Nicola Fanizza,Michel Foucault e il ladro di ciliegie

Michel Foucault e il ladro di ciliegie
 
Nicola Fanizza

 

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La lettura dell’ultimo libro di Michel Foucault mi ha fatto venire in mente una poesia di Bertolt Brecht – intitolata Il ladro di ciliegie –, in cui si parla di una complicità di sapore hegeliano fra due figure opposte: un ladro che ruba le ciliegie in un giardino e un proprietario che prova piacere ad essere derubato. Il ladro di ciliegie è per di più un ladro particolare: ruba solo le ciliegie più belle e sta sull’albero il tempo debito, in quanto non si preclude la possibilità di assaggiare le ciliegie belle che stanno sugli altri alberi. Di fatto Foucault è entrato nel giardino delle opere di Bataille, Nietszche, Kant, ecc., come un ladro di ciliegie. A tale proposito, mi limito qui a riportare, in riferimento al libro che mi accingo a recensire, una sua palese dimenticanza. Sulla scorta delle lenti di Nietszche (La nascita della tragedia), Foucault coglie nella riflessione di Socrate il nesso fra la bellezza e la verità e tuttavia si «dimentica» di citare il filosofo tedesco. D’altra parte, era stato proprio Nietszche a insegnargli a rubare bene le ciliegie!
Ma veniamo al suo ultimo lavoro. Quando Foucault, dal febbraio al marzo 1984, tiene questo ciclo di lezioni al Collège de France – ora raccolte in volume e pubblicate in Italia sotto il titolo di Il coraggio della verità, Feltrinelli, Milano, novembre 2011, euro 35,00 – è già molto malato. Muore, infatti, il 25 giugno 1984. Diciamo subito che, nonostante siano le sue scritture ultime, non ci troviamo di fronte al suo testamento spirituale né ci troviamo di fronte a una discontinuità. Se è vero che negli ultimi corsi tenuti al Collège de France Foucault riflette sul rapporto fra «soggetto e verità», è altresì certo che tale tema attraversa tutte le sue opere. Il tema generale che accompagna la sua produzione teorica non è, infatti, il potere ma «l’enigma del soggetto»: ovvero la sua insorgenza, le sue articolazioni e le sue successive declinazioni.
Qui radicalizza e, insieme, declina sul piano storico il tema della parresia – dire la verità, il parlare franco –, che si configura come uno dei quattro modi fondamentali del-dire-il vero.
Tale lavoro gli consente di porre le basi per far uscire il problema della soggettività dall’indeterminatezza. Foucault coglie, infatti, a partire da Socrate un’implicazione del momento conoscitivo in una serie di attività, di atteggiamenti, di pratiche che in modo coestensivo rimandano alla «cura di sé» e degli altri. Da qui la consapevolezza – presente, comunque, già nei suoi scritti degli anni Cinquanta – che non è mai esistito un soggetto spontaneo: ossia gli uomini non diventano soggetti per un processo naturalistico, ma lo diventano perché in tutte le società esistono delle operazioni che il filosofo francese chiama di partage, cioè di separazione.
Le quattro modalità di dire il vero – il discorso profetico, del saggio, del tecnico e del parresiates – sono «assolutamente fondamentali per l’analisi del discorso, in quanto è proprio attraverso il discorso che si costituisce, per se stesso e per gli altri, il soggetto che dice il vero». Nondimeno ciò che Foucault non dice è che il venire alla luce del soggetto nel mondo ellenico si dà in seguito allo sviluppo dello spazio sociale (pòlis). Di fatto lo sviluppo dello spazio sociale – insieme all’isegoria e al prestigio della parola – ha determinato da una parte un nuovo ordine simbolico del mondo e, dall’altra, un nuovo modo di cogliere l’anima come luogo che si costituisce attraverso le differenze.
Il soggetto di cui parla il filosofo francese si configura come un luogo, in cui norme, saperi, leggi, pratiche di assoggettamento, sociali e politiche si incrociano, dando vita e forma a quella che è una vera e propria «condizione». Tale condizione ci appare a sua volta nel tempo presente come la nostra «condizione»: siamo, infatti, «condizionati», proprio perché soggetti. Da qui l’attenzione del filosofo francese nei confronti dei cinici. Questi ultimi, in quanto individui dai piedi nervosi, sono i senza patria; rivendicano una vita sovrana, bella e visibile; promuovono forme di sociabilità sganciate dall’interesse; assumono atteggiamenti provocatori; e, infine, sono oltremodo critici nei confronti del discorso canonizzato della pòlis.
Si tratta di situazioni che ritroviamo nei movimenti religiosi del medioevo nonché nei movimenti trasgressivi degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso che – in quanto eredi del socratismo radicale – hanno lottato contro le forme di dominio e di assoggettamento della soggettività.
Non è inutile rilevare che, almeno fino al XVI secolo, la verità aveva avuto sempre e comunque un prezzo; non era possibile alcun accesso alla verità senza le pratiche ascetiche. Il prendersi cura di sé stessi e, insieme, degli altri, le forme di sociabilità che stazionano nell’atmosfera del dono e la bellezza che si dà negli stili di vita o nelle arti simboliche consentivano di addomesticare la distanza dalla verità. Una distanza che è venuta meno con Cartesio. Infatti, proprio perché per accedere alla verità è sufficiente essere un soggetto qualsiasi capace di vedere ciò che è evidente, chiunque, benché sia immorale, può conoscere la verità.
Con l’avvento della modernità, la quantificazione dell’esperienza porta alla distruzione della valenza conoscitiva delle pratiche rituali e dell’esperienza tradizionale – di quell’esperienza che si traduce nei proverbi e nelle massime, che è contraddittoria come lo sono i proverbi, che implica una conoscenza attraverso la sofferenza (pathéma) – e al suo trasferimento nei numeri e negli strumenti. Là dove signoreggia una legge scientifica non si può raccontare una storia, scompare la vera vita.
Le ragioni di tale scomparsa vengono individuate da una parte «nell’assorbimento – e fino a un certo punto la confisca – del tema della vera vita da parte della religione» e dall’altra nell’«istituzionalizzazione delle pratiche del dire-il-vero sotto forma di scienza». Ciò nondimeno Foucault ritiene che il vincolo fra la verità e le pratiche ascetiche non si sia spezzato del tutto e, in questo senso, coglie nelle opere di Kant, Schopenhauer, Kierkegaard, Stirner e di Nietszche, insieme al primato della phronesis (la Ragion pratica), la riattivazione dell’estetica dell’esistenza.
Allo stesso modo del potere che è ovunque e da nessuna parte, la parresia – in quanto modalità autonoma di dire il vero – è scomparsa dal mondo moderno: la si ritrova soltanto quando si innesta sulle altre modalità del dire il vero.
Nel chiudere queste brevi note, mi viene in mente l’immagine del ladro di ciliegie che entra nel giardino delle sue opere e scorgo sul volto complicità di Foucault un’allegra  complicità

Nicola Fanizza,Michel Foucault e il ladro di ciliegieultima modifica: 2012-09-02T16:20:51+00:00da mangano1
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