Un gelato al limon: il versante liquido dell’eros. Versi di Palmo Di Grazia

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Un gelato al limon: il versante liquido dell’eros. Versi di Palmo Di Grazia

Posted by versanteripido
2013/02/01

Un gelato al limon: il versante liquido dell’eros. Versi di Palmo Di Grazia con introduzione di Paolo Santarone.
 
 
Perché si scrivono poesie erotiche?

 
La domanda che mi pongo e che propongo alla discussione è questa: perché si scrivono poesie erotiche?

Sarà anche a causa della mia vetusta età, ma non riesco a trovare elementi pruriginosi in queste poesie di Palmo di Grazia né in quelle delle due poetesse che hanno pubblicato in questa rubrica nei numeri di dicembre e gennaio. L’eccitazione generica e il titillamento dei bassi (anatomicamente bassi) istinti sono disponibili e a portata di mano, nelle gradazioni preferite, in Internet o nei cinemini, e, se anziché le gradazioni si cercano le sfumature, ecco che soccorre l’editoria libraria.

Per un poeta non ci sarebbe partita.

Dunque, escludendo finalità che competerebbero assai meglio al mondo del commerciale, mi ripeto la domanda: perché si scrivono poesie erotiche?

Le volte che senza successo io personalmente mi ci sono cimentato (dirò poi perché senza successo) ero stimolato da un bisogno e da una sfida. Il bisogno era quel “bisogno di dire” che sta all’origine di tutta l’attività di scrittura letteraria, bella o brutta. La sfida era che il dire riguardava uno spazio segreto, intimo, inviolato: quello spazio in cui tu ed io siamo “io”, e tutto ciò che facciamo è la metafora del nostro profondo e spirituale bisogno di compenetrazione, di fusione. Era, cioè, cimentarsi con il fatale rischio banalizzante, denotativo, della parola per “dire” qualcosa che sta a livelli assai più profondi e primi del verbale.

Non so se è così per tutti, e non so neppure se è condivisibile la mia distinzione tra il pornografico e l’erotico, che, senza dubbio con un po’ di moralismo, definirei così: l’erotismo è la pornografia fatta da due che si amano.

Dunque poesia erotica come poesia d’amore, con in più un quid di… indiscrezione.

Il Cantico dei Cantici – di cui raccomando vivissimamente la lettura ai pochi ne non l’avessero ancora fatto – è il capostipite e il modello della poesia erotica, e, per me che sono – come si sarà notato – credente, è bellissimo che sia un libro della Bibbia.

Ci sono certo altri modi di fare poesia di contenuto sessuale. C’è chi, anche in questo campo, ama giocare, e c’è chi fa propria la battuta di Woody Allen “il sesso è la sola cosa divertente che si può fare senza ridere”. Un erotismo leggero, insomma, allegro, poco impegnato, che si traduce sulla carta in analoghi schemi liberamente giocosi. Io non ne sono capace ed è tempo che dica perché i miei personali tentativi di fare poesia erotica sono falliti miseramente, disgregandosi tra le mie dita come una matita marcia.

La difficoltà che ho trovato io era quella di un corretto bilanciamento tra hard e soft. O premevo sul pedale dell’hard scrivendo sporcaccionate di cui immediatamente, anzi contestualmente, mi vergognavo, o mi lanciavo su per il pendii della sublimazione, scrivendo in pratica preghiere (per una mia balorda ed istintiva convinzione che amor sacro e amor profano siano così contigui da rendersi praticamente indistinguibili).

Da qui nasce la mia supina ammirazione per chi, come Maddalena di Marco, come Lucia Marilena Ingranata, e ora come Palmo di Grazia, ci si prova, trova il coraggio di esporsi, di dire.

E’ un’attività rischiosa e ne è prova che i soli veri capolavori risalgano ormai al tempo antico, e che Salomone non abbia avuto degni epigoni da decine di secoli. “Bastardi senza gloria”, dunque, i poeti (e le poetesse) che anziché dell’amore ardiscono parlare del fare l’amore.

Questa volta ci prova una persona che si è così barricata dietro l’anonimato (mi sembra chiaro che Palmo di Grazia sia un nom de plume, per giunta poco verosimile) da farci camminare senza riferimenti: perfino le sue inclinazioni non sono chiare, e non sappiamo se questo che parla è un uomo rivolto a una donna, una donna a una donna, o addirittura un mistico che ha personalizzato la Grazia divina fino a farne un oggetto d’amore. Che il “Palmo” sia in realtà una palma, simbolo del martirio?

Il lettore, dunque, si confronterà solo con un testo, e su questa base giudicherà.

Una poesia di Palmo Di Grazia:

Terra bagnata

“Sono terra bagnata”,
e la tua voce si fa roca
mentre lo dici.
E’ più la parola terra
che mi colpisce,
l’idea di te come zolla fertile
come cosa feconda.
A me nulla sembra
più totale e antico
della tua terra che si bagna
mentre io la dissodo
con i gesti del rito
e s’appresta al mio seme.

Eppure ogni volta
i gesti son nuovi,
mia terra bagnata.
Le bocche imitano
i gesti dei pubi
e vagano le mani
in cerche affannate.
La mente non fugge
in fantasie lontane e altre
ma tutto in te si fa carne il mio sogno.
Io non so giocare l’amore
e non conosco scherzo né riso.
Nelle tue cosce irrorate
muoio
insieme al mio sterile sperma

 

Un gelato al limon: il versante liquido dell’eros. Versi di Palmo Di Graziaultima modifica: 2013-02-15T19:36:53+00:00da mangano1
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