Corrado Bevilacqua, Il mito della mano invisibile

Corrado Bevilacqua
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Premessa. La crisi non sembra intenzionata a darci un attimo di respiro. Il prof. Monti sembra intenzionato a continuare lungo la strada intrapresa. Altri, all’opposizione, invocano un ritorno a Keynes. Domanda: “E’ Keynes il giusto rimedio?”. Prima di parlare di Keynes occorre ricordare brevemente come si è arrivati a lui e, a mio avviso, il modo migliore di farlo è partire dal primo chirurgo del re di Francia e consulente medico reale, François Quesnay [1694-1774]. Alcuni autori hanno creduto di individuare l’origine dell’idea di Quesnay di rappresentare nel suo “tableau” il modo di funzionamento del suo modello di “capitalismo agrario” in forma di flusso circolare nella sua professione medica che l’avrebbe spinto a instaurare una analogia fra il flusso del sangue e il flusso dei beni e capitali. Altri autori hanno criticato questa interpretazione. Sia come sia, si trattò d’un vero e proprio colpo di genio paragonabile a quello che, un secolo dopo, portò Léon Walras a rappresentare matematicamente l’insieme degli scambi [Napoleoni c, Musu b] che avvengono all’interno di un’economia; oppure, a quello che ebbe Leontief [Leontief] quando utilizzò l’dea di Walras per costruire le sue tabelle delle interpendenze settoriali. Non ho citato Marx per non urtare la suscettibilità dei miei compagni d’un tempo. Ciò non toglie che anche Marx ebbe il colpo di genio quando costruì i suoi schemi della riproduzione semplice e allargata.
Ritorniamo a Quesnay. Alla base del “tableau” di Quesnay v’era una società composta da tre classi: la “classe produttiva” che “coltivando la terra produce la ricchezza annuale della nazione, anticipa le spese dei lavori agricoli e paga annualmente il reddito dei proprietari dei terreni”; la “classe dei proprietari” che “vive del reddito o prodotto netto della coltura che le viene pagato annualmente dalla classe produttiva, dopo che questa ha prelevato le ricchezze necessarie a rimborsarsi delle anticipazioni annuali e a conservare inalterate le ricchezze investite per lo sfruttamento dei terreni”; infine, “la classe sterile” la qual “è costituita da tutti quei cittadini occupati in servizi e in lavori diversi da quelli dell’agricoltura”. [Quesnay a]
Non mette conto, in questa sede, seguire Quesnay nella sua analisi dei flussi di reddito fra le tre classi sociali. Mette conto, invece sottolineare: il primato attribuito all’agricoltura su tutte le altre attività economiche in quanto fonte delle ricchezze della nazione; l’idea che ciò risponda a una sorta di “ordine naturale”; l’idea che il lavoro agricolo sia l’unica forma di lavoro produttivo; il concetto di prodotto netto; infine, la forza con la quale Quesnay rimarca l’interconnessione esistente fra economia e società la quale riproduce, appunto, l’ordine naturale delle cose.
Come Quesnay notò, infatti, nel “Secondo dialogo sul lavoro degli artigiani”, “in natura tutte le cose si intersecano e si muovono in circuiti concatenati gli uni con gli altri”. Poi, aggiunse che “non è certo l’ordine naturale che deve conformarsi a un linguaggio capace di esprimere soltanto delle idee confuse ed equivoche; è piuttosto il linguaggio che deve essere basato su una precisa conoscenza dell’ordine naturale ed articolato secondo distinzioni rigorosamente conformi alla realtà”. [Quesnay b]
Per Quesnay, “il fondamento della società è la sussistenza degli uomini, e le ricchezze necessarie alla forza che deve difenderli e perciò soltanto l’ignoranza potrebbe favorire l’introduzione di leggi positive contrarie all’ordine della riproduzione e della distribuzione regolare annuale delle ricchezze presenti nel territorio d’una regione. Se la fiaccola della ragione illumina il governo, tutte le le leggi positive dannose alla società e al sovrano spariranno” e si moltiplicherà la ricchezza dello stato.[Quesnay d]
Su questa base, egli redasse le “Massime generali del governo economico di un regno agricolo”. In esse, egli ribadiva la necessita che “la nazione sia istruita sulle leggi generali dell’ordine naturale che costituiscono il governo evidentamente più perfetto” e invitava sovrano e nazione a non perdere mai di vista che “la terra è l’unica sorgente delle ricchezze e che l’agricoltura le moltiplica”. [Quesnay c]
Inoltre, Quesnay ammonì sulla necessità che “l’imposta non sia distruttiva o sproporzionata” e sottolineava la necessità che “ciascuno sia libero di coltivare nel suo campo quei prodotti che il suo interesse, i suoi messi, la natura del terreno gli suggeriscono”. In altre parole, la politica economica proposta da Quesnay potrebbe sintetizzarsi in questo modo: assolutismo illuminato e libertà impresa.

Accanto alla linea di ricerca portata avanti da Quesnay si sviluppò un’altra linea di ricerca che ebbe come iniziatore Richard Cantillon [1680-1734], il quale nel “Saggio sulla natura del commercio in generale” pubblicato nel 1755 introdusse la figura dell’imprenditore. Imprenditore era, per Cantillo, il fittavolo, il mercante, il fabbricante. Imprenditore era il grossista, il dettagliante. Imprenditore era chi anticipava il capitale, organizzava il lavoro e si assumeva il rischio legato all’impresa.
Tale linea di ricerca, sviluppata da Adam Smith [1723-1790], il quale allargò il concetto di lavoro produttivo al lavoro degli artigiani che Quesnay considerava invece improduttivo, trovò il suo massimo valorizzatore, due secoli dopo, in Joseph A. Schumpeter [Schumpeter a] per il quale la figura dell’imprenditore è inscindibile dalla figura dell’innovatore attorno al quale egli costruì la sua teoria dello sviluppo economico.
La teoria di Schumpeter [1883-1950] contempla cinque tipi di innovazione: produzione d’un nuovo bene, introduzione di un nuovo metodo di produzione, apertura d’un nuovo mercato, conquista d’una nuova fonte di approvvigionamento di materie prime, attuazione d’una riorganizzazione del lavoro. Tale innovazione, a sua volta, come egli spiegò, si conretizza in una nuova funzione della produzione.[Schumpeter b]
Introducendo il concetto di innovazione, Schumpeter non introdusse solo un nuovo concetto economico, ma ruppe decisamente con la vecchia teoria del “flusso circolare” e fondò una nuova teoria economica non più imperniata sulla figura del rentier, ma imperniata, invece, sulla figura dell’imprenditore-innovatore il quale, gettati a mare i vecchi prontuari economici, decide di diventare protagonista del processo di sviluppo economico accettandone i relativi rischi. [Schumpeter d]
Qualora ciò venisse meno. Ovvero, qualora venisse meno la disponibilità dell’imprenditore. di accettare il “rischio d’impresa” e l’impresa stessa si trasformasse in una sorta d’organismo burocratico incapace di rinnovarsi e di diventare protagonista del mutamento economico, verrebbe inevitabilmente meno, per Schumpeter [Schumpeter c], anche la ragione per la quale il capitalismo esiste. Questo problema era già stato affrontato dagli economisti classici.

“Nello stadio primitivo e rozzo della società nel quale non esiste la divisione del lavoro raramente si compiono scambi provvedendo ognuno da solo di ogni cosa, non è necessario che sia precedentemente accumulato o accantonato un fondo per condurre gli affari della società” e “ognuno cerca di provvedere con la propria attività ai suoi bisogni occasionali”, scrisse Adam Smith. Una volta, però, che la divisione del lavoro sia stata completamente introdotta, “il prodotto del lavoro di ciascuno non può provvedere che a una parte piccolissima dei suoi diversi bisogni. Per la parte rimanente deve ricorrere al mercato dove ciascuno produttore porta i beni da lui prodotti perché siano venduti a un prezzo stabilito dallo stesso mercato in base alla legge della domanda e dell’offerta. Tale prezzo potrà essere più o meno remunerativo del capitale impiegato. Ciò attirerà o allontanerà dal mercato i diversi produttori i quali indirizzeranno i propri capitali verso i settori nei quali il capitale è maggiormente remunerato e ciò porterà a una riduzione generalizzata del saggio del profitto. In altre parole, per Smith, salari e profitti sono regolati dalla medesima legge della domanda e dell’offerta. Ciò significa che, come i salari sono bassi laddove la forza lavoro è abbondante, così i profitti sono bassi dove il capitale è abbondante. [Smith]
Ricardo, considerato che “le merci aumentano o diminuiscono di prezzo in ragione della quantità più o meno grande di lavoro necessaria alla loro produzione”, giunse alla conlusione che l’estensione del processo di accumulazione, inducendo i proprietari a estendere la coltivazione alle terre meno fertili, avrebbe portato a un aumento delle rendite, le quali, pagati i salari, resi più cari dall’aumento del prezzo del grano, avrebbero portato a una diminuzione dei profitti”. La diffusione dell’uso delle macchine e l’introduzione di miglioramenti nelle tecniche di coltivazione in agricoltura avrebbero potuto rallentare la caduta dei profitti, ma non avrebbe potuto arrestarla. Come scrisse, infatti, lo stesso Ricardo: “I profitti hanno dunque la tendenza naturale a diminuire perché con lo sviluppo della società e della ricchezza la quantità supplementare di viveri richiesta viene ottenuta con il sacrificio di quantità sempre maggiori di lavoro”. Ciò significava un aumento dei costi di produzione che, alla fine, si sarebbero riflessi in aumenti dei salari i quali, facendo diminuire i profitti, già intaccati dall’aumento delle rendite, avrebbero disincentivato gli investimenti. In altre parole, il destino che attendeva il capitalismo era quello dello stato stazionario. [Ricardo b]
Per Malthus [Malthus a], “un aumento di popolazione quando non ci sono le condizioni per un aumento di popolazione sarà presto bloccato dalla mancanza di occupazione e dalla insufficiente dotazione di mezzi di sussistenza per coloro che sono occupati e non fornirà l’incentivo necessario a un aumento della ricchezza proporzionato alla capacità di produzione”. L’enunciazione di questo principio, costò a Malthus le critiche dei progressisti d’ogni epoca, nonchè la fama di reazionario. In realtà, Malthus, enunciando il principio, testé ricordato, pose le basi della teoria dello sviluppo economico la quale si fonda, fra le altre cose, sul rapporto fra saggio di crescita delle risorse disponibili e saggio di crescita della popolazione.
In tale contesto, un ruolo fondamentale è svolto dal progresso tecnico-scientifico il quale, aumentando la produttività della terra, accresce la disponibilità di derrate alimentari e consente il mantenimento d’una popolazione crescente. Ciò significa che abbiamo risolto il problema posto da Malthus [Malthus b]? Se dovessimo attenerci alla storia dei paesi sviluppati, dovremmo rispondere di sì [Livi Bacci a]. Il progresso tecnico-scientifico ha portato, infatti, a un miglioramento del tenore di vita della popolazione il quale ha portato a una riduzione del suo tasso di crescita, al punto che oggi molti di questi paesi, fra i quali l’Italia, devono affrontare il problema d’una carenza di popolazione. Il quadro cambia, se consideriamo a storia dei paesi in via di sviluppo. In questi paesi il problema della relazione fra popolazione e risorse è ancora irrisolto. Malthus non escludeva che gli uomini potessero venire educati.
L’educazione, però, non è sufficiente a risolvere il problema. Occorre aiutare le popolazioni interessate dal fenomeno a uscire dalla loro condizione di sottosviluppo. Non è, infatti, la sovrappopolazione che crea sottosviluppo. E’ il sottosviluppo che crea sovrappopolazione. Le ragioni sono molte. Fra di esse v’è l’alta mortalità infantile, i costumi sessuali, il basso livello d’istruzione e, soprattutto, il fatto che, nei paesi in via di sviluppo, i figli sono per i genitori un investimento sulla propria vecchiaia. Chi può prendersi, infatti, cura di loro una volta che essi, a causa dell’età, non sono più in grado di lavorare?
Ma, per ritornare a Malthus, credo meriti sottolineare un altro elemento molto importante della sua teoria. Poiché i salari gravitano attorno al livello della pura sussistenza, stimoli all’investimento possono venire soltanto dai consumi di lusso, ovvero, dalla domanda proveniente dalle classi elevate. Come scrisse Malthus, è un “gravissimo errore” credere che “l’accumulazione assicuri la domanda o che il consumo dei lavoratori impiegati da coloro il cui fine è risparmiare crei una domanda effettuale di merci tale da incoraggiare un continuo aumento della produzione”. Che cosa vuol dire? Vuol dire che Malthus scoprì il principio della “domanda effettiva” un secolo prima di John M. Keynes il quale, del resto, non nascose la sua ammirazione per Malthus e arrivò a scrivere che “se Malthus fosse stato il ceppo dal quale si è sviluppato il pensiero economico del secolo XIX invece di Ricardo il mondo sarebbe oggi più saggio e più ricco”. [Keynes d]

L’affermazione di Keynes è importante perché ci aiuta a capire la sua visione dell’economia. Egli non credeva, infatti, nell’uguaglianza fra risparmi ed investimenti; non credeva che l’offerta creasse la propria domanda; non credeva nella impossiblità di crisi generali; non credeva che la moneta svolgesse soltanto la funzione di intermediaro negli scambi; non credeva nella possibilità di acquisire una perfetta conoscenza degli eventi economici; non credeva nella razionalità del comportamento umano. Non credeva, insomma, nella “mano invisibile” della concorrenza. [Keynes e] Egli pensava, invece, che noi vivessimo in un mondo nel quale dominava l’incerteza e l’ignoranza del futuro [Vicarelli a, b. Lunghini b, c]. Ciò dava origine ad un insieme di aspettative che condizionava le decisioni dei diversi operatori economici.
Come lo stesso Keynes ebbe a scrivere, “il volume reale della produzione e dell’occupazione dipende non dalla capacità di produzione o dal preesistente livello dei redditi, ma dalle decisioni correnti di produrre le quali dipendono a loro volta dalle decisioni di investire e dalla valutazione attuale delle entità del consumo corrente e futuro”. Ciò significava che, “una volta che si conosca la propensione a consumare ed a risparmiare… si potrà calcolare il livello dei redditi e conseguentemente il livello di produzione e occupazione che assicurano l’equilibrio del profitto, allorché l’investimento aggiuntivo è di un ammontare determinato; e ciò offre il punto di partenza alla dottrina del moltiplicatore. O, ancora, appare evidente che, ferme restando tutte le altre cose, un rafforzamento della propensione al rispamio contrae i redditi e la produzione, mentre un incremento dell’incentivo a investire li sviluppa”. [Keynes a]
L’incentivo a investire dipendeva “in parte dalla tabella della domanda dell’investimento e in parte dal saggio di interesse”. In altre parole, spiegò Keynes, l’incentivo a investire dipendeva dall’efficienza marginale del capitale definita da Keynes come “quel saggio di sconto al quale il valore attuale della serie di annualità rappresentate dai ricavi attesi dal capitale durante la sua vita eguaglia esattamente il prezzo d’offerta del capitale medesimo”. In questo quadro, andava inserita la teoria keynesiana del ciclo economico. Come Keynes scrisse, infatti, “il carattere essenziale del ciclo economico, e specialmente la regolarità della periodicità e della durata che giustifica il nome di ciclo, è dovuto principalmente al modo nel quale fluttua l’efficienza marginale del capitale”. [Keynes b]
Il ciclo andava distinto dal fenomeno delle crisi che scoppiavano spesso bruscamente nel punto di congiunzione fra tendenza discendente e ascendente del ciclo. Secondo Keynes, ciò non era dovuto tanto ad un “aumento del saggio di interesse, quanto ad un’improvisa caduta dell’efficienza marginale del capitale”, anche se non escludeva che esso potesse “aggravare seriamente la discesa della efficienza marginale del capitale” e aggiungeva che la spiegazione del fatto che occorre un intervallo di tempo prima che la ripresa cominci, doveva cercarsi, “nelle influenze che governano la ripresa dell’efficienza marginale del capitale” la quale era legata a quello che Marx chiamava processo di valorizzazione del capitale, ovvero, per dirla con Keynes, dalla “prospettiva di reddito” e occorreva del tempo “prima che la carenza di capitale in eguito all’uso, al logorio e all’invecchiamento cagioni una scasità abbastanza ovvia per aumentare l’efficienza marginale del capitale”.[Keynes b. Matthews]

Ciò poneva il problema della distribuzione del reddito e della sua relazione con lo sviluppo economico [Screpanti]. Tale problema era stato affrontato da David Ricardo in polemica con Malthus nel “Saggio sull’influenza del basso prezzo del grano sui profitti del capitale” del 1815. Il ragionamento svolto da Ricardo nel “Saggio sull’influenza del basso prezzo del grano sui profitti” può essere così sintetizzato. In una economia aperta al commercio internazionale, le importazioni di grano a basso prezzo, diminuiscono le rendite, abbassano il costo degli alimenti, aumentano i profitti i quali favoriscono gli investimenti. Per Ricardo, la rendita è, infatti, una “detrazione dal profitto” ed essa aumenta a seguito dell’estensione delle coltivazioni a terre meno fertili che fanno aumentare il prezzo del grano e fanno diminuire i profitti. [Ricardo a]
Nei “Principi”, Ricardo introdusse il concetto di valore-lavoro; pose il problema degli effetti dell’introduzione delle macchine sull’occupazione, elaborò una teoria del commercio internazionale basata sul teorema dei “vantaggi comparati”; pose il problema d’una misura invariabile del valore. L’essenza del ragionamento, però, rimase immutata. Come egli scrisse, infatti, nei “Principi”, “supponendo che il grano e i manufatti si vendano sempre allo stesso prezzo, i profitti saranno più alti e più bassi a seconda che i salari sono alti o bassi”. Poi, aggiunse: supponiamo che il grano aumenti di prezzo perché ci vuole più lavoro a produrlo. In tal caso possono darsi sue situazioni: o i salari rimangono gli stessi di prima e ciò non avrà alcun effetto negativo sui profitti. O i salari aumentano con l’aumento del prezzo del grano. In tal caso “i profitti dovrebbero necessariamente diminuire” [Ricardo b].
A meno che i prezzi non aumentino. A questa eventualità pensò l’operaio inglese John Weston, quando, in sede di Consiglio generale dell’Internazionale, sollevò il problema delle conseguenze negative che aumenti salariali generalizzati avrebbero avuto sulle condizioni di vita della classe operaia a causa dell’aumento dei prezzi, beccandosi i rimbrotti di Marx. Il ragionamento di Marx può essere sintetizzato in questo modo.
Un aumento generalizzato dei salari, spiegò Marx, comporta un aumento dei costi per tutti i capitalisti e quindi comporta un aumento dei prezzi. Nello stesso tempo, però, l’aumento dei salari comporta un aumento della domanda di beni-salario che comporta un aumento dei profitti al di sopra del livello medio. Tale aumento dei profitti attirerà capitali dagli altri settori dell’economia. Questi capitali, investiti nel settore dei beni-salario, provocheranno un aumento della offerta di beni-salario che porterà ad una diminuzione dei prezzi dei beni-salario e ad una diminuzione dei profitti dei capitalisti del settore. [Marx a]
Il ragionamento di Marx presupponeva un’economia di concorrenza. Ma cosa succedeva in un’economia oligopolistica? Ricordo d’averne discusso quarant’anni fa in un seminario di economia del lavoro. Secondo il padronato, gli aumenti salariali chiesti allora dai sindacati non avrebbero dovuto eccedere gli aumenti della produttività. Il padronato, però, non faceva i conti con il modo nel quale le imprese calcolavano i prezzi aggiungendo ai costi un margine di profitto. Ciò trasformava un problema economico in un problema politico che coinvolgeva quella che allora veniva chiamata “politica dei redditi”. La “politica dei redditi” andava bene, diceva i sindacati, ma di quali redditi si discuteva? Si discuteva di tutti i redditi o soltanto dei redditi da lavoro? Perché addossare ai sindacati la responsabilità di quella che, Ackley nel suo manuale di macroeconomia, aveva chiamato “inflazione da margini”, se le imprese erano libere di “fare i prezzi”? Esisteva un limite a questa libertà? Alla domanda cercò di rispondere, allora, Sylos Labini con un saggio intitolato “sindacati, inflazione produttività”. Oggi, il problema non si pone. Nessuno si pone, infatti, il problema di contestare la struttura oligopolistica della economia e di criticare, quindi, la politica dei prezzi delle imprese.
Inoltre, Marx non teneva conto delle propensioni al consumo di salariati e capitalisti. Ciò era comprensibile. Ai suoi tempi, i salari operai erano a livello della sussistenza. Quei tempi, però, erano lontani. Ciò poneva dei problemi nuovi e si svilupparono nuove teorie. Secondo una di queste teorie di derivazione keynesiana, se W e P erano i salari e i profitti, I e S erano rispettivamente investimenti e risparmi, Sw era il risparmio dei salariati e Sp il risparmio dei capitalisti era possibile dimostrare, come spiegò Kaldor, che, note le propensioni al risparmio dei salariati e dei capitalisti, la quota del profitto dipendeva solo dal rapporto investimenti-prodotto il quale poteva essere considerato come una variabile indipendente invariante al variare delle due propensioni al risparmio sp e sw.
Proseguendo nell’analisi, era possibile dimostrare, che nel caso limite in cui sw fosse uguale a zero, l’ammontare dei profitti era uguale a:

P=(1/sp)I

dove sp era la propensione al risparmio dei capitalisti. Dimostrato ciò, si poteva andar oltre e, utilizzando il modello di Roy Harrod, si poteva dimostrare che, in una situazione di piena occupazione,

I/Y = Gv

dove G è il “saggio naturale” di crescita e v era il rapporto capitale-prodotto. Non solo. Sviluppando ulteriormente l’analisi, si può arrivare alla conclusione che, come scrisse Luigi Pasinetti, “il saggio di profitto di equilibrio risulta determinato dal saggio naturale di crescita diviso per la propensione al risparmio dei capitalisti indipendentemente da qualunque altro elemento”. Ovvero, si può dimostrare che
P/K= (1/sc) Gn

dove P rappresenta i profitti, K il capitale, sc la propensione al rispamio dei capitalisti e Gn il saggio naturale di crescita. [Pasinetti a] I lavoratori di Marx e i proprietari terrieri di Ricardo erano usciti di scena.

A conclusioni simili era giunto, per altra via, Michal Kalecki [Kalecki a]. Keynes [c] aveva ricevuto l’input da Richard Kahn e dal suo famoso saggio del 1931 in cui aveva introdotto il concetto di moltiplicatore. Kalecki ebbe l’input da Rosa Luxemburg, la sua grande connazionale, militante comunista, economista, uccisa barbaramente durante la rivoluzione tedesca del 1919, autrice di un saggio nel quale evidenziava l’importanza del ruolo svolto dalle esportazioni nel processo di accumulazione del capitale. [Kalecki b]
Per Rosa Luxemburg il capitalismo era affetto da una contraddizione insanabile fra sviluppo della capacità produttiva e ristrettezza del mercato interno che er proprio il problema ch eil capitalismo si trovava ad affrontare in quel momento. L’idea geniale di Kalecki fu di far svolgere all’investimento autonomo dello stato la funzione che le esportazioni svolgevano nella teoria di Rosa Luxemburg.[Kalecki c]
Tale investimento avrebbe dovuto essere aggiuntivo, non sostitutivo, ed avrebbe dovuto essere effettuato con la creazione di nuovo potere d’acquisto. Esso avrebbe aumentato la domanda di crediti alla quale le banche avrebbero fatto fronte attingendo alle proprie riserve. I mezzi usati dagli imprenditori per costruire nuove fabbriche sarebbero pervenuti alle industrie che producono beni di investimento. La domanda aggiuntiva avrebbe favorito l’utilizzo dell’attrezzatura produttiva inutilizzata e l’impiego del lavoro disoccupato.
Sempre da Rosa Luxemburg, Kalecki derivò l’idea il processo d’accumulazione del capitale non era un processo finalizzato al consumo, ma era finalizzato all’accumulazione e esso proseguiva finché non arrivava una crisi causata dalla sovraccumulazione del capitale. Come Kalecki scrisse, infatti, in un saggio del 1936, il medesimo anno della pubblicazione della “Teoria generale” di Keynes, “l’investimento non è soltanto prodotto, ma è anche produttivo”. Esso è all’origine della prosperità, ma è anche all’origine della crisi perché è qualcosa che si agggiunge alla esistente attrezzatura di capitale e entra in concorrenza con le generazioni di vecchie di tale attrezzatura”. [Kalecki d]
Kalecki ritornò su questo problema in un saggio pubblicato in Inghilterra nel 1944 in un volume collettivo intitolato “L’economia della piena occupazione”. In tale saggio Kalecki individuava tre metodi per raggiungere e per mantenere la piena occupazione: per mezzo di spese statali in investimenti pubblici, stimolando gli investimenti privati, per mezzo della redistribuzione del reddito dalle classi più alte a quelle più basse sia tramite la tassazione che mediante il controllo dei prezzi. L’idea base di Kalecki era che “qualora il reddito venga redistribuito dalle classi più abbienti a quelle meno abbienti il consumo totale aumenta in quanto la propensione al consumo è maggiore nelle classi più povere che in quelle più ricche” [Kalecki e].
In realtà, se è vero che la propensione al consumo è maggiore nelle classi più povere che in quelle più ricche e che uno spostamento di risorse verso di esse aumenterebbe i consumi, è anche vero che le decisioni di investimento sono in stretta relazione con l’accumulazione interna lorda, l’aumento dei profitti nel tempo e l’incremento netto per unità di tempo della dotazione di capitale. Nel lungo periodo, spiegò Kalecki nella “Teoria della dinamica economica del 1954, tutto ciò, poteva portare, in combinazione da un lato, con un rallentamento del ritmo di introduzione delle innovazioni e, dall’altro lato, con l’aumento del “grado di monopolio” delle imprese, all’avvento di una fase di stagnazione.[Kalecki f]

A questa possibilità aveva guardato con preoccupazione Alvin Hansen [Hansen a,b]. Per Hansen esisteva tre differenti generi di teorie della stagnazione: le teorie della stagnazione causata da fattori esogeni come il rallentamento del progresso tecnico, la diminuzione del tasso d’incremento della popolazione, la cesazione dell’espansione territoriale alle quali appartneva la teoria dello stesso Hansen; le teorie della stagnazione generata da muamento strutturale; le teorie che individuavano la causa della stagnazione nella crescente monopolizzazione dell’economia che portava ad un eccesso di capacità produttiva che disincentivava gli investimenti, mentre garantiva ugualmente i profitti delle imprese. Ciò ci riporta a Marx.

Marx distingueva fra riproduzione semplice e riproduzione allargata. Riproduzione semplice vuol dire che non c’era accumulazione di capitale e che l’economia si riproduceva alla medesima scala:

D-M-D

Riproduzione allargata voleva dire che c’era accumulazione di capitale e l’economia cresceva su se stessa. In termini aggregati, ciò poteva essere rappresentato dalla formula:

Mp
|
D-M-M’-D’
  |
Fl

dove D sta per denaro, Mp sta mezzi di produzione, Fl sta per forza lavoro, M’ sta a indicare le merci prodotte, D’ sta a indicare il denaro che viene realizzato con la vendita delle merci.
Rudolf Hilferding in “Il capitale finanziario” sviluppò l’analisi di Marx. Egli, infatti, scrive: “Presupposto della crisi è lo sdoppiamento della merce in merce e denaro. E’ questo sdoppiamento che rende possibile l’interruzione della circolazione delle merci, poiché il denaro, invece di essere utilizzato per gli scambi delle merci, viene tesaurizzato e quindi bloccato. Il processo M’-D-M” si arresta poiché il denaro che la merce M’ ha realizzato non realizza a sua volta M”; di qui nasce il blocco delle vendite”.
Non solo. Se la catena di scambi D-M e M’-D’, si interrompe, D diventa libero di valorizzarsi per conto proprio non passando più per M-M’, ma passando per i mercati finanziari secondo lo schema:

D-D’.

In termini disaggregati, se c rappresenta il capitale fisso, v i salari, s il plusvalore, lo schema di Marx può essere così rappresentato:
c1+v1+s1=o1
c2+v2+s2=o2
c3+v3+s3=o3
dove la prima equazione rappresenta la produzione di beni di produzione, la seconda equazione rappresenta la produzione di beni salario, la terza equazione rappresenta la produzione di beni di lusso, è possibile ricavare le condizioni di equilibrio in una situazione di riproduzione semplice, cioè, senza allargamento della base produttiva:
c1+v1+s1=o1=c1+c2+c3
c2+v2+s2=o2=v1+v2+v3
c3+v3+s3=o3=s1+s2+s3.
In altre parole, ogni settore deve produrre tanti beni di produzione, tanti beni salario e tanti beni di lusso quanti sono quelli che sono stati consumati. In condizioni di riproduzione allargata, occorrerà aggiungere ad ogni produzione la quota investita per l’allargamento della produzione stessa.
c1+v1+s1=o1=c1+ c2+c3+ca1+ca2+ca3
c2+v2+s2=o2=v1+ v2+v3+va1+va2+va3
c3+v3+s3=o3=s1+ s2+s3+sa1+sa2+sa3,
dove a indica la parte investita.
Marx non possedeva gli strumenti per trasformare i suoi schemi nelle tabelle di Leontiev, tuttavia capì che Il problema nasceva dal fatto che nessuna autorità gestiva l’economia nel suo insieme, ma ciascun capitalista produceva per proprio conto sperando di trovare un compratore e ciò era, assieme alla riceca del massimo profitto, all’origine delle crisi periodiche del capitalismo. Nacque, così, nella mente di Marx l’idea della pianificazione economica come un mezzo per evitare le crisi periodiche del capitalismo.

L’idea della pianificazione, che conobbe il periodo di maggior successo negli Anni trenta del secolo scorso in connessione, da un lato, con la Grande Depressione; dall’altro lato con i grandi successi dell’economia sovietica, cadde in discredito a seguito del crollo dell’Unione Sovietica. In realtà, l’dea di Marx era giusta. Fu sbagliato, semmai, l’uso che ne venne fatto in Unione Sovietica dove i metodi scientifici di pianificazione faticarono a imporsi poiché essi avrebbero sottratto al partito il controllo sul processo di pianificazione.
Tale controllo poteva, invece, essere mantenuto usando i metodi tradizionali basati su lunghi processi di redazione dei pieni e di controllo burocratico delle cifre di riferimento. Inoltre, l’adozione di metodi scientifici di pianificazione avrebbe costretto il partito ad abbandonare lo slogan della politica al posto di comando. Tale slogan, adottato dai sostenitori dello sviluppo accelerato nel corso del dibattito economico degli Anni venti, diventò, una volta che i sostenitori dello sviluppo equilibrato dell’economia furono sconfitti, il cardine della politica economica staliniana con le conseguenze che conosciamo.
L’Unione Sovietica diventò una potenza mondiale, ma la sua economia fu sempre molto sbilanciata. Gli economisti sovietici lo sapevano e cercarono di elaborare dei metodi alternativi di pianificazione basati sul concetto di ottimalità che essi avevano ripreso dalla economia politica occidentale. La riforma da essi proposta, però, non passò. Il sistema si chiuse sempre più in se stesso e finì per implodere. Il capitalismo restò padrone della scena, ma si trovò ad affrontare un nuovo problema: il problema dell’ambiente.

All’inizio d’ogni processo economico, spiegò Marx, v’è una somma di denaro. Essa non è ancora un capitale e il suo possessore non è ancora un capitalista. Per diventarlo, egli deve impiegare la sudetta somma di denaro nell’acquisto di mezzi di produzione e di forza lavoro al fine di produrre dei beni che, venduti sul mercato, li procurano un profitto. In termini simbolici:

D-M-D’

dove D’= D+ΔD. Domanda:”Da che cosa nasce ΔD, ovvero, che cosa produce il profitto?”. “Nella teoria classica del valore c’è un problema che rimane insoluto: è il problema dell’origine del profitto. L’unica indicazione rilevante, su questa questione, viene da Smtih e, più in particolare, dall’idea che il profitto sia una deduzione dal prodotto del lavoro”, osservò Claudio Napoleoni.
In ogni caso, come Adam Smith, spiegò in “La ricchezza delle nazioni”, la teoria del valore-lavoro funzionava in “quello stadio primitivo e rozzo” in cui il cacciatore di cervi e il pescatore di salmoni scambiavano il frutto del loro lavoro. La legge del valore-lavoro non funzionava più nello stadio successivo, allorché venne realizzata una prima divisione sociale del lavoro e entrò in scena il capitale la cui entrata in scena pose dei problemi che l’economia politica non ha ancora risolto.
Per Ricardo, come scrisse Nicolò De Vecchi, “il profitto è il sovrappiù ed è spiegato semplicemente in termini di deduzione, derivante dal fatto che vi è una differenza tra il prodotto sociale ottenuto e il consumo necessario dei lavoratori”. Affrontare il problema dell’origine del profitto voleva dire, infatti, mettere in discussione la legittimità della appropriazione dello profitto da parte del capitalista.
Il problema dell’origine del profitto si ripropose agli economisti di scuola neoclassica i quali abbandonarono l’idea classica del prodotto netto e lo risolsero mediante l’elaborazione della teoria secondo la quale, per dirla con Wicksell, “la produttività marginale, cioè il prodotto che si ottiene dall’ultima unità produttiva regola la distribuzone del prodotto in condizoni di libera concorrenza”.
In questo contesto, il lavoratore venne trasformato in quello che Wicksell nelle “Lezioni di economia politica”, aveva definito un “imprenditore di se stesso”, il quale agiva sul mercato come un qualsiasi imprenditore e accettava oppure rifiutava il salario che gli veniva offerto come prezzo della sua forza lavoro sulla base d’un mero calcolo di convenienza fondato su un confronto fra l’utilità ricavata dal consumo dei beni che egli avrebbe potuto acquistare con il salario che gli veniva offerto e la disutilità causata dalla riduzione del proprio tempo libero.
Ora, Marx non era uno sciocco. Marx sapeva che le merci hanno un valore d’uso che dipende dalla loro capacità a soddisfare i bisogni umani e sapeva pure che esse hanno un prezzo che è stabilito dal mercato. Quindi, Marx aveva in mano li elementi per costruire una teoria soggettivistica del valore alla Pareto.
Marx non sviluppò una “teoria soggettivistica del valore” per il motivo opposto al motivo per il quale Jevons aveva abbandonato la teoria classica del valore-lavoro. Jevons sosteneva, infattti, che il lavoro speso nella produzione d’una merce era lavoro “passato e perduto per sempre”. Marx pensava, invece, che esso si fosse “rappreso” nelle merci da esso prodotte, per cui il capitalista, vendendo quelle merci sul mercato, realizzava, nella “forma denaro”, il lavoro che era “rappreso” nella “forma merce”. Se il lavoro perdeva la sua caratterizzazione di “fonte del valore”, ciò dipendeva dal fatto che nella società capitalistica la forma merce rimandava “agli uomini come in uno specchio i caratteri sociali del loro proprio lavoro trasformati in caratteri oggettivi di quel lavoro, in proprietà naturali di quelle cose”.
Ciò dimostra, ove fosse necessario, che è sbagliato ridurre, come scrisse Giorgio Lunghini, il problema del valore a un problema di “msura del valore”, e dimostra, invece, che “il principio del valore-lavoro è l’unico che consenta una contabilità sociale che a sua volta consenta un’analisi della produzione, della distribuzione e della spesa non come sistemi isolati, ma come parti di un unico sistema non separabile”.
L’economia politica ha poco o nulla da offrire a questo riguardo. Lo stesso Schumpeter, il quale fu l’economista che, pur criticando Marx, meglio d’altri ne comprese l’opera, non andò oltre la definizione di profitto come una “eccedenza” sui costi [a] e spiegò che le sue dimensioni sono legate all’andamento del processo di innovazione. Ciò significa instabilità e crisi e ciò spiega ilmotivo per cui Schumpeter è ancor oggi inviso ai sostenitori della teoria della mano invisibile.

Secondo tale teoria, elaborata da Adam Smith nella “Ricchezza delle nazioni”, ciascuno di noi, perseguendo il proprio interesse individuale è sospinto da una “mano invisibile” a perseguire l’interesse di tutti. In realtà, il perseguimento dell’interesse individuale non sempre agisce nel senso auspicato dalla teoria della “mano invisibile”.
Per renderci conto di questo fatto, possiamo pensare al caso proposto da David Kreps, di due imprese le quali vendono un identico prodotto e che decidono, al fine di favorire un aumento delle loro vendite, di ridurre il prezzo dei loro prodotti. Il risultato da esse ottenuto sarà, però, diverso da quello da esse sperato, perché, agendo nel modo suddetto, esse daranno vita ad una corsa al ribasso dei prezzi dei loro prodotti che causerà, a sua volta, una riduzione dei loro profitti netti totali.
Oppure, possiamo pensare a quello che succederebbe se tutti gli imprenditori italiani decidessero di ridurre contemporaneamente i salari dei loro lavoratori in modo da ridurre il costo del lavoro per unità di prodotto e aumentare i profitti. La conseguenza d’una tale decisione sarebbe di ridurre drasticamente i consumi dei lavoratori.
Ciò provocherebbe, a parità di condizioni, una caduta delle vendite dei beni di consumo che provocherebbe una caduta dei profitti degli imprenditori che provocherebbe una caduta degli investimenti che provocherebbe una caduta dei profitti degli imprenditori. Come spiegò Michail Kalecki, “gli imprenditori guadagnano ciò che spendono, i lavoratori spendono ciò che
guadagnano”. [Kalecki a]
Infine, potremmo pensare al caso rappresentato dalla competizione per quelli che Fred Hirsh chiamò “beni posizionali”, come “seconde case”, “fuori-strada”, barche a vela, la quale aveva, da un lato, enfatizzato il “carattere feticistico delle merci”, dall’altro, aveva dato vita a quella “economia dei cattivi vicini” che va, doveva essere considerata una delle cause della crisi della cosiddetta “società opulenta”.[Hirsh]
L’altra causa era di ordine politico ed era dovuta al fallimento delle politiche keynesiane messe in atto dai governi dei paesi capitalistici avanzati nel secondo dopoguerra che avevano alimentato un mito alternativo al mito smithiano della “mano invisibile” della concorrenza: il mito dello sviluppo senza fine. Questo mito nasceva dal fatto che, complice il lungo boom postbellico, si era arrivati a confondere il modello con realtà.[Hahn e Matthews, Cozzi, Musu a]

Come scrisse William Baumol, un modello economico “descrive un mondo immaginario” che è “sufficientemente complesso e simile alla realtà” per consentirci alcune “legittime illazioni sul comportamento del sistema economico”, ma “sufficientemente semplice perché lo si possa intendere e manovrare con gli strumenti a nostra disposizione”. [Baumol]
Prendiamo il famoso modello di Evsey Domar, il fondatore con Roy Harrod della teoria moderna dello sviluppo economico. Domar costurì il suo modello attorno all’idea partì da un’idea molto semplice e, cioè, che, come egli scrisse in un famoso saggio, “il mantenimento d’un continuo stato di piena occupazione richiede che l’investimento e il prodotto crescano ad una percentuale annua costante” la quale era fatta “uguale al prodotto della propensione marginale al risparmio per la produttività media”. [Domar a]
In termini formali,
ΔI
ασ = —-
I

dove α è la propensione al risparmio, σ è la produttività media, I sono gli investimenti.
In un altro famoso saggio di quello stesso anno, egli sottolineò, però, che “in effetti, vi sono buoni motivi per ritenere che un livello costante di investimenti, per quanto alto, non possa essere sufficiente; espandendosi la capacità produttiva in seguito all’aumento della popolazione, al progresso tecnico e all’accumulazione di capitale, si avrà disoccupazione a meno che contemporaneamente all’espansione della capacità non aumenti il reddito. E se la propensione al risparmio non diminuisce sarà necessario un sempre crescente flusso di investimenti”.[Domar b]
Ciò, spiegò Domar, poneva un problema. “Ogni progetto d’investimento genera reddito mentre viene effettuato”. Tale reddito, però, aggiunse Domar citando Kalecki, “è temporaneo e infine si esaurisce mentre la capacità produttiva risulta accresciuta in modo più o meno permanente” che è esattamente ciò che aveva scritto Kalecki in un suo saggio del 1936. Infine, andava ricordato, notò Domar il peso crescente che era stao assunto dai monopoli i quali potevano ostacolare, perché ritenuto lesivo dei loro interessi, il necessarioflusso degli investimenti.
Come scrisse, infatti Paolo Sylos Labini, tre sono i principali incentivi a investire per le imprese: una diminuzione nel prezzo dei fattori produttivi, una dimunuzione dell’interesse, un aumento della domanda. Tali incentivi operano, però, in modo diverso a seconda delle diverse forme di mercato. Ovvero, più concentrata è l’economia, più elevato è il potere di mercato delle imprese dominanti, minore è l’incentivo a investire a meno che non si registri un notevole aumento della domanda dei loro prodotti. [Sylos b]
Tutto ciò va, poi, inserito nel contesto sociale e politico. Un’economia che cresce a un saggio elevato rafforza il potere contrattuale dei sindacati i quali possono contrastare in modo efficace il potere delle grandi imprese e possono spuntare dei ragguardevoli aumenti salariali che le grandi imprese trasferiranno sui prezzi al fine di recuperare la parte di extraprofitto che sono state costrette a spartire con i lavoratori.
Oppure, le grandi imprese possono decidere di passare all’offensiva ponendo in essere una serie di misure atte a indebolire il potere dei sindacati, ovvero, attivando quello che Kalecki chiamò “il ciclo politico degli investimenti”: riduzione degli investimenti, tagli alla produzione, licenziamenti del personale in esubero. [Kalecki g]
Questa osservazione ci dimostra che noi non siamo in grado di analizzare il funzionamento dell’economia capitalistica nel suo insieme. Noi possiamo costruire un modello. Importante è non scambiare il modello per la realtà, cosa che, invece, spesso succede e, quando succede una cosa del genere, a farne le spese, non è il modello, come sarebbe logico, ma è la realtà!
Come scrisse Augusto Graziani, “in qualsiasi problema di politica economica ogni singolo aspetto di esso influisce sul tutto essendo a sua volta influenzato da tutto un processo continuo di aggiustamenti introdotti al fine di migliorare quanto più possibile la realtà economica in cui si opera”. [Graziani]

Ciò chiama in causa la nostra concezione dell’economia politica. “L’economia politica, considerata ramo della scienza dello statista e del legislatore si propone due fini distinti: primo, quello di provvedere d’un abbondante reddito e d’abbondanti mezzi di sussistenza la popolazione; secondo, quello di fornire allo stato un reddito sufficiente ai servizi pubblici”, scrisse Adam Smith.
Questa concezione dell’economia politica, la quale fu comune a tutti gli economisti classici, si accompagnava ad una visione dinamica dell’economia capitalistica basata sul concetto di valore-lavoro e poneva il problema dello sviluppo economico al centro del proprio interesse teorico. essa venne sovvertita dalla “rivoluzione marginalista” degli Anni settanta dell’Ottocento che portò, da un lato, all’affermarsi d’una nuova teoria del valore basata sull’utilità; e dall’altro lato, portò all’affermarsi della teoria dell’equilibrio economico generale.
Elaborata da Léon Walras, essa venne perfezionata da Vilfredo Pareto il quale definì l’equilibrio economico come “quello stato il quale si manterrebbe indefinitamente ove non fosse alterato da qualche mutamento”. Al concetto di equilibrio economico generale era connesso il concetto di “ottimo” – conosciuto a tutt’oggi come “ottimo di Pareto” – il quale venne definito dallo stesso Pareto come “quella posizione dalla quale è impossibile scostarsi di una quantità piccolissima senza che tutte le ofelimità di cui godono gli individui, risultino o tutte aumentate o tutte diminuite”.[Pareto a]
In realtà, come spiegò Tjalling Koopmans, “un equilibrio concorrenziale anche se costituisce un ottimo paretiano può comportare una distribuzione del reddito più diseguale di quanto non sia ritenuto desiderabile socialmente. Il concettto di ottimo paretiano è insensibile a questa considerazione ed a questo proposito”, concluse Koopmans, “il termine ottimo è infelice. Un termine quale efficienza allocativa avrebbe espresso meglio il contenuto”. [Koopmans]
La “rivoluzione keynesiana”degli Anni trenta del secolo scorso pose, comunque, fine a questa concezione astratta della economia politica e portò alla riscoperta della concezione smithiana della economia politica come scienza politica. Come scrisse, infatti, Joan Robinson, Keynes “guardava al sistema capitalistico, come ad un sistema, cioè, una struttura in movimento, una fase dello sviluppo storico”.[Robinson a]
Poi, all’inizio degli Anni settanta del secolo scorso, dopo molti decenni di crescita continua, il capitalismo entrò in crisi. Il keynesismo venne accusato d’essere la causa della crisi. Ritornò di moda il liberismo e con il liberismo ritornò di moda l’idea che l’economia fosse una affare privato. Non è così. Come scrisse Walther Rathenau, l’economia non è un affare privato, ma è un affare della collettività.[Rathenau]
La teoria di Walther Rathenau era stata spesso definita come un “socialismo senza socializzazione”. In realtà, Walther Rathenau era tutto meno che un socialista. Egli era un capitalista – un grande capitalista perché era presidente di A.E.G. che era una delle più grandi imprese tedesche – e non credeva nel socialismo. Egli credeva, invece, nella necessità di dare al capitalismo una nuova organizzazione che evitasse i due mali estremi: quello della “dittatura del proletariato” e quello della “dittatura dei pretoriani”.
Le cose andarono come sappiamo. Walther Rathenau venne ucciso. La repubblica di Weimar cadde vittima delle proprie contraddizioni interne che spianarono la strada alla “dittatura dei pretoriani” la quale, conquistato il potere il Germania, mise a ferro e fuoco l’Europa nella pretesa di instaurarvi il proprio dominio in nome della superiorità della razza ariana. Il progetto dei “ptetoriani” fallì e il loro capo morì suicida.
Sono passati novant’anni da quando Rathenau scrisse “L’economia nuova”. Il problema che egli sollevò nel suo saggio continua, però, a rimanere irrisolto. L’economia continua a essere spesso considerata, anche nel nostro paese un “affare privato” e, anche nel nostro paese, molti politici guardano con indifferenza, se non addirittura con derisione, a chi pensa, come Walther Rathenau, che “l’economia non è un affare privato, ma è un affare della collettività”.
Le conseguenze della mancata osservanza di questo principio sono rappresentate dallo stridente contrasto che esiste fra opulenza privata e povertà pubblica, fra la funzionalità dei “quartieri alti” delle nostre città e lo stato di abbandono dei quartieri popolari, fra l’efficienza delle cliniche private e la perenne crisi in cui versano gli ospedali pubblici. Noi, però, non dobbiamo meravigliarci di ciò.
“Un’economia di mercato è un sistema economico controllato, regolato e diretto soltanto dai mercati; l’ordine nella produzione e nella distribuzione delle merci è affidato a questo meccanismo autoregolantesi. Un’economia di questo tipo deriva dall’aspettativa che gli esseri umani si comportino in modo tale da raggiungere un massimo di guadagno monetario”, scrisse Karl Polanyi e “assume l’esistenza dei mercati nei quali la fornitura delle merci disponibili a un determinato prezzo sarà pari alla domanda a quel prezzo”.[Polanyi a]
L’avvento della economia di mercato creò, scrisse Polanyi, un “nuovo tipo di società” nella quale “il il sistema economico o produttivo è stato affidato a un congegno che agisce autonomamente. Un meccanismo istituzionale controllava gli esseri umani nello svolgimento delle loro attitvità quotidiane, come pure le risorse naturali. Questo strumento del benessere era controllato unicamente dagli incentivi delle fame e del guadagno”. In questo quadro, concluse Polanyi, “la vera critica alla società di mercato non è che essa si basasse sull’economia – in un certo senso qualunque società deve basarsi su di essa – ma che la sua economia era basata sull’interesse individuale”.
Tutto ciò, spiegò Polanyi, apparteneva, però, al passato. L’idea sulla quale il mercato autoregolato si fondava si basava, infatti, su una “grossa utopia” che “non poteva esistere per un qualunque periodo di tempo senza annullare la sostanza umana e naturale della società”, senza distruggere “l’uomo fisicamente” e senza trasformare “il suo ambiente in un deserto” [Polanyi b].

In conlcusione, contrariamente a quello che viene asserito dai liberisti:
1) Non esiste alcuna coincidenza fra interesse individuale e benessere collettivo [Hirschman d, e]. In altre parole, l’individualismo economico non garantisce la migliore allocazone possibile delle risorse disponibili.
2) Non esiste alcuna coincidenza fra risparmi e investimenti. Le decisioni di risparmio e di investimento sono prese da soggetti diversi in circostanze che sono pure diverse. Ciò può generare instabilità e crisi [Minsky].
3) Non esiste alcuna coincidenza fra capitalismo e democrazia [Hayek]. La democrazia si fonda sull’uguaglianza politica fra tutti i cittadini [Dahl a, b]. L’uguaglianza politica non è condizione necessaria al funzionamento del capitalismo [Kuhnl]. Per renderci conto di questo fatto, possiamo pensare al fascismo [Toniolo].
4) Non vi è alcuna coincidenza fra efficienza economica e libertà d’impresa [Friedman a, b]. L’efficienza d’una impresa non dipende dalla natura – privata o pubblica – della proprietà, ma diipende dai metodi di gestione. Le imprese pubbliche in Italia funzionavano male non perché erano pubbliche, ma funzionavano male perché erano caricate di oneri impropri ed i loro dirigenti erano scelti con criteri politici.

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* Nell’impossibilità di fornire una bibliografia completa, si danno solo gli autori ai quali è stato fatto esplicito riferimento nella stesura del testo.

Corrado Bevilacqua, Il mito della mano invisibileultima modifica: 2013-02-01T15:48:52+00:00da mangano1
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