Giuseppe Bailone, Locke e la conoscenza

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    Locke tratta della conoscenza nel quarto e ultimo libro del suo Saggio.

    “Poiché – scrive in apertura – lo spirito in tutti i suoi pensieri e ragionamenti, non ha altro oggetto immediato se non le sue proprie idee e solo queste contempla e può contemplare, è evidente che la nostra conoscenza ha a che fare soltanto con esse”.

    L’intelletto, che riceve dall’esperienza le idee semplici e compone con esse le idee complesse, stabilisce tra le sue idee dei rapporti, fa dei predicati affermativi o negativi (dice ad es. che la Terra è rotonda, che non è piatta).

    Locke scrive: “La conoscenza non è che la percezione della connessione e dell’accordo, o del disaccordo e del contrasto, fra le nostre idee”.[1]

    Però, subito dopo, scrive di quattro tipi di accordo o disaccordo fra le idee: identità o diversità (es. “il blu non è giallo”); relazione (es. “due triangoli su basi uguali tra due parallele sono uguali”); coesistenza o connessione necessaria (es. “il ferro è suscettibile alle impressioni magnetiche”); esistenza reale (es. “Dio c’è”).

    E’ evidente che il quarto tipo di accordo è radicalmente diverso dai primi tre: è, infatti, l’accordo tra un’idea e la sua realtà corrispondente, mentre gli altri tipi riguardano solo le idee. Con questo tipo, cioè, la conoscenza esce dal mondo delle idee e tenta l’approdo alla loro realtà corrispondente.

    L’accordo o il disaccordo può essere colto, secondo Locke, per intuizione.

    “Infatti, se riflettiamo sui nostri modi di pensare, troveremo che talvolta lo spirito percepisce l’accordo o il disaccordo fra due idee immediatamente per se stesse, senza l’intervento di altre; questa credo che possiamo chiamarla conoscenza intuitiva. In essa lo spirito non si dà la pena di provare o di esaminare, ma percepisce la verità come l’occhio la luce, solo dirigendosi verso di essa. Così lo spirito percepisce che il bianco non è nero, che un circolo non è un triangolo, che tre sono più di due e uguale a uno più due. Lo spirito percepisce questa specie di verità appena vede le idee insieme, per pura intuizione, senza l’intervento di altra idea; e questa specie di conoscenza è la più chiara e certa di cui l’umana fragilità sia capace. Questa parte della conoscenza è irresistibile e, come lo splendore della luce solare, si impone immediatamente alla percezione, appena lo spirito rivolge la sua vista in quella direzione; e non dà luogo a esitazione, dubbio o esame, ma lo spirito è immediatamente riempito dalla chiara luce di essa. Da questa intuizione dipende tutta la certezza e l’evidenza di tutta la nostra conoscenza. […] Chi esige una certezza maggiore di questa esige ciò che non sa e dimostra solo di voler essere scettico senza esserne capace”.[2]

    Quando l’intelletto vuole, però, stabilire rapporti tra idee il cui accordo o disaccordo non sia intuitivo, deve ricorrere a idee intermedie. E queste, per fare da ponte dimostrativo, devono essere disposte in modo tale che la mente, passando dall’una a quella contigua e successiva, colga per intuizione il loro accordo o disaccordo.

    Locke chiama prove queste idee intermedie e dimostrazione il processo conoscitivo che l’intelletto compie con il loro utilizzo.

    “La conoscenza ottenuta con l’intervento di prove è certa, ma la sua evidenza non è così chiara e brillante né l’assenso ad essa così pronto come nella conoscenza intuitiva. Sebbene nella dimostrazione lo spirito percepisce da ultimo l’accordo o il disaccordo delle idee che considera, ci riesce tuttavia non senza fatica e attenzione: per trovarlo occorre più di una visione fuggevole.”[3]

    Si tratta, infatti, di una catena d’intuizioni che, quanto più è lunga, tanto più è esposta a rischio di disattenzione. Non solo: la conclusione dimostrativa è sempre preceduta dal dubbio iniziale. E’ vero che la dimostrazione dissolve quel dubbio, ma, nella conoscenza intuitiva quello non c’è: vincere il dubbio comporta, per Locke, meno sicurezza che non averne affatto.

    Ancora: “E’ vero che la percezione prodotta dalla dimostrazione è anche chiarissima; tuttavia manca spesso e in gran parte di quella lucidità evidente e della piena sicurezza che accompagnano sempre la conoscenza intuitiva. Come una faccia riflessa dall’uno all’altro di una serie di specchi produce conoscenza finché conserva l’accordo e la somiglianza con l’oggetto, ma subisce, in ogni successiva riflessione, una diminuzione di quella perfetta chiarezza e distinzione che aveva nella prima, finché da ultimo, dopo molte riflessioni sarà sfocata e non così riconoscibile a prima vista specialmente per occhi deboli: così è la nostra conoscenza ottenuta mediante una lunga serie di prove”.[4]

    La dimostrazione funziona alla perfezione nelle matematiche, dove le uguaglianze e disuguaglianze sono nette: “sia i numeri che le figure possono essere rappresentati con segni visibili e duraturi, mediante i quali le idee considerate sono perfettamente determinate; mentre, per la maggior parte, non lo sono quando sono contrassegnate solo da nomi e parole”.[5]

    Questa distinzione introduce una seria differenza tra quelle lunghe catene di intuizioni che sono le dimostrazioni, a seconda che riguardino enti rigorosamente definiti e rappresentati da segni inequivocabili o altri enti non quantificabili con precisione. A far la differenza è cioè la natura dell’oggetto più che il tipo di conoscenza. Locke risente del geometrismo che segna profondamente con Galileo e con Cartesio il razionalismo del Seicento, come rivela anche la sua distinzione tra qualità primarie e secondarie delle cose.

    Locke si muove sulla scia di Cartesio: pensare significa avere idee.

    Le idee, però, rimandano ad altro, alle cose, alla realtà. E così, Locke eredita il problema tutto cartesiano di approdare con un pensiero d’idee al di là delle idee, alle cose cui le idee rimandano. Anche per lui conoscere significa rispondere a due domande molto diverse: una è tutta interna al mondo delle idee della mente, l’altra, invece, impone di uscirne per vedere se alle idee corrisponda la realtà delle cose cui esse si riferiscono.

    Altro è muoversi tra le idee, come avviene con i primi tre tipi di conoscenza, altro è uscirne per accertarne la realtà, come avviene con il quarto tipo. Ma, come già Cartesio, Locke non sembra tener conto di questa differenza.

    “Non c’è niente di più certo dell’idea che noi riceviamo da un oggetto esterno dei nostri spiriti: questa è la conoscenza intuitiva. Ma se ci sia qualcosa di più di quella semplice idea nei nostri spiriti; se possiamo con certezza inferire da essa l’esistenza di qualcosa fuori di noi, che corrisponde a quell’idea, è cosa che alcuni considerano problematica; perché gli uomini possono avere idee nel loro spirito anche quando la cosa non esiste e nessun oggetto agisce sui loro sensi. Ma io credo, tuttavia, che noi siamo forniti di un’evidenza che ci pone al di là del dubbio. Domando a chiunque se non sia invincibilmente consapevole di avere due differenti percezioni quando guarda il sole di giorno e quando lo pensa di notte; quando gusta realmente l’assenzio o odora una rosa e quando solo pensa a quel sapore o a quell’odore”.[6]

    È, però, indiscutibile che questa evidenza è ben diversa da quella che si ha quando si coglie l’accordo o il disaccordo tra due idee, in particolare in matematica.

    Locke si fida pienamente della sensazione in atto: è sicuro dell’esistenza di quelle cose esterne di cui la sensazione ci offre le idee. Ne è sicuro fin che dura la sensazione. Ne è più sicuro di Cartesio. Non ha bisogno della garanzia cartesiana che Dio non faccia scherzi, per essere certo della realtà del mondo esterno. Gli basta la sensazione in atto.

    Allo scettico radicale che dicesse “che un sogno può fare lo stesso”, cioè, produrre la stessa certezza, Locke rivolge l’invito “a sognare che io gli rispondo così: 1. Non importa molto rimuovere o no il suo dubbio: dove tutto è sogno, ragioni e argomenti sono inutili, verità e conoscenza sono niente. 2. Credo che egli ammetterà la differenza chiarissima che c’è tra il sognare di essere nel fuoco e l’esserci realmente. Ma se è risoluto ad apparire così scettico da sostenere che quello che io chiamo ‘esser realmente nel fuoco’ è solo un sogno perché non possiamo conoscere con certezza che cose come il fuoco esistano realmente fuori di noi, – io rispondo che noi certamente proviamo il piacere o il dolore che segue dall’applicazione a noi di certi oggetti la cui esistenza percepiamo, o sogniamo di percepire, con i nostri sensi; questa certezza è grande come la nostra felicità o la nostra infelicità, oltre le quali non ha importanza per noi il conoscere o l’essere. Penso perciò che possiamo aggiungere alle prime due specie di conoscenza anche questa dell’esistenza di oggetti esterni particolari, ottenuta mediante la percezione e la coscienza dell’attuale ingresso in noi delle idee che vengono da essi; e perciò ammettere tre gradi di conoscenza cioè l’intuitiva, la dimostrativa e la sensibile: in ciascuna delle quali ci sono gradi e modi diversi di evidenza e di certezza”.[7]

    La conoscenza sensibile, “attingendo solo l’esistenza delle cose attualmente presenti ai nostri sensi”, è, dei tre tipi di conoscenza, la più ristretta. Quando, infatti, le cose non sono presenti ai nostri sensi, quando non ne abbiamo sensazione in atto, della loro esistenza possiamo aver fede ma non certezza.

    “Avere l’idea di qualcosa nel nostro spirito non prova l’esistenza di questa cosa più che il ritratto di un uomo non renda evidente la sua esistenza nel mondo o che le visioni di un sogno costituiscano come tali una storia vera”.[8]

    La memoria di sensazioni non è prova sicura dell’esistenza della cosa che ha causato la sensazione stessa. Quando la percezione non è più attuale, la certezza si riduce a probabilità.

    La realtà cui rimandano le idee non è però soltanto quelle delle cose esterne che causano le idee semplici: c’è anche la realtà dell’io e quella di Dio. E di queste realtà, Locke, come Cartesio, è certo per intuizione e per dimostrazione.

    Dell’esistenza dell’io, inteso non come sostanza spirituale, ma come soggetto dell’attività della coscienza, Locke è sicuro: “Circa la nostra propria esistenza, noi la percepiamo così semplicemente e certamente che essa non ha bisogno né è capace di prova. Niente può essere per noi più evidente della nostra propria esistenza. Io penso, io ragiono, io sento piacere e dolore: può una di queste cose essere per me più evidente della mia propria esistenza? Se dubito di tutte le altre cose, questo stesso dubbio mi fa percepire la mia propria esistenza e non mi permette di dubitarne. Giacché, se so di sentire dolore, è evidente che ho una percezione certa della mia propria esistenza come dell’esistenza del dolore che sento; o se so di dubitare, ho una percezione certa dell’esistenza della cosa che dubita come del pensiero che io chiamo ‘dubbio’. L’esperienza ci convince che abbiamo una conoscenza intuitiva della nostra propria esistenza e una percezione interna infallibile che noi esistiamo. In ogni atto di sensazione, ragionamento o pensiero, noi siamo consci di fronte a noi stessi del nostro proprio essere e su questo punto non manchiamo del più alto grado di certezza”.[9]

    Locke argomenta la certezza intuitiva della propria esistenza come Cartesio e, come Cartesio, pensa che l’esistenza di Dio sia dimostrabile, anche se respinge la sua convinzione che quella di Dio sia un’idea innata.

    “Sebbene Dio non ci abbia dato nessuna idea innata di sé, non abbia stampato nei nostri spiriti nessun carattere originale in cui possiamo leggere il suo essere, pure, avendoci forniti delle facoltà di cui i nostri spiriti sono dotati, non ci ha lasciato senza testimonianza di sé: perché abbiamo senso, percezione e ragione e non ci può mancare una prova chiara di lui finché ci occupiamo noi stessi di noi. […] Per mostrare che siamo capaci di conoscere, cioè di esser certi che c’è un Dio e per mostrare come possiamo raggiungere questa certezza, credo che non dobbiamo andare al di là di noi stessi e della conoscenza indubitabile che abbiamo della nostra propria esistenza”.[10]

    La dimostrazione dell’esistenza di Dio parte dalla certezza intuitiva della nostra propria esistenza e si regge sul principio che il nulla non può produrre qualcosa di reale. Noi, infatti, come siamo certi della nostra esistenza sappiamo di non esistere dall’eternità. Sappiamo, inoltre, che “ciò che non esiste dall’eternità ha avuto un inizio; e ciò che ha avuto un inizio deve essere prodotto da qualcosa d’altro”.

    Locke ritiene, quindi, di poter concludere: “Così dalla considerazione di noi stessi e di ciò che infallibilmente troviamo nella nostra costituzione, la nostra ragione ci conduce alla conoscenza di questa verità certa ed evidente, che c’è un Essere eterno potentissimo e sapientissimo; e non importa se lo si vorrà o no chiamare Dio. La cosa è evidente; e da questa idea debitamente considerata, saranno facilmente dedotti tutti gli altri attributi che dobbiamo ascrivere all’Essere eterno”.[11]

    L’argomento di Locke non è originale: è stato ampiamente sviluppato dalla filosofia scolastica medievale e riproposto anche da Cartesio. Ma, la mancanza di originalità non preoccupa Locke, che si sente così in buona e numerosa compagnia.

    Contro chi fosse “così stupidamente arrogante da supporre che l’uomo soltanto è conoscente e saggio, ma è tuttavia il prodotto della pura ignoranza e del caso e che tutto il resto dell’universo agisce solo con cieca accidentalità”, Locke cita un passo dal De legibus  di Cicerone: «Che cosa può essere più stupidamente arrogante e ingannevole per un uomo che pensare di avere in sé spirito e intelletto ma che non c’è una tal cosa in tutto il resto dell’universo? O che quelle cose che egli può a fatica comprendere con la strenua forza della ragione si muovano senza alcuna ragione?».[12]

    Siamo certi dell’esistenza dell’io, di Dio e anche delle cose esterne.

    Come Cartesio, Locke è convinto che le idee della mente che rinviano a cose realmente esistenti non ci ingannino: la vita non è un sogno.

    “Quando i nostri sensi portano attualmente nel nostro intelletto un’idea, non possiamo fare a meno di ammettere che in quel momento esiste realmente fuori di noi qualcosa che agisce sui nostri sensi e, attraverso di essi, dà notizia di sé alle nostre facoltà di apprendimento e attualmente produce l’idea che noi allora percepiamo […] ma questa conoscenza si estende solo sin dove arriva la testimonianza presente dei sensi, adoperati circa oggetti particolari che agiscono su di essi, e non oltre. Giacché, se ho visto una collezione di idee semplici, comunemente detta uomo, esistenti insieme un minuto fa, ed ora sono solo, non posso esser certo che lo stesso uomo esista ora, dal momento che non c’è connessione necessaria tra la sua esistenza di un minuto fa e la sua esistenza di ora”.[13]

    Possiamo, però, ragionevolmente credere che le cose esterne continuino ad esistere anche quando non sono sotto i nostri organi di senso.

    Non si tratta però di certezza intuitiva o dimostrativa.

    “Per quanto sia altamente probabile che milioni di uomini esistano ora, tuttavia, mentre sono solo e scrivo questo, non ho della loro esistenza quella certezza che chiamiamo in senso stretto conoscenza”.[14]

    La scienza naturale ha pertanto dei limiti: le osservazioni dei fenomeni e gli esperimenti possono darci indicazioni e mezzi per vivere in maniera sempre più comoda, ma la scienza è sempre esposta ad errore e deve, pertanto, sempre sottoporsi a revisione.

    Locke sospetta “che la filosofia naturale non sia capace di diventare una scienza”. E spiega: “Immagino che siamo in grado di raggiungere una conoscenza generale assai ristretta circa le specie dei corpi e le loro diverse proprietà. Possiamo disporre di esperimenti e di osservazioni storiche da cui possiamo trarre vantaggi di agio e di salute e perciò aumentare la nostra riserva di comodità per questa vita; ma temo che, al di là di questo, i nostri talenti non vanno e le nostre facoltà, sospetto, non sono in grado di avanzare”.[15] E’ un argomento in sintonia con l’immagine del marinaio e del suo scandaglio che abbiamo incontrato all’inizio del Saggio. È, però, un argomento che mina il valore dell’interpretazione di Bontempelli e Bentivoglio a proposito della funzione dell’idea di sostanza nel sistema di Locke.

    Il valore della scienza non è, però, solo conoscitivo. È anche pratico.

    E questo c’è anche quando quello conoscitivo sia incerto.

    Spesso la vita pratica c’impone d’agire senza la guida della conoscenza vera.

    “Poiché le facoltà intellettuali sono state date all’uomo, non solo per la speculazione, ma anche per la condotta della vita, l’uomo sarebbe in gravi difficoltà se non avesse per dirigerlo che ciò che ha la certezza della conoscenza vera. Giacché essendo questa assai limitata e misera […] egli rimarrebbe spesso completamente all’oscuro e perfettamente immobilizzato nella maggior parte delle circostanze della sua vita se non avesse niente per guidarlo in assenza della conoscenza chiara e certa. […] Perciò, siccome Dio ha posto qualcosa in piena luce e ci ha dato qualche conoscenza certa, sebbene limitata a poche cose, probabilmente come un assaggio di ciò di cui le creature intellettuali sono capaci e per suscitare in noi il desiderio di uno stato migliore e lo sforzo per ottenerlo: così per la maggior parte di ciò che ci interessa, ci ha concesso solo il crepuscolo, come si potrebbe dire, della probabilità: adatto, io presumo, allo stato di mediocrità e di noviziato in cui gli è piaciuto situarci: dove, per controllare la nostra superfiducia e presunzione, noi possiamo, dall’esperienza di ogni giorno, esser fatti accorti della nostra miopia e dell’essere esposti all’errore”.[16]

    Nel “crepuscolo della probabilità” ci aiuta la facoltà del giudizio, “mediante la quale lo spirito considera che le sue idee sono in accordo o disaccordo o, il che è la stessa cosa, che una proposizione è vera o falsa, senza percepire l’evidenza dimostrativa delle prove. Lo spirito qualche volta esercita il giudizio per necessità, quando non dispone di prove dimostrative e di conoscenza certa; e qualche volta per pigrizia, incapacità o fretta, anche quando potrebbe avere prove dimostrative certe”.[17]

    Dipende quindi da noi l’uso prudente della facoltà del giudizio.

    “La maggior parte delle proposizioni che pensiamo o di cui ragioniamo […] anzi in base alle quali agiamo, sono tali che non possiamo aver conoscenza indubitabile della loro verità; tuttavia, alcune di esse sono così vicine ai limiti della certezza che non ne dubitiamo affatto […] Ma qui ci sono gradi che vanno dalla massima approssimazione alla certezza e alla dimostrazione sino all’improbabilità e alla inverosimiglianza o anche ai confini dell’impossibilità; e ci sono gradi di assenso che vanno dalla sicurezza e fiducia piena fino alla congettura, al dubbio e alla sfiducia”.[18]

    Pertanto, conclude Locke, i fondamenti della probabilità, che supplisce alle carenze della nostra conoscenza, sono “la conformità di una cosa con la nostra conoscenza, osservazione ed esperienza” e “la testimonianza degli altri circa la loro osservazione e la loro esperienza”.[19]

    Locke è, invece, convinto che una scienza esatta e rigorosa sia possibile in sede morale, proprio come nelle matematiche, ma, un’esposizione geometrica, sistematica e deduttiva, della morale non l’ha mai prodotta: ha, invece, esposto il suo punto di vista rifacendosi piuttosto all’esperienza.

    La coerenza non è il tratto principale della filosofia di Locke.

     

    Torino 4 febbraio 2013

                    

    [1] Saggio sull’intelletto umano, libro IV, cap. I, a p. 607 dell’ed. Utet 1971, a cura di Marian e Nicola Abbagnano.
    [2] Ib. p. 613.
    [3] Ib. p. 615.
    [4] Ib. pp. 615-616.
    [5] Ib. p. 617.
    [6] Ib. pp. 619-620.
    [7] Ib. p. 620.
    [8] Ib. p. 721.
    [9] Ib. pp.706-707.
    [10] Ib. p. 708.
    [11] Ib. p. 710.
    [12] Ib. p. 710.
    [13] Ib. p. 726.
    [14] Ib. p. 726.
    [15] Ib. p. 737.
    [16] Ib. p. 745.
    [17] Ib. p. 746.
    [18] Ib. p. 748.
    [19] Ib. p. 749. La testimonianza degli altri diventa, anche se vera, incredibile, quando contrasti con l’abituale esperienza. Locke ricorda il caso di un “ambasciatore olandese che, parlando con il Re del Siam delle caratteristiche dell’Olanda, che egli desiderava conoscere, gli disse, fra le altre cose, che l’acqua nel suo paese diveniva talvolta, nella stagione fredda, così dura che gli uomini potevano passeggiare su di essa e che essa avrebbe sopportato anche un elefante, se lì ci fosse stato. Al che il Re rispose: Fin qui ho creduto alle cose strane che mi hai detto perché ti consideravo un uomo sobrio e sincero, ma ora sono sicuro che menti”.

Giuseppe Bailone, Locke e la conoscenzaultima modifica: 2013-02-06T19:04:52+00:00da mangano1
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