TESTAMENTO DI HEILIGENSTADT, il meraviglioso, disperato testamento di LUDWIG VAN BEETHOVEN

TESTAMENTO DI HEILIGENSTADT, il meraviglioso, disperato testamento di LUDWIG VAN BEETHOVEN
pubblicata da Alessandro Vettori il giorno Giovedì 16 agosto 2012

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“O uomini, se un giorno leggerete queste mie parole, pensate che mi avete fatto torto; se fra voi c’è un misero, egli si consoli nell’incontro con un suo consimile, nell’incontro con uno che, in onta a tutti gli ostacoli della natura, ha fatto tuttavia quant’era in poter suo per essere ammesso nella schiera degli artisti e degli uomini degni.”
 
PER I MIEI FRATELLICARLO E (GIOVANNI)2 BEETPIOVEN O voi, uomini, che mi ritenete o mi fate passare per astioso, folle e misantropo, comesiete ingiusti con me! Voi ignorate le segrete ragioni di ciò che vi sembra! Il mio cuore e il mio spirito erano inclinati, sin dall’infanzia, al dolce sentimento della bontà. Persino a compiere grandi opere io fui sempre disposto. Ma pensate che da sei anni, ormai, io sono caduto in una condizione disperata; che questa situazione mi si è andata aggravando per colpa di medici senza criterio e che, di anno in anno, io mi sono illuso nella speranza di un miglioramento, e, infine, costretto alla prospettiva di un male duraturo, di cui la guarigione richiederà forse lunghissimo tempo o è forse addirittura impossibile. Nato con un temperamento ardente e attivo, accessibile anche alle distrazioni della società, ho dovuto, ben presto, separarmi dagli uomini e trascorrere la vita in solitudine. Se anche io volevo, talvolta, sormontare tutto questo, oh, comeduramente venivo respinto dalla triste e rinnovata esperienza della mia infermità! Eppure non mi era ancor possibile di  dire agli uomini: « Parlate più forte, gridate, perché io sono sordo! ». Ah, come potrei andar rivelando proprio la debolezza di un senso che io dovrei possedere più perfetto di ogni altro, un senso ch’ebbi dotato di grandissima perfezione, quale certamente poche persone del mio mestiere hanno mai avuta! Oh, non posso! Perdonatemi dunque se mi vedete vivere in disparte, mentre vorrei mescolarmi alla vostra compagnia. La mia disgrazia mi è doppiamente penosa, poiché ad essa debbo anche di essere mal giudicato. Per me non esiste il ristoro della compagnia coi miei simili, delle delicate conversazioni, delle mutue confidenze. Completamente solo, io posso frequentare la società, unicamente in quanto lo esiga una necessità assoluta, e mi tocca di vivere come un proscritto. Se mi avvicino alla gente, vengo afferrato da un’angoscia divorante, e ciò per il rischio di render noto il mio stato. Accadde cosi anche durante questi ultimi sei mesi che ho trascorso in campagna. Il mio sapiente medico, esortandomi a risparmiar l’udito quanto più possibile, prevenne una naturale disposizione del mio animo in questi momenti. Tuttavia, ripreso ogni tanto dall’inclinazione per la società, mi ci sono lasciato trascinare. Ma che umiliazione, quando avevo qualcuno vicino a me che udiva in lontananza un flauto e io non sentivo niente o che udiva il pastore cantare e ancora non sentivo niente! 
Tali esperienze mi portaron quasi alla disperazione. Poco mancò che io stesso non mettessi fine alla mia vita. Soltanto essa,  soltanto l’Arte mi ha trattenuto. Ah, mi sembrava impossibile dover lasciare il mondo prima di aver compiuto tutto quello per cui sentivo di esser stato creato. Così prolungai questa vita miserabile – veramente miserabile – con una costituzione fisica così suscettibile che un cambiamento un poco troppo brusco può gettarmi da uno stato di benessere in quello della peggiore angoscia. Pazienza. Di questo si tratta; e la pazienza è ormai la guida che debbo scegliere. Io ho questo. Spero che la mia risoluzione di attendere fìno al giorno in cui alle possa durare e resistere. Troverò forse un miglioramento  Forse non lo troverò: son pronto a tutto. Dover fare il filosofo a soli ventot’anni non è facile; per un artista è ancora più difficile. Divinità  tu dall’alto vedi sino in fondo al mio cuore, tu conosci il mio cuore, tu sai che vi dimorano l’ amore per gli uomini e l’impulso a fare il bene. O uomini, se un giorno leggerete queste mie parole, pensate che mi avete fatto torto; se fra voi c’è un misero, egli si consoli nrll’incontro con un suo consimile, nell’incontro con uno che, in onta a tutti gli ostacoli della natura, ha fatto tuttavia quant’era in poter suo per essere ammesso nella schiera degli artisti e degli uomini degni. Voi fratelli miei, Carlo e (Giovanni), appena io sarò morto, pregate il professor Schmidt, se ancora vivrà pregatelo in mio nome di stendere una relazione della mia malattia e, insieme, unite la presente lettera affinché, dopo la mia morte, per quel che sarà possibile, il mondo si riconcili con me. Vi nomino ambedue eredi della mia piccola fortuna, se così può essere chiamata. Dividetevela lealmente, siate d’accordo e aiutatevi l’un l’altro. Ciò che mi avete fatto di male, lo sapete, ve l’ho già  perdonato da tempo. Quanto  a te Carlo, ti ringrazio in ispecial modo per l’affetto che mi hai testimoniato ultimamente. Il mio augurio è che la vostra vita sia migliore della mia ed abbia meno preoccupazioni. Raccomandate ai vostri figli la Virtù,solo questa può rendere felici, non già il denaro.  Parlo per esperienza: è la Virtù che mi ha sostenuto nella miseria è alla Virtù che devo, insieme con la mia Arte, di non aver posto termine alla vita con il suicidio. Addio, e amatevi! Ringrazio tutti gli amici e in particolare il principe Lichnowsky e il professor Schmidt. Spero che gli strumenti del principe L. possano essere conservati da uno di voi due. Ma che non sorga, per questa faccenda, alcun contrasto fra voi. Se vi potranno servire a qualcosa di meglio, vendeteli subito. Come .sarei felice di potervi servire anche nella tomba! Io corro incontro alla morte con gioia. Se essa, pero, giungesse prima che io abbia avuto il tempo e il mezzo I sviluppare  tutte le mie facoltà artistiche, essa verrebbe ancora troppo presto, nonostante il mio duro destino e io in tal caso, desidererei che ritardasse ancora. Ma anche così sono contento. La  morte non mi libererà forse da uno stato interminabile di sofferenza? Giungi quando vuoi, o Morte, io vado incontro a te con coraggio. Addio e non dimenticatemi del tutto dopo la mia scomparsa. Io l’ho meritato, poiché spesso ho pensato a voi per rendervi felici. Siatelo.
 
LUDWIG VAN BEETHOVEN Heiligenstadt, 6 ottobre 1802.
 
 

TESTAMENTO DI HEILIGENSTADT, il meraviglioso, disperato testamento di LUDWIG VAN BEETHOVENultima modifica: 2012-08-17T11:31:29+00:00da mangano1
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