di poesia=lirica pura; dico soltanto che dobbiamo leggere la poesia come un particolare genere, come dire, una particolare forma di linguaggio, ed è soltanto applicando le categorie del linguaggio che noi possiamo entrare dentro la serratura della poesia e dentro la cassaforte del Moderno. Non occorre la dinamite per far saltare il Moderno ma basta una poesia per cambiare le carte in tavola di ciò che si intende (comunemente e convenzionalmente) per poesia. I «conflitti» in poesia devono potersi rintracciare all’interno del suo dispositivo estetico e poetico, questo voglio dire, e non all’esterno. I conflitti esistono nella forma poetica come «traccia», orma mnestica; e, a volta sono invisibili ad intere epoche. Voglio dire che tanto più alta è la formalizzazione dei testi quanto più in profondità scendono i «conflitti». Insomma, il discorso è complesso e poliedrico e andrebbe inquadrato da differenti punti di vista ermeneutici.

La poesia apre l’impensato al pensiero, frattura l’impensato, ma dice l’impensato tramite le categorie del linguaggio, e quindi è una attività altamente razionale-fantastica. La logica è la grammatica profonda del linguaggio, al di là della sua grammatica concettuale che ne è la sintassi. La metaforologia è quella branca dell’ermeneutica che studia le peculiarità delle metafore. Il linguaggio, qualsiasi linguaggio umano è metaforico e simbolico, e soltanto in ultima istanza e in ordine cronologico-storico è un fatto comunicazionale. La comunicazione è la coda del linguaggio metaforico.

***
* Abate a Linguaglossa

Caro Giorgio Linguaglossa,
credo di non poter condividere la concezione, che intravvedo nelle tue parole, di una poesia che, per così dire, apra, per via metaforica e simbolica, un (per me indefinito) «impensato».
Certo quello della poesia è «una particolare forma di linguaggio» non riducibile a «un fatto comunicazionale». In altri termini, non risponde alle esigenze pratiche del linguaggio comune, quotidiano. Ma linguaggio resta. E di conseguenza – questo mi pare lo sbocco del tuo discorso – non capisco perché dovrebbe rompere i ponti con quello della comunicazione. Né capisco davvero cosa tu intenda dire con la frase: « è soltanto applicando le categorie del linguaggio che noi possiamo entrare dentro la serratura della poesia».
Vuol dire forse che il linguaggio della poesia si capisce solo ricorrendo a categorie linguistiche, come facevano gli strutturalisti negli anni Sessanta?  O che una poesia (un testo) va indagata solo come sistema di  parole  in sé slegato da  quei sistemi di parole (o saperi) di ordine diverso da quello linguistico-letterario, come possono essere  i saperi economici, scientifici, storico-politici, ecc.?
Propendo per il sì, se metto in fila le  riserve che hai espresso nei commenti precedenti  nei confronti di Fortini («Fortini prendeva un abbaglio gigantesco quando riduceva lo spazio per la poesia in quella sottilissima fenditura tra Lavoro e Capitale. Non è questo il modo giusto per porre il problema, che esiste, ma non in questi termini») e il suggerimento-intimazione di sapore vagamente  antimarxista: «dobbiamo leggere e interpretare la poesia tenendoci a distanza da categorie dell’economia come rapporti di produzione e forze produttive e economicistiche come salario e capitale».

Leggendoti, mi è tornato in mente un saggio di Fortini intitolato Opus servile (in Saggi ed epigrammi, pp. 1641-1652, Mondadori, Milano 2003) e sono andato a rileggermelo.
Sì, dice quasi  il contrario di quanto tu sostieni. Senti:

«[…] correlazioni, riscontri, figure metriche, forme significative e figure del discorso letterario, insomma tutti i livelli del cosidetto testo, da quello fonematico a quello ideologico-culturale, sono comprensibili e apprezzabili non solo grazie al loro comporsi in sistema e struttura, ma anche per la relazione e interazione che ognuno di questi elementi stabilisce con qualcosa che testo non è, ossia con quel che chiamiamo “realtà”» (p.1641)

Fortini, dopo aver premesso che «il mondo non è un discorso e la cosa non è una parola» p.1641), ci tiene proprio a sottolineare che «si dà dunque un extratesto o, diciamo, un contesto» e cioè «un “ingenuo” al-di-fuori della poesia e del discorso». Potrei dire: guarda fuori dal testo, non si limita ad applicare esclusivamente «le categorie del linguaggio», come tu proponi.
Poi definisce il termine ‘contesto’: cioè «l’insieme delle circostanze nelle quali il discorso letterario si dà. Oppure, come scriveva anni fa van Dijk, l’insieme delle condizioni, azioni e funzioni, psicologiche, sociologiche, storiche e antropologiche dei testi letterari»(p. 1642).
Respingendo ogni cesura o taglio o rottura tra testo e contesto, egli vuole tenere d’occhio da una parte «l’insieme delle pressioni, delle forze, degli indici, dei vettori che dall’esterno, ossia dal contesto, muovono nel tempo e nel lavoro dell’autore determinando il suo testo» e dall’altra «l’insieme delle pressioni, delle forze, degli indici e dei vettori che dal testo partono per agire verso l’esterno ossia verso il contesto, costituito dai cosiddetti fruitori, dai lettori e ascoltatori di oggi e di domani; e dalle loro attese» (p.1642).

E qui, a proposito di «attese» dei lettori, mi pare che egli  non escluda niente. Neppure quelle attese  – oggi davvero rare – che tendessero a leggere e interpretare la poesia anche partendo da «categorie dell’economia» o da categorie di matrice marxiana, quali rapporti di produzione, forze produttive, salario, capitale, ecc. Che tu invece vuoi – e  ancora non capisco il perché – del tutto espungere.

Ora, su questo, una pausa. Non è che in passato, specie quando era di moda l’applicazione di queste categorie più o meno marxiane o marxiste  in letteratura o in poesia, esse non abbiano prodotto equivoci, danni e interpretazioni rozze. Il che potrebbe giustificare la tua diffidenza.
Ma fu proprio il marxista critico (cioè il critico del marxismo più piatto e scolastico) Franco Fortini il più avvertito di certi rischi e il più ostile agli eccessi del «volgardeterminismo» e del «sociologismo» (p. 1642), che inducevano taluni a sostenere che «nella “cosa” ovvero nel testo non ci sarebbe nulla di più di quanto ci sarebbe stato nelle “cause” ovvero nel contesto» (p.1642). Ed a contrastare ogni facile «messa in parallelo della serie letteraria e di quella sociostorica» (p. 1643). O, detto in altri termini, a condannare, nell’interpretazione della letteratura o della poesia, l’uso meccanicistico e piatto  non solo di categorie dell’economia ma anche di sociologia o di storia tout court.
E in questo scritto lo dice con chiarezza estrema:

«in ogni vera poesia e in ogni grande narrazione sono contenuti elementi che a partire dalla forma verbale del testo mirano a toccare o implicare ambiti extratestuali diversi da quelli che hanno concorso alla sua nascita. Dove “vero” e “grande” stanno a significare precisamente tale aggiunta o diversità, tale venire da un’area più lontana e meno visibile e anche un andare più lontano ossia verso qualcosa di non ancora visibile» (p.1643)

Vuol dire allora, per usare la tua espressione, che «la poesia apre l’impensato al pensiero»?
Non mi pare. Questo tuo «impensato» a Fortini (ma un po’ pure a me) farebbe venire in mente la hegeliana cattiva infinità. E poi resta una differenza sostanziale. Tu dici che «il linguaggio, qualsiasi linguaggio umano è metaforico e simbolico, e soltanto in ultima istanza e in ordine cronologico-storico è un fatto comunicazionale», per cui la comunicazione (l’istanza comunicativa,  basilare per me del linguaggio) si ridurrebbe a semplice «coda del linguaggio metaforico», arrivando così ad enfatizzare (più del dovuto secondo me) il linguaggio metaforico e a svalutare (in poesia) quello comunicativo. Non credo che Fortini avrebbe approvato questa opzione signorile,  questo troppo disinvolto aggiramento della «tensione fra stato signorile e servile e fra “poesia” e “prosa» (p. 1651) [“prosa” sta nel lessico fortiniano per linguaggio comunicativo, nota mia].

Sempre in  questo scritto, infatti, con un complesso di ragionamenti, in cui fa riferimento da una parte a Jakobson e dall’altra alla Fenomenologia dello Spirito di Hegel  e alla dialettica del padrone e del servo, che qui non è conveniente riportare e neppure riassumere, Fortini insiste proprio su un fatto da te trascurato: che «le scritture letterarie appaiono continuamente divise fra una identità “poetica” – che sempre muove verso compiutezza e inviolabilità e, al limite, si fa ecolalia e estasi – e una identità “prosastica” che è ininterrotta esplorazione ed elaborazione dell’incòndito e del non ancora avvenuto e dunque sfida e ricerca» (p. 1649).
E precisa:

«Di solito, per tradizione neoplatonica, si associa il poiéin alla libertà  e il prattein alla necessità; qui [nel saggio che sta scrivendo, nota mia] si vuole invece che ogni lavoro, anche quello “poetico”, sia nell’ordine della necessità e servile e che neppure gli uccelli cantino in “libertà”» (p. 1650).

Egli non s’illude, dunque, sulle astratte potenzialità della poesia. Non  crede neppure che, come tu sostieni, «basta una poesia per cambiare le carte in tavola di ciò che si intende (comunemente e convenzionalmente) per poesia». Non mette da parte la storia, perché  sa che «la stratificazione e l’irrigidimento culturali che preesistono e presiedono a quel che diciamo “testo” si sono prodotti per accumulazione e selezione attraverso lunghi e lunghissimi cicli nel modo di produrre e riprodurre la vita» (p. 1651). E accetta di chiamare «inconscio» quello che tu chiami «impensato». Lo vede però qui, nella società:

«l’inconscio è società dimenticata e di quella società dimenticata (o, per meglio dire, tradotta e mascherata nei termini attuali della società presente) il rapporto padrone-servo [noi potremmo dire dominatori-dominati, nota mia] è momento capitale. Il sui riflesso è visibile nelle correnti ideologie dell’arte e della letteratura, e soprattutto nella favola della poesia come momento signorile dello spirito» (p.1652).

E, allora,posso concordare col  passo in cui dici:

«I «conflitti» in poesia devono potersi rintracciare all’interno del suo dispositivo estetico e poetico, questo voglio dire, e non all’esterno. I conflitti esistono nella forma poetica come «traccia», orma mnestica; e, a volta sono invisibili ad intere epoche. Voglio dire che tanto più alta è la formalizzazione dei testi quanto più in profondità scendono i «conflitti».

Ma il compito del lettore e del critico della poesia a me pare  inizi proprio qui. Egli, più che “godersi la poesia” che ha inabissato,  attraverso la «formalizzazione», i conflitti, deve – per intenderla a fondo, per capire la sua funzione  ambigua (di occultamento di quei conflitti eppure di riproposizione ad un altro livello più “vero” e “grande”… rileggere sopra il passo citato di p. 1643) – rintracciarli proprio nel testo, nella poesia:

«Perché non tornare a chiederci se i vari gradi delle figure di discorso e di ritmo […], e insomma tutto l’intreccio di “prosa” e di “poesia” in cui viviamo. Non abbia le sue radici – e i suoi fiori – anche in quello che mezzo secolo fa Bertolt Brecht ebbe a chiamare «il secco, “ignobile” lessico / della economia dialettica»» (p.1652).

Certo di questi tempi parrebbe un’indicazione assurda, inattuale e fuori tempo massimo. Ma io non riesco a buttare via una visione così acuta, profonda e critica della poesia.

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