Marcello Hosch,Seuls deux d’entre nous?

Seuls deux d’entre nous?
pubblicata da Hosch Marcello il giorno Sabato 4 dicembre 2010
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Era l’inizio del gennaio del 1977, quando mio padre decise di portarmi con se a Lisbona dove ci saremmo fermati per otto giorni. Giusto l’anno dopo, il 25 aprile, in Portogallo avrebbe trionfato la Rivoluzione dei Garofani. Senza spargimenti di sangue si sarebbe estinta quella dittatura durata decenni, inaugurata da Salazar nel 1932.
 
Durante il volo, una hostess d’origene francese mi fece subito colpo: sui trenta anni, di media altezza, con un corpo seducente da gazzella. Fu così affabile con me per tutto il volo e così apprensiva da sbalordirmi. Finì per trovarmi un posto in 1° classe, mi riempì di giornali, mi rimediò un cuscino supplementare, mi rifornì di aranciate e cascate di dolci, ogni volta sorridendomi gratificata, chiedendomi dei miei studi, dei miei amori, delle mie aspirazioni.
 
Una volta arrivati a Lisbona notai che era alloggiata nello stesso albergo in cui io e mio padre avevamo una camera con due letti separati. In ascensore, diretti alle nostre rispettive camere, scherzò con noi in francese. Mio padre la invitò per quella sera a cena. Lei accettò volentieri.
 
Presto Jeanne, questo era il suo nome, fece parte della nostra ristretta combriccola e per giornate intere partecipò alle nostre escursioni nella città vecchia, a Cascais, a Coimbra e dintorni. La sera cenavamo solo in locali dove erano previste esibizioni di musica Fados dal vivo.
 
Varie volte durante il giorno, se non era in programmazione qualche gita, mi ritrovai solo con lei a passeggio per i vicoli della città vecchia, tra piazze, cattedrali gotiche, mercati del pesce, rivendite ambulanti di stoffe ad uncinetto. Jeanne m’affascinava ed era un privilegio che lei preferisse decisamente la mia compagnia. Di fatto quando non s’era in gruppo, Jeanne usciva esclusivamente con me.
 
Adoravo quel suo viso asciutto, quasi scarnito, il mento affilato e sfuggente, le labbra regolari e piene, la fronte celata dalla frangetta, le sue mani affusolate, gli occhi verdi bottiglia intensi come quelli di un felino. Portava sempre delle gonne al ginocchio, stivali ed un giubbotto nero di pelle con un foulard al collo di seta color lilla. Camminandole accanto mi faceva sentire già Uomo, tutto preso, cosciente da questa inedita responsabilità.
 
All’epoca, non è che fossi così svelto con le donne, con lei poi ero del tutto intimidito, e ciò non solo per la differenza d’età, ma per la levatura del tutto speciale di questo Essere. Ma era anche altro ad intimidirmi: quell’alea di tristezza che non riusciva a celarmi e che io avevo solo potuto intuire, e la cui ragione, come mi confessò in seguito, era dovuta ad un amore finito di recente, finito in malo modo, me ne accennò soltanto, senza entrare nei particolari, una mattina che passeggiavamo pigiati l’uno accanto all’altra, coi corpi piegati alle raffiche ed agli spruzzi, di fronte all’Oceano grigio in burrasca.
 
Che esistesse la chance di finire a letto assieme l’avevo sperato, ma non ebbi mai il coraggio di proporglielo apertamente, e ciò per la mia innata timidezza di cui mi dannavo ogni volta mi fossi congedato da lei nella Hall dell’albergo, senza averle nemmeno espresso questo proposito. Solo una volta che stavamo salendo con l’ascensore ero stato sul punto di dirglielo. Jeanne doveva averlo intuito, perché mi troncò le parole in gola, disse che era molto stanca, che sarebbe andata subito in camera a dormire.
 
Facemmo un’ultima gita, la giornata era solare e mite, dentro il pulmino si scherzava e si rideva, non ricordo dove fossimo approdati, eravamo arrivati davanti ad un castello sopra un’altura, dalla terrazza si godeva un panorama mozzafiato sull’intera valle boschiva. Dentro il castello tutto poi era grandioso, il camino enorme come un ‘arco romano, tavolo, sedie e pentolame parevano quelli in uso dei Ciclopi duemilacinquecento anni prima.
 
Una sera, in uno dei ristoranti più esclusivi della città, eravamo in quattro, io e mio padre, Jeanne ed una sua collega hostess. Alla fine della sua esibizione Amalia Rodriquez venne ad omaggiarmi, facendomi dono di un suo 45 giri che m’autografò sopra il nostro tavolo. Io ero imbarazzato ma felice del trattamento che l’artista m’aveva rivolto. Jeanne mi guardò sorridendomi con benevolenza, poi mi strinse la mano sotto il tavolo. Era la prima volta che ci toccavamo. Quel suo gesto mi riempì invano di una rinnovata speranza.
 
Rimanevano solo due giorni, quindi tutti avremmo fatto ritorno in Italia. Con Jeanne diventai ancora più taciturno. Durante le nostre passeggiate mi chiedeva cosa avessi, perchè parlassi così poco. Non sapevo cosa risponderle, ma lei aveva capito: ero innamorato.
 
L’ultimo giorno compimmo l’ennesima escursione sino al mare e lei mi disse come fosse bello essere innamorati, disse che anche lei aveva ora un debole per me, ma che sarebbe stato meglio lasciare perdere. ‘Perché?’ chiesi stupefatto ed indignato.. Rispose che aveva quasi il doppio della mia età, non sarebbe stato giusto soprattutto per me, che inoltre lei era una donna incasinata, che sarebbe stato troppo, troppo.
 
Durante il volo di ritorno fui così depresso da dormire tutto il tempo. Quando mi svegliai Jeanne, seduta accanto a me, mi stava osservando. Il suo volto era come gravato da un pensiero ricorrente o da un rammarico che non riusciva a scacciare
 
‘Hai dormito tutto il tempo!” lo disse quasi come un rimprovero’
‘Sì, ero davvero stanco, direi meglio: esausto’
Lei rise, disse che per la mia età dimostravo una certa proprietà di linguaggio. Si alzò ed andò a prendermi del caffè ed una tavoletta di cioccolato. Quando si risedette accanto a me, porgendomi il vassoio con sopra la tazza fumante, due bustine, una di latte in polvere, l’altra di zucchero ed una barretta di cioccolato, le chiesi se ci saremmo mai più rivisti. Lei non replicò, mi guardò coi suoi occhi verdi scuri. Scoprì che erano lucidi di commozione, lei li riabbassò come per pudore quando mi riprese la mani nelle sue
 ‘Come sei dolce, com’è bello che tu sia così, così tenero e tutto per me, davvero sai? Nessun uomo è stato tanto gentile e sensibile con me e pensare che sei appena un adolescente”
Poi aggiunse:’Spero che la tua vita sia felice, me lo auguro con tutto il cuore, sei così sensibile che mi fai paura a volte e lo sai, te l’ho già detto, ma io non voglio ferirti, io non ti merito, tu non mi conosci’
 
Avrei voluto risponderle che per lei avrei fatto qualsiasi cosa, che per lei avrei compiuto qualsiasi pazzia, che non importava la differenza d’età, che non importava altro se due persone s’amavano davvero. Ma non ne ebbi il tempo: l’aereo stava atterrando a Fiumicino, lei s’alzò per annunciare l’atterraggio, invitò quindi i passeggeri ad allacciare le cinture e raddrizzare gli schienali delle poltrone. Quel suo vago accento francese mi fece piangere, sapevo che non l’avrei più ascoltata quella voce, una volta atterrati.
 
Quando fummo nel Terminal decisi di comprarmi un disco al Duty Free. La mia scelta cadde su un LP di De Gregori. Rividi Jeanne fuori dal Terminal, era imbarazzata, intuiva tutto il mio furore per quella separazione. M’abbracciò brevemente sussurrandomi all’orecchio: ‘Marcello, Je t’ame, je t’ame, non scordarlo, io non lo scorderò di certo, va bene, compris? Non essere così cupo ora, ti prego: sorridimi!’. Stringendomi la mani mi guardava da basso in alto in attesa di una mia conferma. Non dissi una parola, sapevo che stavo per piangere di nuovo, lei m’abbracciò un’altra volta, stringendomi, sentii il suo cuore pulsare assieme al mio.
 
Nello sforzo sovra umano che feci per non piangere a dirotto, la vidi mentre prendeva posto nel pulmino. Volevo urlare, bestemmiare, imprecare al mio destino cieco, quando per l’ultima volta la scorsi dal finestrino che s’asciugava con un fazzoletto gli occhi. Mi rivolse un ultima occhiata imparziale, quasi senza notarmi. Non voleva che la vedessi piangere. Ma aveva pianto, lei m’amava, certo! Per Dio, le avrei corso appresso, pensavo di farlo mentre il pulmino mi passava davanti. Ma ero come paralizzato. Mi padre mi scosse per una spalla, disse che era ora di andare. Mi chiese se mi sentivo bene.
 
Marinai la scuola per un’altra settimana, non feci altro che piangere di desolazione, chiuso nella mia soffitta riascoltando di continuo il disco di De Gregori. Regolarmente mi ritornava la voce di lei, quel suo tono cupo, lievemente arrochito, quel suo accento francese che mi faceva impazzire, come se quella voce fosse stata l’origine stessa della mia unica possibile salvezza in questo Mondo.
 
‘Bon jour Marcel, tout bien? Une promenade, vous dites? Seuls deux d’entre nous? 
 
 
 
 

Marcello Hosch,Seuls deux d’entre nous?ultima modifica: 2012-09-30T12:55:43+00:00da mangano1
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