Natasha Trethewey, da “Bellocq’s Ophelia”.

DA POLISCRITTURE DI ENNIO ABATE

martedì 5 febbraio 2013

Natasha Trethewey,
da “Bellocq’s Ophelia”.

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Ho trovato un esempio significativo del rapporto poesia/storia di cui si è discusso  nelle poesie di Natasha Trethewey, poetessa afroamericana che lavora sulla relazione tra storia pubblica e storia privata ed esplora l’intreccio di aspetti politici e sociali di un evento storico con l’oggi.  Certo la distanza dagli eventi (rispetto a quelli implicati nel post di Pietro Peli) rende meno spasmodico e scivoloso il lavoro sulla memoria e forse meno scomode le implicazioni sul presente. Ma l’interrogazione sulla difficoltà dell’ essere umani di fronte alla pesantezza della storia mi pare simile. [E.A.]

Dalla rivista HEBENON (Nota in Appendice)
Testo e traduzione di Giorgia De Cenzo
Ernest J. Bellocq, fotografo dei primi del ‘900 fece una serie di fotografie alle prostitute di
Storyville, il quartiere a luci rosse di New Orleans. Natasha Trethewey, ispirata dalle foto
di Bellocq, ha dato voce nelle sue poesie al personaggio immaginario di Ofelia, una delle
prostitute di Storyville, una donna di sangue misto, dalla pelle chiara che narra la sua
storia. Sempre messa in mostra, esposta come una sorta di animale esotico o fenomeno da
baraccone per questa sua duplicità di donna bianca all’apparenza ma dal “sangue nero”,
Ofelia ci parla della sua condizione di mistosangue nel Mississippi dei primi del ‘900, del
suo difficile adattamento alla vita nel bordello e del suo incontro con Bellocq. Bellocq
non solo la fa posare per le sue fotografie, ma le insegna l’arte della fotografia. Attraverso
l’arte fotografica, Ofelia riesce finalmente a ritrovare una nuova libertà, passando dallo
stato di donna-oggetto osservata da occhi esterni (gli sguardi dei clienti del bordello o
l’obiettivo di Bellocq) a quello di osservatrice attiva in grado di esplorare il mondo
esterno e il mondo dell’anima attraverso l’obiettivo della macchina fotografica.
I)
Bellocq’s Ophelia
from a photograph, c. a. 1912
In Millais’s painting, Ophelia dies faceup,
eyes and mouth open as if caught in the gasp
of her last word or breath, flowers and reeds
growing out of the pond, floating on the surface
around her. The young woman who posed
lay in a bath for hours, shivering,
catching cold, perhaps imagining fish
tangling in her hair or nibbling a dark mole
raised upon her white skin. Ophelia’s final gaze
aims skyward, her palms curling open
as ifshe’sjust said, Take me.
l think of her when I see Bellocq’ s photograph –
a woman posed on a wicker divan, her hair
spilling over. Around her, flowers –
on a pillow, on a thick carpet. Even
the ravages of this old photograph
bloom like water lilies across her thigh.
How long did she hold there, this other
Ophelia, nameless inmate in Storyville,
Naked, her nipples offered up hard with cold?
The small mound ofher belly, the pale hair
of her pubis – these things – her body
there for the taking. But in her face, a dare.
Staring into the camera, she seems to pull
all movement from her slender limbs
and hold it in her heavy-lidded eyes.
Her body limp as dead Ophelia’s,
her lips poised to open, to speak.
I)
La Ofelia di Bellocq
da una fotografia. /912 circa
Nel dipinto di Millais, Ofelia muore a faccia in su
occhi e bocca spalancati come se stesse pronunciando
le sue ultime parole o esalando l’ultimo respiro, fiori e canneti
spuntano dallo stagno, e fluttuano sulla superficie
attorno a lei. La giovane donna che posò
giacque immersa in una vasca per ore, tremando,
raffreddandosi, forse immaginando pesci
intrappolati nei suoi capelli o che mangiucchiavano un neo scuro
comparso sulla sua bianca pelle. L’ultimo sguardo di Ofelia
e’ rivolto al cielo, con le mani ripiegate verso l’alto
come se avesse appena detto, Prendimi.
Penso a lei quando guardo le foto di Bellocq –
una donna messa in posa su un divano di vimini, con i capelli
sparsi attorno. Attorno a lei, fiori –
sul cuscino, sul folto tappeto. Persino
i difetti di questa vecchia fotografia risplendono
come gigli d’acqua da una parte all’altra della coscia.
Quanto tempo ha resistito là dentro, quest’altra
Ofelia, abitante senza nome di Storyville,
nuda, i suoi capezzoli esposti, turgidi dal freddo.
La piccola collina del suo ventre, i peli chiari
del pube – queste cose – il suo corpo
lì per essere colto. Ma nel suo volto, una sfida.
Fissando la macchina fotografica, sembra cogliere
ogni movimento delle sue esili membra
e trattenerlo in quegli occhi dalle palpebre pesanti.
Il suo corpo afflosciato come quello di Ofelia morta,
le sue labbra in posa nell’ atto di aprirsi, per parlare.
II) Letters from Storyville
March 1911
It troubles me to think that l am suited
for this work – spectacle and fetish –
a pale odalisque. But then I recall
my earliest training – childhood – how
my mother taught me to curtsy and be stili
so that I might please a white man, my father.
For him I leamed to shape my gestures,
practiced expressions on my pliant face.
Later, I took arsenic – tablets I swallowed
to keep me fair, bleached white as stone.
Whiter stili, I am a reversed silhouette
against the black backdrop where I pose, now,
for photographs, a man named Bellocq.
He visits often, buys time only to look
through his lens. It seems I can sit for hours,
suffer the distant eye he trains on me,
lose myself in reverie where I think most
of you: how I was a doli in your hands
as you brushed and plaited my hair, marveling
that the comb – your fingers – could slip through
as if sifting fine white flour. I could lose myself
then, too, my face – each gesture – shifting
to mirror yours as when l’ d sit before you, scrubbed
and bright with schooling, my eyebrows raised,
punctuating each new thing you taught. There,
at school, I could escape my other life ofwork:
laundry, flat irons and damp sheets, the bloom
of steam before my face; or picking time,
hunchbacked in the field – a sea of cotton,
white as oblivion – where I would sink
and disappear. Now I face the camera, wait
for the photograph to show me who I amo
II) da Lettere da Storyville
Marzo 1911
Mi turba pensare che son fatta
per questo lavoro – spettacolo e feticcio-
una pallida odalisca. Ma poi ricordo
la mia istruzione di un tempo -l’infanzia – come
mia madre m’insegnava a fare l’inchino e a starmene
immobile per compiacere un uomo bianco, mio padre.
Per lui imparai a modellare i miei gesti,
provavo nuove espressioni sul mio volto plasmabile.
Poi, presi l’arsenico – ingoiai delle pillole
per mantenermi chiara, bianca scolorita come la pietra.
Più bianca ancora, sono la silhouette rovesciata
sullo sfondo nero dove poso, ora,
per le fotografie, di un uomo di nome Bellocq.
Viene spesso, paga il tempo che gli serve per guardare
attraverso il suo obiettivo. Sembra che io possa star seduta per ore,
e sopportare quell’occhio distante che sposta su di me,
perdermi in fantasticherie, in cui per lo più penso
a te: a come fossi una bambola nelle tue mani
mentre mi spazzolavi e lisciavi i capelli, meravigliandomi
di come i denti del pettine – le tue dita – potessero infilarsi
come se stessero setacciando la farina bianca. Anche allora,
potevo perdermi, il mio viso – ogni gesto – si spostava
mentre sedevo davanti a te per riflettere il tuo, ben lavato
e splendente d’istruzione, le mie sopracciglia s’inarcavano,
soffermandosi su ogni cosa nuova che insegnavi. Lì
a scuola, potevo dimenticare l’altra mia vita fatta di lavoro:
il bucato, i ferri da stiro e le lenzuola umide, l’esplosione
del vapore davanti al viso; o la stagione del raccolto,
ingobbita sui campi – un mare di cotone,
bianco come l’oblio – dove sprofondavo
e svanivo. Ora sono davanti alla macchina fotografica,
aspetto che la fotografia mi mostri chi sono.

October 1911
Just the other day I fancied myself
a club woman, like you,
in my proper street clothes-
a new bow on my white straw hat,
my white linen jacket cleaned
and pressed, a modest bit of gingham
at the collar. So attired, I ventured out,
beyond the confines of the district,
to do my share of good deeds, visit
the sanatorium, a sick sister, her body
invaded by the invisible specter
of our work. Bellocq met me there,
set his camera to this scene: a woman
standing in the middle of the frame,
and off to the right, barely in the picture,
what she might become – the sick one
sleeping, hospital curtain pulled back,
only her face showing, disconnected
from the body she has begun to lose.
To the left, dressing gowns hanging empty
on the do or. And beyond that door,
what you cannot see.
Later, my visit over,
I walked out into bright aftemoon, the sun
harsh, scouring everything – my face
the face a man recognized. (And here
I hesitate to tell you – ) I was escorted
to the police station , guilty of being
where I was not allowed to be, a woman
notoriously abandoned to lewdness.
There, I posed for another lens, suffered
indecencies I cannot bear to describe.
Y ou will not see those photographs –
paint smeared on my face, my hair
loosed and wild – a doppelganger
whose face I loathe but must confront.
I know now that if we choose
to keep any part ofwhat is behind us,
we must take ali of it, hold each moment
up to the light like a photograph –
this picture I send you of my good work,
a modest portrait for my mother,
even my rough image in a police file.
Ottobre 1911
Proprio l’altro giorno, mi sono immaginata
come una donna di società, come te,
con vestiti rispettabili da passeggio –
un nastro nuovo sul mio cappello di paglia bianco,
la mia giacca di lino bianco lavata
e stirata, un modesto pezzetto di percalle
sul colletto. Così agghindata, mi avventurai fuori,
oltre i confini del quartiere,
per fare la mia parte di buone azioni, recar
visita al sanatorio ad una sorella ammalata,
il suo corpo invaso dallo spettro invisibile
del nostro lavoro. Bellocq mi ha incontrata qui,
ha sistemato la sua macchina di fronte a questa scena:
una donna in piedi in mezzo ali ‘inquadratura,
e distante sulla destra, a malapena nell’immagine,
ciò che potrebbe diventare – quella malata
che donne, la tenda dell’ ospedale tirata indietro,
solo a mostrarne il volto, scollegato
dal corpo che ha cominciato a perdere.
Sulla sinistra, vestaglie vuote appese
alla porta. E oltre quella porta,
ciò che non si può vedere.
Più tardi, finita la visita,
camminai fuori nella luce del luminoso pomeriggio, il sole
pungente, che erode ogni cosa – il mio viso
il viso che un uomo ha riconosciuto.
(E qui esito a dirtelo -) fui scortata
alla stazione di polizia, colpevole di essere
dove non mi era permesso stare, una donna
notoriamente abbandonata alla dissolutezza.
Lì, ho posato per un altro obiettivo, ho sopportato
indecenze che non posso descrivere.
Non vedrai quelle fotografie –
il belletto imbrattato sul mio viso,
i capelli sciolti e scompigliati – un doppio
la cui faccia aborrisco ma che devo affrontare.
Ora so che se scegliamo di conservare
una parte di quel che ci siamo lasciati alle spalle,
dobbiamo prendere il tutto, tenere ogni momento
in alto sotto la luce come in una fotografia –
questa foto che ti mando del mio buon lavoro,
un ritratto modesto per mia madre,
che è pure la mia rozza immagine in un file di polizia.
111) Storyville diary
Naming
En route, October 1910
I cannot now remember the first word
r leamed to write – perhaps it was my name,
Ophelia, in tentative strokes, a banner
slanting across my tablet at school, or inside
the cover of some treasured book. Leaving
my home today, I feel even more the need
for some new words to mark this journey,
like the naming of a child – Queen, Lovely,
Hope – marking even the humblest beginnings
in the shanties, My own name was a chant
over the washboard, a song to guide me
into sleep. Once, my mother pushed me toward
a white man in our front room. Your father,
she whispered. He ‘s the one that named you, girI.
III) da Diario di StoryvilIe
Dare un nome
En route en route, ottobre /9/ ()
Non riesco a ricordar ora la prima parola
che ho imparato a scrivere – forse era il mio nome,
Ofelia, con tratti incerti, un vessillo
rovesciato sulla mia lavagnetta di scuola, o all’interno
della copertina di un qualche libro prezioso. Lasciando
casa oggi, sento ancor più il bisogno
di nuove parole a contrassegnare questo viaggio,
come dare il nome ad un bambino – Regina, Leggiadra,
Speranza, registrando anche i più umili degli esordi
nelle baracche. Il mio nome stesso era un canto
innalzato sul lavatoio, un canto che mi induceva
al sonno. Una volta mia madre mi spinse verso
un uomo bianco alla porta. Tuo padre
sussurrò lei. E’ colui che ti ha dato il nome, bambina.
BelIocq
April 1911
There comes a quiet man now to my room –
Papa Bellocq, his camera on his back.
He wants nothing, he says, but to take me
as I would arrange myself, fully clothed –
a brooch at my throat, my white hat angled
just so – or not, the smooth map of my flesh
awash in afternoon light. In my room
everything’s a prop for his composition-
brass spittoon in the corner, the silver
mirror, brush and comb ofmy toilette.
I try to pose as I think he would like – shy
at first, then bolder. l’m not so foolish
That I don’t know this photograph we make
will bear the stamp ofhis name, not mine.
Bellocq
Aprile 1911
Entra ora un uomo tranquillo nella mia stanza
Papà Bellocq, macchina fotografica sulla spalla
Non vuole niente, dice, solo scattare fotogrammi
mentre mi sistemo, completamente vestita –
una broche sul collo, il cappello bianco reclinato
proprio così – oppure no, la mappa levigata delle mie carni
appena sfiorate dalla luce del meriggio. Nella mia stanza
ogni cosa diventa un arredo scenico per la sua creazione –
la sputacchiera d’ottone in un angolo, lo specchio
d’argento, la spazzola e il pettine della mia toletta.
Cerco di mettenni in posa come penso che possa piacergli – timida
all’inizio, poi più spavalda. Non sono così stupida
da non sapere che questa fotografia che scattiamo
porterà il marchio del suo nome, non il mio.
Disclosure
January 1912
When Bellocq doesn’t like a photograph
he scratches across the plate. But I know
other ways to obscure a face – paint it
with rouge and powder, shades lighter than skin,
don a black velvet mask. l’ve learned to keep
my face behind the camera, my lens aimed
at a dream of my own making. What power
I find in transfonning what is real – a room
flushed with light, calculated disarrey.
Today I tried to capture a redbird
perched on the talI hedge. As my shutter fell,
he lifted in flight, a vivid blur above
the clutter just beyond the hedge – garbage,
rats Iicking the insides of broken eggs.
Scoperta
Gennaio 1912
Quando a Bellocq non piace una foto
scalfisce il negativo. Ma conosco
altri modi per offuscare un volto – dipingendolo
di belletto e cipria, ombretti più chiari della pelle,
indossando una maschera di velluto nero. Ho imparato a tenere
il mio volto dietro alla macchina fotografica, il mio obiettivo
mira ad un sogno di mia creazione. Quale potere
provo nel trasformare la realtà – una stanza
immersa di luce, disordine messo in scena.
Oggi ho cercato di catturare un pettirosso
appollaiato in cima all’alta siepe. Allo scatto dell’otturatore,
si è librato in volo, una vivida immagine sfocata nel cielo
il rumore confuso proprio dietro alla siepe – spazzatura,
ratti che leccano l’interno di uova rotte.
Vignette
from a photograph by E.J. Bellocq, c.a. 1912
They pose the portrait outside
the brothel – Bellocq’s black scrim,
a chair for her to sit ono She wears
white, a rhinestone choker, fur,
her dark crown ofhair – an elegant image,
one she might send to her mother.
Perhaps the others crowd in behind
Bellocq, awaiting their turns, tremors
of laughter in their white throats.
Maybe Bellocq chats, just a little,
to put her at ease while he waits
for the right rnoment, a look on her face
to keep in a gilded frame, the ornate box
he’Il put her in. Suppose he tells her
about a circus coming to town – monkeys
and organ music, the high trapeze – but then
she ‘ s no longer listening; she ‘ s forgotten
he’s there. Instead she must be thinking
ofher childhood wonder at seeing
the contortionist in a sideshow – how
he could make himself small, fit
into cramped spaces, his lungs
barely expanding with each tiny breath.
She thinks ofher own shallow breath-
her back straining the stays of a bustier,
the weight of a body pressing her down.
Picture her face now as she realizes
that it must have been harder every year,
that the contortionist, too, must have ached
each night in his tent. This is how
Bellocq takes her, her brow furrowed
as she looks out to the left, past ali of them.
Imagine her a moment later – after
the flash, blinded – stepping out
ofthe frame, wide-eyed, into her life.
Vignetta
da una fotografia di E. J. Bellocq, 1912 circa
Mettono il ritratto fuori del
bordello – il telo nero di Bellocq,
una sedia per lei dove sedersi. È vestita
di bianco, collana di strass, pelliccia,
una corona di capelli scuri – un’immagine elegante,
una che potrebbe inviare a sua madre.
Forse le altre si affollano dietro
a Bellocq, aspettando il loro turno, tremolio
di risa nelle loro gole bianche.
Forse Bellocq chiacchiera, almeno un poco,
per metterla a suo agio mentre aspetta
per il momento giusto, uno sguardo sul suo viso
da tenere in una cornice dorata, la scatola ornata
dove lui la metterà. Supponete che le racconti
di un circo che arriverà in città – scimmie
e musica d’organetto, l’alto trapezio – ma allora lei
non starà più ascoltando; avrà dimenticato
che lui è lì. Invece starà pensando
al suo stupore di bambina alla vista del
contorsionista in uno spettacolo da baraccone-
come riusciva a rimpicciolirsi, ad adattarsi
in spazi ristretti, i suoi polmoni che appena
si espandevano a ogni minuscolo respiro.
Lei pensa al suo stesso breve respiro –
la sua schiena in tensione dentro al corsetto,
il peso di un corpo che la schiaccia giù.
Figuratevi il suo viso ora mentre realizza
che sarebbe stata sempre più dura ogni anno,
che pure il contorsionista sarebbe stato indolenzito
ogni notte nella sua tenda. Così è come
Bellocq la cattura, la fronte solcata
mentre guarda fuori sulla sinistra, oltre tutte loro.
Immaginatela un attimo dopo – dopo
il flash, abbagliata – mentre esce
dall’ inquadratura, gli occhi spalancati,
e entra dentro alla sua vita.

*Natasha Trethewey, autrice di tre raccolte di poesie e vincitrice del Premio Pulitzer 2007 per la poesia per la sua collezione “Native Guard”. Oltre alla poesia, è autrice di un libro non-fiction, “Oltre Katrina: Una meditazione sulla costa del golfo del Mississippi”. Ha 46 anni, ed è nata a Gulfport, Mississippi. La sua prima raccolta “Lavoro domestico”, uscita nel 2000, ritraeva i lavoratori neri in un era dei diritti pre-civile

APPENDICE

La Rivista Hebenon
La Rivista è nata, in modo clandestino, nel 1996; la sua fondazione regolare è del 1998. “Hebenon” (ora si scrive “Hebane”) è un termine tratto da Shakespeare e indica una pianta erbacea, in italiano “giusquiamo”, dai cui semi velenosi si estrae un liquido che, nell’Amleto, versato nell’orecchio caglia il sangue e genera la scabbia. Il significato simbolico è evidente, tanto più che questi semi possono essere mangiati senza danno dai porci.La rivista, semestrale, è, ora, in volumetto 15,5×23, di 182 pagine. La grafica ha subito vari cambiamenti sino alla soluzione attuale che risale all’introduzione della terza serie.
La collaborazione è per accettazione e per invito. I testi creativi vengono pubblicati solo con commento critico di qualche studioso da noi scelto o, eventualmente, accettato. I saggi hanno più possibilità di essere accolti se rispondenti alle nostre proposte.
Privilegiamo saggistica (letteraria, estetica, filosofica), poesia e narrativa. Non pubblichiamo più, dall’inizio della terza serie, testi creativi di autori italiani viventi. Dalla quarta serie, imminente, non pubblicheremo più nemmeno saggi e recensioni su autori italiani viventi.
I testi possono essere in varie lingue. Per ora riusciamo a tradurre dal francese, dall’inglese, dal rumeno, dallo spagnolo, dal ceco, dal finlandese, dal russo, dal tedesco, dall’argentino. Sempre più fitti sono i nostri rapporti con l’estero. Abbiamo organizzato convegni e pubblichiamo quaderni monografici e libri di poesia.

*ALTRE INFORMAZIONI: http://www.hebenon.com/

Natasha Trethewey, da “Bellocq’s Ophelia”.ultima modifica: 2013-02-09T16:13:46+00:00da mangano1
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