EDITORIALE DELLA RIVISTA OVER LEFT

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Editoriali e dibattiti – Dibattito redazionale
VENERDÌ 11 GENNAIO 2013 08:27
In un articolo di Gabriele Lenzi, intitolato ‘Desiderio maschile e patriarcato’,  l’autore mette a tema desiderio maschile e corpo della donna come oggetto del desiderio. L’articolo è stato letto da redattori e redattrici e quello che segue è il resoconto del dibattito sorto tra alcuni componenti.
In an article by Gabriele Lenzi, entitled ‘Male desire and patriarchy’, the writer fucuses on male desire and woman body as an object of desire. Such an article has been read by the members of the editorial staff. What  follows is the report of the discussion risen among some of them.
In einem Artikel von Gabriele Lenzi, mit dem Titel ‘Männliches Begehren und Patriarchat’, stellt der Autor das männliche Begehren und den Körper der Frau als Objekt dieses Begehrens zum Thema. Der Artikel wurde von Redakteuren und Redakteurinnen gelesen und das was folgt, ist eine Zusammenfassung der Diskussion, die zwischen einigen Komponenten aufkam.
Scrive Gabriele Lenzi su zeroviolenzadonne il 31 gennaio 2012:
“Viviamo circondati da una continua proposta mediatica di modelli di desiderio maschile, in cui sono mostrati sia soggetti che desiderano sia oggetti da desiderare (un presentatore dice a una valletta di voltarsi in modo che lui e il pubblico possano vederle il sedere). Lorella Zanardo e collaboratori, a partire dal progetto Il corpo delle donne, hanno denunciato l’incessante rappresentazione mediatica italiana di un modello relazionale che prevede per la donna il ruolo di giocattolo erotico da baraccone, oggetto a un tempo di desiderio e di sopruso, e che stabilisce per l’uomo il ruolo

complementare di chi ha il desiderio, e il potere, di ottenere/mantenere quella posizione della donna. Questa propaganda, con una forza educatrice negativa che nei fatti è troppo spesso sottovalutata, impone un modello di realizzazione femminile tutto appiattito su quell’immaginario, ma ha altrettanta presa sul pubblico maschile, a cui quei messaggi, tutti improntati sull’opposizione uomini-donne, si rivolgono con la forza persuasiva del dominio e del desiderio. Per il maschio eterosessuale tutto ciò riguarda, oltre alla sua ideologia e ai rapporti in genere con il femminile, l’erotismo e la sfera affettiva.”
Il dibattito nato da questo articolo si è poi arricchito della discussione sopra un’immagine pubblicitaria, quella della show girl Belen Rodriguez che reclamizza una marca di intimo e anche su alcuni articoli dello stesso tenore apparsi su ‘zeviolenzadonne’ e ‘un altro genere di comunicazione’.
Franco:
Partirò da me, come il pensiero femminista invita a fare. È vero che si parla pochissimo fra uomini della propria sessualità: se penso a me, non posso che confermare e se penso ai miei amici più cari e intimi insieme a me, negli anni a partire dall’adolescenza fino a oggi, non ricordo confidenze da parte loro e neppure da parte mia, quindi penso che l’affermazione contenuta nel documento, assai interessante, sia ragionevolmente da estendere a una maggioranza del genere maschile o almeno a un buon numero. Ricordo confidenze anche intime sulle difficoltà della relazione con una donna, ricordo anche qualche richiesta di consiglio (anche da parte mia), oppure di confronto sulle relazioni che avevamo, ma raramente si arrivava a toccare il punto specifico della sessualità e del desiderio maschile e, dei rari ricordi che ho, mi rimane la sensazione di un rapido sorvolo, oppure di un discorso che era chiaramente il riflesso quasi pavloviano rispetto alle elaborazioni del movimento femminista. Mi è capitato, invece di parlarne con la mia partner e anche con amiche, con maggiore naturalezza.  Tuttavia, una volta detto ciò, credo che l’intervento manchi di una prospettiva storica, nel senso che un discorso pubblico e di massa sulla sessualità e il desiderio di entrambi i generi, ha poco più di cent’anni di vita se lo si fa risalire alla psicanalisi e non più di cinquanta se lo si riferisce ai tre eventi che ne hanno determinato lo sviluppo e il corso: la nascita dei movimenti degli anni ’60 (rivoluzione sessuale), i movimenti femministi e omosessuali. Prima di tutto questo, di sessualità e desiderio non ne parlava nessuno se non in chiave medica e quasi sempre riferita a patologie e questo valeva per donne e uomini; oppure era confinato alla letteratura, talvolta sbirciata senza dirlo troppo in giro e specialmente ai genitori se si era adolescenti. Non dimentichiamo che vespaio suscitò un giornaletto studentesco, La Zanzara, il cui direttore Marco Sassano aveva condotto un’inchiesta fra gli studenti e studentesse del Parini. Mi si potrebbe chiedere: sì, ma adesso che se ne parla da cinquant’anni gli uomini ne parlano oppure no? Nella mia esperienza no, se non minoranze, ma devo introdurre necessariamente il fattore età, che mi gioca contro. Non so cosa avvenga fra i giovani maschi oggi, posso solo fare alcune ipotesi avendo due figli, posso farne altre osservando quello che avviene nella società tutti i giorni e ho l’impressione che i maschi della mia generazione sono quelli più a rischio nel non saper reggere l’abbandono, il rifiuto, un protagonismo femminile, anche sul piano della esplicitazione del desiderio, che hanno dovuto affrontare per primi e che spesso li ha travolti; questo fa sì che sia sempre più difficile parlarne e se non lo si è fatto a trent’anni è davvero difficile farlo oggi.
L’articolo dice che non appena gli uomini si mettono a parlare dei loro problemi vengono subito considerati come maschi in crisi oppure inclini a diventare ‘femministi’: ma gli uomini sono in crisi!, una crisi lunga e travagliata che è solo agli inizi: semplicemente quelli che lo attribuiscono solo ad alcuni sono ancora più in crisi degli altri perché non se ne rendono conto e fuggono da questa consapevolezza, ricorrendo nei casi più gravi all’insulto, alla reazione violenta che scarica sull’altro (anche l’altro uomo e non solo sulle donne), le tensioni che si sente addosso.
Tornando a me: penso di avere avuto e di avere un rapporto abbastanza sereno con la mia sessualità, però ho scoperto con una certa sorpresa, quanto facilmente possa essere messa in crisi e come sia decisivo il modo cui si reagisce alla crisi stessa. Detto così mi rendo conto che può sembrare una banalità, ma non lo è se consideriamo il problema a livello di massa e non come un fatto individuale. Perché è proprio questo che è accaduto grazie alla spinta dei movimenti femministi e anche di quelli omo-lesbici. La lotta per la propria libertà ha fatto uscire dal privato la fragilità della sessualità e del desiderio maschili, mentre prima vi era comunque un paravento fra i due momenti e gli uomini potevano continuare a raccontarsi pubblicamente la favola delle loro vanterie e poi rifugiarsi nel domestico accogliente e protettivo: oggi non ci crede più nessuno, ma cosa raccontarsi allora? Io penso che ci voglia del tempo per trovare le parole e modificare la narrazione: mentre le donne avevano bisogno di parlare gli uomini hanno bisogno di ascoltare.
Credo che sarebbe utile agli uomini, almeno per me lo è stato, avvicinarsi al problema prendendolo di sguincio e ricorrendo a quella miniera inesauribile che sono le narrazioni archetipiche, ma scavando meglio al di sotto delle loro interpretazioni più canoniche: penso, per esempio, che una  discussione su un frammento della favola di Amore e Psiche sarebbe utilissima agli uomini; dico frammento, perché si tratta di un mito talmente complesso che se si vuole scavare in tutti i suoi intrecci ci vuole un anno accademico intero.
L’articolo di Mary sulla pubblicità della Rodriguez pone un sacco di problemi.
Anche qui parto da me: non avendo visto il tormentone di partenza al festival di Sanremo, mi sono trovato a dover decifrare anche il cartellone incriminato, che ho visto per la prima volta nella riproduzione allegata all’intervento di Mary. Da quest’ultima, non si capisce quale sia il prodotto reclamizzato (lo so dallo scritto che si tratta di

intimo), mentre l’immagine di lei mi suggerisce che il pubblicitario ha voluto citare e rilanciare il tormentone stesso, con il tatuaggio bene in evidenza. Solo dopo giorni di ricerche sui muri di Milano, finalmente, mi sono imbattuto anch’io nel cartellone pubblicitario vero e, a un primo livello, quello che vedo è una donna in bikini, cioè una persona che si può osservare dal vero da giugno a settembre sulle spiagge di mezzo mondo, oppure nei servizi televisivi dedicati alle vacanze degli italiani. Se non riconoscessi chi è rappresentata, non ci avrei fatto caso più di tanto a questo manifesto e forse non avrei neppure notato che si sta abbassando gli slip; questo si vede dopo, a un’osservazione più mirata e attenta, cui sono sollecitato dal fatto che riconosco Belen Rodriguez nell’immagine, non una donna qualunque, ma proprio lei. Non la donna più desiderata d’Italia, però, come afferma Mary, ma la più indotta a essere desiderata da una campagna pubblicitaria martellante, cui è difficile sottrarsi anche da parte di chi non sta davanti al video dieci ore al giorno. È la combinazione fra questi due momenti e cioè l’aver riconosciuto Belen e la lettura dell’intervento di Mary che mi fa ritornare all’immagine più volte ed è qui che comincia anche un mio parziale dissenso. Io non vedo affatto una donna  con gli occhi bassi, rassegnata, ma l’immagine di una che sta pensando ai fatti suoi, con una punta di preoccupazione e persino di malinconia. Se non ci fosse la farfallina tatuata a suggerirmi altro, il gesto potrebbe essere benissimo quello che ognuno di noi – maschi e femmine – compie nell’intimità della propria casa mentre sta andando sotto la doccia o in bagno; un gesto meccanico, senza badarci mentre si sta pensando ad altro. Il pubblicitario ha creato un’immagine ambivalente e complessa e quando finalmente vedo che il manifesto reclamizza un capo intimo, ne sono ancora più convinto. Il contrasto stridente fra l’esibizione del tatuaggio, che richiama una pubblica performance che ha avuto presumibilmente una audience stratosferica, e un gesto che potrebbe essere del tutto privato e intimo per chiunque, creano un corto circuito, un chiasmo, naturalmente voluto. È questo che mette a disagio le mamme di Buenos Aires che accompagnano i figli a scuola? Qualcuno ha posto loro la domanda? Credo che sarebbe interessante capire cosa, esattamente, turbi in questo cartellone pubblicitario (al di là delle frasi stereotipate e di circostanza del comunicato ufficiale), più che in altri del tutto simili e che, oltretutto, non è almeno avulso – nel caso in oggetto – dal prodotto che reclamizza. Naturalmente c’entra il fatto che si tratta di Belen Rodriguez e tutto quanto dice Mary in proposito lo condivido in pieno.
Dico allora cosa mette a disagio me, ma non in questa immagine, bensì in un’altra che ritrae in varie pose che mostrano i suoi pettorali, oppure mentre si toglie gli occhiali, Cristiano Ronaldo. Si vede spesso tale manifesto oppure altri simili sui grandi cartelloni in zona Brera. Che Ronaldo o Rodriguez s’impongono alla mia vista per il loro valore di artisti e virtuosi del calcio devo dire che a me sta bene e non disturba e trovo moralistico e bacchettone gettare inutili strali sulla loro ricchezza guadagnata senza fatica, oppure criticare le loro vite più o meno disinvolte. I problemi seri sono invece due a mio avviso: uno è quello messo in evidenza da Mary e cioè che a Rodriguez si sono fatte e si faranno tutte le pulci possibili e si andrà a frugare nella sua vita, nei suoi video hard senza dire nulla su chi li divulga, e a Ronaldo molto meno, oppure addirittura si guarderà alla sua vita con un occhio ammiccante.
Il secondo problema è che queste immagini forti, grandi, s’impongono e trasmettono un messaggio del tipo: io posso fare quello che voglio, posso farti discutere su una farfallina tatuata sull’inguine, oppure sui miei muscoli o bellezza e nel fare tutto ciò ci guadagno pure nel venderti, in fin dei conti, un paio di mutande, cioè un oggetto che nessuno ha bisogno di pubblicità per andarsi ad acquistare quando ne ha necessità. È questa prostituzione in atto dei corpi, che travalica il significato della parola prostituzione intesa in senso stretto, a essere secondo me il vero problema etico, insieme a quello del voler mostrare tutto a tutti i costi. Non ho capito del tutto (ma forse è impossibile saperlo), se il video hard di Belen Rodriguez cui allude Mary sia uscito con il suo consenso oppure no; nel secondo caso, peraltro, sarebbe né più né meno che un reato e se poi le finalità fossero il ricatto sarebbe ancora peggio e renderebbe ancora più sordido il fatto che il responsabile la passi liscia.
Se il consenso ci fosse, tuttavia, io non credo che il problema si possa risolvere dicendo che in fin dei conti il video non mostra altro che ciò che ognuno di noi fa con i propri partner: perché la differenza – per me abissale – sta appunto, non tanto nel farlo, ma nel mostrarlo a tutti. Io vedo in questa assenza di limiti e confini il riflesso sul corpo fisico, di quello che a livello economico è l’euforia finanziaria. L’esplosione iperbolica della valorizzazione del denaro del tutto sganciata dall’economia reale è al tempo stesso una forma di inflazione, di perdita di valore del denaro stesso, di delirio di onnipotenza e di alienazione, che si riflette anche nel messaggio pubblicitario che sempre meno vende ciò che vende ma altro e cioè una meta merce che ha che fare con potere e status symbol, colonizzazione dell’immaginario ecc. ecc.; a questo corrisponde un’alienazione dei soggetti che diviene consumismo del proprio corpo in modo compulsivo. L’immagine di Rodriguez e Ronaldo sono alienanti in un duplice senso: nell’abuso che loro fanno del proprio corpo, ma anche per la distanza che li separa dagli altri esseri umani e che nel manifesto pubblicitario è ancora più evidente che non alla televisione, tanto da farli apparire come divinità altrettanto lontane quanto gli dei dell’Olimpo, un Olimpo desacralizzato, vero e devastante oppio dei popoli ben più pericoloso di quella “esalazione di uno spirito senza spiritualità” che Marx attribuiva alla religione.
Non credo però che il comitato di Buenos Aires, abbia espresso qualcosa di più di un moralismo d’occasione, magari avvolto in qualche pensiero inconfessabile.
L’immagine degli uomini che provocano scontri automobilistici perché attratti dal manifesto riflette di certo uno stereotipo, visto che come per tutti gli stereotipi fa di ogni erba un fascio; ma non mi sento di difendere la categoria più di tanto anche perché quando ho letto il passaggio del comunicato riprodotto da Mary, prima mi sono messo a ridere, poi ho avuto una specie di visione che vorrei tanto suggerire a un cineasta.
Mi sono immaginato uno stuolo di automobili che, come tanti lemming, si dirigono in corso Buenos Aires o a Brera, ove si scontrano e si accatastano le une sulle altre fino a formare un altare di automobili ai piedi di Belem Rodriguez e di Cristiano Ronaldo, mentre nel resto di Milano, sgombro di auto, tutti vanno allegramente  a piedi e i bambini giocano a calcio in mezzo alla strada: non sarebbe una scena da Miracolo a Milano anni 2000?
Paolo:
Ho visitato il blog di Lorenzo Gasparrini  ‘questo uomo no’ citato nell’articolo di Lenzi, e mi sono imbattuto per la prima volta nella significativa definizione di ‘lesbica’ per il maschio che stabilisce relazioni d’amore sforzandosi di superare i modelli imposti dal sistema patriarcale e dalla sua volgarizzazione mediatica (magari semplicemente contribuendo al lavoro ‘di cura’ della casa). Ma di maschi ‘femministi’ o ‘lesbiche’ cominciano ad essercene tanti e dunque queste definizioni mostrano solo la superficialità di chi continua a pensare i modelli di comportamento maschile come eterni e immutabili in quanto  naturali (ammesso e non concesso che la stessa natura se ne stia immobile!). Tuttavia che noi uomini ci mettiamo a parlare della nostra identità, del nostro corpo, del nostro desiderio resta ancora un fatto per adolescenti e pensionati. Voglio dire che l’organizzazione del lavoro attuale, fordismo o meno, nell’epoca della produttività media non ha tempo da dedicare alla ridefinizione dei ruoli e alla rimessa in discussione dei principi sui quali si basa. L’organizzazione capitalistica non fa che usare, a bocce ferme, quanto secoli di patriarcato hanno sedimentato nell’immaginario comune rendendo il tutto molto più feroce e amorale, relegandolo nelle retrovie dell’identità come contraddizioni marginali. Se nel patriarcato precapitalistico stesso potevano esserci processi lenti di ridefinizione – paradossalmente il contatto ancora poco inquinato con la natura poteva favorirli – a partire dall’Ottocento le uniche trasformazioni possibili diventano quelle determinate dalle nuove tecnologie che richiedono appunto il massimo grado di produttività: nessun tempo dunque per riflettere sul desiderio e sull’eros, roba buona per artisti, girovaghi e perditempo oltre che per le donnette.
Ancora una volta per paradosso, l’esposizione mediatica della donna tira fuori il disagio (disagio fertile, lo chiama Ciccone se ricordate il mio articolo): l’immagine provocante della Belen seminuda è doppiamente furba, parla infatti contemporaneamente all’immaginario maschile perché lo provoca abbassandosi le mutande e a quello femminile perché le invita a usare quelle mutande ma a valorizzare il pube con una farfallina (che notoriamente è un altro modo per dire vagina). Le mamme si scandalizzano con la scusa dei bambini che fanno domande impertinenti ma molti maschi girano la testa. E il messaggio commerciale fa il suo goal proprio per questo.
Stabilire un nesso tra mancanza di lavoro e insorgenza esponenziale del femminicidio non mi sembra del tutto fuori luogo (ma merita un capitolo a parte l’antifemminismo e un vero e proprio culto della misoginia che negli ultimi decenni hanno occupato e ricolonizzato la nostra cultura). E ovviamente la famiglia resta il luogo principale della violenza: lì dentro il desiderio si fa violento tanto più in quanto il ruolo produttivo viene violentato nel sociale, tanto più se è la donna sola ad avere un lavoro che le fa godere l’aria libera del sociale.
Voglio dire che se è vero che il femminismo, costringendo il maschio adulto a rivedere se stesso nella relazione d’amore, lo mette in crisi, le possibilità che la crisi sia fertile di soluzioni sono oggi diminuite dalla crisi del lavoro.
Ha ragione Lenzi a ribadire come il desiderio maschile muti nel tempo anche se personalmente continuo, nonostante la forza dei media, a trovare meno erotiche le donne anoressiche attuali (ma è vero che mi sto abituando!) ma è anche vero che il desiderio maschile ha le sue radici in una divisione del lavoro arcaica con la quale si è incistato un doppio sistema di poteri, quello più vasto e più ufficialmente guerresco nel pubblico e quello più silenzioso e minimo (non esente dalla violenza anche se diversa) nel privato. Le praterie e i mercati all’uomo, i pavimenti e le stanze di casa alla donna. Come a dire il fallo vs la vagina.
Ma il patriarcato ha incistato qualcosa di più. La capacità riproduttiva essendo solo del corpo della donna, tra amore e sesso si è aperta una frattura. Da qui da un lato l’immaginario, attivato e attivo anche nella donna, di una forma di onnipotenza femminile desiderabile ma anche temibile (il grido di certe madri: io ti ho fatto io ti disfo!), dall’altro l’immaginario erotico costruito intorno alla sessualità femminile.
Vestire e spogliare le donne ma soprattutto dominarle e violentarle è da secoli e secoli la ripetizione più esaltante dell’eros separato dall’amore.
All’opposto di questa scissione sta il sogno simbiotico d’amore, di una relazione uomo-donna di per sé distruttiva perché tende ad annullare le differenze. Accettarle e organizzarle nella relazione è una scommessa e una lotta quotidiana e il desiderio deve appunto farci i conti quotidianamente.
Adriana:
Paolo tu scrivi: “La  capacità riproduttiva essendo solo del corpo della donna, tra amore e sesso si è aperta una frattura. Da qui da un lato l’immaginario, attivato e attivo anche nella donna, di una forma di onnipotenza femminile desiderabile ma anche temibile (il grido di certe madri: io ti ho fatto io ti disfo!), dall’altro l’immaginario erotico costruito intorno alla sessualità femminile.”
In effetti è proprio in questo senso che si coglie  la presunta “naturale” complementarità tra uomo e donna: la possibilità di generare legata al corpo della donna comporta infatti l’alibi della necessaria protezione delle donne, strettamente intrecciato alla necessità della difesa dal loro corpo materno, potenzialmente anche  mortifero,  quindi minaccioso se non controllato socialmente e individualmente, di qui la prima radice della violenza  maschile, contemporaneamente alla costruzione delle sessualità femminile e maschile..
La costruzione patriarcale quindi ha esteso la “competenza femminile” della gestazione obbligandole a prendersi  cura di tutti gli aspetti legati appunto alla vita delle persone, deprivandone gli uomini e riducendoli a protettori (guerrieri), e ha  disposto che  questi due ruoli fossero considerati come quelli naturali per gli uomini e per le donne.
A questo punto nel dibattito si è inserito l’argomento della prostituzione sollecitato da Adriana.
Adriana:
In Italia come al solito, rispetto alla prostituzione siamo in una situazione ambigua dal punto di vista legale: la prostituzione in sè non è reato, ma è reato tutta una serie di comportamenti a monte e a valle: adescamento, favoreggiamento (un figlio maggiorenne, un padre, un fratello, un marito, un compagno, che conviva con una prostituta può essere accusato di favoreggiamento, anche una donna che sia figlia, compagna…).
Perfino il proprietario che affitta l’appartamento!
E’ reato (legge Merlin) lo sfruttamento della prostituzione.
Credo molto abbia a che  fare con l’ipocrisia cattolica del non far vedere, non si dice, si tiene nascosto.
Detto questo si apre una serie di problemi: sono assolutamente contraria – e durante un seminario di qualche anno fa di sexworkers, uomini e donne, che ho organizzato alla Lud- mi sembra che lo siano anche molt* sexw. –  a ogni forma leggera o pesante di regolamentazione o zone o affini, perché possono tramutarsi in gabbie.
Io non so di Mestre, forse c’è stato il contributo del Comitato delle lucciole, che ha vita da più di 30 anni, comunque le richieste che ho sentito è che ciascuna/o possa scegliere liberamente dove e come esercitare fatte salve regole di convivenza che valgono già per altri tipi di attività: i  laboratori o gli studi di vario genere nei condomini (non fare chiasso, non disturbare, non inquinare).
Questo vuol anche dire lasciare ognuno/a libero/a di esercitare per periodo più o meno lunghi, saltuariamente o meno.
Se oggi noi andiamo da un medic*, un fisiopat*, nessuno controlla se ci facciamo anche sesso o no.
Il problema tassazione si risolverebbe con la denuncia fiscale personale delle entrate, da qualunque prestazione provengano.
Detto questo se prostitut* volessero poi unirsi tra di loro per condividere spese, fatti loro, salvaguardando gli accordi condominiali.
Ben diversa è la rete di protezione per le e gli schiavi/e, qui il discorso non è mai abbastanza approfondito.
Sulla  regolamentazione, anche minima, non sono d’accordo perché ho in mente le parole del bellissimo libro ‘Lettere dalla case chiuse’ (Voltolina-Merlin) sulla disperazione di chi veniva segnata nei registri appositi ( a parte i soliti abusi e ricatti di medici e poliziotti, che ci sono anche oggi) e lo rimaneva per tutta la vita, anche se poi riusciva/decideva di smettere.
Tornando all’articolo mi sembra che la sindacalista abbia frainteso le parole di Elvira Reale che, ripeto, conosco

indirettamente da tempo attraverso le sue ricerche, come seria e preparata, nel senso che non si tratta di “chiacchiere da salotto”- quanta diffidenza nei confronti di chi fa discorsi teorici, oltre che pragmatici! tutt* intellettual* da tacitare?- ma di sollevare il problema del modello patriarcale di sessualità suddivisa nelle due figure simmetriche di moglie (per bene, anche se a volte asessuata) e prostituta (che corrisponde ai desideri maschili, provandoci magari anche piacere).
Ogni legittimazione della prostituzione come scelta personale di autodeterminazione non dovrebbe oscurare l’aspetto di rafforzamento dell’ordine sessuale patriarcale.
Ci rientrano la prostituzione e i matrimoni forzati, in tutte le forme e i livelli e gradi di costrizione nelle diverse società e culture.
Ero ancora ventenne quando sentivo farmi discorsi di scegliere un “buon partito” nel senso di soldi, invece che abbandonarmi a ragioni di innamoramento, ovviamente questa dimensione è più generalizzata nelle società in cui le donne dispongono di minor reddito da lavoro che non gli uomini.
Quanti matrimoni di donne per bene sono avvenuti in cambio di mantenimento, certo oltre alla prestazione sessuale è richiesta anche cura, accudimento di persone e cose, comportamenti socialmente ineccepibili, tanto l’amore verrà, e se non sarà amore sarà comunque affetto.
Molte prostitute hanno detto nelle loro interviste che legarsi a un unico uomo e fornire tutte quelle altre prestazioni (servizi, sostegno psichico, cura della casa, cucina…) sembrava loro molto peggio e più faticoso che non fornire prestazioni sessuali a uomini diversi, e quindi con maggiore varietà e divertimento.
Questa però non è prostituzione, a meno che la donna non si prenda libertà sessuali al di fuori del marito, allora sì che è puttana!
L’uomo insoddisfatto sessualmente nel matrimonio o nella convivenza ha sempre a disposizione una prostituta che lo capisce e soddisfa. E in fondo questo è considerato “naturale”, data la natura della sessualità maschile.
Questo è o non è un problema di relazione tra donne e uomini determinato dalla mentalità patriarcale, che può riassumersi nell’assunto: la sessualità maschile esiste e è irrefrenabile, pena il benessere dell’individuo, quella femminile o è “naturalmente” conforme al desiderio maschile, oppure non esiste, o semmai è sublimata in altre attività e affetti.
Di qui il monito alle donne: se andate vestite o spogliate in un certo modo e attirate violenze ve la siete cercata, avete eccitato e provocato la sessualità maschile “irrefrenabile”.
E qui arriviamo all’ultimo punto del discorso secondo me: che discrimine poniamo tra il libero esprimersi della sessualità femminile, al di fuori delle norme socialmente accettate, e il lavoro di “prostituta”: il pagamento in denaro?, regali?, o altre forme di vantaggi, diretti o indiretti? compreso il mantenimento matrimoniale?
Se sei donna e fai sesso con una persona influente per ottenere un incarico di prestigio(sia che ti faccia provare piacere o no) sei una prostituta?
O comunque per lavoro, o per carriera o per ottenere la cittadinanza……..?
E fino a dove estendiamo la prestazione sessuale…? Palpeggiamenti, pompini, penetrazione, sollecitazioni di fantasie?
Quando ero all’università facevo studi matti e disperatissimi, eppure agli esami mi preoccupavo di truccarmi e vestirmi meglio che potevo (nel senso di provocante), certo i prof. erano tutti maschi, i miei  30 e lode non erano certo dovuti al trucco e alle gonne attillate, ma godevo di un’attenzione maggiore, che mi faceva “ascoltare” da parte dei prof, e non congedare alla prima inesattezza o errore, come  capitava ad altr*, avevo cioè tempo di correggermi, di mostrare quanto sapevo, e ricevevo sorrisi di incoraggiamento. Anche questo conta per un sereno svolgimento di un esame.
La stessa tecnica la adottavo con i Presisi, per la richiesta di supplenze… e via dicendo.
Non è lo stesso comportamento da puttana, anche se non c’era sesso esplicito, ma accontentavo in qualche modo le loro fantasie?
Concludo: lo facevo e lo farei ancora se fosse necessario (e io non avessi quasi 70 anni!), ma questo non vuol dire che non  lo ritenga frutto dell’ordine patriarcale e come tale da scardinare.
Franco:
Scrive Lea Melandri: “Spesso infatti ci si chiede solo se la prostituzione possa essere considerata un lavoro o meno (domanda di ripiego che non va al nocciolo della questione) invece di affrontare la problematica della sessualità femminile e il rapporto di dominazione tra i generi. Insomma, si agisce sempre a valle con leggi approssimative a mai a monte. La violenza non è più da considerarsi un fatto privato, una patologia: è un aspetto della sessualità in tutta la sua articolazione.”
Vorrei cominciare da questa affermazione perché affronta in poche righe almeno tre problemi connessi ma anche diversi fra loro. La prostituzione non può essere considerata un lavoro, neppure nel caso in cui si avvicini di più a una libera scelta: su questo concordo in pieno e vorrei anche dire che la domanda stessa andrebbe abbandonata perché porta in un vicolo cieco di infinite discussioni che rischiano di approdare a nulla.
Anni fa, ricordo che scoppiò uno scandalo perché polizia e carabinieri scoprirono un giro di squillo d’alto bordo – come cambia in fretta il linguaggio a proposito – che coinvolgeva addirittura donne che svolgevano professioni assolutamente di prestigio e avevano incarichi di responsabilità: ricordo distintamente che fra loro c’era una funzionaria di un’importante banca milanese. Queste donne davano la loro disponibilità per incontri riservatissimi e occasionali (uno al mese ma anche due o tre in un anno) per cifre molto alte e per ragioni a volte singolari: ricordo un articolo che insisteva molto su una famiglia siciliana altolocata che si era avvalsa di questa possibilità per iniziare un figlio, forse in odore di omosessualità, alla sessualità eterosessuale. Ora, è chiaro che parlare in un caso come questo (eccezionale peraltro), di sfruttamento della prostituzione in senso classico non avrebbe senso, ma definirlo tout court un lavoro (nel caso specifico un secondo lavoro), neppure. Si trattava di un caso limite di quell’uso e abuso del proprio corpo che è un sintomo di alienazione più che non di prostituzione in senso stretto, che è altra cosa, come ben sappiamo: brutale sfruttamento ai limiti dello schiavismo, che alimenta una rete criminale che va dalla tratta di esseri umani, commercio di droga ecc.
Melandri lamenta che si agisca a valle e non a monte del fenomeno e tutto sommato, anche nelle diverse articolazioni degli interventi inviati da Adriana, è di questo che si discute, una volta stabilito che le strategie solo repressive non risolvono il problema. Vedo due posizioni classiche: o tentativi di riduzione del danno, oppure tolleranza zero come suggerisce di Elvira Reale. Anche il dibattito fra diverse voci femminili e femministe non è andato oltre questo. Cosa vuole dire, allora mettere in atto delle strategie a monte? L’area che sta a monte del problema è molto vasta perché comprende, sia aspetti strettamente repressivi nei confronti della tratta di persone, con un’attenzione specifica al fenomeno della prostituzione, sia un percorso culturale e anche antropologico, che interroghi il desiderio, la domanda inespressa o almeno opaca di chi cerca una relazione prostituita: in sostanza quello che secondo me riassume bene Ciccone: “La soluzione alla prostituzione non sta nella regolamentazione o nel giudizio ma nel bisogno di rivedere il significato del desiderio e del confronto. Concludendo si potrebbe sottolineare che parlare di prostituzione non significa parlare di prostitute ma trattare tematiche di ampio respiro che riguardano la società e la cultura, la storia del rapporto tra i due generi sessuali, il potere economico, la violenza e la sopraffazione… Significa interrogarsi sulla domanda di prostituzione oltre che sull’offerta, andando ad indagare i retroscena del fenomeno e cercando un dialogo tra uomo e donna. Aprire una disquisizione tra chi si occupa di problematiche di genere e gli “addetti ai lavori” che studiano il fenomeno più da vicino.”
A questo Melandri aggiunge la questione della violenza declinandola in una frase che andrebbe meglio spiegata: infatti, quando afferma che “la violenza non è una patologia ma un aspetto della sessualità in tutta la sua articolazione”, vorrei capire meglio, perché se leggo la frase alla lettera devo intendere che la violenza è intrinseca alla sessualità e allora non vedo davvero cosa ci sia da fare!
In attesa di capire meglio questo, ritorno alle strategie a monte. Le prime sono di carattere repressivo: stroncare il traffico di corpi umani, colpire i poteri criminali che li gestiscono. Naturalmente sembra ovvio, ma lo è molto meno di prima per due ragioni: una delle conseguenze dell’avvento di un neoliberismo che non ha più vincoli di sorta, nel senso che non incontra la forza di una opposizione consistente, è il venir meno progressivo delle barriere che separano economia legale da economia criminale. Quest’ultima, non è più un fenomeno di nicchia che vive nei pori della struttura economica ricavando alcuni spazi per sé, ma costituisce un vero e proprio settore economico che crea persino lavoro (nero ovviamente), crea reddito (con annessa evasione fiscale) e fa circolare il denaro. Seconda questione. La perdita di sovranità degli stati nazionali è sotto gli occhi di tutti: qualsiasi strategia di contrasto alla criminalità organizzata richiede risorse e investimenti che possono essere pensati solo con un recupero di sovranità, oppure per grandi aree territoriali aggregate, per esempio l’Unione Europea: siamo anni luce lontani dal pensarlo.
A monte c’è tutta un’altra serie di questioni più discrete e sottili, di carattere culturale, antropologico, cui accenna Ciccone nei due passaggi citati, ma anche sono ampiamente trattati sia da Lenzi, Reale, Melandri ecc. Un’antica espressione come educazione sentimentale non mi sembra fuori luogo, magari interpretandola in modo nuovo ed esteso, come educazione al desiderio, al rispetto, alla libertà dell’altro o dell’altra. In quali ambiti questo può avvenire? Lasciamo perdere la famiglia, la scuola di certo e se si vanno a vedere le richieste di dibattito nelle scuole occupate si scopre di quanto bisogno ci sia di affrontare queste problematiche, ma che accade alla fine delle occupazioni? Poi ci sono tutti gli ambiti ricordati dagli interventi di tutti e di tutte: il dialogo con gli operatori che operano sul campo, tutti quei segmenti di auto organizzazione del sociale (dalle case delle donne maltrattate, ai pochi consultori che ancora ci sono, a chi opera sul terreno della prevenzione nei più svariati modi, a maschile plurale ecc.) che possono diventare – perché no – ambiti nei quali discutere, avviare quel dialogo fra uomini e donne auspicato da Ciccone, elaborare strategie che forse possono anche conciliare la radicalità di una tolleranza zero con soluzioni più flessibili di riduzione del danno. È a questo punti che riprendo un passaggio dell’intervento di Paolo che mi sembra quanto mai importante:
“… Tuttavia che noi uomini ci mettiamo a parlare della nostra identità, del nostro corpo, del nostro desiderio resta ancora un fatto per adolescenti e pensionati. Voglio dire che l’organizzazione del lavoro attuale, fordismo o meno, nell’epoca della produttività media non ha tempo da dedicare alla ridefinizione dei ruoli e alla rimessa in discussione dei principi sui quali si basa. L’organizzazione capitalistica non fa che usare, a bocce ferme, quanto secoli di patriarcato hanno sedimentato nell’immaginario comune rendendo il tutto molto  più feroce e amorale, relegandolo nelle retrovie dell’identità come contraddizioni marginali. Se nel patriarcato precapitalistico stesso potevano esserci processi lenti di ridefinizione – paradossalmente il contatto ancora poco inquinato con la natura poteva favorirli- a partire dall’Ottocento le uniche trasformazioni possibili diventano quelle determinate dalle nuove tecnologie che richiedono appunto il massimo grado di produttività: nessun tempo dunque per riflettere sul desiderio e sull’eros, roba buona per artisti girovaghi e perditempo e per le donnette.”
Dando per scontato che il drammatico accantonamento dell’idea stessa di welfare andrà a colpire prima di tutto i suoi punti alti, che pure si erano tradotti in pezzi di percorsi istituzionali durante tutto il decennio ’70, dando per scontato che il restringimento drammatico degli spazi di democrazia e libertà sia connaturato al neoliberismo, che considero una forma nuova di feroce dittatura che non sappiamo ancora riconoscere perchè non tocca la cosiddetta libertà di espressione (cioè il barnum di opinioni quante se ne vuole, tanto sono ininfluenti rispetto al funzionamento dei gangli vitali del neoliberismo), credo che occorra ripartire dai segmenti auto organizzati e auto coscienti presenti nella società, ponendosi il problema di una loro intersezione e unificazione a un livello più alto, inteso però come processo di elevazione di autocoscienza e non di una coscienza che viene dall’esterno. Tempi lunghi, anzi, lunghissimi, ma non vedo altra possibilità, se non quella di sapersi anche accontentare di passi avanti parziali.
Adriana:
Rispetto a quest’ultimo scritto di Franco, ho apprezzato la chiarezza di impostazione e le riflessioni in merito all’intreccio desiderio maschile, prostituzione e violenza, voglio solo aggiungere due considerazioni, la prima in merito alla frase di Melandri che la violenza “non è una patologia ma un aspetto della sessualità in tutta la sua articolazione”, questa frase riconduce il fenomeno della violenza maschile sulle donne alla sua dimensione di costruzione culturale modellata dal patriarcato, dandole rilevanza sociale e  sottraendola alla rubricazione  tra le patologie individuali.
Tra l’altro questo è l’unico modo per combatterla effettivamente, smontando l’idea che si debbano intensificare  le pene individuali dei violenti.
La sessualità, come tutti gli aspetti della vita umana si basa su  dati di natura: il dimorfismo sessuale di uomini e donne, le caratteristiche dei processi primari e secondari maschili e femminili di eccitazione, godimento, scarica di tensione… che tutti conosciamo bene, ma tutti questi fenomeni naturali vengono da noi vissuti in una rete di relazioni tra noi e il mondo, associazioni fantastiche, consapevoli o inconsapevoli, norme e trasgressioni, divieti e sanzioni…, e soprattutto relazioni tra donne e uomini.
Questa rete costituisce la struttura di base di modelli di sessualità “maschile” e “femminile” e conseguenti comportamenti ai quali dovrebbero conformarsi donne e uomini pena, il disordine sociale, il guaio è che spesso questo non avviene.
Modelli che si evolvono e si modificano nel corso del tempo, si modernizzano, parallelamente alle trasformazioni sociali, senza intaccare l’ordine del discorso sul quale si basa: uomini dalla sessualità violenta e incontrollabile, che va tenuta a freno e educata prima di tutto dagli stessi uomini (ma non tutti sono in grado, qualcuno ogni tanto va fuori di testa, di qui le patologie individuali con conseguenze più o meno gravi: violenza, omosessualità, che vanno controllate, curate, represse), e poi dalle donne, la cui sessualità può essere facilmente addomesticata, sublimata nell’amore e nella tenerezza, addirittura le donne possono rinunciare senza gravi complicazioni (ma dopo Freud e le isteriche questo è più difficile da sostenere).
Inoltre le donne dovrebbero anche essere consapevoli dei rischi ai quali vanno incontro se infrangono certe regole, scritte o non scritte, se non si conformano (educazione di genere).
La sessualità patriarcale è una costruzione sociale “naturalizzata”, in questa costruzione sociale e in tutte le sue articolazioni è insita la violenza degli uomini sulle donne, che può esprimersi a diversi gradi e livelli.
A questo è collegato anche il concetto di educazione sessuale, svolto nelle scuole, che non è educazione sentimentale, bensì conferma da parte di operatori e operatrici sociali (medici, a volte preti…) della visione di sessualità dominante, e illustrazione più o meno tecnica del funzionamento degli organi sessuali maschili e femminile, con annesse raccomandazioni per evitare effetti indesiderati (gravidanze e malattie)
Paolo:
Nella cultura patriarcale la prostituta è sempre tanto esecrata quanto considerata necessaria. Per Sant’Agostino esse sono la fogna dell’umanità epperò necessarie per scaricarci dentro il surplus di ormoni maschili e salvaguardare così le donne per bene dall’aggressività maschile. Per quanto necessarie comunque occupano nella considerazione sociale il posto più basso, ben al di sotto dell’ultimo dei maschi. L’offerta è altissima, ma poco ci si sofferma sul fatto che essa dipende da una domanda altrettanta alta. Il problema è quanto meno altrettanto maschile che femminile ma società e politica sono fermamente determinate a regolamentare in molteplici modi la prostituzione femminile, mentre timide restano le iniziative nei confronti del maschio. Il fatto è che nella cultura patriarcale vive e vegeta il paradosso secondo il quale il maschio profittatore, ricco di desiderio e di capacità di soddisfarlo anche con violenza piratesca (e di conseguenza il maschio ladro, grassatore e sfruttatore) contenga in sé un surplus ammirevole di ‘natura’ fatto di audacia, improntitudine avanguardistica, fierezza di homo faber: natura degna di ammirazione costante, mentre la prostituta vale solo per il tempo della sua prestazione. Nelle società industrializzate e democratiche del Novecento (rammento en passant che l’accumulazione capitalistica inglese che ha dato vita all’impero britannico nasce dalla pirateria!) la letteratura intorno al bandito, bello e attraente, che prende senza chiedere, è talmente fiorita che nessuno di noi può negare di non essere quasi sempre dalla sua parte, soprattutto se è di estrazione proletaria, in tanti film o romanzi. Questa cultura affonda le sue radici non solo nella cultura patristica ma direttamente in quella patriarcale sin dalle origini e dunque nella società omerica. Non a caso Ermes, protettore dei mercanti e dei ladri, è a pieno titolo uno degli dei dell’Olimpo di cui è messaggero. Afrodite, dea dell’amore, non protegge le prostitute (tranne quelle sacre che vivono chiuse nei templi a lei dedicati e che sono appunto eccezioni e a vantaggio esclusivo dei sacerdoti). Bene che vada per l’appunto, anche oggi, non vengono rigettate soluzioni che tendono a ghettizzare le prostitute in luoghi ad hoc gestiti dalla comunità. Quando le vittime sono prostitute, ci avverte Adriana su FB, nemmeno il femminicidio ha risonanza mediatica, come è il caso recente di Franca Abumen. Il problema è nella nostra cultura, cultura di genere maschile con i caratteri che conosciamo e che l’organizzazione capitalistica del lavoro esaspera e degrada.
Laura:
Cominciamo dal caso della prostituzione scelta solo per amore del denaro. Vendita del proprio corpo e favoreggiamento al commercio sessuale di altre donne, magari meno consapevoli e ciniche, che divengono povere vittime , illuse da uomini che fanno del loro desiderio una lusinga  cui le più sprovvedute abboccano. Il corpo mercificato per ottenere favori non è una novità, specie nell’ambiente dello spettacolo. Oggi il sistema dell’informazione ci racconta tutto quello che un tempo veniva ipocritamente definito “balletti rosa”. Donne di questo tipo mi offendono come donna per questo scaltro e venale modo d’agire.
Anche altre prostitute (specie le immigrate, spesso schiavizzate) lo fanno per soldi, come lavoro retribuito, ovviamente e spesso il “protettore” non lascia loro scelta. Ma alcune ragazze ucraine che ho frequentato mi hanno confermato che non si tratta sempre di una scelta così obbligata, quella del marciapiede. Sfuggire si può, dicevano.
Poi ci sono quelle che si definiscono “lavoratrici del sesso”, consapevoli, sindacalizzate  che non vorrei rinchiudere in zone a luci rosse, ma preferirei che esercitassero tra le mura domestiche, come in Gran Bretagna. Certo, ci sono problemi condominiali, ma c’è anche modo di superare questo ostacolo, credo .
Tutte esistono per dare risposta al desiderio maschile “incontenibile” “testosteronico” (come se le donne non provassero desiderio!!!). Chiaramente in tal modo subentra la prestazione che mai si chiederebbe a una moglie, perché lei  rifiuterebbe , racchiusa in uno schema angelicato di madre (quasi  vergine), ma che neppure  il maschio vorrebbe esigere da una donna che rispecchia l’immagine della propria madre, che non si vuole neppure sospettare dedita ad  attività trasgressive.

EDITORIALE DELLA RIVISTA OVER LEFTultima modifica: 2013-01-27T20:18:55+00:00da mangano1
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