DEMETRIO PAOLIN – IL TESTIMONE DEI SENZA VOCE

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DEMETRIO PAOLIN – IL TESTIMONE DEI SENZA VOCE
pubblicata da Vladimir D’Amora il giorno Sabato 26 gennaio 2013 alle ore 18.54 ·

 
 
 
L’opera di Primo Levi è il racconto del rapporto tra i «sommersi» e i superstiti dei campi di sterminio nazisti. Nel fare questo ha narrato l’esperienza del lager mettendo a testa in giù la mistica, rappresentando «il male radicale» invece che il «bene sommo».
 
 
 
Primo Levi è certamente un testimone dello sterminio che i nazisti portarono a compimento negli anni della Seconda guerra mondiale. Nessuno potrebbe in qualche modo obiettare nulla rispetto a tale affermazione, ma è importante sottolineare come l’atto del testimoniare in Levi non sia così scontato e come il binomio «Levi/testimone» risulti in realtà molto più difficile da districare. Levi, in certo senso, paga il dazio di un’immagine che lui stesso si è costruito: di scrittore del nitore, del difensore della chiarezza contro l’oscurità (si pensi alle pagine de L’altrui Mestiere su Celan e Pound). In primo luogo è importante sottolineare come in Levi l’azione del testimoniare non sia neutra, ma abbia a che fare con il dolore e l’angoscia.
Levi sembra semmai tracciare una sorta di linea di continuità tra il testimone e il superstite, che si trovano accomunati dal bisogno di raccontare. Ne è una ulteriore prova l’introduzione che Levi scrive al libro La vita offesa, in cui sono raccolte le testimonianze dei deportati piemontesi. Nella prefazione lo scrittore torinese afferma: «Per il reduce, raccontare è una impresa importante e complessa. È percepita ad un tempo come un obbligo morale e civile, come un bisogno primario, liberatorio, e come una promozione sociale». È chiaro come il sopravvissuto/reduce e il testimone paiono combaciare. Ne I sommersi e i salvati traccia un ritratto del testimone, che aggiunge qualcosa di nuovo: «Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto; ma sono loro, i mussulmani, i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe avuto significato generale».
 
La massa anonima
 
Il mussulmano, colui che ha toccato il fondo, è dunque il testimone completo, è il testimone integro. Il termine integrale, usato dallo scrittore, ci porta però al termine integro. Entrambe le parole si muovono nello stesso ambito semantico, ma la seconda ha una sfumatura morale. Integro si dice di un uomo perbene, di un uomo tutto d’un pezzo, che non fa compromessi. La mia impressione è che Levi voglia dare una connotazione morale al testimone. Il binomio «testimone integrale» è stato letto come una ipotesi per «assurdo»: i veri testimoni sono coloro che non possono parlare. Mentre secondo me Levi pone il discrimine nell’ambito morale. A conferma di ciò si prenda la descrizione dei superstiti che lo scrittore torinese fornisce in queste poche righe. «Noi sopravvissuti (…) siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo». Un altro dei luoghi comuni da sfatare è che Se questo è un uomo sia un libro scritto di getto, venuto fuori in modo spontaneo. Levi stesso, però, definisce la sua prima opera «gremita di letteratura», che è stata più volte riscritta e rielaborata. Gli interventi di Levi, anche quelli minimi, tendono a modificare profondamente il testo. Prendiamo ad esempio la descrizione dei mussulmani in Se questo è un uomo: «La loro vita è breve ma il loro numero è sterminato; sono loro, i Musulmanner, i sommersi, il nerbo del campo; loro, la massa anonima, continuamente rinnovata e sempre identica, dei non-uomini che marciano e fatica- no in silenzio, (…). Essi popolano la mia memoria della loro presenza senza volto, e se potessi racchiudere in una immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine». La citazione è centrale in primo luogo perché evidenzia una sorta di cortocircuito: i veri testimoni sono colo- ro che hanno toccato il fondo, ma nello stesso tempo essi rappresentano «l’immagine di tutto il male del nostro tempo».
 
Tra fantasia e memoria
 
Il soggetto della testimonianza e il suo oggetto coincidono, e questo come vedremo fa sì che Levi scelga un posizione terza e diversa rispetto a tale sovrapposizione. I deportati hanno vissuto la più totale esperienza di male. L’unico modo di poter raccontare questa immersione nel male radicale è data dalla mistica. È ovviamente una mistica paradossale, a testa in giù, in cui l’oggetto della visione non è appunto il sommo bene, ma il male radicale. In questo senso un primo fondamentale indizio ci è dato proprio dal lavoro di riscrittura di Levi. Nell’edizione Da Silva la frase riportata è praticamente identica tranne che per una parte, questa: «Essi popolano la mia fantasia». Nell’edizione Einaudi il termine fantasia è sostituito da memoria. L’area semantica è certamente dantesca, e in particolare paradisiaca. La sostituzione può avere due diverse ragioni, entrambe valide. Da un lato c’è lo scrupolo dell’autore: Levi vuole dare un racconto veridico dei fatti e il termine «fantasia» legato al nucleo centrale stesso della sua testimonianza potrebbe suonare falsante. Nello stesso tempo, proprio pensando al discorso della mistica a testa in giù, non possiamo dimenticare come la memoria sia la facoltà principale e primaria della scrittura mistica. Il mistico non può scrivere in presa diretta, ma può solo riportare il ricordo di ciò che ha vissuto. Non è un caso quindi che Levi torni spesso a riflettere sulla memoria e che ad essa sia legata uno dei capitoli de I sommersi e i salvati, si ricordi l’incipit del libro: «La memoria umana è uno strumenti meraviglioso ma fallace».
 
Omissioni mistiche
 
L’esempio fornito è indicatore di una tensione che attraversa l’intera opera leviana tra di scrittura e testimonianza: un esempio può essere rintracciato nell’assenza della descrizione delle camere a gas. Il capitolo Ottobre 1944 contiene alcune delle pagine più belle dell’intera opera leviana e si conclude, però con una vistosa reticenza: assistiamo alla selezione, assistiamo alla funesta o funerea gioia di chi è stato risparmiato, ma la fine dei compagni scelti non ci viene raccontata. Nel libro sono molte le occasioni in cui Levi decide che è meglio tacere, si prenda il Canto di Ulisse: «basta bisogna proseguire, queste sono cose che si pensano ma non si dicono». Sta di fatto che Levi omette di raccontare un evento decisivo come testimone: il funzionamento delle camere a gas. L’anomalia è ancora più vistosa se pensiamo che negli stessi anni in cui Levi scrive queste pagine redige un articolo per una rivista scientifica, La minerva medica, proprio sul funzionamento del sistema di sterminio. La scelta di tacere delle camere a gas è quindi essenzialmente una scelta letteraria, che riguarda sempre la mistica: il mistico vede tutto, ma non dice tutto.
Il racconto della selezione e il successivo anatema sulla preghiera di Khun aprono un’ulteriore riflessione che riguarda il punto di vista di Levi rispetto alla materia narrata. Se questo è uomo è scritto con una prima persona, che per usare una felice espressione di Anna Bravo e Daniele Jalla quello di Levi potremmo definire «io intermittente». Basta scorrere velocemente le pagine di Ottobre 1944: il capitolo inizia con la prima persona plurale: «Con tutte le nostre forze abbiamo lottato perché l’inverno non venisse»; quindi si torna all’io «su questa esigua base anch’io ho attraversato la grande selezione dell’ottobre 1944». Si ripassa al noi «già molti sonnecchiano, quando uno scatenarsi di comandi, di bestemmie e di colpi indica che la commissione è in arrivo». E si chiude con un ritorno alla prima persona: «Se io fossi Dio, sputerei a terra la preghiera di Khun».
È indubbio, però, che ci sia una differenza tra l’uso della prima persona con la quale Levi racconta la sua personale esperienza della selezione e quello con cui lancia l’anatema contro l’uomo che ringrazia Dio per aver scampato la morte. In questo caso l’io non è l’io immerso nei fatti, ma è l’io esterno a essi che giudica e guarda la storia quando essa si è compiuta. Esiste, quindi, un tempo presente della storia e un tempo presente della scrittura della storia, che alcune volte coincidono e altre collidono, e la dismisura tra ciò che si è vissuto e quello che si è scritto porta il testimone stesso a dubitare di sé: «Oggi questo vero oggi in cui sto seduto a un tavolo e scrivo, io stesso non sono convinto che queste cose sono realmente accadute». Un testimoniare in perenne dubbio, sempre in bilico tra esposizione dei fatti e sua interpretazione, dondolante tra una scrittura in presa diretta (il presente storico) e una riflessione esistenziale (il presente gnomico), ci mostra come Levi e la sua opera non siano un monumento o una lapide sui cui appoggiare una corona di fiori nel giorno della memoria, ma un’altissima opera letteraria, il cui compito è dire «qualcosa di gigantesco che io stesso ho visto ora soltanto, nell’intuizione di un attimo, forse il perché del nostro destino, e del nostro essere oggi qui».
 
 
 
 
fonte: il manifesto
          venerdì 25 gen

DEMETRIO PAOLIN – IL TESTIMONE DEI SENZA VOCEultima modifica: 2013-01-27T20:16:19+00:00da mangano1
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