SLOTERDIJK – DESIGN DI UNA CIVILTà CO-IMMUNITARIA

SLOTERDIJK – DESIGN DI UNA CIVILTà CO-IMMUNITARIA
pubblicata da Vladimir D’Amora il giorno venerdì 20 luglio 2012
getmedia.php.jpeg
Chi può udirlo?
 
Per quanto riguarda le catastrofi imputabili all’uomo, il XX secolo è stato il periodo più istruttivo della storia universale. Da esso si è potuto imparare molto: le grandi sciagure presero avvio come progetti che avrebbero dovuto mettere sotto controllo il corso della storia a partire da un’unica centrale operativa. Furono le manifestazioni più pretenziose di ciò che i filosofi, seguaci di Aristotele e Marx, chiamarono “prassi”. Come profezie in chiave contemporanea, i grandi progetti vennero descritti come configurazioni della battaglia finale per il dominio della Terra. Agli uomini dell’epoca basata sulla prassi non accadde nulla che non fosse stato predisposto da loro stessi o dai loro contemporanei. Si potrebbe quindi dire che non v’è nulla nell’inferno che non fosse stato prima programmato. Gli apprendisti stregoni dell’organizzazione planetaria hanno dovuto sperimentare che l’incalcolabile anticipa i calcoli strategici di un’intera dimensione. Non stupisce dunque che i buoni propositi non si siano rispecchiati nei pessimi risultati. Gli sviluppi ulteriori si collocano nel solco della probabilità psicologica: i riformatori del mondo militanti presero le distanze dalle debâcle da essi causate e attribuirono alla sventura ciò che gli sfuggì di mano. L’interpretazione più convincente di questo modello di comportamento proviene dalla penna di un filosofo scettico: dopo un’avventura fatale, gli attori falliti praticano “l’arte di non esser stati loro”. Alla vigilia della catastrofe annunciata si vedono all’opera dei modelli analoghi: prima dei processi fatali, gli attori sul palcoscenico della politica si esercitano nell’arte di non aver compreso i segni del tempo. Gli occidentali sono bravi in questo comportamento (si potrebbe chiamarlo un procrastinare universale) per via di remote pratiche culturali ancorate in profondità: da quando l’Illuminismo ridusse Dio a una radiazione di fondo dell’universo o lo interpretò direttamente come una finzione, i moderni trasferirono l’esperienza del sublime dall’etica all’estetica. In conformità alle regole del gioco vigenti nella cultura di massa sorta all’inizio del XIX secolo, essi assimilarono la convinzione di poter sopravvivere del tutto incolumi al terrore puramente immaginario. Ai loro occhi, tutti i naufragi avvengono soltanto per gli spettatori e tutte le catastrofi soltanto in virtù della piacevole sensazione di salvarsi. Essi ne deducono quindi che i pericoli siano sempre e soltanto una parte dell’intrattenimento, e i moniti un elemento dello show. Il ritorno del sublime sotto forma di imperativo etico da non prendere alla leggera coglie impreparato il mondo occidentale. Per parlare in questa sede solo di quest’ultimo. I suoi cittadini si sono abituati a recepire tutti i rimandi alla catastrofe imminente, anche quelli formulati in tono realistico, come un documentario horror, mentre i suoi intellettuali affrontano il loro appello come detached cosmopolitan spectators, decostruendo anche i moniti più seri in termini di genere discorsivo e classificando i suoi autori nella categoria dei gradassi. Tuttavia, anche se non fosse un genere estetico, si continua a nutrire pragmaticamente la convinzione che non sia urgente prendere le cose sul serio. Inoltre: una persona che volesse percepire individualmente i segnali presenti all’orizzonte non crollerebbe forse sotto il peso delle preoccupazioni? Ciò nonostante, i contemporanei si convinceranno prima o poi che non esiste un diritto umano che vieta di pretendere di più, così come non esiste un diritto che impone di affrontare soltanto i problemi di cui si riesca a trovare la soluzione con gli strumenti di bordo. Si equivoca la natura di questo tema, qualora si consideri problematico soltanto ciò che sembra risolvibile durante l’attuale legislatura. A maggior ragione, non si coglie l’essenza delle tensioni verticali presenti nell’esistenza umana, qualora si prenda avvio da una simmetria tra challenge e response. Chi si interroga sulla condizione dell’uomo trova pretese superiori da un lato ed eccedenze dall’altro…e nulla garantisce che il primo membro stia al secondo come il problema sta alla soluzione. 
 
Chi lo farà?
 
A prescindere dai provvedimenti che saranno attuati in avvenire per affrontare i pericoli riconosciuti, essi obbediranno alla legge della crescente improbabilità, che domina l’evoluzione surriscaldatasi. Da questa certezza possiamo dedurre perché la propaganda che circola tra Roma, Washington e Fulda, orientata alla conservazione dei valori, non offra una risposta adeguata all’attuale crisi mondiale, a prescindere da possibili effetti costruttivi in ambiti ristretti. Infatti, in che modo i “valori” sovratemporali, che finora si sono già dimostrati impotenti rispetto a problemi relativamente inconsistenti, dovrebbero d’un tratto acquisire il potere, di fronte a faccende più gravi, di operare la svolta verso il meglio?Se la risposta alle sfi de attuali si potesse effettivamente trovare nelle virtù classiche, allora sarebbe sufficiente applicare la massima che Goethe formulò in una poesia del suo Divan occidentale-orientale intitolata “legato della fede anticopersiana”: Quotidiana conservazione di rigidi culti / per il resto non serve alcuna Rivelazione” (tr.it. in Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1997, p.359). Anche chi è disposto ad ammettere che questa sia la massima espressione della borghesia europea (sebbene nascosta sotto la maschera orientale) prima del suo fallimento storico capisce al volo che una semplice regola di conservazione non ci è di nessun aiuto. Accanto all’irrinunciabile preoccupazione di conservare ciò che ha dato buoni risultati, a noi s’impone soprattutto la novità delle situazioni, la quale rende necessarie risposte audaci. […] La legge della crescente improbabilità prospetta due superpretese in una: Da un lato, ciò che attualmente si sta svolgendo sulla Terra è una catastrofe dell’integrazione realmente operante: si tratta della globalizzazione inaugurata dal viaggio di Colombo nel 1492, messa in moto dalla sottomissione spagnola del regno azteco nel 1521, accelerata dal commercio mondiale tra il XVII e il XIX secolo e progredita, grazie ai veloci media del XX secolo, fi no all’effettiva sincronizzazione degli accadimenti mondiali. Grazie a essa, le frazioni dell’umanità che vivono disperse, le cosiddette culture, diventano un collettivo instabile e lacerato da diseguaglianze, ma estremamente sincronizzato sul piano della transazione e della collisione. Dall’altro lato, si compie una progressiva catastrofe della disintegrazione, che si muove verso un punto di crash temporalmente indefinito, sebbene non infinitamente procrastinabile. Fra le due mostruosità, la seconda è di gran lunga la più probabile, perché si trova già sulla lista dei processi in corso. Viene supportata soprattutto dai rapporti di produzione e di consumo vigenti nelle regioni benestanti e nelle zone sviluppate del paese, nella misura in cui si fondano sul cieco ipersfruttamento di risorse finite. La ragion nazionale si sforza ancora di conservare posti di lavoro sul Titanic. Che l’esito sia il crash è probabile, anche perché esso comporta un grande risparmio sui costi psicoeconomici: esso porterebbe alla liberazione delle tensioni croniche che incidono su di noi in conseguenza dell’evoluzione globale. Solamente le nature fortunate sperimentano l’elevazione del Mount Improbable, fino all’altezza di una “società” mondiale integrata sul piano operativo, come un progetto vitalizzante per chi vi contribuisce. Solamente costoro sperimentano l’esistenza nel presente come un privilegio stimolante e non desiderano aver vissuto in qualche altra epoca. Nature meno fortunate hanno l’impressione che essere-nel-mondo non sia mai costato tanta fatica. In questo caso, c’è qualcosa di più evidente della formula della cultura di massa “dare la precedenza all’intrattenimento e per il resto aspettarsi che avvenga ciò che non può non avvenire”?
 
Dobbiamo al filosofo Hans Jonas la prova che non sempre la nottola di Minerva spicca il suo volo al calar del sole: Con la sua riformulazione dell’imperativo categorico in un imperativo ecologico, egli ha dimostrato, nella nostra epoca, la possibilità di un filosofare previsionale. “Agisci come se gli effetti del tuo agire siano conciliabili con la permanenza di una vita autenticamente umana sulla Terra”. In tal modo, l’imperativo metanoico nel presente, che eleva l’elemento categorico a fattore assoluto, acquista contorni sufficientemente definiti. Esso avanza l’impegnativa pretesa di coinvolgerci nella mostruosità dell’universale divenuto concreto. Ci chiede di soggiornare durevolmente nel campo in cui vige la superpretesa di affrontare enormi improbabilità. Poiché si rivolge personalmente a ciascun individuo, devo riferire il suo appello a me stesso, come se io fossi il suo unico destinatario. Si pretende che io mi comporti come se potessi sapere immediatamente quali prestazioni dovrei fornire, non appena interpreto me stesso come agente nella rete delle reti. Dovrei valutare in ogni istante le ripercussioni del mio agire sull’ecologia della società mondiale. Dovrei addirittura sfiorare il limite del ridicolo interpretando me stesso come membro di un popolo di sette miliardi di persone, sebbene anche la mia stessa nazione sia, ai miei occhi, fi n troppo ampia. Dovrei affermarmi come cittadino del mondo, anche se conosco appena il mio vicino di casa e trascuro i miei amici. Per quanto non riuscirò a entrare in relazione con la maggioranza dei membri del nuovo popolo, dato che l’“umanità” non rappresenta né un valido destinatario né una dimensione che facilita gli incontri, tuttavia ho il dovere di considerare la sua presenza reale in ogni mia operazione. Dovrei diventare un fachiro della coesistenza con tutto e tutti, e ridurre la mia impronta nell’ambiente sull’esempio di una piuma.
 
Lotte tra sistemi immunitari
 
Questa riflessione rende necessario un ampliamento del concetto di immunità: non appena si inizia a trattare modi di vivere nei quali è coinvolto lo zoon politikon uomo, bisogna fare i conti con la precedenza assegnata ai vincoli immunitari sovra individuali. In queste situazioni, può aversi immunità individuale solamente come co-immunità. In ottica sistemica, tutte le unioni sociali storiche sono interpretabili come strutture co-immunitarie, dall’orda primordiale fi no agli imperi universali. Tuttavia, bisogna registrare che la ripartizione dei concreti benefi ci immunitari in “società” iperstratificate rivela fi n dall’Antichità forti disuguaglianze. La disparità nell’acceso alle opportunità immunitarie venne avvertita già ai primordi come la manifestazione più acuta di “ingiustizia”. Essa fu esteriorizzata come oscuro destino oppure interiorizzata come oscura colpa. Tale sentimento poteva essere compensato, durante gli ultimi millenni, solamente da quei sistemi di esercizio sovra etnici comunemente chiamati “religioni”. Per mezzo di imperativi sublimi e universalizzazioni astratte della promessa di salvezza, esse tennero aperti gli accessi alle pari opportunità immunitarie di tipo simbolico.L’attuale situazione del mondo è caratterizzata dal non possedere alcuna efficiente struttura co-immunitaria per i membri della “società” mondiale. Al massimo livello, “solidarietà” è ancora una parola vuota. A essa ben si adatta la massima di un discusso giuspubblicista: “Chi dice ‘umanità’ cerca di ingannarti”. La ragione è ovvia: le unità solidaristiche effettive e co-immunitarie, sia oggi sia in passato, sono formattate su scala familiare, tribale, nazionale e imperiale, recentemente anche in alleanze strategiche continentali, e funzionano (quando funzionano) conformemente ai formati di volta in volta vigenti della differenza tra sfera personale e sfera estranea. Le riuscite alleanze finalizzate alla sopravvivenza, fino a prova contraria, sono dunque particolari: ormai, anche le “religioni universali”, in conformità alla natura delle cose, non possono che essere dei provincialismi su vasta scala. In questo contesto, perfino il concetto di “mondo” è un’espressione ideologica, perché ipostatizza il macroegoismo dell’Occidente e di altre grandi potenze, e non descrive la concreta struttura co-immunitaria di tutti i candidati alla sopravvivenza sulla scena globale. I sistemi parziali rivaleggiano ancora secondo una logica che, di norma, trae dai benefi ci immunitari degli uni i deficit immunitari degli altri. L’umanità non costituisce un superorganismo (come sostengono precipitosamente alcuni sistemici), ma, fino a prova contraria, non è altro che un aggregato di “organismi” di livello superiore, i quali non sono ancora stati integrati in un’unità operativa di livello supremo.
 
Ora o mai più
 
Tutta la storia è storia di lotte tra sistemi immunitari. Essa coincide con la storia del protezionismo e della esternalizzazione. La protezione si riferisce ancora a un Sé locale e l’esternalizzazione a un ambiente anonimo, del quale nessuno si assume la responsabilità. Questa storia abbraccia il periodo dell’evoluzione umana, nel quale le vittorie della sfera personale potevano essere pagate solamente dalla sconfitta della sfera estranea. In essa dominano i sacri egoismi delle nazioni e delle imprese. Poiché tuttavia la “società mondiale” ha raggiunto il limes e la Terra, insieme ai suoi fragili sistemi atmosferici e biosferici, ha rappresentato, una volta per sempre, il limitato teatro comune di tutte le operazioni umane, la prassi di esternalizzazione incontra il suo confi ne assoluto. Da questo punto in poi, un protezionismo della totalità diventa il precetto della ragione immunitaria. La ragione immunitaria globale è collocata un gradino sopra a tutto ciò che sono state in grado di ottenere le sue anticipazioni nell’idealismo filosofico e nel monoteismo religioso. Per questo motivo, l’Immunologia generale è l’erede legittima della metafi sica e la reale teoria delle “religioni”. Essa richiede di andare oltre a tutte le distinzioni finora invalse tra sfera personale e sfera estranea. In questo modo, vengono meno le classiche distinzioni tra amico e nemico. Chi continua a seguire la linea delle separazioni finora invalse tra sfera personale e sfera estranea produce deficit immunitari non solamente per altri, ma anche per se stesso.
La storia della sfera personale, intesa in senso troppo ristretto, e della sfera estranea, trattata in modo troppo negativo, raggiunge la sua conclusione nel momento in cui sorge una struttura co-immunitaria globale basata sull’inclusione delle singole culture, degli interessi particolari e delle solidarietà locali. Questa struttura acquisirebbe un formato planetario nel momento in cui la Terra, innervata da reti e infrastrutturata da schiume, venisse concepita come sfera personale e l’eccessivo sfruttamento, fi nora dominante, come sfera estranea. Con questa svolta, la dimensione concretamente universale diventerebbe operativa. La totalità inerme si trasformerebbe in un’unità protettiva. Al posto del romanticismo della fratellanza subentrerebbe una logica cooperativa. L’umanità diventerebbe un concetto politico. I suoi membri non sarebbero più passeggeri della nave dei folli rappresentata dall’universalismo astratto, ma collaboratori al progetto, assolutamente concreto e discreto, di un design immunitario globale. Sebbene, fin dal principio, il comunismo fosse un conglomerato di poche idee giuste e molte idee sbagliate, la sua parte ragionevole: presto o tardi, l’idea che i supremi interessi comuni e di vitale importanza possano realizzarsi solamente in un orizzonte di ascesi universali e cooperative acquisterà necessariamente nuova validità. Essa spinge verso una macrostruttura di immunizzazioni globali: co-immunità.Una struttura simile si chiama “civiltà”. Le sue regole monastiche vanno redatte ora o mai più. Esse codificheranno quelle antropotecniche che risultano conformi all’esistenza nel contesto di tutti i contesti. Voler vivere al loro cospetto significherebbe prendere la decisione di assumere, in esercizi quotidiani, le buone abitudini di una sopravvivenza comune.
 
 
Cfr. http://www.quadernodicomunicazione.com/PDF/QdC12.pd

SLOTERDIJK – DESIGN DI UNA CIVILTà CO-IMMUNITARIAultima modifica: 2012-07-31T10:30:07+00:00da mangano1
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento