Ennio Abate Fortini ricordato nel 2012

Ennio Abate
Fortini ricordato nel 2012
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(e agli smemorati).

Pubblico la lezione che ho tenuto nell’ambito del PaviArt Poetry svoltosi le locale di Santa Maria Gualtieri di Pavia dal 23 al 25 novembre (qui). [E.A.]

Chi era Fortini?
«Un  bel volto caparbio, occhi chiari e indagatori, sobrie le movenze, cappotto blu e taccuino di appunti sotto mano. Siamo prima di tutto il nostro corpo, ed egli si teneva riservato, in guardia, nella sua bella persona, senza concedersi alcuna eccentricità. Non si finse metalmeccanico nei cortei operai né ragazzino fra gli studenti in corsa né un quidam de populo se lo fermava la polizia. Mai si lasciò catturare da un’establishment e mai si travestì da emarginato. Era stato povero, aveva tirato la vita e accumulato saperi con tenacia e diletto, sapeva di essere quello che era. Non si lasciava andare, le sue famose collere erano meditate, gli interventi brevi e mirati; non espose mai tormenti che non fossero della ragione. Salvo forse la pena dell’invecchiare. […] Nel declinare del secolo e dell’esistenza gli era caduta addosso una stanchezza. Non smise di scontrarsi – era un cavallo da combattimento […] E non c’era osso che non gli dolesse al dubitare degli esiti, non della verità, del suo pugnare – il vero, la verità la mia verità, le nostre, ricorrono nei suoi scritti in opposizione al nulla, il niente cui gli appariva trascinato il mondo. […] Rompeva sperati dialoghi e imprese comuni – imprese di ricerca, dunque politiche, dunque di ordine morale, dunque non negoziabili. Che politica ed etica non si potessero separare era un comando della sapienza ebraica e di quella cristiana, le assumeva tutte e due. Non c’è operare lecito se non mira a un più di umanità, a che l’uomo, come scriveva ai posteri il suo amato Brecht, sia finalmente amico dell’uomo».
 
Così lo descrive Rossanda,[1]che lo conobbe bene e da vicino. E così conclude il suo ritratto, consegnandolo al nostro problematico oggi: «Fortini giace insepolto fuori delle mura. E si spiega: ha voluto essere una voce poetica di quella parte del secolo che aveva tentato l’assalto al cielo d’un cambiamento del mondo, ha perduto ed è ricaduta fra le maledizioni del Novecento e l’inizio di un millennio che non ne sopporta il ricordo».
 
Per contestualizzarlo nella storia, rifacciamo ora  telegraficamente il suo percorso di vita. Nasce nel 1917  a Firenze. Il padre è un avvocato ebreo poco praticante. Madre cattolica. Letture autodidatte: Jack London, Dostoevskij, Pirandello e poi Joyce e Döblin e Malraux. E poi Montale, la Firenze letteraria, «Solaria» assieme agli studi di giurisprudenza e ai primi versi inviati ai Littoriali del fascismo. Le leggi razziali gli tolsero la tessera del GUF. Tentativi di farsi riammettere. A 22 anni avvicinamento alla chiesa valdese e battesimo. Poi l’arresto del padre, la guerra. Nel 1941 la chiamata alle armi e nel frattempo studi universitari con sue  incertezze fra letteratura e storia dell’arte. Fino all’8 settembre del 1943, quando assieme ad altri dispersi si rifugia in Svizzera. Qui entra nel Partito socialista. Tenta di stare nella resistenza della Repubblica d’Ossola. Poi a Zurigo incontra Ruth Leiser, che sarà sua moglie e compagna della vita. Il  Partito socialista lo delude (vi era considerato niente di più che un «compagno intellettuale»). Incrocia  il «Politecnico» di Vittorini e  provano assieme tutta la diffidenza del PCI per una rivista non allineata. Dei difficili rapporti con socialisti e comunisti fece un severo consuntivo in «Dieci inverni», uscito solo dopo la rivolta d’Ungheria del 1956. Fu tra i pochi intellettuali che criticarono allora l’Urss non in nome della libertà intellettuale repressa ma in nome della rivoluzione del 1917.  E di fronte al dilemma: o si sta con l’Urss o si è contro gli sfruttati sostenne l’idea che si poteva e si doveva essere comunisti anche senza avere alle spalle un grande paese e un grande partito. Il suo comunismo allora  si alimentò del Marx degli scritti giovanili e del Lukàcs di Storia e coscienza di classe più che del Marx del Capitale. Lavorò due anni alla Olivetti di Adriano Olivetti a Ivrea. Ma si mise dalla parte degli operai in sciopero e finì  fuori ad insegnare in una scuola secondaria a Milano. Fu ostile al «realismo socialista» imposto in Urss dal 1927 e al nazional-popolare italiano vagamente gramsciano. E si tenne distante dalle tendenze anarchico-trockiste degli intellettuali francesi pur amando i surrealisti. Scelse presto, forse anche per influsso della moglie Ruth, i tedeschi: Brecht, i francofortesi come Adorno (Minima moralia uscì in Italia nel 1954) e poi Benjamin, e più tardi Marcuse. Nel mare delle sue letture personali e professionali ci fu una solida area di autori fissi, da lui avvicinata tra 1946 e 1956: Gramsci, Sartre, Lukàcs, Goldmann, Brecht, Adorno, Benjamin. Poi Merlau-Ponty, Bloch, Auerbach. Partecipò senza soste e sia pur con rotture al lavoro sotterraneo delle riviste: «Discussioni», «Ragionamenti» (gemella di «Arguments» di Barthes e Morin), «Officina» (con Pasolini, Romanò, Leonetti, Scalia e Roversi). E iniziò un suo rapporto tormentoso con Pasolini. Nei primi anni Sessanta in Italia si  mossero gli operai anche contro i partiti. E nel 1961 fu con Panzieri e i «Quaderni rossi» nelle lotte di fabbrica a Torino. E poi nei «Quaderni piacentini». Nel 1967, di fronte alla guerra dei Sei giorni, scandalizzò la comunità ebraica, allineatasi con lo Stato di Israele, rivendicando nei «Cani del Sinai» che essere ebreo  non giustificava l’ingiustizia esercitata sui palestinesi.  Nel ’68 non era più un giovane e il suo contributo al movimento degli studenti fu di fiancheggiamento e di critica: mise in guardia i giovani contro la fede ingenua nella spontaneità e nell’informalità e contro l’indifferenza verso i saperi e il rifiuto di un progetto. Fu contro «il sogno avanguardistico di inventare una lingua nuova», che rompesse ogni legame con la borghesia. E finì isolato sia dalla nuova sinistra che dalla sinistra storica. Di questa il vero portavoce fu Pasolini con la sua invettiva contro gli studenti  e a favore dei celerini, figli dei poveri. Poi la sconfitta del movimento si fece chiara.  Fortini si tenne a distanza anche dal movimento del ’77.  La storia prendeva un’altra direzione. Ma lui ostinato  sperò fino agli ultimi anni di vita: in una delle sue ultime poesie si richiamò al soldato sovietico che nel 1941 aveva arringato i suoi commilitoni dicendo:«Non possiamo più […] ritirarci. Abbiamo Mosca alle spalle». I suoi ultimi anni li dedicò all’insegnamento all’Università di Siena e alle riflessioni, mai smesse, sulla letteratura e la poesia. Con posizioni pungenti e da «ospite ingrato»: nei suoi «Saggi italiani» mostra fastidio per Gadda, ama Tasso e sprezza Ariosto; è affascinato da Manzoni e combatte di continuo con Leopardi;elogia la Morante di «Aracoeli» e trova grande Montale ma perché i suoi versi rivelano la verità «di piccolo borghese che si crede grande». Mai  facili  i suoi rapporti con Zanzotto, Sereni, Calvino.
 
Chi è Fortini oggi, per noi?
Rileggiamo Lisiàt, un suo breve scritto del 1975.[2] Vi troviamo queste parole: «Uno sfoglia queste carte [la biografia del partigiano Lisiàt (Athos Iovi) fucilato il 1° settembre 1944] e subito pensa che quella era una vita, così ridotta dal tempo trascorso». E poi una domanda riferita ai redattori del libro su Lisiàt: «Che cosa significa: “ricordano”?».  Fortini, ponendosi dinanzi all’ombra di Lisiàt dal punto di vista di un noi ancora capace di rielaborare il passato della Resistenza, afferma  che Lisiàt era degno di ricordo «perché difese la giusta parte».
Anche di Fortini si può dire lo stesso. Come Lisiàt,  fu nel suo tempo (per me, spero per noi qui presenti) dalla parte giusta. Ma essere stati dalla parte giusta oggi non significa nulla. Ed, infatti, le opere di Fortini sono scomparse dalle librerie. La Mondadori  pare rifiuti di pubblicare un Meridiano con le sue poesie. E io ed altri, nel preparare il n.9 di Poliscritture a lui dedicato,  abbiamo ottenuto meno collaborazioni di quel che ci aspettavamo. Molti studiosi ormai ne tacciono. I giovani conoscono  sì e no il nome. È evidente l’opera di espulsione della sua figura dal cosiddetto “mondo della cultura italiana”.
E lo si era visto, già nel 2004, quando all’Università di Siena, a dieci anni della sua scomparsa, si tenne il convegno «Dieci anni senza Fortini (1994-2004)», che rappresenta al momento il bilancio collettivo più autorevole su di lui. Vi contribuirono studiosi suoi amici e  giovani ricercatori. Eppure già in quell’occasione – e lo dico con le parole usate da Fortini in Lisiàt – si vide che «la stanchezza e le distrazioni, le urgenze e le negligenze ci fanno avvertiti che non possiamo più portare da soli, e nemmeno in gruppo, un nome e una memoria».[3] Già allora era cresciuta nei suoi confronti un’ambivalenza che segnalava un mutamento culturale: una certa nostalgia per «l’ospite ingrato» da una parte, ma dall’altra un desiderio di sbarazzarsi, assieme a lui, del marxismo e del comunismo, a cui egli era rimasto legato fino ai suoi ultimi giorni.
Di quel Convegno, che ho analizzato in dettaglio nel n.9 cartaceo di Poliscritture in stampa (ma il testo, assieme a quelli di altri,  è stato anticipato sul sito), stralcerò in questa sede due questioni, che a me paiono decisive per un possibile riuso della sua opera. La prima riguarda il versante religioso; e la traggo dal bilancio  che Michele Ranchetti fece del suo rapporto con Fortini. La seconda tocca il versante filosofico-politico e fu messa a fuoco negli interventi contrapposti di Guido Mazzoni e Riccardo Bonavita. Queste interpretazioni rappresentano anche due modi generazionali diversi di fare i conti con Fortini, essendo stato Ranchetti, nato nel 1925, di solo otto anni più giovane di Fortini; mentre Mazzoni del 1967 e Bonavita del 1968, quest’ultimo suicida nel 2005, sono i “giovani”, appartengono a una generazione comunque post-’68 e post-’89.
 
Ranchetti tracciò un ritratto-bilancio dell’amico/antagonista davvero sorprendente e insolito negli ambienti letterari ed accademici. Perché poco si soffermò sull’opera di Fortini, ma parlò della sua persona attraverso ricordi schietti e soggettivi. Rimproverò all’amico la sua ambivalenza riguardo al sapere religioso: «dopo qualche frequentazione protestante» – insinuò Ranchetti – Fortini aveva respinto  «questo sapere privilegiato e consolatorio», avendone però poi nostalgia, specie negli ultimi anni di solitudine «non confortati che da un rigore impassibile e violento di fronte alla fine della speranza politica e alla propria morte corporale».
E vide nella tenacia dell’amico «a ragionare, a criticare, a capire», a suo parere eccessiva, qualcosa di oscuro: «una certa carenza affettiva pratica, un impaccio emozionale», «una fragilità.. nell’ambito degli affetti»,  al tempo stesso «protetta e oscurata dalla grande intelligenza e dalla generosità verso gli altri». Fortini – egli disse scandalizzando più d’uno – «aveva paura». E di cosa? A parere di Ranchetti sia del «giudizio dei grandi dei diversi settori di competenza»  sia di «parlare in prima persona», di «riconoscersi appieno nel soggetto, in chi, singolo o momento collettivo di verità, agisce nella storia».
 Il rigore, a prima vista spietato e ostile, di queste sue critiche possono insospettire o disturbare. Non si tratta però, a pensarci bene, di un attacco personale.  Si tratta del confronto-scontro tra due grandi “eretici” alle prese con la tradizione religiosa: uno, Ranchetti, di formazione cattolica, finito ai margini  e contro la Chiesa ufficiale; l’altro, Fortini, un ex protestante, valdese da giovane, diventato poi marxista e comunista; e finito però, anche lui, ai margini dalla “Chiesa rossa” prima del PSI e poi del PCI. È uno scontro illuminante. Due tipi di radicalità religiosa si misurano con gli sconvolgimenti storici del Novecento arrivando, nei rispettivi campi di riflessione, a cogliere una crisi generale: l’inabissarsi delle rispettive verità. Ranchetti, infatti, nei saggi che raccolse in un volume non a caso intitolato Non c’è più religione,[4] delineò il lungo processo di crescente smarrimento della dottrina cristiana tra gli stessi credenti. E l’opera di Fortini, specie degli ultimi suoi decenni di vita, è una sorta di accompagnamento, il canto del cigno, del declino delle «nostre verità» comuniste. A me è sempre parso analogo e parallelo il processo che ha  ridotto in rovine  le speranze marxiste della sinistra italiana, di cui Fortini vanamente invocò la protezione e quelle cristiane che pur si erano reciprocamente influenzate negli anni Sessanta del Novecento. E noi siamo oggi di fronte a questa difficoltà: come pensare e cosa pensare del mondo dopo questa implosione. Penso che approfondire il rapporto tra Ranchetti e Fortini può aiutarci almeno a capire cosa di prezioso è andato perso.
 
I due interventi dei “giovani” Guido Mazzoni e  Riccardo Bonavita, che portarono alla luce le tensioni sotterranee del convegno senese del 2004, diedero divergenti risposte proprio alla richiesta fortiniana di proteggere le «nostre verità».
Mazzoni – lo dico senza giri di parole e andando all’osso – rispose: no, non ha più senso proteggerle.  Le rivoluzioni moderne, dalla francese del 1789 a quelle comuniste, sono esaurite. La storia, che Fortini pensava «nostra», non lo è più per noi. La sua stessa opera poetica e saggistica è diventata incomprensibile e avrà bisogno di un «corredo di note» per rendersi leggibile dai posteri. In campo letterario e poetico i problemi fortiniani vanno abbandonati. Bisogna tornare daccapo: a Montale o a Sereni (cioè agli autori che Fortini più aveva criticato politicamente). In conclusione: fine del comunismo e riconoscimento che l’insensatezza e l’infelicità della condizione umana sono «ontologiche e irredimibili».
Riccardo Bonavita sostenne, invece, che Fortini non andava ridotto alla sua filosofia della storia e cercò  di salvare almeno il Fortini poeta, proponendo un «buon uso della distanza» e un atteggiamento «scientifico» nella rilettura della sua opera. Così, contro la vulgata del Fortini algido e in posa statuaria, si coglierà – diceva Bonavita – un Fortini alle prese con «inquietanti e consapevoli inserzioni di tritumi inconsci» (soprattutto ne La poesia delle rose). Bonavita rifiutò pure l’idea della “fine della storia” presente in Mazzoni, vedendo ancora scontri in atto tra «grandi strategie storiche», tese a consolidare e ad estendere in modi capillari nuove «forme di dominio». E proprio contro il dominio giudicava ancora valida la posizione fortiniana «dell’eretico», dell’«ospite ingrato».
 
«Dieci inverni senza Fortini» era il titolo del convegno di Siena del 2004. Nel frattempo gli inverni sono diventati ben  più di dieci e tendono a continuare.  Fuori da ricorrenze e anniversari bisogna, certo, interrogarsi sulle ragioni del silenzio calato su di lui, ben più pesante rispetto a quello che è toccato ad altri scrittori. Ma se omaggio c’è da rendere a Fortini, «perché difese la giusta parte» come Lisiàt, esso consista proprio nel porre domande scomode, come egli stesso amava fare.
E allora chiediamoci due cose:
– i libri di Fortini sono una  cassetta delle ceneri per eventuali culti privati o una cassetta degli attrezzi per interventi culturali pubblici e politici?
– quanti, come me, hanno guardato a Fortini come poeta comunista e non solo come poeta, sanno quali sono oggi  le «nostre verità» da proteggere, come egli voleva e sanno come farlo?
Alla prima domanda risponderei che in questi nuovi tempi bui non bisogna farsi turbare troppo dalla cancellazione politica del suo nome dal “cartellone” delle mode culturali e che la sua opera resta una ben fornita  «cassetta d’attrezzi». Usiamo quelli che ci servono sotto l’urgenza dei problemi che riusciamo a porci. Senza fare i discepoli. Senza tentare di somigliargli, se non nella volontà di non passare dalla parte dei dominatori. Diciamoci anche che le «nostre verità» in questi decenni le abbiamo protette  come potevamo: da sconfitti, da superstiti. Ma che esse vanno ridefinite. Come fa ridefinito il noi in grado di pensarle e dirle.  Mosca è davvero caduta. Non c’è più o forse non c’è stata come l’aveva pensata Fortini e come l’abbiamo pensata noi da giovani. Siamo – e qui riprendo volutamente le parole di Mazzoni per trarne però conclusioni diverse – davanti alla sconfitta definitiva delle esperienze comuniste di un secolo. Ed è vero – sempre parole di Mazzoni – che «il principio di realtà ci dice che non c’è più nessuna grande strategia storica, che nessun vendicatore sorgerà».
Possiamo però – differenza non da poco – non finire servi o liberti  a New York. Possiamo correggere  la troppa enfasi religiosa da alcuni posta sul Fortini utopista e blochiano. E ritrovare in lui un realismo, che si distingue da quello puramente passivo (esistenziale ed individualistico al contempo) che accetta l’esistente e maschera gli stessi dominatori non riconoscendoli neppure più come nemici. Questo realismo positivo è in Fortini. È in versi come questi:
 
…c’è da tornare ad un’altra pazienza
alla feroce scienza degli oggetti alla coerenza
nei dilemmi che abbiamo creduto oltrepassare.[5]
 
Possiamo puntare sulla ragione. E tenere a bada la fede, che inevitabilmente s’insinua anche nei ragionamenti. (E qui ricompare la figura di Ranchetti accanto a quella di Fortini). No, non dobbiamo accontentarci di un comunismo ridotto a puro ideale o a una speranza semireligiosa nel futuro. «La lotta per il comunismo è il comunismo», scrisse Fortini. Non dunque una lotta qualsiasi e alla cieca. Possiamo anche buttar via la nostalgia per una mitica età dell’oro del comunismo: marxiana o leninista o stalinista o soviettista (a seconda dei gusti, delle scelte o delle esperienze vissute). E continuare soltanto a sviluppare criticità e politicità dove operiamo e con chi ci sta. Il resto ci sarà dato o verrà. E se non venisse, avremmo fatto comunque la cosa giusta….
 È una scommessa. Praticabile, non fideistica né attendista. Ci possiamo sbarazzare persino di molte cose dette da Fortini. Lo suggeriva lui stesso: «‘Vi consiglio di prendere le cose che ho detto e di buttarne via più della metà, ma la parte che resta tenetevela dentro e fatela vostra, trasformatela. Combattete!’ ».[6]  E dobbiamo anche fare il necessario lavoro di revisione del suo marxismo.  La criticità della sua visione comunista – all’opera, e vigorosamente, non solo nei suo scritti saggistici ma anche nelle sue poesie, nella sua poetica e nella sua metrica –  resta una “buona rovina”. Da conservare, da tenere sempre d’occhio,  da misurare con la realtà che continua a mutare attorno a noi e contro di noi. Quella sua formalizzazione del moto storico comunista novecentesco alla fine sconfitto, a cui egli legò la sua vita e la sua attività di scrittore e di poeta, è una sorta di straordinaria squame di serpente. Il serpente non c’è più, ma la squame richiama più e meglio di altre quel moto. Che ci fu e che potrebbe ancora esserci. Magari sotto un nome che non conosceremo.
 
25 nov. 2012

[1] R. Rossanda , Uno sperato tutto di ragione in «F. Fortini, Saggi ed epigrammi», pp. XI-XII, Mondadori,  Milano 2003.
[2] In Questioni di frontiera, p. 47-50, Einaudi, Torino 1977.
[3] Lisiàt in Questioni di frontiera, p. 50.
[4] M. Ranchetti, Non c’è più religione. Istituzione e verità nel cattolicesimo italiamo del Novecento, Garzanti, Milano 2003.
[5] Forse il tempo del sangue…da L’ospite ingrato in F. Fortini, Poesie scelte (1938- 1973) a cura di P.V. Mengaldo, Oscar Mondadori 1974

[6] Le rose dell’abisso. Dialoghi sui classici italiani,  Boringhieri, Torino, 2000.
 

Ennio Abate Fortini ricordato nel 2012ultima modifica: 2012-11-27T15:12:42+00:00da mangano1
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