“Realizzare” il postmoderno. Dieci (piccole) riflessioni sulle possibilità di uscita

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“Realizzare” il postmoderno. Dieci (piccole) riflessioni sulle possibilità di uscita
15 luglio 2012 Pubblicato da Gianluigi Simonetti

di Francesco Giusti
Il postmoderno sembra pensare: alla mia altezza cronologica ho la possibilità di capire che ogni idea è una costruzione storica. Questo è vero non solo per tutte le idee che lo precedono, ma anche per la sua idea che ogni idea sia una costruzione storica. Quindi non esclude di principio la possibilità che le cose possano cambiare. Solo che una tale presa di coscienza inibisce il pensiero inteso come progresso lineare, perché anche se si verificano affermazioni di “verità forti” è ormai difficile ignorare che qualcuno prima di me che la propongo ha demolito la mia pretesa di verità ipotizzando che io possa essere semplicemente una costruzione storica.
Conseguenza maggiore del punto precedente: in questa “fine” del pensiero progressivo le idee possono collocarsi una accanto all’altra senza gerarchie, come alternative coesitenti. Da un punto di vista etico tutto questo è pericolosamente meraviglioso: ogni affermazione impositiva di una presunta verità forte è delegittimata. Le proposte alternative sono tutte ugualmente frequentabili nel rispetto del limite che non si facciano prevaricanti.
Conseguenza dell’osservazione precedente: ogni proposta etica, che non può più essere assoluta (può averne la pretesa interna, forse, ma non il riconoscimento), è demandata al singolo essere umano. È nella sfera della sua vita quotidiana, del suo vissuto e della sua esperienza che il soggetto può scegliere la proposta etica da adottare. Questo sembrerebbe legittimare qualsiasi etica, anche la più efferata, eppure nella compresenza con altre si mantiene sempre una pluralità di punti di vista esterni che impediscono ad ognuna di esse di assumere un valore assoluto. È, probabilmente, quel fenomeno di restringimento al soggetto singolare che si nota in tanta narrativa postmoderna.
Anche l’uomo è una costruzione storica, questo principio non esclude la possibilità di pensare un uomo, ma chiede di pensarlo come uomo tra altri uomini, tra altre possibilità di uomini. Una tale relatività ha prodotto dei cambiamenti che non possono essere ignorati pretendendo che il postmoderno abbia inibito l’azione storica: nuove possibilità di esistenza sono emerse, questo non può non essere un effetto reale. Se sono consapevole che l’idea di uomo è un prodotto storico e non un modello metafisico, dovrei sentirmi autorizzato in misura maggiore a modellare autonomamente la mia idea e me stesso. Queste nuove potenzialità dell’identità individuale, che nascerebbe così da una negoziazione con il proprio contesto e, quindi, non sarebbe più una solidità data ma una performance da realizzare continuamente, vanno considerate una svolta storica radicale nella realtà.
Quel che il soggetto possiede è quel che ha nella sua percezione. Non si nega di principio l’esistenza dell’oggetto reale – un sasso – ma quell’oggetto è irrilevante (nel senso di non conosciuto) finché non entra nella percezione di un soggetto e tale percezione è sempre accompagnata dall’interpretazione come due momenti contemporanei. Scindibili solo sul piano della riflessione teorica postulando un istante – infinitamente riducibile – tra il fatto e l’interpretazione; tale scissione non si dà per il soggetto che ne fa esperienza e si dovrebbe ipotizzare l’evento di un fatto prima che il soggetto se ne faccia testimone con la sua esperienza. Il sasso esiste, questo è accettabile, prima di ogni esperienza; più difficile è invece ipotizzare che l’uomo o l’animale non usino schemi concettuali nell’entrare in relazione con esso. L’uomo sa cosa sia un sasso, per l’animale probabilmente è solo un ostacolo da superare, non ci sono schemi concettuali diversi in uso?
L’idea di “uomo” di Foucault – che avrebbe un suo inizio e una sua fine nella storia occidentale – non è, o non è soltanto, il corpo concreto. L’esistenza di un corpo solido che abbia realtà fisica nello spazio e che chiamiamo uomo è accettabile, ma ogni volta che si fa esperienza di un uomo, ogni volta che incontriamo (o ci scontriamo con) quel corpo solido, riusciamo davvero ad averne un’esperienza che sia priva di una qualsiasi idea storica di “uomo”?
Tutta una serie di fenomeni recenti, i cosiddetti ritorni ad etiche forti, possono essere interpretati come manifestazioni di una fuoriuscita dal postmoderno. Ma possono essere interpretati anche come prosecuzioni su scala di massa di possibilità insite nel postmoderno stesso e nelle sue etiche plurali. Le “svolte” ecologica, biologica, locale, etc. sembrano nascere proprio in quelle possibilità etiche che il postmoderno ha consentito al suo interno, sia economicamente sia culturalmente. E al di là dei singoli fenomeni in considerazione, qui si annida il problema maggiore nei confronti del postmoderno: di fronte ad un’etica multipla che sia inclusiva e non esclusiva è difficile dire cosa è dentro e cosa è fuori, individuare l’uscita. Difficile uscire da un pensiero che afferma la relatività anche della propria stessa affermazione.
Nell’impossibilità di collocarsi sul piano dell’assoluto, ogni verità del postmoderno è una verità relativa all’interpretazione del singolo e alle sue contingenze storiche. L’unica verità relativa della verità del postmoderno è che l’assoluto si attinga solo per via negativa, nell’esperienza della limitatezza, nell’erranza. L’altro dall’interpretazione singolare è intuibile solo nell’errore della singola interpretazione. Nel momento dello scacco si può intuire l’esistenza inattingibile di un altro dell’interpretazione, un altro dalla mia interpretazione.
Conseguenza del punto precedente è l’unica possibilità che sembra darsi per l’uscita dal vizio circolare del postmoderno, almeno al livello del singolare. Nell’errore dell’interpretazione, nell’esperienza del limite dell’umano intuiamo che c’è un qualcosa da cui il limite ci separa. Intuiamo che c’è un reale al di fuori dell’umano di cui non possiamo sapere nulla, di cui non possiamo dire nulla, perché quel sapere e quel dire sarebbero di nuovo umani. Però questo altro è ciò che permette il passaggio da un’interpretazione finita ad un’altra interpretazione finita (come accadere dell’interpretazione che è, forse, l’unico evento privo di interpretazione), è in virtù di questo altro, che è al di là di ogni dire, che si rivela il carattere finito di ogni atto interpretativo. Tale posizione, che riduce il conoscibile all’umano (posso conoscere solo ciò che percepisco e interpreto), si mostra, paradossalmente, come meno antropocentrica di quella che assegna all’uomo la possibilità di trascendere l’umano verso una conoscenza diretta e integrale dell’oggetto che sia svincolata da un soggetto che lo percepisce e lo interpreta.
Tutte le proposte positive di uscita dal postmoderno sembrano avere un carattere di ritorno a posizioni precedenti, tentativi di recupero che l’inclusività del postmoderno, purtroppo, autorizza al suo interno. In questa non progressività sembra trovarsi ancora quella nostalgia che caratterizza proprio tanti fenomeni postmoderni. Un modo possibile per uscire dal postmoderno sembra essere realizzandolo completamente, portando le sue premesse alle loro ‘tragiche’ conseguenze, cioè accettando una conoscenza per via negativa: se non ci può essere scoperta immediata dell’oggetto, solo rivelando a me stesso il fallimento di altre interpretazioni e facendomi testimone in prima persona di questi fallimenti posso sperare di cogliere, nello scarto che continuamente si produce contro la resistenza che l’oggetto oppone ai miei sforzi, un nuovo senso da attribuire alla parola reale.
* Questo testo è la sintesi di una lunga conversazione romana avuta con Daniele Poccia, filosofo.
[Immagine: David Hockney, Cameraworks (gm)].

“Realizzare” il postmoderno. Dieci (piccole) riflessioni sulle possibilità di uscitaultima modifica: 2012-07-27T15:41:50+00:00da mangano1
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