CAMBIO DI GOVERNO O DI SISTEMA? di Michele Michelino (*)

CAMBIO DI GOVERNO O DI SISTEMA? di Michele Michelino (*)

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Centrodestra e centrosinistra, pur avendo differenti vedute su singoli aspetti, sono forze politiche che lavorano per lo stesso padrone. Ognuno dei due schieramenti propone la sua ricetta per salvare e tutelare il capitalismo, spacciandola come la migliore. I metodi politici sono diversi, ma gli interessi sociali, di classe, e il sistema che difendono sono gli stessi. Per un borghese la difesa della libertà non è altro che la difesa del mercato, della concorrenza e della possibilità di comprare e sfruttare la forza lavoro a prezzi più bassi e concorrenziali. I capitalisti, essendo proprietari di industrie, fabbriche, banche, giornali, e dello stato, controllano tutte le istituzioni e l’esercito, cioè hanno il potere reale e possono anche fingersi democratici, perché sanno che nelle elezioni ”democratiche”, nell’alternanza, il cambio di governo e delle istituzioni non inciderà sui loro interessi. La dittatura del capitale finanziario oggi si nasconde dietro la formula della “repubblica democratica”, ma lo “stato democratico”, le sue istituzioni, le forze dell’ordine e il suo esercito non sono altro che una banda armata a difesa della proprietà del capitale. La borghesia usa parole quali ”nazione”, “patria”, “democrazia” per mascherare il suo sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Il primo compito degli operai coscienti, dei rivoluzionari, è smascherare le menzogne borghesi dimostrando quali interessi si nascondono dietro queste parole. L’imperialismo sta immiserendo la maggioranza della popolazione mondiale, in tutti i paesi c’è una diminuzione del reddito nazionale mentre i ricchi – anche nella crisi – diventano sempre più ricchi. Per far fronte all’acuirsi delle contraddizioni, agli scioperi e alle rivolte contro i piani di austerità imposti dai governi al servizio dell’imperialismo, i capitalisti – oltre a finanziare tutte le forza politiche “costituzionali” – foraggiano anche bande fasciste che possono rivelarsi un’utile riserva a sostegno delle bande armate dello stato. Il sostegno agli interessi della borghesia imperialista in politica estera e interna da parte di tutti i partiti – compresi quelli che si dichiarano “comunisti”, come Rifondazione Comunista e il Pdci – hanno creato una sfiducia anche negli elettori di sinistra alimentando l’astensionismo e riducendo questi partiti a pura testimonianza. Oggi questi partiti, senza alcuna influenza nel proletariato – non servono più neanche alla borghesia per svolgere un ruolo di controllo sul proletariato e per tenerlo relegato entro i confini della disciplina e della “democrazia” borghese basata sul suffragio universale. Da qui deriva la ricerca di nuove forze politiche che possono sostituirle. Il sistema politico è oggi screditato, la critica alla casta politica, pilotata dai mass-media in mano ai grandi capitalisti, cerca di indirizzare la rabbia proletaria e popolare unicamente contro la casta dei politici, salvando la casta che determina tutte le altre: quella dei padroni, la classe borghese. La nascita dei nuovi partiti è funzionale agli interessi dei capitalisti. Nei momenti di crisi i padroni sono anche disposti ad allargare i cordoni della borsa per far nascere nuovi partiti che raccolgano l’indignazione della piccola borghesia e di strati proletari con programmi “radicali”, a patto che non mettano in alcun modo in discussione o in pericolo il capitalismo e la proprietà privata dei mezzi di produzione. Si può cambiare i partiti e gli schieramenti che li sostengono, ma nel sistema capitalista i governi, politici o tecnici, continuano a rimanere dei comitati d’affari della borghesia e i parlamenti degli inutili contenitori di “democrazia delegata rappresentativa” di varie classi che chiacchierano molto, ma non decidono nulla, se non avvallare con il voto di fiducia, le decisioni prese dal governo e dalla frazione dominate del capitale imperialista. Non ci sono vie d’uscita indolori dalla crisi. Dalla crisi si esce solo con una rivoluzione o con un aumento dello sfruttamento per i proletari, e i rivoluzionari e i comunisti devono cominciare seriamente a porsi il problema del potere operaio. Gli scioperi generali possono far cadere un governo a vantaggio di un altro, ma se gli operai non prendono nelle loro mani il potere, espropriando i padroni della proprietà privata dei mezzi di produzione, i governi, anche se formati da partiti “comunisti” o “operai” saranno sempre al servizio dei padroni e del loro sistema. Molti s’illudono e pensano che basti eleggere propri rappresentanti al parlamento e inneggiare allo sciopero generale per cambiare la situazione. Ma anche lo sciopero generale più riuscito, che mobilita centinaia di migliaia o milioni di lavoratori, pur essendo un importante momento di lotta e di mobilitazione del proletariato, un’aperta azione di guerra contro il capitale, non risolve il problema del potere operaio. Un governo di destra, può essere sostituito da uno più “progressista” di sinistra, senza che il potere dei capitalisti sia intaccato o messo in discussione. La storia ci insegna che solo distruggendo il sistema capitalista, le sue istituzioni, il suo esercito, sconfiggendo le armate nemiche, il proletariato organizzato può vincere e instaurare il suo potere. Le lotte, gli scioperi, le ribellioni, i gesti estremi – come sempre più avviene nella crisi – sono importanti, dimostrano la resistenza della classe operaia, ma se il potere rimane nelle mani della borghesia imperialista, prima o poi lo stato costringe – “pacificamente” per fame o con l’uso della forza – i lavoratori a scendere dalle ciminiere e dalle gru, a rientrare nelle fabbriche, ad “accettare” la cassa integrazione e subire i licenziamenti. La “pace” democratica borghese è fondata su istituzioni che illudono le masse proletarie sulla possibilità di difendere per via parlamentare o sindacale i loro interessi delegando ai partiti e sindacati, e questo permette ai capitalisti di salvaguardare i loro interessi con la rapina “pacifica” del lavoro salariato. Per i proletari, l’unica salvezza per uscire dalla crisi è di strappare il potere alla borghesia, ed è pura illusione pensare che per gli operai sia possibile pacificamente, tramite il voto, imporre un governo dei lavoratori quando tutto l’apparato economico, politico, militare rimane in mano ai borghesi. Crisi, guerre e repressione delle lotte che ostacolano la pacifica accumulazione del profitto vanno di pari passo. La crisi ha messo in soffitta la concertazione e i conflitti fra proletari e borghesi esplodono in modo sempre più violento. Le lotte operaie e popolari che si oppongono alla logica del profitto sono brutalmente represse, i partecipanti bastonati, denunciati, arrestati. La libertà e la democrazia borghese sono persino più antidemocratiche dell’Habeas Corpus (prime parole di una legge di Carlo II del 1679 che stabiliva che ogni cittadino accusato o imprigionato, aveva il diritto di essere posto in libertà provvisoria se non era processato entro il terzo giorno del suo arresto). In tutto il mondo, le contraddizioni si acuiscono e nella guerra di classe fra capitale e lavoro, non si può essere neutrali, o si sta da una parte o dall’altra. La guerra degli oppressi contro gli oppressori, degli schiavi salariati contro i padroni è “la sola guerra giusta della storia” (Marx) che vale la pena di combattere. Gli indifferenti, coloro che non si schierano, diventano – loro malgrado – difensori dell’ordine borghese costituito che legittima lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. La democrazia interclassista è spacciata come un principio che sta al di sopra della lotta di classe per ingannare gli operai ed educarli alla collaborazione di classe. Per i borghesi, libertà, democrazia, coesione e pace sociale significano semplicemente libertà di sfruttare in pace, e di questo cominciano a rendersi conto gruppi di lavoratori. La situazione attuale impone a tutti gli operai coscienti, ai rivoluzionari, ai comunisti, di combattere sia le teorie e le pratiche di chi chiede la delega e il voto per risolvere i loro problemi predicando la pazienza, sia quelle della passività, anche se nascoste dietro frasi roboanti e una fraseologia ultrasinistra. Le teorie non possono essere separate dalla pratica. Le teorie che si limitano a denunciare la cattiveria dei padroni e del loro sistema, che portano gli operai a piangersi addosso sulle brutture di questo sistema che ci sfrutta, sulla vigliaccheria della piccola borghesia, che si limitano a spiegare la realtà, nascondendosi dietro bei discorsi impregnati di fraseologia rivoluzionaria senza scontrarsi col padrone e lo stato, portano alla passività, alla rinuncia alla lotta rivoluzionaria nella pratica. Unire pensiero e azione, teoria e pratica, unificare le singole lotte proletarie e popolari sparse in tutto il paese, che oggi si scontrano isolate contro il potere borghese, in un unico movimento di lotta contro il capitale ponendo con forza il problema del salario e del lavoro per tutti “di là dalla sostenibilità e delle compatibilità”. Porsi l’obiettivo del potere operaio e proletario, significa lottare concretamente contro lo sfruttamento, per il pane, il lavoro, contro le guerre imperialiste, praticando l’unità di classe fra vari settori di lavoratori e l’internazionalismo proletario, dichiarando apertamente che il nemico è in casa nostra: sono i padroni e i loro governi. Gli operai di tutti i paesi hanno gli stessi interessi: abolizione dello sfruttamento, della proprietà privata del capitale e, attraverso la presa del potere, la costruzione di una società socialista. (*) Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli” Via Magenta 88 Sesto San Giovanni (Mi) – mail: cip.mi@tiscali.it http://ciptagarelli.jimdo.com/

CAMBIO DI GOVERNO O DI SISTEMA? di Michele Michelino (*)ultima modifica: 2012-09-26T12:49:47+00:00da mangano1
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