GIUSEPPE BAILONE,Spinoza: “Il fine dello Stato è la libertà”

Spinoza: “Il fine dello Stato è la libertà”

 

E’ questa la tesi fondgoccia.jpegamentale del Trattato teologico-politico.[1]

Libertà, non solo per i filosofi di filosofare, come recita il sottotitolo,[2] ma, in senso ampio, libertà per ogni individuo di realizzare la propria natura, il proprio conatus, il proprio diritto naturale.

Spinoza identifica il diritto naturale con la potenza del conatus.

“Per diritto e istituto di natura non intendo altro che le regole della natura di ogni individuo, secondo le quali concepiamo qualunque cosa naturalmente determinata ad esistere e ad operare in un certo modo. Per esempio, i pesci sono determinati dalla natura a nuotare, i grandi a mangiare i più piccoli, e perciò i pesci per supremo diritto naturale si servono dell’acqua e i grandi mangiano i più piccoli. E’ certo, infatti, che la natura, considerata in assoluto, ha il supremo diritto a tutto ciò che essa può, cioè che il diritto della natura si estende fin dove si estende la sua potenza, e la potenza della natura è la stessa potenza di Dio, il quale ha il supremo diritto a tutto”.[3]

Anche per l’uomo, nello stato di natura, il diritto coincide col suo potere.

“Tra gli uomini, finché li consideriamo vivere sotto il dominio della sola natura, vive per supremo diritto tanto colui che non conosce ancora la ragione, o che non ha ancora l’abito della virtù, e vive secondo le sole leggi dell’appetito, quanto colui che dirige la propria vita secondo le regole della ragione. […] Dunque, qualunque cosa ciascuno, considerato sotto il solo dominio della natura, giudica per sé utile, o per la guida della retta ragione o per l’impeto degli affetti, per supremo diritto di natura gli è lecito appetirla e prenderne possesso in qualunque modo, sia con la forza, sia con l’inganno, sia con le preghiere, sia, infine, in qualunque maniera potrà farlo più facilmente, e, di conseguenza, gli è lecito considerare come nemico chiunque voglia impedire la realizzazione del suo proposito”.[4]

Il diritto naturale consente tutto ciò che si è in potere effettivo di fare e non mette limite normativo alcuno. Infatti, “non proibisce se non ciò che nessuno desidera e nessuno può; non respinge né le contese, né gli odi, né l’ira, né gli inganni, né in assoluto alcunché a cui induce l’appetito. E ciò non fa meraviglia, perché la natura non è limitata dalle leggi della ragione umana”.[5]

Le leggi naturali e le leggi della ragione umana sono cose ben diverse.

Una distinzione fondamentale.

Nell’infinito mondo naturale l’uomo è capace di costruirsi un suo mondo finito, governato dalle leggi della ragione. Solo in questo mondo umano hanno senso le parole “giusto” e “ingiusto”, “bene” e “male”, ecc. Nel mondo naturale esse sono illusorie proiezioni umane, dovute alla nostra presunzione di essere al centro e il fine di tutte le cose.

“Tutto ciò che in natura a noi sembra ridicolo, assurdo o cattivo, deriva dal fatto che conosciamo le cose solo in parte e per la massima parte ignoriamo l’ordine e la coerenza di tutta la natura, e dal fatto che pretendiamo che tutte le cose siano dirette come prescrive la nostra ragione, mentre, tuttavia, ciò che la ragione stabilisce come male, non è male rispetto all’ordine e alle leggi della natura universale, bensì soltanto rispetto alle leggi della sola nostra natura”.[6]

Il mondo sociale è una costruzione umana, resa possibile dal conatus dei singoli uomini, che non è mai privo di un barlume di ragione. Questo barlume è sufficiente per capire che dallo stato di natura conviene uscire, con un contratto di cooperazione e di convivenza. Ovviamente, questo contratto è in gran parte implicito e la sua consapevolezza è in rapporto ai diversi livelli di sviluppo razionale individuale.

Come Hobbes, Spinoza pensa che l’uomo non possa vivere da solo.

L’interesse individuale spinge alla cooperazione e alla convivenza.

Nello stato di natura il conatus individuale incontra molte difficoltà. Accordandosi con altri e creando la società, l’individuo potenzia il proprio conatus. Il passaggio dallo stato naturale a quello civile non significa la perdita della libertà, come Hobbes ha rappresentato nel frontespizio del De cive (che Spinoza conosceva). Significa, invece, più libertà.

L’antropologia spinoziana, non sbilanciata né in senso pessimistico, come in Hobbes, né in senso ottimistico, come negli utopisti, sostiene una concezione utilitaristica del contratto sociale molto rigorosa, senza paure o illusioni.

“La società è di grande utilità, anzi assolutamente necessaria, non solo per vivere in sicurezza rispetto ai nemici, ma anche per essere esonerati da molte cose. Se, infatti, gli uomini non volessero aiutarsi reciprocamente l’un l’altro, mancherebbero loro sia la capacità sia il tempo per fare, nei limiti di quanto è in loro potere, ciò che serve al loro sostentamento e alla loro conservazione. […] Vediamo infatti coloro che vivono nella barbarie, senza organizzazione politica, trascorrere una vita miserevole e quasi bestiale, e tuttavia quelle poche cose, misere e rozze, che hanno, non se le procurarono senza un aiuto reciproco, quale che esso sia”.[7]

Vivere in società è un bisogno naturale, ma le passioni rendono problematica la convivenza. Gli uomini, cioè, hanno bisogno di vivere in società, ma non ne sono naturalmente capaci: c’è bisogno dello Stato.

Spinoza fonda la legittimità del potere politico sull’interesse personale.

Lo Stato è un artificio umano creato nell’interesse dell’individuo.

In un mondo in cui era ancora prevalente l’idea teocratica che lo Stato fosse al servizio di un ordine divino, così come la religione lo aveva rivelato, Spinoza, come Hobbes, rovescia l’impostazione e mette lo Stato al servizio dell’uomo, dell’individuo.

Non è l’uomo che deve piegarsi a un ordine superiore, di cui lo Stato sia custode, è lo Stato che deve servire l’individuo e garantirgli non solo la sicurezza, come pensa Hobbes, ma la libertà di realizzare il suo conatus.

“Se gli uomini fossero formati dalla natura in modo tale da non desiderare nient’altro se non ciò che indica la vera ragione, la società non avrebbe affatto bisogno di leggi, ma in assoluto sarebbe sufficiente impartire agli uomini i veri insegnamenti morali perché facessero spontaneamente, con animo puro e libero, ciò che è veramente utile.

Ma la natura umana è ben diversamente conformata: tutti cercano sì la propria utilità, ma in minima parte lo fanno secondo il dettame della retta ragione; invece per lo più desiderano le cose e le giudicano utili trascinati soltanto da ciò che piace e dalle passioni dell’animo, non tenendo in alcun conto né il futuro né altre cose. Perciò avviene che nessuna società può sussistere senza il potere e la forza, né, di conseguenza, senza le leggi, che moderino e reprimano la dissolutezza e l’impulso sfrenato degli uomini.”

La forza coercitiva statale supplisce alla debolezza della ragione nella quasi totalità degli uomini e frena il potere devastante delle passioni; ma essa deve avere una misura: non può essere irrazionale, deve servire la ragione.

La misura del potere statale viene dalla sua funzione strumentale al servizio dell’uomo: lo Stato nasce per ampliare il diritto naturale individuale, non per ridurlo al solo diritto alla conservazione e alla difesa dalla morte violenta.

Il trasferimento del diritto naturale dagli individui allo Stato non è mai completo, non può, cioè, annullare l’umanità degli individui.

“Nessuno, infatti, potrà mai trasferire a un altro la sua potenza, e, di conseguenza il suo diritto, in modo tale da cessare di essere uomo. […] Sebbene il diritto e il potere dello Stato siano da noi concepiti abbastanza ampi, non avverrà mai, tuttavia, che si dia un potere così grande che coloro che lo detengono abbiano in assoluto la potenza di fare tutto ciò che vogliono”.[8]

Anche la natura dell’uomo mette un limite al potere statale coercitivo.

“La natura umana non sopporta una costrizione totale, e nessuno, come dice Seneca tragico, conservò a lungo il potere fondato sulla violenza: soltanto un potere moderato si mantiene”.

Non solo: a differenza di Hobbes, Spinoza pensa che la paura sia una passione sulla quale lo Stato non possa contare troppo.

“Infatti, finché gli uomini agiscono soltanto per paura, fanno ciò che proprio non vogliono fare e non si attengono al criterio dell’utilità o della necessità della cosa da farsi, ma si preoccupano esclusivamente di non essere condannati a morte o a una pena severa. Anzi, essi non possono che rallegrarsi del male o delle disgrazie di chi detiene il potere (anche se ciò comporta un grave danno per loro), e desiderare per lui ogni male, e, se possono, procurarglielo”.

Oltre un certo limite, la paura diventa pericolosa per il potere.

“Inoltre, gli uomini niente possono sopportare di meno che di servire i propri uguali e di essere governati da loro. Infine, niente è più difficile che togliere agli uomini la libertà una volta che sia stata loro concessa”.

Invece di concentrare il potere e renderlo sempre più oppressivo, conviene renderlo partecipato: “Tutta la società, se è possibile, deve detenere collegialmente il potere, in modo che tutti servano se stessi e nessuno sia tenuto a servire il suo uguale”.

Spinoza propone la democrazia in pieno Seicento!

Se non c’è democrazia e “pochi o uno solo detengono il potere, questi devono avere qualcosa di superiore alla comune natura umana, o almeno adoperarsi con tutte le loro forze per convincere il volgo di tale superiorità”.

A differenza di Hobbes: “In qualunque tipo di Stato le leggi devono essere istituite in modo che gli uomini siano frenati non tanto con la paura, quanto con la speranza di qualche bene che desiderano in modo particolare, poiché in questo modo faranno con passione il proprio dovere”.

Lo Stato migliore e più sicuro è quello democratico, perché il consenso è molto più affidabile della sola obbedienza.

“Poiché l’ubbidienza consiste nell’eseguire i comandi in base alla sola autorità di chi detiene il potere, ne segue che essa non ha luogo in una società nella quale il potere è nelle mani di tutti e le leggi sono stabilite sulla base del comune consenso; in una tale società, sia che le leggi aumentino sia che diminuiscano, il popolo rimane ugualmente libero, poiché non agisce sulla base dell’autorità di un altro, ma sulla base del proprio consenso. Il contrario accade, invece, quando uno solo detiene il potere in assoluto, poiché tutti eseguono gli ordini di tale potere sulla base dell’autorità di uno solo, e perciò, se tutti fin da principio non sono stati educati a pendere dalle labbra di chi detiene il potere, difficilmente questi potrà, all’occorrenza, stabilire nuove leggi e togliere al popolo la libertà una volta che gli sia stata concessa”.[9]

Il consenso è il miglior fondamento del potere politico, ma l’obbedienza è sempre opportuna, anzi necessaria, anche quando confligge con la ragione.

“Siamo obbligati ad eseguire perfettamente tutti i comandi del potere sovrano, per quanto comandi cose del tutto assurde: la ragione impone infatti di eseguire anche queste, per scegliere tra due mali il minore”.

Libertà di pensiero e libertà d’agire vanno tenute ben distinte.

Il diritto alla critica non comporta il diritto alla disobbedienza.

Come Socrate: le leggi si possono criticare, ma si devono rispettare.

Come Hobbes, anche Spinoza vede nella ribellione il male peggiore.

Negativo il giudizio sulla prima rivoluzione inglese.

“E’ avvenuto che il popolo abbia cambiato spesso il tiranno, ma mai lo abbia eliminato, e che non abbia potuto cambiare lo Stato monarchico in un altro di altra forma. Un esempio di come ciò sia inevitabile lo ha dato il popolo inglese, che cercò le ragioni con le quali togliere di mezzo il monarca sotto la parvenza del diritto; ma, una volta toltolo di mezzo, non poté affatto mutare la forma di Stato, e, dopo molto spargimento di sangue, si ottenne che un nuovo monarca venisse proclamato con un altro nome (come se tutto fosse stato questione solo del nome). […] Tardi il popolo si accorse che per il bene della patria non aveva fatto altro che violare il diritto del re legittimo e cambiare tutto in peggio. Decise pertanto, dove fu possibile, di ritornare sui suoi passi e non si calmò finché non vide ogni cosa restituita al suo precedente stato”.[10]

Per Spinoza, accade “assai raramente che le sovrane potestà comandino cose del tutto assurde, perché pesa soprattutto su loro, se vogliono aver cura di se stesse e mantenere il potere, il compito di provvedere al bene comune e di governare tutto secondo i dettami della ragione: nessuno, infatti, come dice Seneca, conservò a lungo il potere fondato sulla violenza”.[11]

Insomma, anche lo Stato ha il suo conatus, la sua naturale tendenza a conservarsi e ad affermarsi, a non distruggersi.

In democrazia, però, questa tendenza è più al sicuro.

“Nello Stato democratico le assurdità devono essere temute di meno. Infatti è quasi impossibile che la maggior parte di un’assemblea, se è numerosa, convenga su qualcosa di assurdo”.[12]

L’obbedienza è fondamentale in Spinoza come in Hobbes.

A Spinoza, però, lo Stato democratico sembra “il più naturale e il più conforme alla libertà che la natura concede a ciascuno. In esso, infatti, nessuno trasferisce il proprio diritto naturale ad un altro in modo che in seguito non sia più consultato, ma lo trasferisce alla maggior parte di tutta la società della quale è membro; e in questo modo tutti rimangono uguali, come lo erano prima nello stato di natura”.[13]

L’educazione all’obbedienza ha in regime democratico condizioni favorevoli e nella religione un fattore decisivo.

Come insegna la storia ebraica, in particolare quella di Mosè, la religione e le sue cerimonie hanno l’importante funzione di indurre il popolo all’obbedienza.

Anche le cerimonie dei cristiani furono istituite “in funzione della coesione della società”.[14]

Nello stato teocratico il potere politico e quello religioso sono la stessa cosa.

Spinoza, però, teorizza lo Stato fondato sull’interesse umano individuale e si pone, pertanto, il problema del rapporto del potere politico con quello religioso: lo risolve, come Hobbes, subordinando il secondo al primo.

In caso di conflitto? “Se la sovrana potestà comanda qualcosa contro la religione”, come ci si deve comportare?

“Bisogna obbedire al comando divino oppure a quello umano?”

E’ il problema dell’Antigone di Sofocle. Ecco la risposta di Spinoza:

“Bisogna ubbidire prima di tutto a Dio quando abbiamo una rivelazione certa e indubitabile. Ma, siccome riguardo alla religione gli uomini sono soliti errare al massimo grado e, per la diversità del loro ingegno, fingere molte cose con grande rivalità, come testimonia più che sufficientemente l’esperienza, è certo che se nessuno fosse tenuto per legge ad ubbidire alla sovrana autorità in quelle cose che egli ritiene di pertinenza della religione, allora il diritto dello Stato dipenderebbe dal diverso giudizio e affetto di ciascuno. Nessuno, infatti, sarebbe tenuto ad esso se lo giudicasse stabilito contro la sua fede e superstizione, e con questo pretesto, perciò, ciascuno potrebbe ritenersi autorizzato a fare qualunque cosa; e dato che in questo modo il diritto dello Stato sarebbe interamente violato, ne segue che alla sovrana autorità, alla quale soltanto spetta, sia per diritto divino sia per diritto naturale, di conservare e tutelare i diritti dello Stato, compete il diritto sovrano di stabilire, per quanto riguarda la religione, tutto ciò che crede, e che tutti sono tenuti ad ubbidire ai suoi decreti e comandi in tale materia, per la promessa fatta ad essa, che Dio vuole sia mantenuta. Se, poi, coloro che detengono il potere sono pagani, allora: o non si doveva con essi stipulare alcun patto, ma, piuttosto che trasferire a loro il proprio diritto, bisognava risolversi a sopportare le estreme conseguenze; oppure, una volta stipulato il patto e trasferito a loro il proprio diritto (poiché per ciò stesso ci si è privati del diritto di difendere se stessi e la religione), si è tenuti ad ubbidire a loro e a mantenere la promessa o, almeno, ad esservi costretti, ad eccezione di colui al quale Dio con una rivelazione certa abbia promesso un particolare aiuto contro il tiranno o abbia voluto che fosse espressamente esentato”.[15]

A conclusione del Trattato teologico-politico scrive:

“Niente è più sicuro per lo Stato del fatto che la pietà e la religione siano circoscritte al solo esercizio della carità e della giustizia, che il diritto delle supreme potestà, tanto riguardo alle cose sacre quanto riguardo alle cose profane, si riferisca solo alle azioni, e che per il resto si consenta a ognuno sia di pensare ciò che vuole sia di dire ciò che pensa”.[16]

 

Torino 15 dicembre 2012

                                                                             Giuseppe Bailone

[1] Trattato teologico-politico, 20, 6, in Tutte le opere, ed. Bompiani 2010, p. 1113.
[2] Ecco il testo: “In cui sono contenute alcune considerazioni con le quali si mostra che la libertà di filosofare non solo può essere concessa salve restando la religione e la pace dello Stato, ma non può essere tolta se non insieme alla pace dello Stato e alla stessa religione”.

[3] Ib. 16, 2, p. 1003.
[4] Ib. 16, 3, p. 1005.
[5] Ib. 16, 3, p. 1007.
[6] Ib. 16, 4, p. 1007.
[7] Ib. 5,7, pp. 765-767.
[8] Ib. 17, 1-4, pp. 1029-1033.
[9] Ib. 5, 8-9, pp. 767-769.
[10] Ib. 18, 7-8, p. 1085.
[11] Ib. 16, 9. p. 1013.
[12] Ib. 16, 9, p. 1015.
[13] Ib. 16, 11, p. 1017.
[14] Ib. 5, 13, p. 773.
[15] Ib. 16, 21-22. P. 1027.
[16] Ib. 20, 17, p. 1125.

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