Corrado Bevilacqua L’orlo del baratro ( I libri di laprimaradice.myblog.it)

Corrado Bevilacqua
L’orlo del baratro

Unknown.jpeg

I libri di
laprimaradice.myblog.it

Prefazione.  La teoria economica contemporanea è sostanzialmente una
rielaborazione della teoria marginalista. Il mattone sul quale venne
costruita la teoria marginalista fu l’idea che l’attività economica
aveva per scopo la soddisfazione dei bisogni degli individui.
Fondamentale, in questo quadro, era il valore d’uso dei beni che
venivano prodotti dalle imprese. La soddisfazione dei bisogni seguiva
la legge della decrescenza dell’utilità dei beni consumati alla quale
era abbinata la legge della decrescenza dei rendimenti a livello della
produzione. Ciò garantiva l’intersecarsi delle curve di domanda e di
offerta.

In condizioni di equilibrio, ciascun consumatore vedeva realizzata la
piena soddisfazione dei propri bisogni e ciascun venditore vedeva
realizzato il proprio obiettivo di massimizzare i propri profitti
sulle vendite, dal momento che, in equilibrio, il prezzo dei beni
prodotti equivaleva al costo marginale degli stessi. La
rappresentazione  formale di questa situazione era affidata ad un
imponente apparato matematico.

Vilfredo Pareto, economista italiano emigrato a Losanna, dove Léon
Walras aveva insegnato per lunghi anni, dapprima nel suo Corso di
economia politica, successivamente nel Manuale di economia politica
elaborò ulteriormente il modello walrasiano di equilibrio economico
generale, introdusse il concetto di ofelimità, introdusse le curve di
indifferenza. Fu Pareto a dare la famosa definizione di ottimo da
allora conosciuto come “ottimo paretiano”.

Caratteristica base di tale modello è il suo meccanicismo ispirato sia
a Walras che a Pareto dalla meccanica classica. Altra caratteristica
base del modello walrasiano-paretiano è la sua assunzione della
cosiddetta Legge di Say per la quale non possono verificarsi crisi
generali perché l’offerta crea la propria domanda.

Queste due caratteristiche base del modello walrasiano-paretiano
furono al centro della critica keynesiana. Il mondo economico di
Keynes era un mondo di propensioni – propensione al consumo,
propensione al risparmio, propensione all’investimento – e di
preferenze – preferenza per la liquidità – nel quale le decisioni
relative all’economia venivano prese in condizioni di ignoranza e di
incertezza. In un mondo di tal fatta, solo per un caso fortunato le
decisioni relative a investimenti, consumi, risparmi potevano
combinarsi assieme e dare vita ad un equilibrio di piena occupazione.

Keynes, inoltre, non credeva nella Legge di Say. E, in effetti, la
Legge di Say poteva funzionare in un’economia basata sul baratto. Essa
avrebbe potuto difficilmente funzionare in un’economia monetaria dove
la moneta svolgeva la funzione di riserva di valore oltre che quella
di mezzo di scambio e nella quale il denaro ricavato dall’attività
economica svolta da ciascun individuo poteva essere investito in
titoli azioni, obbligazioni, titoli di stato, oppure poteva essere
trattenuto sotto forma di riserva.

Negli stessi anni nei quali Keynes lavorava alla Teoria generale in
Inghilterra, nella lontana Polonia un oscuro impiegato tecnico
dell’Istituto per la congiuntura di Varsavia lavorava ad alcuni saggi
sul ciclo economico che erano destinati a fare di lui, grazie al
conseguimento d’una borsa di studio d’una fondazione americana, uno
dei più grandi economisti del ‘900. L’economista si chiamava Michal
Kalecki e i saggi di cui sopra sono oggi reperibili nel volume
intitolato Michal Kalecki Saggi sulla teoria dei cicli economici.

Idea base di Kalecki era che i capitalisti  guadagnano ciò che
investono, i lavoratori spendono ciò che guadagnano. Altra idea base
di Kalecki era che la “tragedia dell’investimento”, come egli la
definì in un saggio del 1944, è che esso è utile. Ciò significava che
l’investimento creava nuova capacità produttiva la quale andava ad
aggiungersi a quella esistente e in tal modo finiva alla lunga per
disincentivare lo stesso investimento. Altra idea base di Kalecki era
che l’innovazione, la quale rappresenta il motore dello sviluppo
economico capitalistico, poteva essere bloccata dall’aumento del
“grado di monopolio” delle imprese che misura il grado del controllo
da esse esercitato sul settore industriale cui appartengono. Tale
grado è misurato dall’ampiezza esistente nella differenza fra il
prezzo praticato a livello di industria e il prezzo praticato a
livello di impresa.

In particolare, per quello che riguarda il problema relativo al modo
di uscire dalla depressione degli anni ’30, Kalecki pensava come
Keynes che esso consistesse nell’immissione di denaro fresco
nell’economia per incentivare la stessa attività economica in modo non
diverso da quello che sarebbe stato prodotto da un aumento delle
esportazioni. Nel 1944, Kalecki partecipò con un suo saggio famoso
intitolato Tre vie alla piena occupazione, alla pubblicazione del
volume L’economia della piena occupazione che costituisce una delle
pietre miliari della nascente teoria dell’occupazione.

Di natura affatto diversa fu il contributo di John R. Hicks. Autore di
una celebre recensione della Teoria generale di Keynes nella quale la
teoria di Keynes veniva declassata a caso particolare della teoria
ortodossa, nel 1938 Hicks pubblicò Valore e capitale nel quale egli
cercava di reagire alla sfida lanciata da Keynes alla teoria ortodossa
dimostrando che la stessa poteva essere “dinamizzata” mantenendo
l’impianto originale di matrice walrasiano-paretiana.

In quegli stessi anni, mentre in Inghilterra si sviluppava un vivace
dibattito economico in seno al partito laburista [L’esperienza
laburista tra le due guerre mondiali, La nuova Italia], in Svezia,
patria di quel grande misconosciuto che fu Knut Wicksell, si dava
avvio a quello che nel secondo dopoguerra diventerà il welfare state,
il quale, malgrado il discredito in cui è oggi tenuto, rappresenta una
delle più grandi conquiste del capitalismo moderno [Sviluppo e
ristagno, La nuova Italia].

Infine, va ricordato che Il nostro welfare state non cadde da cielo;
né fu un’invenzione svedese. Esso, come ricordò Gerard Ritter nella
sua Storia dello stato sociale, nacque in Germania, prima nelle
riflessioni di Lorenz von Stein, poi, dall’intuito politico di Bismark
il quale aveva concepito l’istituzione delle prime forme di
assicurazione sociale come una sorta di misura preventiva e lo stesso
stato sociale, per usare la bell’espressione di Tony Judt, come “stato
preventivo”. [E. Roll Storia del pensiero economico, Boringhieri.
Joseph  A.  Schumpeter Storia dell’analisi economica, Boringhieri. H.
Denis Storia del pensiero economico, Il saggiatore. M. Blaug Storia e
critica della teoria economica, Boringhieri. B. Ingrao e Giorgio
Israel Il mito della Mano invisibile. Storia del concetto di
equilibrio economico generale. G. Lunghini Equilibrio in M. D’Antonio
e G. Lunghini Dizionario di economia. T. Koopmans Tre saggi sullo
stato della scienza economica. M. Dobb Storia del pensiero economico.
Id. Economia del benessere ed economia socialista. F. Vicarelli, a
cura di, Attualità di Keynes. C. Napoleoni Equilibrio economico
generale, Boringhieri.]

La maledizione del monetarismo. Mentre il presidente del consiglio
Mario Monti ironizza sul sesso della parola spread – l’unica, afferma,
che non è femminile che al convegno Women in Diplomacy, il debito
pubblico segna un nuovo record. A maggio il ‘rosso’ certificato dalla
Banca d’Italia ha raggiunto quota 1.966,303 miliardi di euro,
aggiornando il precedente massimo storico toccato ad aprile (1.949,242
miliardi). Con il risultato che su ogni cittadino italiano, neonati
compresi, grava un debito di quasi 33 mila euro.

Crescono anche le entrate tributarie, che tra gennaio e maggio si sono
attestate a 142 miliardi, in crescita dell’1,14% rispetto allo stesso
periodo dello scorso anno. Il dato diffuso da Bankitalia, che vede il
debito pubblico avvicinarsi sempre piu’ di piu’ alla soglia dei 2.000
miliardi di euro, calcola il ”rosso” in valori assoluti, e non in
rapporto al Pil. Ma certo anche questo indicatore segna un
peggioramento se si calcola che dall’inizio dell’anno il debito e’
cresciuto del 3,6% mentre il Prodotto Interno Lordo e’ diminuito.
Tanto che le ultime stime del Fmi individuano un rapporto del 125,8%
per quest’anno e 126,4% per il 2012. L’aumento del debito (+17,1
miliardi da aprile) in valori assoluti, spiega Via Nazionale, e’
attribuibile principalmente all’aumento delle disponibilità’ liquide
detenute dal Tesoro (di 8,3 miliardi, a 35,8 miliardi), al fabbisogno
(6,2 miliardi), a scarti di emissione (2,3 miliardi) dovuti
all’emissione di titoli sotto la pari, alle variazioni del cambio (0,2
miliardi).

Nel complesso, in cinque mesi, dalla fine del 2011 a maggio, il debito
ha registrato un incremento di 86 miliardi. Il debito grava come un
fardello sulla testa dei cittadini: 89.363 euro su ogni famiglia e ben
32.771 euro su ogni italiano, fanno sapere Adusbef e Federconsumatori,
che criticano la ‘cura Monti’ con cui il debito e’ aumentato di oltre
61 miliardi di euro da fine novembre. I sindacati vedono quindi con
favore l’annuncio del ministro dell’economia Vittorio Grilli di voler
vendere beni pubblici per 15-20 miliardi l’anno per ridurre il debito
pubblico.

Per la leader della Cgil Susanna Camusso, che indica la recessione
come causa dell’aumento del debito e chiede al Governo di mettere fine
ai tagli, bisogna pero’ passare dagli annunci alle azioni concrete.
Facendo pero’ attenzione ai beni non alienabili. Per il leader della
Cisl Raffaele Bonanni le dismissioni sono l’unica chance per
assottigliare il debito e bisogna arrivarci, anche se tardi. Il
segretario della Uil, Luigi Angeletti, frena pero’ sulla vendita dei
”gioielli di famiglia”: ”Va bene dismettere gli immobili e le
aziende municipalizzate – dice – Ma le dismissioni non possono
riguardare aziende come Eni, Enel e Finmeccanica perche’ su di esse si
fonda il sistema industriale del nostro Paese e perche’ non ci
sarebbero imprenditori italiani in grado di acquistarle”.

Crescono intanto anche le entrate tributarie contabilizzate nel
bilancio dello Stato: a maggio sono aumentate di 1,4 miliardi (+4,6%)
rispetto al 2011, mentre nel complesso dei primi 5 mesi gli incassi
dell’Erario sono saliti a 142 miliardi (+1,14%), trainati dalla
crescita dei proventi delle accise sulle risorse energetiche. Nel
panorama dei principali paesi europei, secondo i dati sulle ‘Entrate
tributarie internazionali’ diffusi dal Tesoro, l’Italia si posiziona
tra gli Stati a crescita piu’ moderata (+2,5% nei primi cinque mesi
dell’anno), mentre per il gettito Iva il nostro paese (-1,1%) finisce
insieme a Spagna (-10,1%) e Portogallo (-2,8%) tra gli unici Paesi con
tassi di variazione negativa. Crescono intanto anche le entrate
tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato: a maggio sono
aumentate di 1,4 miliardi (+4,6%) rispetto al 2011, mentre nel
complesso dei primi 5 mesi gli incassi dell’Erario sono saliti a 142
miliardi (+1,14%), trainati dalla crescita dei proventi delle accise
sulle risorse energetiche.

Nel panorama dei principali paesi europei, secondo i dati sulle
‘Entrate tributarie internazionali’ diffusi dal Tesoro, l’Italia si
posiziona tra gli Stati a crescita piu’ moderata (+2,5% nei primi
cinque mesi dell’anno), mentre per il gettito Iva il nostro paese
(-1,1%) finisce insieme a Spagna (-10,1%) e Portogallo (-2,8%) tra gli
unici Paesi con tassi di variazione negativa.

Cattive nuove anche dal Fondo monetario internazionale. L’economia
italiana si contrarra’ sia nel 2012 sia nel 2013. A certificarlo e’ il
Fondo Monetario Internazionale (Fmi), confermando un pil in calo
dell’1,9% quest’anno e dello 0,3% il prossimo in un contesto
generalizzato di rallentamento della ripresa, sulla quale restano
forti rischi al ribasso dovuti alla crisi dell’area euro. ”Il tempo
sta per scadere, bisogna agire” afferma il Fmi. La crisi di
Eurolandia ”e’ la priorita”’ e puo’ essere contenuta se, a fronte
dell’impegno dei Paesi sotto pressione alle riforme, gli altri membri
del blocco saranno disposti ad aiutare. E questo perche’ anche se i
”governi italiano e spagnolo hanno intrapreso importanti passi,
questi possono avere successo solo se riescono a finanziarsi a tassi
ragionevoli”.

Alcuni spread in Europa – mette in evidenza il Fmi – sono sono
giustificati dai fondamentali, per l’Italia si tratta di almeno 200
punti base sui 485 di premio per il collocamento dei titoli a dieci
anni. Un’affermazione che arriva in una giornata di alta tensione per
i titoli italiani, con lo spread che ha sfiorato quota 500 punti. Per
il Fmi l’Italia si trova di fronte a una doppia sfida: da un lato far
si’ che le misure di risanamento siano favorevoli alla crescita,
dall’altro assicurarsi che i progressi nel medio-lungo termine restino
intatti. L’Italia, che raggiungera’ un ”piccolo surplus strutturale
nel 2013”, dovrebbe ora spostare il risanamento dalle entrate alla
spesa pubblica.

Per il Belpaese il Fondo stima un debito pubblico in aumento piu’ di
quanto previsto in aprile e questo a causa dei contribuenti agli aiuti
europei, con i quali il debito salira’ al 125,8% quest’anno e al
126,4% nel 2013. Il debito certificato dalla Banca d’Italia in giugno
e’ pari alla cifra record di 1.966 miliardi di euro. Il contributo ai
meccanismi di salvataggio europei fara’ salire piu’ del previsto –
secondo il Fmi – anche il debito tedesco. Proprio la ratifica dell’Esm
e’ in salita in Germania, dove la Corte Costituzionale dovra’
esprimersi sui migliaia di ricorsi avanzati prima di approdare in
Parlamento. Gli esperti di Washington promuovono gli accordi presi
finora a livello europeo per risolvere la crisi ma spingono ad andare
piu’ avanti, verso un’unione fiscale e di bilancio.

La crisi dell’area puo’ essere alleviata – affermano – anche con
l’aiuto della Banca Centrale Europa (Bce) che ha spazio per un
ulteriore allentamento monetario. ”La ripresa economica globale
continua ma e’ debole” osserva il capo economista del Fmi, Olivier
Blanchard, secondo il quale il risanamento sta pesando sulla crescita.
Il rischio immediato – avverte il Fmi – è che azioni ritardate o non
sufficienti contribuiranno a una ulteriore escalation della crisi
dell’area euro. Nell’aggiornamento del World Economic Outlook, il Fmi
stima una crescita mondiale del 3,5% quest’anno e del 3,9% nel 2013,
in lieve ribasso rispetto alle previsioni di aprile. Il pil di
Eurolandia si contrarra’ nel 2012 dello 0,3%, per poi aumentare dello
0,7% nel 2013 (-0,2 punti rispetto ad aprile). Per gli Usa il Fmi
rivede al ribasso di 0,1 punti percentuali sia le stime 2012 sia
quelle del 2013 a rispettivamente +2,0% e +2,3%.

Via libera del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) allo stanziamento
di 1,48 miliardi di euro per il Portogallo. ”L’attuazione del
programma da parte del governo portoghese, nonostante le difficoltà
dell’area euro, e’ lodevole” afferma il Fmi.

Questi sono i fatti. Certo, essi vanno interpretati. Qualcuno una
volta scrisse che non esistono i fatti, esistono le interpretazioni.
Va da sé che non esisterebbero le interpretazioni se non esistessero i
fatti. Polemiche a parte, quel che è certo è che un governo di
economisti sta portando l’Italia verso il baratro. L’economia continua
a perdere punti di Pil, l’industria italiana continua a essere facile
preda degli sceicchi del Golfo, Fiat medita di chiudere Mirafiori.

E che dobbiamo ringraziare di tutto ciò? Dobbiamo ringraziare il
nostro presidente del consiglio e la sua fede nell’economia di
mercato, la sua pervicacia da Chigaco Boy, la sua incapacità a pensare
a un  progetto per l’Italia, la sua adesione cieca ai principi di
quella che Lord Kaldor ebbe a definire “the scourge of monetarism”.

La nostra obsoleta mentalità di mercato. Nouriel Roubini non ha dubbi.
L’economista della New York University ha infatti dichiarato in
un’intervista a Reuters, che nel 2013 potrebbe abbattersi
sull’economia mondiale una crisi senza precedenti dovuta a un pool di
fattori fra i quali egli annovera la possibilità d’una guerra contro
l’Iran. Nel frattempo, aspettando la crisi prossima ventura, vediamo
quello che succede nel mondo dell’economia.

Le Borse hanno ignorato gli ultimi affondi di Moody’s sull’Italia, si
legge in un lancio Ansa, e in prima battuta tentano il recupero, anche
sulla spinta dell’inaspettato successo dell’asta di Madrid e
dell’attesa per l’Eurogruppo che dovrà definire il meccanismo dello
scudo anti-spread e i dettagli del salvataggio delle banche spagnole.
Ben presto, però, è arrivata la delusione per il messaggio del
presidente della Federal Reserve Ben Bernanke e i listini azzerano i
guadagni, a partire da Wall Street, mentre restano in tensione lo
spread (sopra 480 punti), e l’euro. La piazza peggiore è stata Milano
che ha chiuso in ribasso dello 0,94%. Hanno fatto meglio Madrid che
archivia un +0,40% seguita da Francoforte (+0,18%) Parigi (-0,09%) e
Londra (-0,59%).

Dal presidente della Federal Reserve non è arrivato l’aiuto sperato:
nell’attesa audizione alla commissione bancaria del Senato Usa, il
governatore si e’ limitato a ripetere di essere pronto a sostenere
l’economia, ma non ha offerto spunti, e soprattutto nessun dettaglio,
su concrete misure di stimolo che potessero far prefigurare l’ok a un
terzo ciclo di acquisti di Bond. Una misura ‘salutare’ su cui il
mercato scommette da tempo tanto piu’ che il quadro economico
tratteggiato da Bernanke e’ tutt’altro che incoraggiante: crescita
”moderata”, progressi nel mercato del lavoro ”frustranti”, fiducia
”bassa”. E la colpa – dice chiaramente il numero uno della Fed – e’
in buona parte dell”’Europa che sta rallentando l’economia mondiale”
e c’e’ il rischio che la crisi monti ancora. Il messaggio non e’
piaciuto. Le piazze del Vecchio Continente hanno azzerato i guadagni
raccolti a fatica e a dispetto del taglio del rating su enti locali
italiani e banche comunicato nella notte da Moody’s.

Sull’iniziale buon umore dei mercati molto aveva contato l’exploit
dell’asta spagnola in cui Madrid ha collocato tutto (3,56 miliardi di
euro) riuscendo a strappare tassi in ribasso. Sulla scadenza a 12 mesi
il rendimento medio e’ sceso al 3,918% dal 5,074% dell’asta di giugno
e per la tranche a 18 mesi il tasso e’ calato al 4,242% dal 5,107%.

L’euro e’ risalito sopra 1,23 dollari, per poi chiudere in Europa
attorno a 1,2280, mentre per lo spread Btp-Bund e’ stata tutta una
altalena con un picco a quota 490 e un minimo a 471 punti prima di
chiudere a 481. A pesare, dicono nelle sale operative, e’ stato anche
l’allarme default della Sicilia piu’ che le prevedibili mosse di
Moody’s. Bankitalia – nel bollettino mensile – ha tenuto a
sottolineare che il taglio del rating dell’Italia annunciato da
Moody’s la scorsa settimana poco prima di un’asta ”non ha avuto
effetti sulla domanda o sui rendimenti”. Anzi – ha rimarcato il
dirigente generale del Tesoro, Maria Cannata – si e’ registrata ”una
forte domanda dall’estero pari al 54% contro il 46% di domanda
domestica”.

E se ora gli occhi sono puntati sull’Eurogruppo di venerdi’, il
capoeconomista della Bce Joerg Asmussen avverte che per garantire il
futuro dell’euro serve un’ ”ulteriore condivisione della sovranita”’
a favore di una autorita’ europea per ”correggere politiche non
sostenibili” degli stati membri.

La coesione dell’Ue e la fine della tempesta sui mercati saranno
decisivi per la ripresa in Italia che quest’anno, se lo spread si
manterra’ elevato a 450 punti, sara’ colpita da un calo del pil del 2%
e una recessione che finira’ solo a inizio 2013. Il prossimo anno il
prodotto scendera’ comunque dello 0,2% e la disoccupazione salira’ a
oltre l’11%. Anticipata dal governatore Ignazio Visco all’assemblea
dell’Abi la scorsa settimana, la revisione al ribasso delle stime
contenuta nel bollettino economico della Banca d’Italia e’ pesante e
riflette l’allarme lanciato anche nell’ultimo bollettino della Bce e
che ha giustificato il taglio dello 0,25% dei tassi.

Il ribasso del rating di Moody’s per Via Nazionale non ha influito
sull’asta dei titoli triennali da 3,5 miliardi tenuta il giorno
successivo, venerdi’. E anche il direttore del Tesoro Maria Cannata
rileva come la ”domanda estera” e’ forte e nell’ultima emissione e’
stata pari al 54%, confermata anche nell’asta degli operatori
specialisti di lunedi’. Per questo non rispondono al vero le
ricostruzioni di stampa che parlavano di pressioni sulle banche dal
Tesoro, avvisato dall’agenzia di rating del downgrade. ”C’e’ un
obbligo di riservatezza” spiega e rileva come le entrate vanno bene e
siamo ricchi di liquidita”’ e per questo e’ stata cancellata come
d’abitudine l’asta di agosto.

Per il nostro paese pero’, come avvisa la Banca d’Italia, il quadro
economico non brillante a livello internazionale si innesta, in una
situazione di ”elevata incertezza” e per questo sono cruciali le
modalita”’ dell’attuazione del vertice europeo di fine giugno e le
misure su ”liberalizzazione, di stimolo dell’attivita’ economica e di
riforma del mercato del lavoro” che ‘incideranno positivamente sulle
capacita’ di crescita della nostra economia, con effetti soprattutto
nel medio periodo. Nel frattempo pero’, quest’anno e il prossimo,
”l’attivita’ economica continuerebbe a essere caratterizzata da
un’accentuata debolezza della domanda interna” con una significativa
contrazione dei consumi delle famiglie gravate dalle misure di
correzione dei conti del governo e dalla disoccupazione. La Banca
d’Italia segnala infatti che ”a fronte di un significativo aumento
della partecipazione al mercato del lavoro, gia’ osservato nella prima
parte del 2012, il tasso di disoccupazione si porterebbe al di sopra
dell’11 per cento nel 2013”.

L’agenzia Moody’s taglia il rating di tre compagnie assicurative
italiane. Il ratign di Assicurazioni Generali e’ stato tagliato a Baa1
da A1 con outlook negativo. Il rating di Allianz Spa e’ stato ridotto
ad A3 da A1 con prospettive negative. Il rating di Unipol
Assicurazioni e’ stato ridotto a Baa2 da A3. Il taglio e’ legato al
downgrade dell’Italia deciso lo scorso 13 giugno. Il rating di
Assicurazioni Generali, nonostante il downgrade, si mantiene di un
gradino superiore a quello dell’Italia.

In questo quadro palesemente negativo, si inseriscono i dai Istat
sulla povertà in Italia. Il ritratto che vien fuori è quello di
un’Italia che non ce la fa ad arrivare a fine mese, che non riesce a
spendere, in due, piu’ di 1.011 euro. E’ composta da 8,1 milioni di
persone e rappresenta l’11,1% delle famiglie residenti. In tanti, 3,4
milioni (5,2 famiglie su 100) vivono in condizioni di poverta’ grave.
Sono dati allarmanti, di una poverta’ stagnante, rimasta
”sostanzialmente stabile” tra il 2010 e il 2011, ma solo perche’
sono peggiorate le condizioni delle famiglie in cui vi sono operai, o
non vi sono redditi da lavoro, e migliorate quelle delle famiglie di
dirigenti o impiegati.

Al Sud e’ povera quasi una famiglia su quattro (23,3%) e, in generale,
il 7,6% delle famiglie rischia di ”superare” la soglia. Nel 2011
8.173.000 poveri – Rappresentano il 13,6% dell’intera popolazione e
l’11,1% delle famiglie (2 milioni e 782 mila). Di questi, 3 milioni e
415 mila (5,7% dell’intera popolazione) vivono in condizioni di
poverta’ assoluta (1 milione e 297 mila famiglie; 5,2%). Una famiglia
composta da due persone e’ considerata relativamente povera se ha una
spesa inferiore o pari a 1.011,03 euro (soglia poverta’).

Il 15,4% (15,1% nel 2010) dei nuclei in cui vi sono operai e’
relativamente povero, il 7,5% (6,4% nel 2010) e’ assolutamente povero.
Migliora invece la condizione delle famiglie di dipendenti o
dirigenti: nel 2010 era relativamente povero il 5,3% e assolutamente
povero l’1,4%, nel 2011 i valori si fermano al 4,4% e all’1,3%.
Assieme alle famiglie operaie peggiorano anche le condizioni dei
nuclei senza occupati ne’ ritirati dal lavoro (l’incidenza della
poverta’ relativa passa da 40,2% a 50,7%) e di quelli con tutti i
componenti ritirati dal lavoro (dall’8,3% al 9,6%). In generale,
l’incidenza di poverta’ assoluta cresce tra le famiglie con a capo una
persona con profili professionali e/o titoli di studio bassi, tra cui
nuclei con licenza elementare (dall’8,3% al 9,4%) o di scuola media
inferiore (dal 5,1% al 6,2%).

E’ relativamente indigente il 10,4% (4% in poverta’ assoluta) delle
coppie con un figlio, il 13,5% (5,7%) di quelle con un figlio minore.
Nel 2010 erano rispettivamente il 9,8% (2,9%) e l’11,6% (3,9%). Il
28,5% delle famiglie con cinque o piu’ componenti e’ relativamente
povera, incidenza che al Sud raggiunge il 45,2%. La poverta’ e’
inoltre superiore alla media nelle famiglie con due o più anziani
(14,3%).

Al Sud è povera una famiglia su quattro. Tra queste, l’8% vive in
condizioni di poverta’ assoluta. Aumenta in un anno l’intensita’ di
poverta’ relativa (quanto la spesa mensile equivalente delle famiglie
povere si colloca al di sotto della linea di poverta’), cioe’ i poveri
sono diventati ancora piu’ poveri. Il valore e’ passato dal 21,5% al
22,3%.

Sicilia e Calabria sono le regioni più povere. Con un’incidenza di
poverta’ rispettivamente pari al 27,3% e al 26,2%. I valori piu’ bassi
li registrano invece la provincia di Trento (3,4%), la Lombardia
(4,2%), la Valle d’Aosta e il Veneto (4,3%).

Il 7,6% delle famiglie è a rischio povertà. Sono quei nuclei che si
trovano di poco al di sopra della linea di convenzionale di poverta’ e
che, magari, con una spesa improvvisa, potrebbero ”scivolare” al di
sotto. Di questi il 3,7% presenta valori di spesa superiori alla linea
di poverta’ di non oltre il 10%. Considerando le famiglie povere (6%
appena povere e 5,1% sicuramente povere) e quelle a rischio, una
famiglia su 5 (18,7%) tra quelle residenti in Italia risulta indigente
o quasi indigente.

”Monti e i sobri professori hanno fatto cassa sulla pelle dei
cittadini, lasciando impuniti evasori, speculatori e i soliti noti
della casta”, scrive sul blog il leader dell’Idv Antonio Di Pietro.
”La poverta’ non puo’ essere l’alternativa e l’antidoto alla crisi”,
denuncia Nichi Vendola, presidente di Sinistra Ecologia Liberta’, su
twitter. ”Otto milioni di italiani sprofondano nella poverta’ e il
governo Monti se ne frega. Solo tasse e tagli”, aggiunge sempre su
twitter il leader de La Destra, Francesco Storace. Per il presidente
dei Verdi Angelo Bonelli ”il governo e’ responsabile dell’aumento
della poverta”’. Adiconsum chiede ”fondi di solidarieta’ per
settori”. il Codacons un ”apposito ‘Decreto anti-poverta”’, mentre
le Acli ricordano che ”anche lo spread sociale e’ insostenibile”.

Il Pil italiano si ridurrà quest’anno del 2% e dello 0,2% nel 2013 se
lo spread si manterrà intorno ai 450 punti. E’ quanto prevede la Banca
d’Italia nel suo bollettino economico. Secondo via Nazionale la
recessione terminerà “all’inizio del 2013”. “La rapidità della
ripresa” in Italia “dipenderà dalla coesione dimostrata dalla UE e
dalla normalizzazione dei mercati finanziari”. Secondo la Banca
d’Italia l’incertezza su questo quadro è elevata, e saranno “cruciali
le modalità” dell’attuazione del vertice europeo di fine giugno. “A
fronte di un significativo aumento della partecipazione al mercato del
lavoro, già osservato nella prima parte del 2012, il tasso di
disoccupazione si porterebbe al di sopra dell’11 per cento nel 2013″.

“I provvedimenti legislativi di liberalizzazione, di stimolo
dell’attività economica e di riforma del mercato del lavoro varati
negli ultimi mesi hanno introdotto mutamenti di carattere
strutturale”. Le misure “incideranno positivamente sulle capacità di
crescita della nostra economia, con effetti soprattutto nel medio
periodo”. “Il costo dei prestiti alle imprese si è gradualmente
ridotto dall’inizio dell’anno”. Lo afferma la Banca d’Italia, secondo
cui “tuttavia i miglioramenti restano incerti e prosegue la debolezza
delle quantità erogate”. Per Via Nazionale, “le prospettive del
credito restano condizionate dal perdurare delle tensioni sui mercati
e dallo sfavorevole quadro economico, che si riflette sulla domanda da
parte di imprese e famiglie e sulle valutazioni delle banche riguardo
al loro merito di credito”.

L’asta dei titoli di Stato triennali dello scorso venerdì ha
registrato “una forte domanda dall’estero pari al 54% contro il 46% di
domanda domestica”. E’ quanto ha affermato il dirigente generale del
Tesoro, Maria Cannata, secondo cui, a conferma della buona domanda,
anche l’asta degli specialisti di lunedì è andata bene. Cannata ha
rilevato come “di solito non rileviamo i dati sulla composizione della
domanda ma ho letto articoli di stampa con ricostruzioni non vere e
per questo abbiamo fatto una indagine. Da tale lavoro – ha aggiunto –
è emerso come in questa asta il 54% della domanda sia estera, un
risultato notevole di questi tempi”. Un altro elemento importante, ha
rilevato, “é che il titolo abbia collocato l’ammontare massimo (3,5
miliardi a fronte di una domanda di 6 miliardi) e che abbia avuto
tassi di 14 punti base inferiori a quelli sul mercato secondario”.
Infine una ulteriore conferma è giunta dalla riapertura del titolo per
gli specialisti di ieri, lunedì. “In un giorno in cui il mercato era
forse peggiore – ha spiegato – il titolo è stato collocato quasi
integralmente (920 milioni su poco più di un miliardo). Forse è dovuto
anche al fatto che l’asta di agosto non ci sarà ma non mi stupisce
perché ormai è complicato trovare in Europa qualche titolo che renda”,
ha concluso Cannata riferendosi alle emissioni a tassi negativi di
diversi Paesi europei.

Ora sarebbe fin troppo facile dare la colpa di tutto ciò ai Chicago
Boys che ci governano. Un volta tanto, non vale il detto: “Piove
governo ladro”. La colpa è di decine di governi, decine di ministri
del bilancio, del tesoro, dell’industria. La colpa è nella mancanza di
spina dorsale da parte di una classe dirigente che da decenni occupa
abusivamente il potere. La colpa è di noi elettori che abbiamo dato il
nostro voto a partiti che erano diventati dei meri raccoglitori di
voti da ripagare con leggi e leggine ad hoc.

Ciò rende più difficile l’uscita dalla crisi. Per uscire dalla crisi
occorrerebbe avere un’idea chiara di quello che si vuol fare. Poi
occorrerebbe tagliar corto con il mito del mercato autoregolato, un
mito già sfato dalla crisi del 1929, come spiegò Karl Polany e
occorrerebbe avviare una seria politica di programmazione economica
che faccia un censimento delle risorse disponibili e che le impieghi
in base  un ben definito ordine di priorità  – da non confondere con
l’attuale ordine di beccata. Solo così si potrà uscire dalla crisi.
Dalla crisi non si uscirà tramite il mercato, ma uscendo dal mercato,
purché non succeda quello che ha previsto Nouriel Roubini. [K. Polany
La grande trasformazione, Einaudi. C. Kindleberger La grande
depressione nel mondo, Etas Libri
L. Caracciolo  L’economia della crisi, Einaudi]

Fmi: l’Euro è a rischio Europa. L’Italia deve “tagliare la spesa per
diminuire le tasse e distribuire in maniera migliore il peso della
correzione dei conti”, oltre che “aiutare la crescita”. Il fondo
monetario internazionale sprona il nostro Paese ad andare avanti nelle
riforme e mettere ordine nel comparto bancario, che deve anche fare
pulizia nei bilanci e rafforzarsi. La nuova occasione per gli esperti
di Washington di stimolare il nostro Paese arriva nell’art IV sulla
zona euro, la quale attraversa “una fase critica” aumentando “i dubbi
sulla stessa tenuta” della moneta unica. I mercati “finanziari restano
sotto pressione”, avvisa l’Fmi in una giornata in cui le Borse
comunque chiudono tutte in positivo, sebbene lo spread rimanga sempre
elevato sopra i 480 punti. Non aiutano le dichiarazioni della Merkel,
secondo cui “non è certo” che il progetto europeo funzionerà, e quindi
“dobbiamo continuare a lavorarci”.

Per questo, anche se le decisioni adottate dal vertice Ue come la
supervisione unica bancaria e le riforme dei Paesi siano giuste, ci si
deve muovere verso una Unione più completa e occorre varare “misure
per la crescita immediata”. Il fondo ribadisce, come già fatto nelle
scorse settimane, che a muoversi per prima debba essere la Bce
tagliando ulteriormente i tassi, realizzando un quantitative easing e
immettendo nuova liquidità alle banche oltre che acquistare i titoli
di Stato. Tutte ricette viste come la peste da alcuni Paesi rigoristi,
Germania in testa. Fra i provvedimenti necessari subito vi è l’uso
flessibile del fondo Esm che deve poter ricapitalizzare direttamente
le banche deboli, altra questione delicata in Europa. Un tema su cui,
ricorda il ministro dell’Economia Vittorio Grilli, l’Italia si è
battuta in sede europea, anche se, assicura il titolare di Via XX
Settembre, non ci sono problemi sul fatto che il fondo non sia
operativo ad agosto, perché ancora non ratificato o in attesa delle
decisioni dell’alta corte tedesca.

L’Italia infatti non prevede aste di titoli di Stato nel mese che si
prospetta il più caldo dell’anno, e non solo dal punto di vista
climatico. Malgrado i Paesi della zona euro impegnati nelle correzioni
di bilancio abbiano poco spazio di manovra, secondo il Fondo, occorre
comunque non deprimere troppo l’economia. La disoccupazione della zona
euro rimarrà alta, anche se con diseguaglianze fra i Paesi enormi come
il 5,5% della Germania e il 24% della Spagna. A molti paesi, fra cui
l’Italia, non basteranno i prossimi 4 anni per tornare ai livelli di
disoccupazione pre-crisi, data una crescita troppo debole. Ma alla
fine del rapporto il Fondo mette nero su bianco una serie di
raccomandazioni per i Paesi più a rischio. Per l’Italia, appunto, si
tratta di “tagliare la spesa per diminuire le tasse e distribuire in
maniera migliore il peso della correzione dei conti”, oltre che
“aiutare la crescita”. Va costituito un “surplus strutturale dell’1%
del Pil, come ancoraggio alle nuove regole di bilancio dovrebbero
essere inseriti tagli di spesa nel medio termine allo scopo di rendere
inattaccabili i miglioramenti nei conti”.

Il premier Wen Jiabao annuncia un periodo «di difficoltà» per
l’economia cinese. L’Fmi raffredda le attese di ripresa per l’economia
mondiale: andrà meno bene di quello che si sperava. Perché gli Stati
Uniti deludono le aspettative di crescita. E perché nell’eurozona, che
quest’anno si conferma in recessione, «la situazione resta precaria» e
per questo rappresenta una minaccia alla stabilità mondiale.

Ma, per ovviarvi, che cosa fa il Paese leader dell’euro, quello che,
giustamente, non perde mai occasione per richiamare al senso di
responsabilità i partner che negli anni scorsi sono usciti dalla retta
via ma ora si sono faticosamente impegnati a rientrarvi?

Se la prende molto comoda. Del resto perché no, quando la crisi degli
altri rende bene, tra finanziamento dei titoli sovrani a tassi
negativi, export carburato dall’euro debole e competitività delle
imprese confortata anche dal differenziale più che vantaggioso con cui
ottengono prestiti sui mercati spiazzando i concorrenti italiani e
spagnoli?, si chiede rettoricamente Adriana Cerretelli su Il sole 24
ore

La Corte di Karlsruhe ieri ha deciso che non renderà prima del 12
settembre il verdetto sulla compatibilità o meno del fondo salva-Stati
permanente, l’Esm, con la Costituzione tedesca. I giudici avrebbero
dovuto pronunciarsi nel giro di due settimane dopo il voto positivo
del Bundestag il 29 giugno scorso. Ora si prendono due mesi e mezzo
per sviscerare a fondo la materia.

E così l’Esm, che avrebbe dovuto diventare operativo il 9 luglio
scorso, resta appeso all’incertezza. Certo, nel frattempo l’euro e i
suoi Paesi in difficoltà non restano senza rete: c’è l’attuale fondo,
l’Efsf, a fare da pompiere. Con interventi effettuati a condizioni
draconiane per chi li chiede e sotto una sorveglianza a dir poco
incalzante. Non che domani l’Esm si annunci come il grande
benefattore. Tutt’altro. Ma almeno il suo modo di agire, avendo fatto
tesoro degli errori passati, dovrebbe essere in grado di meglio
rispondere alle emergenze. Tra l’altro evitando di far lievitare il
debito dei Paesi sotto l’attacco dei mercati.

E rompendo il circolo vizioso tra crisi dei debiti sovrani e delle
banche avviandone la ricapitalizzazione diretta e accompagnandola con
la supervisione unica sotto l’egida della Bce.

Il rinvio dell’Esm, nel pieno di una tempesta speculativa che non
allenta la pressione su Spagna e Italia, non è dunque un dettaglio
marginale. Se è vero che per risolvere la crisi dell’euro tutti devono
fare i compiti a casa, la calma olimpica con cui la Germania e i suoi
giudici intendono riflettere sul da farsi prima di prendere una
decisione non appare poi tanto dissimile da quella dei greci,
vituperati proprio per i loro temporeggiamenti.

Non a caso proprio ieri, nel giorno in cui i rendimenti dei titoli
sovrani spagnoli e italiani sono tornati a crescere mentre quelli
tedeschi, olandesi e francesi finivano di nuovo sottozero, era l’Fmi a
richiamare all’ordine l’eurozona invitando tutti i suoi membri a fare
la propria parte.

«I governi italiano e spagnolo hanno fatto passi importanti ma possono
avere successo solo se riescono a finanziarsi a tassi ragionevoli.
Fino a quando i governi sono impegnati nelle riforme, gli altri Paesi
euro dovrebbero essere propensi ad aiutarli per rendere gli
aggiustamenti realizzabili».

Affermazioni lapalissiane, logica ineccepibile. Purtroppo però, come è
arcinoto, non per tutti. E così anche le decisioni sui dettagli
concreti per poter utilizzare, se necessario, lo scudo anti-spread,
sono stati rimandati a settembre per le divergenze tra i negoziatori.
A tutto rischio e pericolo per l’Italia che si avvia verso un’estate
bollente. Alcuni spread non sono giustificati dai fondamentali,
insiste l’Fmi, denunciando circa 200 punti in più del dovuto a carico
di Italia e Spagna.

Ma Angela Merkel che non pare avere la vocazione al sacrificio
personale e che, se nel settembre 2013 dovesse scegliere tra la
riconferma a cancelliere e il destino dell’Europa non avrebbe
esitazioni, continua a non intendere ragioni. Promuove «un’Unione
della stabilità dove non ci sia solidarietà senza contropartite». Il
dogma tedesco di sempre, che perpetua il clima di sfiducia dentro e
fuori dall’Europa e quindi perpetua la crisi dell’euro. Poco importa
finché il club, sia pur tra crescenti disagi e tensioni, resta
insieme. Ma fino a quando si potrà tirare la corda senza spezzarla? Il
gioco si fa sempre più pericoloso. Meglio, irresponsabile. Non c’è
etica in questa politica europea. Solo miope egoismo. Che alla fine
potrebbe incoraggiare in giro per l’Europa persino la voglia di
secessione da una moneta unica avulsa dalla realtà della gente e
dell’economia reale, conclude la giornalista I Il sole 24 ore.

Nel frattempo, ciliegina sulla torta, veniamo a sapere che  Microsoft
rischia una multa se verrà confermato dall’indagine aperta dalla
Commissione Ue che non ha rispettato gli impegni presi nel 2009 sulla
possibilità di scelta dei browser web. Lo ha annunciato il commissario
alla concorrenza Joaquin Almunia. Il colosso di Redmond è infatti
accusato di non consentire agli utenti di scegliere liberamente quale
programma utilizzare per navigare su internet.

«È la prima volta – ha rilevato Almunia – che si verifica un procedura
antitrust su una mancata esecuzione» di obblighi presi da una azienda.
Il numero uno dell’Antitrust europeo non si è sbilanciato sui tempi
che potrà avere questa pratica, limitandosi ad affermare che
«cercheremo di fare il prima possibile». L’inizio di queste
vicissitudini di Microsoft con l’antitrust Ue risale al 1999, ha
ricordato Almunia, mentre la violazione degli obblighi assunti è
relativa agli ultimi anni.

Immediata la replica del colosso di Redmond. Microsoft «chiede scusa»
per la «disfunzione tecnica» che ha impedito al gruppo americano del
software di dare agli utilizzatori dei propri pacchetti Windows 7 la
possibilità di navigare su internet con browser diversi da Internet
Explorer. È quanto si legge in un comunicato diffuso dopo l’annuncio
della Commissione Ue . «Abbiamo preso le misure immediate per
rimediare a questo problema – dice la società Usa – siamo
profondamente spiacenti di questo errore di cui ci scusiamo». La
colpa, secondo la casa di Desmond, sarebbe della «squadra di ingegneri
responsabile per il mantenimento di questo codice», che «non ha
realizzato che doveva fare un aggiornamento» quando è stato lanciato
il nuovo sistema operativo alla fine dell’anno scorso. Dopo aver
compiuto un’indagine interna e aver comunicato «prontamente» i
risultati ai servizi di Almunia, Microsoft, sottolinea nel suo
comunicato, ha «preso misure immediate per porre rimedio a questo
problema». Il 2 luglio, «un solo giorno lavorativo» dopo aver scoperto
l’assenza del «Bubble screen choice» (BSC) dai pc con Windows 7,
Microsoft ha sviluppato un software ad hoc da distribuire a tutti
computer sprovvisti entro la fine di questa settimana. Ha inoltre
lanciato un’ulteriore indagine su quanto accaduto e ha proposto ad
Almunia di estendere di 15 mesi, quindi sino a fine marzo del 2015, il
periodo in cui dovrà fornire ai pc la possibilità di scelta del
browser.

Le scuse di Microsoft non cambiano nulla per Bruxelles, che proseguirà
con la sua inchiesta. «Resta valido quel che ha detto il commissario
Joaquin Almunia», ha sottolineato il portavoce Antoine Colombani, che
non ha voluto commentare il comunicato con cui la casa di Desmond
definisce «errore tecnico» il mancato rispetto degli impegni presi con
Bruxelles in materia di scelta del browser.

Una serie di trimestrali migliori delle attese hanno contribuito a
stemperare la delusione per le parole del presidente della Federal
Reserve Ben Bernanke 1 che ieri ha ammonito contri i rischi di una
crescita lenta senza promettere nulla in fatto di stimoli
all’economia. In Europa Milano ha guadagnato lo 0,43%, mentre le altre
piazze, sulla scia dei rialzi di Wall Street, hanno fatto decisamente
meglio: il Dax di Francoforte ha guadagnato l’1,62%, il Ftse 100 di
Londra è salito dell’1,01%, il Cac 40 di Parigi ha segnato un solido
+1,84%. A Piazza Affari spicca in negativo il -4,7% di Snam 2: ieri in
serata Eni (+2%) ha annunciato di aver avviato il collocamento del 5%
del capitale di Snam attraverso una procedura di accelerated
bookbuilding gestita da Goldman Sachs. In positivo c’è da segnalare
StMicroelectronics (+6%), la cui joint venture con Ericsson ha dato
risultati meno cattivi del previsto.

Negli Usa il Dow Jones e lo S&P 500 viaggiano in rialzo dello 0,5%
mentre il Nasdaq cresce dell’1%. Buone notizie dal settore edile: il
numero di nuovi cantieri avviati negli Stati Uniti è aumentato a
giugno del 6,9% rispetto a maggio, con una crescita sui massimi da
quattro anni. Il dato è migliore delle attese degli analisti che si
attendevano un incremento del 5,2%. Sul fronte delle trimestrali
3spiccano i 2,4 miliardi di dollari di utili di Bank of America.
Andamenti deboli anche sui mercati asiatici questa mattina con Tokyo
che ha chiuso in ribasso dello 0,32%, Hong Kong che cala dell’1,11% a
causa anche dei titoli del settore immobiliare e Shanghai che guadagna
lo 0,37%. Chiusura in deciso ribasso (-1,48%) per Seul.

Sul fronte obbligazionario lo spread Btp/bund è in salita a 483 punti.
Stessa musica in Spagna dove il differenziale viaggia a quota 569 in
lieve rialzo rispetto all’apertura. I rendimenti dei titoli a 10 anni
di Germania, Italia e Spagna sono i seguenti: bund 1,23%, Btp 5,97%,
bonos 6,68%. Sul fronte valutario l’euro è in lieve calo sul dollaro a
1,2224 contro 1,2288 della chiusura di ieri a Wall Street e quota 1,23
superata ieri dopo l’asta spagnola. Contro lo yen la divisa europea
passa di mano a 97.

Ora, Adriana Cerreteli ha ragione, la politica della Germania è miope,
ma è un problema antico. La Germania non ha mai saputo fare politica
estera. La Germania non è portata al dialogo. In altre parole, è un
colosso economico cui manca una strategia politica e questo fatto
rappresenta un grosso guaio per l’Europa e per la stessa Germania che
non riesce a trovare la propria collocazione politica sulla scena
internazionale.

Spread Bersani-Casini alle stelle. Sia la giornata politica di ieri
che quella economica hanno registrato una serie di eventi
significativi.

La tempesta dei mercati colpisce duro la Spagna e l’Italia. Gli spread
dei titoli dei due Paesi con il Bund tedesco schizzano alle stelle, a
quota 500 e 610 punti, rendendo insostenibili i costi di finanziamento
mentre le Borse lasciano sul terreno il 4 e il 5,8%. Nella giornata in
cui l’Eurogruppo dà il via libera agli aiuti fino a 100 miliardi di
euro per le banche spagnole (in cambio di precise condizioni e il
controllo di Commissione, Bce ed Eba con l’assistenza tecnica
dell’Fmi), a innescare i mercati già inquieti è la richiesta di
salvataggio allo Stato dalla regione di Valencia, giunta poco prima di
pranzo, che ha aumentato i dubbi sulle tenuta del Paese iberico. Lo
spread spagnolo balza subito a ridosso dei 600 punti per toccare poi
quota 612 trascinando con sé quello italiano che, attorno alle 14.30,
arriva alla soglia fatidica dei 500 punti, che non vedeva da gennaio,
con rendimenti rispettivamente oltre il 7,2 e il 6,1%. Un livello
insostenibile per due Paesi in recessione. “Il contagio è in corso, e
non da oggi”, ammonisce il premier Mario Monti in quei minuti. Il
professore attribuisce l’aumento degli spread “all’insufficiente
governance dell’eurozona” e le decisioni del vertice Ue in attesa di
ratifica, oltre che “all’incertezza del quadro politico, avvicinandosi
il termine di un’esperienza nota mentre il futuro é ignoto”.

La pressione dei mercati avvita nel frattempo verso il basso le borse
di Madrid e Milano, con effetti negativi anche sui listini europei
alle prese anche con scadenze tecniche e i cambi. Non aiuta nemmeno la
decisione della Bce di non accettare più, “per ora”, titoli di Stato
greci come collaterale. A quel punto poco serve il comunicato
dell’eurogruppo sul via libera agli aiuti per le banche e le
rassicurazioni del governo spagnolo che si tratta solo di fornire
liquidità. Di fatto Valencia, la prima regione a richiedere il
sostegno allo stato centrale, dovrà sottostare alle condizioni del
governo di Madrid per un aiuto di liquidità che alcune stime indicano
in 3 miliardi di euro sul fondo da 18 miliardi creato di recente. La
regione ha visto tre delle sue banche locali nazionalizzate (Bancaja,
Cam e Banco de Valencia), la caduta del settore delle costruzioni e
diversi scandali, oltre che pagamenti in ritardo per 4 miliardi di
euro, e ora ha chiesto aiuto non riuscendo a pagare le scadenze del
debito. La Spagna, che ha varato pesanti misure di risanamento, dovrà
però far fronte a un 2012 e 2013 in recessione, con una crescita delle
spese per interessi del 9% e il debito aumenterà. Se dovessero
arrivare richieste di aiuti dalle altre regioni i fondi potrebbero non
essere sufficienti. Madrid dovrà poi a sua volta essere vigilato dai
partner europei e dalla Bce nel risanamento del comparto finanziario,
con un calendario preciso che vede una revisione dei conti delle
banche a settembre, piani di risanamento a ottobre oltre che un
aumento del capitale per tutto il settore e una profonda riforma del
comparto. I fondi saranno disponibili da luglio 2012 (la prima tranche
è di 30 miliardi) fino al 2013 ma se la Spagna vorrà usarli per un
altro fine, come l’acquisto dei titoli di Stato, dovrà richiederlo per
iscritto e negoziare un nuovo memorandum. Bruxelles non mollerà la
presa poi sul rispetto degli obiettivi di deficit, prolungati di un
anno al 2014. In serata arriva il testo di un’intervista del ministro
delle Finanze tedesco, Wolfgang Schauble, a Le Figaro: “L’Italia non
avrà problemi. L’Italia prende oggi le buone decisioni, che erano
state respinte dal governo di Silvio Berlusconi. Mario Monti è una
chance per l’Italia e per l’Europa”.

La crisi spagnola e l’incubo di un contagio inarrestabile che travolga
l’Italia e l’euro sono le cause del venerdì nero vissuto dai mercati
e, in particolare, dell’accanimento degli investitori sulle borse di
Madrid e Milano e sui titoli di Stato dei due Paesi. “La situazione
sui mercati è peggiorata dopo l’esito dell’Eurogruppo. Era una
decisione attesa ma, viste le tensioni sui titoli di Stato, gli
investitori si aspettavano qualcosa di più” ha spiegato un analista di
una primaria banca italiana. Ad aggiungere sale sulle ferite hanno
contribuito altre “due notizie negative – ha detto Marco Valli, capo
economista area euro di Unicredit – la richiesta di Valencia di aiuti
allo Stato e la decisione della Bce di non ammettere i bond greci come
collaterali, fino a una nuova valutazione della Troika”. “In Borsa i
titoli più penalizzati sono stati i bancari e gli assicurativi –
spiega un trader – in quanto sono i principali collettori dei titoli
di Stato e del relativo rischio.

A Milano è stata pesante anche l’Enel per via della sua doppia
esposizione su Italia e Spagna”. Nonostante l’epicentro della crisi
fosse la Spagna, il terremoto ha avuto conseguenze molto forti anche
in Italia “perché il nostro Paese viene percepito come quello più a
rischio per via del suo elevato debito pubblico”. Tra i fenomeni
annotati dagli analisti anche quello di un appiattimento delle curve
dei tassi. “Un brutto segnale – ha chiarito un analista – anche se
siamo ancora molto distanti dalla presenza di una curva negativa, come
quella che c’é stata in Grecia e che segnala l’arrivo di una
ristrutturazione del debito”. L’attenzione era concentrata sui titoli
decennali e sull’impennata degli spread di Btp e Bonos sopra la
soglia, rispettivamente, di 500 e 600 punti. “Ma l’allargamento della
forbice a breve è stata quasi doppia di quella a dieci anni” viene
notato. Lo spread a due anni dei titoli spagnoli rispetto a quelli
tedeschi si è infatti allargato di circa 64 punti contro i 31 delle
scadenze a dieci anni mentre per quanto riguarda l’Italia
l’allargamento è stato di 37 punti sulle scadenze a breve e di 21 su
quelle a lungo periodo.

“Per stabilizzare i mercati occorre attivare lo scudo antispread” è il
ritornello che circola nelle sale operative. Uno spread a 500 punti
base è “insostenibile per le casse dello Stato italiano – dice
Vincenzo Longo, Market Strategist di IG Markets Italy -. Se questo
scenario dovesse prolungarsi il Paese sarebbe costretto a richiedere
l’attivazione dello scudo antispread per non vedere vanificato
l’impatto delle manovre correttive attuate da inizio anno.

Il Consiglio dei ministri ha affrontato l’ipotesi di una
razionalizzazione delle festività ma, a quanto si apprende, ha deciso
di “non procedere”. La riunione, secondo le stesse fonti governative,
avrebbe invece dato via libera ai criteri per l’accorpamento delle
province.

“Il Consiglio dei ministri ha definito i criteri per il riordino delle
province previsti dal decreto sulla spending review: in base ai
criteri approvati, i nuovi enti dovranno avere almeno 350mila abitanti
ed estendersi su una superficie territoriale non inferiore ai 2500
chilometri quadrati”. E’ quanto si legge in una nota di palazzo Chigi

“Non abbiamo nessuna intenzione di fare nuove manovre siamo sulla via
programmata per il conseguimento degli obiettivi di bilancio e non vi
è dunque l’esigenza di nuove manovre”. Così il premier Mario Monti..

Si sa a cosa i mercati attribuiscono “l’insufficiente calo dello
spread al di là delle misure, e cioè all’insufficiente governance
dell’eurozona” e le decisioni del vertice Ue in attesa di ratifica.
“Poi per l’incertezza del quadro politico, avvicinandosi il termine di
un’esperienza nota mentre il futuro è ignoto”.

L’ipotesi ventilata da un quotidiano di una tassa patrimoniale sopra i
250mila euro “non rientra nelle intenzioni né nei programmi del
governo italiano”.

“C’é una tenuta del sistema sociale e mi auguro che quel senso di
responsabilità che è finora prevalso anche nell’atteggiamento sociale
e sindacale, a differenza di quello che stiamo vedendo in altri Paesi
come la Spagna, mi auguro possa continuare per non aggravare una
situazione complessa”:

“Credo che dobbiamo fare di tutto, come stiamo facendo, per uscire
dalle difficoltà con le nostre forze, pur se in un contesto di piena
collaborazione europea”. Lo ha detto il premier Mario Monti in
conferenza stampa a palazzo Chigi

“Il contagio è in corso, e non da oggi”. Lo ha detto il premier Mario
Monti, spiegando che “il contagio è quel disagio che, attraverso i
mercati, colpisce in termine di maggior incertezza e fiducia
nell’irreversibilità dell’euro, i tassi di interesse di Paesi che sono
sullo stesso carro”

“Credo che dobbiamo fare di tutto, come stiamo facendo, per uscire
dalle difficoltà con le nostre forze, pur se in un contesto di piena
collaborazione europea

La norma sulla privatizzazione dei servizi pubblici così com’é non va.
La Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale
dell’articolo 4 della Finanziaria-bis 2011 che disponeva la
possibilità per gli enti locali di liberalizzare i servizi pubblici,
dai quali la stessa manovra escludeva però l’acqua, cavallo di
battaglia della campagna dei referendari contrari alle
privatizzazioni. Nel giugno 2011, infatti, la liberalizzazione dei
servizi pubblici fu sottoposta a due quesiti referendari e vinsero i
sì, cioé i favorevoli all’abrogazione della legge allora in vigore. Il
motivo centrale per cui la Consulta ha stabilito l’illegittimità
costituzionale dell’articolo 4 della Finanziaria-bis 2011 è che viola
l’articolo 75 della Costituzione, cioé quello che vieta il ripristino
di una normativa abrogata dalla volontà popolare attraverso
referendum: la Corte, infatti, rileva che quell’articolo ripropone
nella sostanza la vecchia norma che il referendum voleva cancellare e
anzi la restringe e la peggiora. E a dire il vero per Federutility la
sentenza “era abbastanza prevedibile” soprattutto “guardando alla
sequenza delle norme” che sono state “riproposte quasi uguali”; per il
direttore della Federazione delle utilities, Adolfo Spaziani, è
“evidente che la norma si reggeva su basi non solide”.

In ogni caso la bocciatura alla ‘privatizzazione’ dei servizi pubblici
giunta dalla Corte Costituzionale ridà nuova linfa ai movimenti
dell’acqua che parlano di “una grande vittoria”: viene ribadita – “con
forza la volontà popolare espressa il 12 e 13 giugno 2011 e
rappresenta un monito al governo Monti e a tutti i poteri forti che
speculano sui beni comuni: l’acqua e i servizi pubblici devono essere
pubblici”. Non mancano le reazioni politiche. Il Pd, con Umberto
Marroni, capogruppo Pd di Roma Capitale e Marco Causi, deputato Pd in
commissione Finanze, parla subito di “bocciatura della delibera del
sindaco Alemanno” sull’Acea. Il leader dell’Idv Antonio Di Pietro dice
che “vigilerà, fuori e dentro il Parlamento, affinché il responso dei
cittadini e la sentenza della Corte costituzionale vengano
rispettate”. Per Paolo Ferrero è “una vittoria della democrazia”. Il
governatore della Puglia Nichi Vendola ricorda che si tratta di un
risultato della Puglia (che ha presentato il ricorso): “La Puglia ha
vinto, ma soprattutto, con la Puglia, hanno vinto la democrazia e il
popolo del referendum. La nostra perseveranza nella battaglia che
abbiamo condotto, giorno dopo giorno, ci ha dato ragione”. Per
Legambiente, tra le associazioni che si sono battute a favore dei
referendum, “giustizia è stata fatta”.

Giudizi e osservazioni mossi da quello che è l’esito della decisione
della Consulta: bocciare la legge in vigore, tornando di fatto alla
precedente. Ma la sentenza della Corte va letta nelle sue pieghe. Il
testo, infatti, rileva che l’intento referendario era di superare le
limitazioni, rispetto al diritto comunitario, delle ipotesi di
affidamento diretto e, in particolare, quelle di gestione in house di
pressoché tutti i servizi pubblici locali di rilevanza economica
(compreso quello idrico). La nuova normativa, osservano però i giudici
costituzionali, “non solo è contraddistinta dalla medesima ratio di
quella abrogata, ma è anche letteralmente riproduttiva, in buona
parte, di svariate disposizioni” della legge abrogata: da un lato
“rende ancor più remota l’ipotesi dell’affidamento diretto dei
servizi”, dall’altro la lega al rispetto di una soglia commisurata al
valore dei servizi stessi, oltre la quale è esclusa la possibilità di
affidamenti diretti: soglia che scende rispetto a quanto previsto nel
testo precedente, passando da 900 mila a 200 mila euro. Con la
sentenza della Consulta vengono bocciate anche le successive
modificazioni comprese quelle apportate dal governo Monti a dicembre;
allo stesso modo – rileva Vendola – sarebbero “a rischio quelle
contenute nel decreto sulla Spending review che mira a fissare gli
stessi limiti, oggi abrogate dalla Consulta, sulle società in house”.

”Il matrimonio tra gay e’ un’idea profondamente incivile, una
violenza della natura sulla natura”. Pier Ferdinando Casini pronuncia
questa frase alla direzione nazionale dell’Udc e una bufera lo
travolge. L’ex presidente della Camera si e’ detto d’accordo nello
”stabilire garanzie giuridiche per le coppie di conviventi, cosa che
e’ molto diversa dal matrimonio”.

“Noi le unioni gay le facciamo. Gli altri si regolino”. Così il
segretario del Pd Pier Luigi Bersani, a Camposanto per la Festa del Pd
in uno dei Paesi più colpiti dal terremoto, ha risposto a chi gli
chiedeva la posizione del Pd sulle unioni gay, anche alla luce della
presa di posizione di Pier Ferdinando Casini.

”Alla faccia del moderato!”, risponde l’onorevole Anna Paola Concia
del Pd. ”Purtroppo – aggiunge – quando si parla di questi temi alcuni
esponenti dell’Udc perdono la testa, offendendo gratuitamente milioni
di cittadini italiani per bene, che lavorano, pagano le tasse,
contribuiscono alla vita pubblica del paese”.

”Parole estreme che poco hanno a che fare con un partito moderato”,
dichiara anche il portavoce del Gay Center, Fabrizio Marrazzo. “Le
forze politiche la smettano di usare la vita delle persone lesbiche,
gay e trans come oggetto di scontro tra correnti, ma facciano proposte
serie e in linea con quanto l’Europa chiede. Su questo saranno
giudicate dai cittadini italiani, che in maggioranza secondo gli
ultimi dati Istat, sono favorevoli alle unioni gay, perché altrimenti
non ha senso invocare l’Europa solo quando si parla di riforma della
spesa, tagli e tasse”, conclude Marrazzo.

“E’ l’omofobo Casini ad essere uno scherzo della natura!”, replica
Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista-Federazione della
Sinistra.

Secondo i gay di centrodestra di Gaylib “forse Casini non avrà ragione
a parlare di natura e di contronatura, ma su una cosa non si può
dargli torto: il matrimonio gay è un fatto puramente ideologico,
quando, nella sostanza, a noi omosessuali basterebbe il riconoscimento
della coppia gay, sul modello austriaco”, afferma Enrico Oliari.

”Casini ha usato espressioni pesantissime che lo pongono fuori dalle
democrazie europee e occidentali”, afferma Ivan Scalfarotto,
vicepresidente del Pd. ”E’ inaccettabile – continua il vicepresidente
Pd – che un ex Presidente della Camera offenda la dignita’ di una
parte della popolazione italiana e usi espressioni che lo pongono al
pari dell’estrema destra europea xenofoba e fascista. Mi chiedo come
possa definirsi ancora rappresentante dei moderati. Come ho detto piu’
volte questi saranno temi fondamentali per il 2013 e, se queste sono
le basi, sara’ davvero difficile trovare un accordo con l’Udc”.

 “Dispiace che il leader dell’UdC Pierferdinando Casini faccia un
piccolo passo avanti nel dirsi d’accordo a riconoscere i diritti alle
coppie gay e poi si lasci andare a espressioni troglodite”, afferma
Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia.

Non è vero. Casini ha detto quello che milioni di italiani pensano.
Per renderci conto di questo fatto, possiamo fare un giretto per i
nostri bar, anche se questo può non piacere a chi oggi si batte per le
nozze gay, qualora abbia un senso esprimerci in questi termini. I gay
vogliono l’integrazione. I loro sostenitori vogliono l’integrazione.
E’ come se tutti fossero preoccupati di essere segnati a dito, di
essere emarginati. E’ la profezia di Marcuse che si sta avverando,
anche le coppie diventaranno a una dimensione.

Draghi: ‘Euro irreversibile Ue non esploderà’. “Il nostro mandato non
è di risolvere i problemi finanziari degli Stati, ma di garantire la
stabilità dei prezzi e mantenere la stabilità del sistema finanziario
in tutta indipendenza”. Lo afferma il presidente della Bce, Mario
Draghi, in un’intervista a Le Monde.

Nelle decisioni, continua Draghi, “siamo molto aperti e non abbiamo
tabù. Abbiamo deciso di ridurre il tasso d’interesse a meno dell’1%
perché prevedevamo che l’inflazione sarebbe stata vicina o inferiore
al 2% all’inizio del 2013″. Una scelta che, secondo il numero uno
della Bce, “dovrebbe produrre i suoi effetti, così come le operazioni
di prestiti a tre anni alle banche, condotte per far fronte a un
rischio di riduzione del credito”.

L’euro “é irreversibile”, non c’é un rischio di “esplosione”
dell’unione monetaria. “Vediamo analisti immaginare scenari di
esplosione della zona euro – spiega Draghi – vuol dire mal conoscere
il capitale politico che i nostri dirigenti hanno investito in questa
unione e il sostegno degli europei”.

L’Unione Europea non è a rischio recessione, anche se “dall’inizio
dell’anno i rischi di deterioramento dell’economia che temevamo si
sono in parte materializzati” e “la situazione è gradualmente
peggiorata”. Nell’ambito della zona euro, afferma Draghi, “qualsiasi
movimento verso un’unione finanziaria, di bilancio e politica è a mio
parere inevitabile e condurrà alla creazione di nuove entità
sovranazionali”.

Con gli indici di Milano di nuovo prossimi ai minimi dallo scoppio
della crisi finanziaria, i ‘gioielli’ di Piazza Affari tornano
scalabili a prezzi stracciati. La capitalizzazione dell’intero listino
è scesa a 325 miliardi di euro, meno della sola Apple (464 miliardi) e
di Exxon Mobile (330 miliardi) le due più grandi società mondiali per
valore di borsa. Particolarmente vulnerabili i grandi gruppi
finanziari, caratterizzati da un azionariato frammentato, come Intesa
Sanpaolo (15 miliardi), Generali (14 miliardi), Unicredit (15
miliardi) e, non da ultimo, Mps (2 miliardi), ‘salvata’ da 3,9
miliardi di prestiti governativi e con un socio di controllo, la
Fondazione, finanziariamente stremato dalle recenti
ricapitalizzazioni. Ma anche in presenza di patti di sindacato, come
ad esempio in Mediobanca (2,3 miliardi) e in Telecom (12 miliardi), le
difficoltà di alcuni soci, sfiancati dalla crisi, potrebbero indurre a
passare la mano qualora qualche solido colosso straniero o fondi
sovrani a caccia di occasioni dovessero lanciare allettanti offerte
pubbliche d’acquisto o offrirsi di rilevare quote azionarie.

Altre società potrebbe dunque seguire la strada già imboccata
nell’ultimo anno e mezzo da ‘campioni’ italiani come Edison, Parmalat
e Bulgari, acquistate dai colossi francesi Edf, Lactalis e Lvhm, ma
anche da gioielli di tecnologia e stile come Permasteelisa e Ducati,
rilevate dai giapponesi di Js e dal colosso tedesco Audi. A monitorare
la situazione sono soprattutto i grandi fondi sovrani asiatici e
mediorientali, molto attivi sui mercati azionari e con il portafoglio
gonfio di liquidità. Una recente ricerca della Consob ha rilevato che
questi mega-investitori – a fine 2011 detenevano 4.600 miliardi di
dollari in asset, pari al 6% circa del Pil mondiale – hanno già preso
posizione in un terzo delle società quotate a Piazza Affari. In
Unicredit, ad esempio, i soci libici e di Abu Dhabi controllano più
del 10% del capitale. Proprio la compagine sociale dell’istituto di
Piazza Cordusio, complici le numerose ricapitalizzazioni, ha vissuto
in questi ultimi anni una vera e propria rivoluzione, con l’ascesa dei
soci esteri a quasi il 25% del capitale, e il ridimensionamento delle
fondazioni italiane a circa il 12%. Proprio Unicredit è stata oggetto
dell’ultimo ‘blitz’ straniero: quello del fondo anglo-russo Pamplona
che, spalleggiato da Deutsche Bank, ha rastrellato il 5% del capitale
della banca.

Una nuova e lunga estate calda in lotta con lo spread è iniziata.
Governo e Unione Europea si preparano a costruire la diga contro la
sindrome greca che minaccia anche Spagna e Italia in vista di agosto,
mese tradizionalmente caratterizzato da estrema volatilità, con la
speculazione in agguato.

Ecco l’agenda degli impegni nei prossimi due mesi bollenti per Italia e Europa.

16 LUGLIO – Il Fondo Monetario Internazionale ha confermato le stime
del pil per l’Italia. L’economia italiana si contrarrà quest’anno
dell’1,9% e nel 2013 dello 0,3%. Le previsioni sono invariate rispetto
a quello di aprile.

19 LUGLIO – Il Parlamento italiano ha definitivamente ratificato, con
il sì dell’Aula della Camera, i trattati europei che istituiscono il
Fiscal Compact e l’Esm.

20 LUGLIO – L’Eurogruppo ha approvato in via definitiva il programma
di aiuti per ricapitalizzare le banche spagnole, che prevede una
disponibilità fino a 100 miliardi di euro, di cui 30 miliardi
disponibili già entro fine mese.

26-27 e 30 LUGLIO – E’ previsto un nuovo appuntamento con le aste del
Tesoro rispettivamente per Ctz e Btp indicizzati, Bot a sei mesi e Btp
a medio lungo termine (5 e 10 anni i più attesi per misurare la
fiducia sul debito). Ai primi di giugno l’Italia aveva già collocato
il 50% e “forse qualcosa in più” dei 440-450 miliardi di euro di
debito che le servono per il 2012 e, malgrado il rialzo di spread e
tassi, la spesa per interessi era ancora in linea con le previsioni
del Def di aprile aveva assicurato il direttore generale del debito
pubblico Maria Cannata ma l’ulteriore aumento dello spread, se
proseguisse su questi livelli per tutto l’anno porterebbe secondo
alcune ricostruzioni a maggiori interessi per 10 miliardi. I tassi
venerdì sui bond triennali sono scesi rispetto a giugno ma certo
restano alti. Sui Btp a 3 anni l’interesse pagato dal Tesoro ha
iniziato il 2012 sopra il 4,8% ed è sceso sotto il 3% soltanto a metà
marzo per poi risalire. Il rendimento sui decennali è rimasto troppo a
ridosso del 6 per cento per buona parte dei primi sette mesi.

2 AGOSTO – Si riunisce la Bce per decidere sui tassi. Anche se un
taglio è appena stato fatto, è sempre alta l’attenzione sul ruolo che
la banca centrale può e intende giocare nelle fasi concitate della
politica e dell’economia europea.

META’ AGOSTO – Visto il buon andamento delle entrate non si terrà la
prevista asta di titoli pubblici.

28-29-30 AGOSTO. Si tengono rispettivamente le aste per i Ctz, i Bot
semestrali e i Btp a 5 e 10 anni.

6 SETTEMBRE – E’ fissata la riunione della Bce con successiva
conferenza stampa del presidente Mario Draghi dopo la pausa estiva.

14-15 SETTEMBRE – E’ in calendario il tradizionale Ecofin informale
dopo la pausa estiva, a Nicosia, a Cipro, uno dei cinque paesi che ad
oggi hanno chiesto ufficialmente aiuto all’Unione Europea. Oltre ai
ministri finanziari sono invitati i governatori della banca centrale
europea e delle banche centrali nazionali.

30 SETTEMBRE – Termine per la presentazione della nota di
aggiornamento del Def con cui il governo presenta le proprie stime su
debito, deficit e crescita

Nel frattempo in Spagna esplode la protesta. Alcuni manifestanti
avevano il viso coperto dalla maschera bianca di Guy Fawkes come
l’eroe di ‘V for Vendetta’ simbolo degli indignados. Altri
manifestavano con gli striscioni della Cnt, uno dei principali
sindacati spagnoli. Migliaia di lavoratori e disoccupati sono tornati
stasera a riempire le strade di Madrid, per protestare contro la
politica di rigore approvata dal governo, mentre cresce l’ansia per la
stabilità finanziaria del Paese. Il corteo ha percorso senza incidenti
il centro della della capitale spagnola. Nel pomeriggio nella
centralissima Puerta del Sol di Madrid erano arrivate le centinaia di
disoccupati, in marcia da un mese, per chiedere un “cambio nella
gestione politica”.

La protesta si ingrosserà verosimilmente nei prossimi giorni e non
solo a Madrid, ma anche nelle capitali delle regioni autonome, chi a
Barcellona, chi a Siviglia o Valencia, visti i nuovi dolorosi tagli
che si stanno preparando. Le regioni a rischio default sono almeno sei
oltre alla Comunitat Valenciana ieri, pronte ad attingere al fondo di
risanamento messo a punto dal Governo, un primo passo verso un “cambio
di gestione” nella loro relazione con Madrid. E tra queste ci sono
colossi come la Catalogna e l’Andalusia. La prima, ieri, è stata la
Comunitat Valenciana, una “Bankia delle autonomie”, come la definisce
oggi su El País l’analista Josep Torrent Badia: “non sono mancati
motivi per associare questa ‘comunitat’ alla Grecia. Due società
indebitate, sprecone, con un’ economia legata alla speculazione
edilizia e in cui essere corrotti, invece di essere uno stigma
sociale, era l’ aspirazione di molti”, scrive Badia. Un’ aspirazione
che si è concretizzata nelle malversazioni dei suoi rappresentati
locali, Francisco Camps e Alberto Fabra (del PP), nella “trama
Gurtel”, uno dei maggiori casi di corruzione politica nella storia del
Paese. O anche nell’aeroporto di Castellón: 300.000 euro al mese di
spese, nessun aereo. Un aeroporto fantasma aperto da due anni e dove
la scorsa settimana si è inaugurata una statua proprio di Carlos
Fabra: un “simbolo della rovina”, l’ha definita il New York Times. La
questione riguarda anche altre autonomie mettendo in crisi quel
modello di Stato con cui la Spagna è uscita da 40 anni di dittatura
franchista dopo una guerra civile molto sofferta soprattutto da baschi
e catalani. Una decentralizzazione attraverso la quale le regioni
hanno ottenuto l’istruzione pubblica, la sanità, e in alcuni casi le
forze di sicurezza.

Un modello con cui ottenere l’autonomia da Madrid, capitale a cui sono
ora costretti a chiedere aiuto. Oltre alla Catalogna, sono a rischio
Castilla-La Mancha, le Baleari, Murcia, le Canarie e anche
l’Andalusia. Dovranno verosimilmente ricorrere al meccanismo di
salvataggio, in cambio di un commissariamento statale. Un intervento
analogo a quello europeo sulla stessa Madrid e che a Barcellona si
vive come una “minaccia” del Governo, a detta del Presidente catalano
Artur Mas i Gavarrò. Madrid, e soprattutto il PP che vede ora una
possibilitá di “ricentralizzare” l’ amministrazione statale, assicura
che è parte di una strategia di austerity da “bastone e carota”, nelle
parole di Cristobal Montoro, il ministro del bilancio. Da un lato,
permette alle regioni di rispettare l’obiettivo della riduzione del
deficit, dall’ altro, fornisce le liquidità necessarie ad andare. Ma
si tratta di un prestito “straordinario”, ricorda la vice presidente
dell’esecutivo Soraya Saenz de Santamaria, e sarà quindi concesso “a
condizioni straordinarie”. Per questo gli spagnoli temono dopo i tagli
del Governo centrale, quelli delle autonomie. Come è successo
quest’anno, per esempio, a Madrid, significa licenziamenti e meno
servizi pubblici. Aumentando la sofferenza di una società che oggi, di
nuovo, è scesa in piazza contro il peggiore dei drammi: la
disoccupazione.

Il Generale Agosto, infischiandosene del calendario, è già arrivato.
Nel giorno in cui l’Eurogruppo sblocca gli aiuti alle banche spagnole
Madrid e Roma finiscono sotto attacco. «Il contagio è in corso e non
da oggi», ha detto il premier Mario Monti. Gli spread spagnolo (613
punti, rendimento oltre 7%) e italiano (quota 504, rendimento 6,21%)
certificano, assieme al tracollo delle borse, questo nuovo cambio di
passo. La stessa moneta unica, l’euro che abbiamo in tasca orfano di
una politica comune, è a rischio infarto.

Dire le cose come stanno non risolve i problemi ma può aiutare a
individuare le possibili soluzioni, scrive Il sole 24 ore. Il tempo
delle scorciatoie, in Europa e in Italia, è esaurito.

Se non altro, la drammatica giornata di ieri è servita a calare un
velo (impietoso) su ciò che di illusorio restava a mezz’aria dopo il
vertice di Bruxelles di fine giugno, che pure aveva segnato, anche
grazie alla posizione del governo italiano, un primo punto di svolta
politica. Al netto dei chiacchiericci sul “complotto” della
globalizzazione rapace, nella loro imperfezione e tra molte storture
(ad esempio, il conflitto d’interessi insito nel triopolio delle
agenzie di rating), i mercati mandano innanzitutto a dire all’Europa
che la politica dei piccoli passi può portarla solo verso un disastro
epocale.

Scudo o non scudo antispread, contro la speculazione che s’infila in
ogni fessura dove intravvede una possibilità di guadagno anche a
motivo dei ritardi della politica, serve una potenza di fuoco adeguata
alla dimensione debitoria innescata dai problemi delle banche e degli
Stati sovrani. Il ministro spagnolo del Bilancio ha ammesso che senza
l’aiuto della Banca centrale europea la Spagna sarebbe già fallita. La
Bce è in campo, certo, ma con le mani legate, mentre il fondo
salva-Stati permanente Esm, che avrebbe dovuto essere operativo dal
primo luglio, deve attendere assieme al “fiscal compact” il 12
settembre il verdetto della Corte costituzionale tedesca. Che sempre
più appare, essa sì, come il decisore di ultima istanza.

Questa è l’Europa che abbiamo sotto gli occhi. Sottrae quote di
sovranità nazionale (inevitabile) ma non riesce a diventare Europa
sovrana e ben accetta dai suoi popoli. E quando c’è bisogno, a
protezione in ultima analisi della sua moneta, imbraccia invece di un
moderno bazooka un fucile d’epoca. I mercati lo sanno e si comportano
di conseguenza, vertice dopo vertice.

Su questo terreno il governo italiano e personalmente il premier Monti
non possono che accelerare sulla strada intrapresa. Terza economia
d’Europa, Paese “fondatore” e contribuente forte, l’Italia ha mostrato
di avere le carte in regola (i “compiti” già fatti) per chiedere e
ottenere “più Europa” a fronte dei nuovi interventi previsti dal piano
di rientro pluriennale dal debito accettato dal governo Berlusconi e
riconfermato dal governo attuale. Occorre insistere in trasparenza e
con decisione, facendo anche capire che l’attacco alla Spagna e
all’Italia può significare, in caso di successo, la fine dell’euro. È
questo che vogliono i Paesi partner?

Dopo “guerra”, la parola “contagio” pronunciata ieri da Monti deve far
breccia anche in Italia. Oggi la Spagna – basta guardare ai rendimenti
dei Bonos – è nella situazione in cui era a novembre l’Italia. Siamo
riusciti a invertire la rotta, abbiamo acquistato tempo ma la sfida si
ripropone. Dobbiamo aspettarci giorni di fuoco. Ha fatto bene il
presidente del Consiglio a richiamare tutti alla “dignità” di un
intero Paese che deve tirarsi fuori dai guai con le proprie forze
senza “tendere la mano”. Inevitabile l’invito alla responsabilità
delle parti sociali in questo momento di estrema difficoltà. E
inevitabile quanto opportuno il richiamo ai partiti che sostengono il
governo a non “allentare” l’impegno anticrisi e a confrontarsi, quando
verrà, in una campagna elettorale che confermi comunque l’adesione
all’euro.

Ma anche il governo, senza cedere neanche per un momento alla
tentazione di entrare nel girotondo delle prospettive politiche del
dopo-Monti, deve prendere atto che la (prevista) tempesta d’agosto è
già arrivata e che un cambio di passo è inevitabile al pari dei
richiami alle parti sociali e dei partiti. Non ci sarà patrimoniale,
ha detto Monti, non ci sarà manovra correttiva. Dal lato della
pressione fiscale, in effetti, non esistono più margini di manovra,
avendo questa raggiunto livelli di palese insostenibilità. Tuttavia è
anche impossibile pensare di galleggiare in una condizione di rigore e
insieme di pesante recessione che si alimentano reciprocamente senza
mettere in campo tutti gli sforzi necessari per riavviare i motori
della crescita. A partire proprio dalla tassazione su lavoro e
impresa, dal disincaglio dei crediti dovuti alle aziende dalla
pubblica amministrazione e da una scossa violenta in termini di
semplificazione antiburocratica e pro-investimenti.

Senza guardare in faccia a nessuno, come s’addice a un esecutivo di
emergenza impegnato nel salvataggio di un grande Paese, le risorse
necessarie si trovano sotto la voce “spesa pubblica”. Qui è il
problema storico dell’Italia, qui bisogna agire con più forza.

Altro non ci si poteva aspettare dall’organo di Confindustria, come se
gli industriali non avessero alcuna responsabilità sulla
deindustrializzazione dell’Italia. Meglio lasciar perdere per carità
di patria: La politica propugnata dagli industriali è quella di De
Stefani in epoca fascista. Poi, com’è noto, De Stefani cadde in
disgrazia e lo stato si assunse il compito di salvare le industrie e
le banche italiane dal fallimento. Fondò l’Imi e l’Iri, mise a capo
dell’Iri Beneduce la cui figlia Italia Libera spossò Cuccia, il quale
fu per un vita a capo di Mediobanca, la “cupola” del capitalismo
italiano. Come dire che tutto si tiene e che ricordare ogni tanto la
nostra storia non sarebbe male.

Cosi impareremmo e che fra tante nefandezze il fascismo fece una cosa
giusta, la legge bancaria del 1936 che separava l’attività delle
banche dedita alla raccolta del risparmio da quella dedita
all’investimento. I nostri liberisti l’hanno voluta cambiare e siamo
precipitati nella crisi.

La società dei quattro quinti. L’economia mondiale sta scricchiolando
come una casa che è sul punto di crollare. Il tonfo delle borse di
venerdì e i nuovi record dei differenziali sui titoli di Stato hanno
lasciato i governi europei e gli operatori con il fiato sospeso per
tutto il week end. E sulla riapertura dei mercati, domani, pesa
l’uno-due Spagna-Grecia. Mentre in Spagna, infatti, si allunga la
lista delle regioni a rischio default e proseguono le proteste, dal
settimanale tedesco Der Spiegel arriva la notizia, da fonti
“ufficiali” non meglio identificate dell’Ue, che il Fondo Monetario
sarebbe intenzionato a bloccare gli aiuti alla Grecia con un probabile
default del Paese a settembre. Atene non ce la farebbe infatti a
ridurre il debito al 120% del Pil entro il 2020 e mantenere i propri
impegni sulle riforme. Questo vorrebbe dire per i Paesi dell’Eurozona
un ulteriore esborso in aiuti di 10-50 miliardi. E nessuno sarebbe
intenzionato a spendere ancora di più. L’Ue non commenta: il portavoce
del commissario agli Affari monetari Olli Rehn si limita a dire che
“non sappiamo da dove vengano queste informazioni dello ‘Spiegel’ su
cui non facciamo commenti” ricordando inoltre che la nuova missione
della troika incaricata di valutare la situazione di Atene non si è
ancora messa in marcia e, ha ricordato Simon O’Connor, “deve partire
martedì 24″. Ma da Berlino il ministro dell’Economia, Philipp Roesler,
rilancia, dicendosi “più che scettico” sulla possibilità che Atene
rispetti gli impegni: e “se la Grecia non soddisfa i requisiti
chiesti, non ci potranno essere più risorse verso il Paese”, spiega.

Tutti guardano ora anche alla Bce. Il presidente, Mario Draghi, cerca
di tenere le fila: “l’euro è irreversibile” – spiegava ieri – e non
c’é un pericolo “esplosione” dell’unione monetaria. Ma l’Eurotower –
sottolineava anche – non ha il mandato di risolvere i problemi
finanziari degli Stati, ricordando anche il recente taglio del costo
del denaro. Mentre in Italia il direttore generale del Tesoro,
Annamaria Cannata, rassicurava sul buon andamento delle ultime aste.

In attesa che il 12 settembre la Corte costituzionale tedesca si
pronunci sul meccanismo di difesa europeo iniziando così il percorso
per innescarlo in caso di attacchi speculativi, il premier Mario Monti
agisce su due fronti: estero e interno. Il Professore ha già iniziato
il suo ‘road show’ da Mosca dove incontrerà le massime cariche ma
anche gli imprenditori. Poi volerà in Finlandia, per cercare di
superare le “resistenze” del Paese, spiegava Monti, infine in Spagna.
“Domani abbiamo una serie di importanti contratti da firmare tra
imprese italiane e russa: questa è l’economia reale”: ha risposto il
premier alla domanda se fosse preoccupato per la riapertura dei
mercati, al termine della cena con il gotha dell’imprenditoria russa,
domenica sera.

In Italia, in mancanza della rete di protezione europea, ma molti
sperano comunque in un intervento in caso di attacchi, il governo si
preparerebbe a fronteggiare l’agosto ‘bollente’ con un’ulteriore
sforbiciata alla spesa tra i 6 e gli 8 miliardi. Il menù del terzo
step della spending review sarebbe pronto: taglio ai trasferimenti ai
partiti e ai sindacati, revisione degli sconti fiscali, taglio e
razionalizzazione degli aiuti alle imprese, ulteriore intervento sul
pubblico impiego e un dettagliato pacchetto di dismissioni. Il
Parlamento è già preallertato. Ma se i Palazzi dovranno aprire a metà
agosto si saprà solo a partire da domani e molto dipenderà appunto
dall’andamento dei mercati. La situazione è ‘esplosiva’ anche se il
Tesoro, grazie al buon andamento delle entrate, ha cancellato l’asta
di titoli di agosto prendendo così un po’ di tempo in più. Gli spread
di Spagna e Italia venerdì si sono impennati fino a toccare i 610 e i
500 con rendimenti altissimi del 7,2% e del 6,1% e le borse hanno
chiuso ‘a picco’.

“Siamo vigili, ma molto sereni”. A parlare è uno dei ministri che
fanno parte del Comitato di coordinamento di politica economica e
finanziaria, istituito da Mario Monti nel giorno della ‘promozione’ di
Vittorio Grilli a ministro dell’Economia. Del tavolo fanno parte i
responsabili dei dicasteri economici e il governatore della Banca
d’Italia. Un vero e proprio gabinetto di guerra; utile nel caso in cui
la situazione precipiti. Il Comitato non si é ancora riunito. E la
speranza è che non debba succedere nei prossimi giorni perché vorrebbe
dire che la temperatura sui mercati si è fatta molto pesante.

Lo stesso ministro, al telefono, mette le mani avanti: “Al momento
nessuno mi ha chiamato, ma resto nelle vicinanze”, aggiunge. Una
battuta, forse per stemperare la tensione in attesa che le Borse
riaprano. Anche se a palazzo Chigi si tiene il punto, negando quel
nervosismo che campeggia sui media. Ad ogni modo, alla vigilia di un
lunedì che in tanti paventano nero, Mario Monti é partito per Mosca
dove ha incontrato il patriarca della Chiesa ortodossa, Kirill. Il
premier é decollato da Milano; ha trascorso il sabato in compagnia
della moglie Elsa, nella loro casa sul lago Maggiore.

Qualche ora di relax, che denota una certa serenità. “Se fosse davvero
preoccupato non avrebbe lasciato Roma”, si sostiene nel suo entourage,
dove non si manca di ricordare come domani – quando riprenderanno le
contrattazioni sul mercato secondario dei titoli di Stato che
determinano l’andamento dello spread – il Professore sarà in partenza
per Soci per la bilaterale con Vladimir Putin. “Business as usual”, è
insomma la linea a palazzo Chigi. Eppure, anche se lontano
dall’Italia, il premier tiene bene sott’occhio la situazione italiana.
Anche da Mosca i contatti sono stati continui. E non solo con
l’Italia. Secondo qualcuno infatti Monti avrebbe sentito anche Mario
Draghi. Voce che, è facile attendersi, non trova conferma
nell’entourage del premier. L’intervista rilasciata dal governatore
della Bce a Le Monde, ovviamente, è stata apprezzata, in particolare
nel passaggio in cui sottolinea che la Bce agirà “senza tabù” in
difesa della stabilità dell’euro. Monti, per rispetto
dell’indipendenza della Banca centrale, non può ovviamente dirlo, ma è
chiaro che confida in un intervento di Francoforte sul mercato
secondario qualora la febbre dello spread dovesse salire troppo. Anche
se – si spiega in ambienti governativi – non si deve indulgere in
eccessivo ottimismo perché come ha sottolineato lo stesso Draghi la
Bce non può risolvere i problemi degli Stati.

E visto che lo scudo anti-spread non appare una opzione praticabile,
in quanto é operativo solo il fondo di stabilita Efsf temporaneo e per
quello (più ricco) permanente si dovrà attendere la Corte tedesca,
all’Italia non resta che “cavarsela da sola”. E la speranza é che
riesca a farlo anche quando, Germania permettendo, sarà operativo
anche l’Esm. Perché, come ripete spesso Monti ai proprio
collaboratori, “non possiamo permettere che siano altri a dire cosa
fare in Italia”. E intanto? Nella due giorni in Russia, a differenza
di quanto avvenuto in Asia e Stati Uniti, Monti non ha in agenda
incontri con la comunità finanziaria moscovita. Cenerà con gli
imprenditori italiani, ma non é stato organizzato alcun faccia a
faccia con investitori locali. Piú che plausibile peró che della crisi
dell’Eurozona parli durante le bilaterali con Medvedev e Putin. Se non
altro per rassicurare le controparti sulla tenuta dell’Italia e
sull’efficacia delle riforme intraprese. Forse nella speranza di
ottenere una qualche solidarietà concreta.

“Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alle prossime
generazioni”. Frase di De Gasperi ma frase ad effetto quella usata da
Mario Monti nel primo giorno della sua visita in Russia ed alla
vigilia di un lunedì ad alto rischio per le fibrillazioni dei mercati
sull’Italia.

Il premier sembra quasi volersi tirare fuori dal dibattito che in
Italia prosegue sull’idea di accorciare i tempi della legislatura –
aprendo la strada ad una consultazione elettorale d’autunno – per
placare l’aggressività della speculazione. Già ieri palazzo Chigi
aveva smentito seccamente che un Monti amareggiato pensasse ad una
possibilità del genere e tantomeno all’ipotesi di una crisi pilotata
per arrivare ad elezioni ad ottobre senza scossoni. E questa sera ha
ostentato una calma laboriosa ai cronisti che a Mosca gli chiedevano
se fosse preoccupato della riapertura dei mercati di domani mattina:
“Domani abbiamo una serie di importanti contratti da firmare tra
imprese italiane e russa: questa è l’economia reale”, è stata la
risposta del presidente del Consiglio.

“Politica ed economia devono procedere insieme”, aveva ricordato Monti
in un’intervista all’Itar-Tass. Ma il premier, forse pensando alle
dure misure prese dal suo Governo che produrranno effetti in tempi
medio-lunghi, ha subito aggiunto un invito a non guardare nessuna
delle due con un’ottica a breve termine. “E’ una sindrome non
positiva”, ha assicurato il professore. Intanto pensiamo “all’economia
reale”. Quindi calma e lavoro anche alla vigilia di una settimana che
potrebbe essere di fuoco per il Governo. “Business as usual”, spiegano
da palazzo Chigi confermando la linea di basso profilo scelta dal
premier. E non è un caso se questa sera a Mosca Monti ha scelto di
incontrare a lungo il gotha dell’economia pubblica e privata italiana
nei locali dell’ambasciata.

L’impegno del premier è a 360 gradi e la missione moscovita di Monti
non è di poco conto: la Russia è infatti il gigante europeo dell’area
non Ue e non Euro e anche quest’anno il suo ritmo di crescita si
attesta intorno al quattro per cento. Un interlocutore privilegiato
per Monti che ha ereditato il patrimonio di buoni rapporti – che non
vuole disperdere – costruito negli anni da Silvio Berlusconi con
“l’amico” Vladimir Putin. E proprio domani Monti avrà i colloqui
politici con il presidente Putin ed il primo ministro Dmitri Medvedev.
Energia, infrastruttura ed accordi economici nel menù dei colloqui. Ma
anche un profondo scambio di opinioni sulla crisi dell’Euro e sulle
intenzioni di Mosca di adoperarsi fattivamente per aiutare i Paesi più
in difficoltà.

Addio posto fisso: negli ultimi mesi la quota di assunzioni a tempo
indeterminato programmate dalle imprese si è assottigliata e ormai
sono meno di due su dieci i contratti senza scadenza. A rilevarlo è
Unioncamere nell’indagine Excelsior a cui partecipa anche il ministero
del Lavoro. L’ultimo Bollettino su luglio-settembre, infatti,
registra, secondo le previsioni delle aziende, che dei 159 mila posti
messi a disposizione appena il 19,8% è stabile. Il dato conferma
quanto già avvenuto tra aprile e giugno. Prima di questa nuova fase,
ovvero fino all’inizio del 2012, la percentuale di assunzioni previste
a tempo indeterminato era ben più alta, si salvavano dalla precarietà
circa tre posti su dieci. L’indagine Excelsior segnava una quota
compresa fra il 27% e il 34%, prendendo a riferimento i quattro
trimestri prima della caduta. Guardando nel dettaglio la rilevazione
condotta da Unioncamere, ben il 72,3% dei posti richiesti per
luglio-settembre sono a tempo determinato, di cui una buona parte sono
contratti stagionali; il 4,6% è rappresentato da rapporti di
apprendistato; e il 3,3% da altre forme, come le assunzioni in
inserimento e a chiamata. Inoltre la discesa delle posizioni fisse
risulta confermata anche tenendo conto dei fattori di periodo: nel
Bollettino sui programmi occupazionali delle imprese, rilevati
dall’ente guidato da Ferruccio Dardanello viene, infatti, evidenziato
che escludendo le assunzioni stagionali i contratti “stabili” si
attestano al 35,8%, mentre nei precedenti cinque trimestri la loro
quota era superiore al 40%. Se poi si rapportano i contratti a tempo
indeterminato a tutti i contratti di lavoro o di collaborazione che le
imprese prevedono di stipulare nel periodo (inclusi quindi quelli
‘atipici’), si scende dal 16 al 14% circa. Insomma continua a incidere
“l’effetto incertezza” che porta a spostare quote di domanda verso
assunzioni “a termine”, siano esse stagionali o con altro contratto.
Il Bollettino dell’indagine Excelsior sottolinea come “al di là degli
alterni andamenti stagionali della domanda di lavoro complessiva, la
debolezza e le incertezze dello scenario economico stanno quindi
riducendo drasticamente i contratti di lavoro stabili che le imprese
possono o intendono stipulare”.

La famiglia di un operaio stava meglio dieci anni fa: nel 2000,
infatti, il reddito reale familiare equivalente disponibile per un
operaio, apprendista o commesso era pari a 13.691 euro, ma nel 2010
era sceso a 13.249, ben 442 euro in meno. E’ quanto emerge dalla
Relazione annuale di Bankitalia, che segnala anche la ‘stasi’ delle
retribuzioni negli stessi anni: 1.410 euro al mese nel 2000, appena 29
euro in più, 1.439 nel 2010. E va peggio al Sud, dove nello stesso
periodo è passata da 1.267 a 1.276 euro, con un aumento di soli 9
euro, neanche uno l’anno. In realtà, esaminando le tabelle, nell’uno
come nell’altro caso, riguardo cioé sia al reddito disponibile che
alle retribuzioni, si nota un aumento fino al 2006, anno in cui i dati
invertono la tendenza e redditi e retribuzioni cominciano a scendere.
Così, il reddito disponibile di un operaio era aumentato a 14.485 euro
nel 2006, ma già nel 2008 era sceso a 13.659, per arrivare appunto ai
13.249 euro del 2010. Stesso discorso anche per il reddito familiare
disponibile dei dirigenti, che seppure nel decennio è complessivamente
aumentato (dai 35.229 euro del 200 ai 38.065 del 2010), il suo picco
l’ha registrato nel 2006, quando ha toccato i 43.825 euro. Entrambi i
dati rispecchiano la curva del reddito reale familiare equivalente
medio, passato dai 18.358 euro del 2000 ai 20.3575 del 2006 ai 19.495
del 2010. Quanto alle retribuzioni mensili, si è passati dai 1.410
euro del 2000, ai 1.440 del 2002, ai 1.468 del 2004, ai 1.489 del
2006, per poi scendere a 1.442 nel 2008 e 1.439 nel 2010. Stesso
percorso al Sud, con 1.267 euro del 2000 ai 1.332 del 2006 e ai 1.276
del 2010.

In conclusione, l’avvento del neoliberismo con l’assurdo taglio delle
vecchie politiche keynesiane che ciò ha comportato ha trasformato
l’Italia da un lato in un paese di poveri e di precari; dall’altro
lato, in un paese di ricchi e straricchi come prevedeva la teoria
della società dei due terzi che, nel frattempo, è diventata la società
dei quattro quinti. In questo quadro, la citazione degasperiana di
Monti serve solo “pour épater les bourgeois”. La realtà è che il
governo, all’ombra di un’Unione europea allo sbando, ha messo in atto
la politica peggiore che poteva mettere in atto, a dimostrazione che
non è la tecnica che ci può aiutare, ma che lo po’ fare solo un piano
economico improntato ad una nuova visione politica: una politica che
non stia al carro dei mercati, ma che sappia imporsi ad essi.

… e continuano a non capire. E’ stato un lunedì nero per i listini
europei, trainati da Madrid e Milano che sul finale, dopo perdite di
oltre il 5%, hanno limitato i danni grazie allo stop alle vendite allo
scoperto deciso dalle autorità di borsa nazionali. Il provvedimento
non ha impedito agli spread di raggiungere livelli record per la
Spagna e sfondare i 520 punti per l’Italia, mentre l’euro è piombato
ai minimi da due anni sotto 1,21 dollari. Un’ulteriore doccia fredda
arriva da Moody’s: l’agenzia internazionale rivede al ribasso
l’outlook di Germania, Olanda e Lussemburgo a ‘negativo’ da ‘stabile’
in seguito all’incertezza sul risultato della crisi e anche per
l’aumento del rischio che Italia e Spagna possano avere bisogno di
aiuti dato il deterioramento macroeconomico.

Oggi potrebbe essere un’altra giornata difficile per i titoli di Stato
iberici e per i Btp italiani: Lch Clearnet, la principale cassa di
compensazione titoli europea, ha deciso di alzare nuovamente i suoi
margini di garanzia richiesti per le transazioni su alcuni titoli di
Stato italiani e spagnoli. La clearing house londinese ha rivisto i
parametri per i Btp con scadenze comprese tra i 2 e 3,25 anni dal
4,80% al 5,55%, per quelli tra i 7 e 10 anni dal 9,50% all’11,65%, e
tra i 15 e 30 anni dal 18% al 20%. L’agenzia, con effetto da domani,
ha rivisto anche i margini per i Bonos con maturità comprese tra i 7 e
10 anni dal 11,80% al 12,20% e quelle tra i 15 e 30 anni fino al 20%.
Dopo un inizio in profondo rosso, la borsa di Milano ha chiuso
limitando le perdite con un -2,76% a 12.706 punti per il Ftse Mib,
dietro Madrid (-1,1%) che stamani, sui timori di un salvataggio
necessario per le finanze pubbliche della Spagna, ha fatto da innesco
per la forte correzione sui listini europei.

La Consob, dopo la sospensione per eccesso di ribasso di istituti come
Banco popolare, Mediobanca e Mps, è corsa ai ripari reintroducendo il
divieto delle vendite allo scoperto sui titoli bancari e assicurativi,
per essere seguita a stretto giro dall’authority spagnola. E’ andata
peggio per le altre principali piazze europee (lo Stoxx 600 ha segnato
il calo più forte da tre mesi a questa parte) che, in assenza del
riparo delle ‘Consob’ nazionali, chiudono con cali del 2,89% (Parigi),
2% (Londra) e 3,18% per Francoforte.

L’intervento delle autorità di borsa non ha impedito un vero e proprio
tracollo sul fronte dei titoli di Stato periferici, alimentato dai
dubbi sulla tenuta della Spagna e dalle indiscrezioni, circolate nel
weekend e poi rientrate, secondo cui il Fondo monetario internazionale
sarebbe pronto a lasciare la Grecia al suo destino. Da Soci, in
Russia, il premier Mario Monti ha detto che il “grande nervosismo” sui
mercati e sullo spread “ha poco a che fare con i problemi specifici
dell’Italia”, ma piuttosto dipende dalle “notizie, dichiarazioni e
indiscrezioni sull’applicazione” delle decisioni prese dal vertice Ue
di fine giugno, che dovrebbero “essere implementate senza rumore e in
tempi brevi”.

Toni forti dal leader della Cisl Raffaele Bonanni: “A Monti diciamo
che il tempo è scaduto. Deve convocarci subito. Serve un nuovo patto
sociale” contro “l’attacco speculativo, lo sciacallaggio” in corso.
Fatto sta che, mentre i rendimenti di Germania, Stati Uniti e Gran
Bretagna scendevano a minimi record a testimoniare la fuga
generalizzata dal rischio, in una seduta ad alta volatilità la Spagna
ha visto il proprio premio di rendimento decennale sfondare la soglia
de 630 punti con un rendimento decennale record del 7,40%: un livello
che, in precedenti come quello greco, ha fatto da apripista a un
salvataggio europeo.

Il rischio di default per il Paese iberico, misurato dai contratti
derivati ‘credit-default swap’, è volato di 28,5 centesimi a 634,
segnando anche qui un massimo storico. E a pagare il prezzo
dell’incertezza sulle misure europee anti-crisi e sulla capacità degli
Stati di rimettere in ordine i conti pubblici è stato anche l’euro,
scivolato ai minimi dal giugno 2010 sul dollaro, a 1,2067, un livello
inferiore alla media storica dei dodici anni di vita della divisa
unica

Troppi tentennamenti in Europa e poche risorse per lo scudo
anti-spread, l’Italia non c’entra. Sono queste per Mario Monti le
ragioni dell’ennesimo tonfo della borsa e dell’ulteriore impennata
nello spread di bond italiani e bonos spagnoli. Eppure, lo stesso
premier ammette che per ora sarebbe inutile tornare a far sedere i
leader europei intorno al tavolo. Non fino a quando la Corte
costituzionale tedesca non avrà sciolto il nodo gordiano che rende
zoppo il fondo salva-Stati. L’analisi del presidente del Consiglio
arriva al termine dell’ennesimo ‘lunedi’ nerò per le borse e per il
differenziale con i bund tedeschi. Lo spread alla fine si attesta a
quota 516, e Piazza Affari, dopo aver perso il 5%, recupera per
fermarsi a -2,7%. Poteva andare peggio, ma il Professore sa che questo
è solo l’inizio. Per questo mette le cose in chiaro. Mentre i listini
precipitano e il differenziale schizza, è impegnato nella prima
bilaterale con Vladimir Putin. Nella dacia sul Mar Nero del presidente
russo, il premier monitora sul telefonino l’andamento dei mercati.
Decide però di non modificare il programma. Anche per non dare
l’impressione dell’emergenza.

Le notizie che rimbalzano dall’Italia e dalla Spagna, però, tengono
banco. E’ lui stesso a parlarne con lo ‘zar’ del Cremlino: la
situazione nell’Eurozona è “difficile”, ma proprio per questo dobbiamo
“rafforzare i rapporti nell’economia reale, industriale e
commerciale”. E in questo, dice Monti a Putin, la Russia rappresenta
un partner “strategico” per l’Italia. Durante la conferenza stampa
congiunta, sollecitato dai giornalisti, il premier è costretto ad
articolare meglio la sua analisi. Dapprima con una certa cautela.
Sull’ipotesi di chiedere un vertice europeo straordinario, ad esempio,
risponde di non ritenere,”oggi”, necessario un simile passo. Il summit
di fine giugno, sottolinea, ha già fatto “passi avanti” per risolvere
la crisi dei debiti sovrani. Poi però ammette che i principi non si
sono tradotti in fatti. “E’ ovvio che come rivela lo spread c’é grande
nervosismo sui mercati”, ma ciò “ha poco a che fare con l’Italia” e
dipende semmai da “notizie e indiscrezioni” sull’applicazione delle
decisioni prese a Bruxelles. Accordo che invece, a suo avviso,
dovrebbe essere “implementato senza rumore e in tempi brevi”. Vuole
evitare “allarmismi”, ma è lui stesso a riconoscere che lo scudo così
come ipotizzato non basta.

Maggiori risorse per l’attuale Efsf e il futuro Esm (i due fondi
salva-Stato che dovrebbero, su richiesta, comprare titoli dei Paesi
‘virtuosi’ in difficoltà) farebbero “ovviamente” comodo, ma “non credo
sia molto facile ottenerle nel breve periodo”. Ancora più utile
sarebbe la concessione della “licenza bancaria” al Fondo permanente,
in modo da consentire all’Esm di attingere alle munizioni della Bce.
Ma anche su questo – è costretto a precisare, senza però citare la
Germania – ci sono “resistenze”. Eccolo il punto: Monti sa bene che
tedeschi (ma anche finlandesi e olandesi) da quell’orecchio non ci
vogliono proprio sentire. Proverà a spiegare le sue ragioni nel tour
diplomatico che in Agosto lo porterà prima ad Helsinky e poi, dopo una
tappa a Madrid, forse all’Aia. Ma i tempi non sono ancora maturi per
riaprire il negoziato: a bloccare tutto c’é il pronunciamento della
Corte tedesca sulla costituzionalità dell’Esm. Atteso solo a
settembre. Ecco perché sarebbe inutile chiedere un vertice
straordinario. Ed ecco perché l’Italia farebbe meglio per ora a
puntare sull’ “economia reale”.

In assenza di risorse pubbliche da mettere nel piatto, per tornare a
crescere l’Italia non può sperare in miracoli, ma deve piuttosto
pensare a un “lavoro lungo”, condotto “con umiltà e pazienza”, che
vada ad incidere su tutti gli aspetti che rendano la nostra economia
più competitiva e attrattiva. Questo il ragionamento fatto dal
ministro per lo Sviluppo, Corrado Passera, illustrando nell’aula della
Camera il decreto sviluppo, su cui il governo dovrebbe porre domani
mattina la fiducia.

Il ministro ha rivendicato la continuità dell’azione di governo: “non
c’é una ‘Fase 1’, dedicata a mettere in ordine i conti, e una ‘Fase
2′” in cui far ripartire l’economia. In tutti i provvedimenti, dal
Salva Italia in poi, c’erano misure volte alla crescita. Passera ha
spiegato l’impostazione dell’esecutivo: “C’é un’agenda per la crescita
ben chiara che tocca tutte le principali leve. Non ci sono
scorciatoie, bisogna lavorare umilmente e pazientemente su tutte le
leve: internazionalizzazione, costo dell’energia, costo del credito,
costo della burocrazia, e poi nascita di nuove imprese e attrazione di
capitali”. Insomma è “un lavoro lungo, spesso ingrato” che non può
essere eluso anche perché le risorse pubbliche “sono pochissime e
vanno assegnate laddove hanno il maggior effetto moltiplicatore, in
termini di Pil e di lavoro”.

Infatti, ha insistito Passera, deve essere chiaro che non si può fare
sviluppo con misure a deficit: “Questo governo non metterà a rischio
il suo primo impegno, quello di fare dell’Italia un Paese che ha i
conti a posto, che è il presupposto di ogni azione di crescita”.
Passera ha replicato anche alle polemiche del Pd che ha chiesto conto
nei giorni scorsi dell’Agenda Giavazzi, cioé del taglio di una serie
di incentivi improduttivi alle imprese per trovare risorse fresche:
“non si fa da un giorno all’altro la riscrittura degli incentivi”, ha
affermato.

Il governo dovrebbe porre la fiducia sul testo del decreto così come è
stato modificato dalle commissioni Attività produttive e Finanze (“un
testo migliorato”, ha detto Passera). Oggi la commissione Bilancio,
incaricata di verificare le coperture, ha tagliato i Fondi per il
credito di imposta alle imprese colpite dal sisma dell’Emilia, da 100
milioni all’anno a 10; è una norma inserita venerdì dalle commissioni
di merito, ma priva di copertura. In questo modo la commissione
Bilancio ha conservato la norma che altrimenti sarebbe dovuta essere
tagliata. Il governo si è impegnato a trovare nuove risorse che
verrebbero messe nel decreto sulla spending review.

L’ennesimo ripensamento ha scritto Il sole 24 ore. L’ennesimo crollo
dei mercati. L’ennesimo volo dello spread. Il Fondo Monetario
Internazionale, secondo il settimanale tedesco Spiegel, vorrebbe
bloccare gli aiuti economici ad Atene. Ma allora viene da chiedersi
perchè così tanta agonia pagata a caro prezzo dalle economie e dalle
Borse europee, italiane e spagnole in primis. Il salvataggio della
Grecia poteva avvenire già due anni fa, agli albori della sua crisi.
Sarebbe costato molto meno e, forse, l’effetto domino sarebbe stato
più contenuto. Ancora oggi secondo le stime Iif il costo del
salvataggio si aggira intorno ai 300 miliardi, mentre il suo default
costerebbe all’intero sistema europeo (banche, aiuti agli stati più
deboli per l’effetto domino) oltre mille miliardi.

Così questa mattina c’è un po’ di benzina in più sull’incendio già
divampato venerdì scorso quando la Spagna ha ammesso di dover
soccorrere non solo le sue banche ma anche le sue regioni, alcune
delle quali fino a qualche anno fa profittevoli.
Nuova pressione e nuovo panico, dunque, sui mercati. Inevitabile, in
queste ore, la fuga dalle Borse e dai Bond dei Paesi periferici
europei, con l’euro crollato ai minimi da due anni. Lo spread Btp-Bund
è schizzato oltre 520 punti con il rendimento del decennale oltre il
6,4%.

Il Bonos ha un differenziale con il titolo a 10 anni tedesco di 637
punti base e rende il 7,5%. Al tempo stesso emerge un film già
ampiamente visto nei picchi di questa crisi: fuga da Italia e Spagna,
rifugio nei titoli tedeschi, e in quelli dei Paesi del Nord Europa. Il
decennale tedesco questa mattina è al suo minimo intorno a 1,13%. E la
pressione si sente soprattutto sui titoli di Stato a breve (con
scadenze fino a 5 anni), i più sensibili a eventuali defalut: volano i
rendimenti dei bond di Stato dei Paesi periferici, sotto zero il tasso
per i Paesi «rifugio».
Anche in Borsa è un bagno di sangue: la pioggia di vendite sta
interessando soprattutto i titoli bancari. In Europa l’indice perde
oltre il 3% e a Milano e Madrid molti titoli sono sospesi per eccesso
di ribasso.
Un inizio di settimana difficile che impensierisce molto gli
operatori, preoccupati anche per i circa 40 miliardi (14,5-18 miliardi
in Italia) di titoli di Stato in asta che in settimana arriveranno sul
mercato.

Era il luglio di cinque anni fa, hanno scritto Alesina e Giavazzi sul
Corsera, quando si avvertirono i primi scricchiolii in alcune banche
americane, francesi e tedesche. Da allora abbiamo vissuto la più forte
recessione dagli anni Trenta, la crescita è rallentata, e trovare un
lavoro è diventato difficile dovunque. Questa crisi ci ha insegnato
alcune verità.

Primo: le crisi finanziarie, soprattutto quelle scatenate da aumenti
ingiustificati nei prezzi delle abitazioni producono, quando la bolla
poi scoppia, recessioni molto lunghe. Le banche, dopo aver concesso
mutui con grande leggerezza, senza chiedersi se il cliente debitore
sarebbe stato in grado di sostenere le rate, subiscono perdite ingenti
e devono ricapitalizzarsi. Ma a quel punto trovare capitali privati
non è facile, e se interviene lo Stato, il debito pubblico esplode,
come è accaduto in Stati Uniti, Irlanda e Spagna. Così il credito non
riprende e l’economia ristagna a lungo. Lo abbiamo imparato dal libro
di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, Questa volta è diverso. Otto
secoli di follia finanziaria (Il Saggiatore, 2010) lettura consigliata
per l’estate. Il titolo è volutamente ironico: questa volta «non» è
diverso, la storia è piena di crisi finanziarie seguite da lunghe
recessioni. Il Giappone è solo l’esempio più recente: non si è mai
davvero ripreso dagli effetti della bolla immobiliare scoppiata nel
1989, e il debito pubblico ha raggiunto il 200 per cento del reddito
nazionale. I due grafici visibili illustrano in modo chiaro la durata
di queste crisi e il ciclo del credito prima e dopo la crisi.

Secondo: occorre abbandonare l’illusione che per riprendere a crescere
basti un po’ di spesa pubblica. Per vent’anni il Giappone le ha
provate tutte: porti, metropolitane, alta velocità: il debito pubblico
si è triplicato, ma la crescita non è mai arrivata. E anche il
programma fiscale di Obama, se forse ha attenuato la recessione
americana, certo non è riuscito a ridurre la disoccupazione e a far
ripartire velocemente l’economia. E nel frattempo anche gli Stati
Uniti hanno accumulato livelli di debito molto onerosi. Sono ancora
Reinhart e Rogoff a mostrare che quando il debito pubblico sale oltre
certi livelli diventa un macigno che rallenta a lungo la crescita.

Terzo: per risanare il sistema finanziario bisogna separare le banche
dalla politica. In entrambe le direzioni: riducendo il potere dei
politici sul sistema finanziario e l’influenza dei banchieri sui
governi. Non è un caso che la prima banca che cinque anni fa entrò in
difficoltà, fosse una cassa di risparmio pubblica tedesca: la IKB
Deutsche Industriebank di Düsseldorf. Fallì perché concedeva prestiti
a condizioni non di mercato alle imprese amiche dei politici suoi
azionisti e per far tornare i conti acquistava mutui immobiliari,
apparentemente molto redditizi, in Florida e Nevada, i due Stati in
cui la bolla immobiliare americana fu più acuta. Una vicenda analoga a
quella delle Caixas spagnole: se il governo di Madrid non le avesse
protette fino all’ultimo, negando che fossero tutte fallite, forse
oggi la Spagna sarebbe in una situazione meno drammatica. Oggi le
banche pubbliche tedesche si oppongono con forza al trasferimento dei
poteri di vigilanza alla Banca centrale europea: temono occhi
indipendenti con cui sarebbe difficile venire a patti. Se l’avessero
vinta, l’unione bancaria non vedrebbe la luce e l’euro avrebbe i
giorni contati. Ma l’indipendenza deve essere anche nel senso
contrario. Nella vicenda del Libor, il tasso interbancario londinese,
i rapporti fra la Banca d’Inghilterra e i dirigenti di Barclays sono
parsi a volte eccessivamente confidenziali. Esercitare moral suasion è
il mestiere più difficile di un banchiere centrale, un’arte che
richiede discrezione, ma che non deve mai lasciar dubbi
sull’indipendenza dell’autorità preposta a vigilare sulle banche.
Negli Stati Uniti le riforme proposte dall’ex presidente della Federal
Reserve, Paul Volcker, che vietano alle banche commerciali di
intraprendere attività speculative, rimangono in gran parte
inapplicate, per l’influenza che Wall Street continua a esercitare su
Washington. La riforma Dodd-Frank è un complicatissimo pasticcio entro
i cui meandri certe pratiche oscure potrebbero continuare.

Quarto: la crisi ha dimostrato la fragilità del progetto europeo.
Finché tutto andava bene le fondamenta tenevano. Da quando è scoppiata
la crisi, la costruzione traballa pericolosamente. Ma invece di
trovare una soluzione, i politici europei non fanno che accusarsi tra
loro ritardando gli interventi necessari. È ormai chiaro che l’euro
non si salverà con scorciatoie e tappabuchi come gli eurobonds o i
fondi salva-Stato. Affidare il salvataggio dell’euro alla speranza che
le «formiche del Nord» salvino «le cicale del Sud» socializzando i
loro debiti è ingiusto, politicamente impossibile, ma soprattutto non
servirebbe a nulla. Un salvataggio senza una maggiore integrazione
politico- economica dell’eurozona avrebbe solo l’effetto di dare alle
cicale la possibilità di rimandare riforme già troppo a lungo
procrastinate. Dopo di che le tensioni tra Sud e Nord riesploderebbero
con più forza. L’euro si salva (se si vuol farlo) con un piano
coerente di medio termine di integrazione bancaria, fiscale e politica
dell’eurozona. Ciò non significa gli Stati Uniti d’Europa, ma
un’architettura coerente che permetta all’unione monetaria di
funzionare. Una prima decisione, dopo aver affidato la vigilanza
bancaria alla Bce, potrebbe essere un primo passo nel trasferimento
della sovranità sui propri conti pubblici. Ad esempio si potrebbe
decidere (seguendo una proposta che è stata avanzata in Germania) che
se un Paese non rispetta gli obiettivi sui conti pubblici, la nuova
legge finanziaria che si renderà necessaria (incluse le riforme
indispensabili per renderla credibile) non sarà scritta dal governo di
quel Paese, ma dalla Commissione di Bruxelles, e non sarà votata dal
suo Parlamento, ma dal Parlamento europeo (una proposta che dovrebbe
però essere accompagnata da un rafforzamento della credibilità
dell’istituzione di Strasburgo). A fronte di una simile decisione la
Germania e gli altri Paesi del Nord potrebbero decidere che si è fatto
un passo sufficientemente irreversibile verso l’unione politica da
giustificare interventi atti a garantire che il sistema non esploda
prima di raggiungere il traguardo finale. Per esempio concedere una
licenza bancaria allo European stability mechanism (Esm), cioè
consentire che la nuova istituzione europea abbia accesso alla
liquidità della Bce, condizione necessaria affinché la quantità di
eventuali acquisti di titoli pubblici sia sufficiente a renderli
credibili. Oppure creare, sempre attraverso l’Esm, una garanzia
europea sui depositi bancari (analogamente a quanto avvenne negli
Stati Uniti durante la Grande depressione) cioè l’impegno, qualunque
cosa accada, a rimborsarli in euro. È ciò che Angela Merkel ripete da
tempo: siamo pronti a correre dei rischi, ma solo a fronte di
progressi concreti nel trasferimento di sovranità.

Quinto: i compiti a casa dobbiamo continuare a farli, non solo quando
lo spread sale. Accusare i tedeschi per le mancanze della nostra
storia recente è puerile. Gli italiani non si sono ancora ben resi
conto di quanto complessi debbano essere questi compiti. Ci si illude
se si pensa che basti «ridurre gli sprechi». Serve ben altro: occorre
ripensare a quello che il nostro Stato può e non può fare. Bisogna
evitare che di servizi pubblici di fatto gratuiti beneficino anche i
ricchi, e non solo le famiglie indigenti. Occorre ridurre le tasse che
gravano su chi lavora e produce. È molto difficile crescere con un
debito pubblico che supera il 100% del Pil e un peso fiscale che per i
contribuenti onesti è tra i più alti al mondo. Serve una «rivoluzione
» del nostro Stato sociale, non solo ritocchi. La Germania ha iniziato
a farlo dieci anni fa, e ora ne trae i benefici.

Sesto: la giustizia sociale va garantita creando il più possibile pari
opportunità per tutti. Una delle ragioni dell’incremento della
disuguaglianza che ha preceduto la crisi è stata la crescita del
premio retributivo per chi ha accumulato capitale umano, cioè ha
studiato. L’investimento in formazione ha reso di più e favorito chi
poteva permetterselo. Non demonizzare la ricchezza quindi, ma offrire
a tutti la possibilità di acquisire gli strumenti necessari. Premiare
il merito, punire le rendite di posizione, scardinare i privilegi,
rendere il mercato più equo, colpire l’evasione. Seconda lettura per
l’estate: Luigi Zingales, A capitalism for the people, New York, Basic
Books 2012.

Il tempo sta per scadere. Come scrisse Rudi Dornbusch, uno degli
economisti più lucidi del Novecento: «Le crisi spesso durano molto più
a lungo di quanto si pensi. Ma poi svoltano e si avvitano in un
baleno. Ci vogliono dei mesi, ma poi basta una notte».

Apprezzo il finale consolatorio impresso da Alesina e Giavazzi al loro
articolo, ma il mio apprezzamento non cambia il fatto che anche loro
continuano a non capire. Non di una normale crisi finanziaria si
tratta, ma si tratta d’una crrsi di egemonia dovuta allo spostamento
del centro dell’economia-mondo. Si tratta d’un evento che s’è
registrato tre volte nel corso della storia moderna: da Venezia ad
Anversa, da Anversa a Londea, da Londra a New York. Ci son volute due
guerre mondiali, il fascismo, il nazismo per far emergere la potenza
Americana. La potenza inglese era stata già da tempo messa in  crisi
dall’emergere della Germania, poi dall’emergere dell’America, ma
l’Impero britannco continuava a tenere. Ci volle la Seconda guerra
mondiale, la indipendenza dell’India, l’avvio del processo di
decolonizzazione per convincere l’Inghilterra a lasciare la mano, non
senza qualche colpo di coda, come l’imresa di Suez nel 1956 in
combutta con la Francia che era appena uscita con le ossa rotte
dall’Indocina [A. Fontaine Storia della Guerra Fredda. Piemme. E.
Hobsbawm industriale e impero Einaudi. G. Arrighi Caos e dominio del
mondo, Mondadori. Id Adam Smith a Pechino, Feltrinelli. I. Wallerstein
Il sistema dell’economa mondiale, il mulino. F. Braudel. La dinamica
del capitalismo, il mulino ]

Borse europee incerte. Spread oltre 523 punti. Seduta sull’ottovolante
per i Btp italiani, con uno spread in forte oscillazione dopo
l’avvertimento lanciato ieri da Moody’s sul rating della Germania. Il
premio di rendimento dei Btp decennali viaggia a 523 centesimi dopo un
minimo stamani alle 9,15 sotto quota 505, mentre la Spagna è a 636. I
titoli italiani rendono il 6,46%

Procedono fiacche le principali borse europee in attesa dei dati Usa e
dell’avvio di Wall Street. Contrastati i futures (Dow Jones -0,03% e
Nasdaq +0,05%), a 517 punti lo spread Btp-Bund. Londra e Parigi cedono
lo 0,1%, Francoforte lo 0,03%, mentre Milano (-1,14%) e Madrid
(-2,15%) fanno peggio. In controtendenza Atene (+1,32%). Sotto tiro
Mediobanca (-3,83%), Bankia (-3,01%), Santander (-2,91%) e Axa
(-2,7%), bene National Bank of Greece (+2,73%). Giù Fiat (-2,87%) e
Peugeot (-1,77%).

Resta debole l’euro in apertura di giornata: la moneta unica segna
1,2121 dollari, praticamente sugli stessi livelli di ieri sera dopo la
chiusura di Wall street . L’euro vale 94,96 yen (94,49 ieri).

“Nessun dramma. I media cercano l’enfasi, ma noi non vediamo motivo
per drammatizzare”. Lo ha detto all’ANSA il portavoce del governo
tedesco Georg Streiter all’indomani della spia rossa accesa da Moody’s
sull’outlook della Germania. “Ne abbiamo preso atto e non diamo alcuna
valutazione di questo annuncio. Il giudizio di Moody’s colpisce un
Paese, la Germania, dal quale stanno provenendo gli aiuti. E posso
solo aggiungere che la cancelliera ha più volte detto che le forze
della Germania non sono illimitate”. Dopo l’annuncio di Moody’s
sull’outlook della Germania la cancelliera resta in vacanza? “Certo,
non c’é da preoccuparsi che debba interrompere le sue ferie per
questo”, ha risposto Streiter. “Si tratta solo di un’agenzia di
rating”, ha aggiunto. La cancelliera è in ferie da sabato scorso

‘Riaffermiamo il nostro impegno a garantire la stabilita’
dell’Eurozona nel suo insieme”. E’ quanto ha affermato il presidente
dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker dopo la revisione del’outlook di
Germania, Olanda e Lussemburgo da parte di Moody’s, in una nota nella
quale precisa che: “i fondamentali di questi paesi sono sani”.

La crisi europea presenta significativi rischi per gli Stati Uniti. Lo
afferma il segretario al Tesoro americano, Timothy Geithner, in
un’intervista al Charlie Rose Show, sottolineando che l’economia
americana ha rallentato e si trova a dover fronteggiare “forti venti
contrari”.

L’Europa ha bisogno di un’unione fiscale. Le soluzioni europee alla
crisi del debito richiederanno molto tempo, afferma inoltre Geithner.

La Borsa di Tokyo termina la seduta in ribasso dello 0,24% con
l’indice Nikkei che segna 8.488 punti.

E’ lunedì nero per i listini europei, trainati da Madrid e Milano che
sul finale, dopo perdite di oltre il 5%, hanno limitato i danni grazie
allo stop alle vendite allo scoperto deciso dalle autorità di borsa
nazionali. Il provvedimento non ha impedito agli spread di raggiungere
livelli record per la Spagna e sfondare i 520 punti per l’Italia,
mentre l’euro è piombato ai minimi da due anni sotto 1,21 dollari.
Un’ulteriore doccia fredda arriva da Moody’s: l’agenzia internazionale
rivede al ribasso l’outlook di Germania, Olanda e Lussemburgo a
‘negativo’ da ‘stabile’ in seguito all’incertezza sul risultato della
crisi e anche per l’aumento del rischio che Italia e Spagna possano
avere bisogno di aiuti dato il deterioramento macroeconomico.

E per oggi potrebbe prepararsi un’altra giornata difficile per i
titoli di Stato iberici e per i Btp italiani: Lch Clearnet, la
principale cassa di compensazione titoli europea, ha deciso di alzare
nuovamente i suoi margini di garanzia richiesti per le transazioni su
alcuni titoli di Stato italiani e spagnoli. La clearing house
londinese ha rivisto i parametri per i Btp con scadenze comprese tra i
2 e 3,25 anni dal 4,80% al 5,55%, per quelli tra i 7 e 10 anni dal
9,50% all’11,65%, e tra i 15 e 30 anni dal 18% al 20%. L’agenzia, con
effetto da oggi, ha rivisto anche i margini per i Bonos con maturità
comprese tra i 7 e 10 anni dal 11,80% al 12,20% e quelle tra i 15 e 30
anni fino al 20%. Dopo un inizio in profondo rosso, la borsa di Milano
ha chiuso limitando le perdite con un -2,76% a 12.706 punti per il
Ftse Mib, dietro Madrid (-1,1%) che stamani, sui timori di un
salvataggio necessario per le finanze pubbliche della Spagna, ha fatto
da innesco per la forte correzione sui listini europei.

La Consob, dopo la sospensione per eccesso di ribasso di istituti come
Banco popolare, Mediobanca e Mps, è corsa ai ripari reintroducendo il
divieto delle vendite allo scoperto sui titoli bancari e assicurativi,
per essere seguita a stretto giro dall’authority spagnola. E’ andata
peggio per le altre principali piazze europee (lo Stoxx 600 ha segnato
il calo più forte da tre mesi a questa parte) che, in assenza del
riparo delle ‘Consob’ nazionali, chiudono con cali del 2,89% (Parigi),
2% (Londra) e 3,18% per Francoforte.

L’intervento delle autorità di borsa non ha impedito un vero e proprio
tracollo sul fronte dei titoli di Stato periferici, alimentato dai
dubbi sulla tenuta della Spagna e dalle indiscrezioni, circolate nel
weekend e poi rientrate, secondo cui il Fondo monetario internazionale
sarebbe pronto a lasciare la Grecia al suo destino. Da Soci, in
Russia, il premier Mario Monti ha detto che il “grande nervosismo” sui
mercati e sullo spread “ha poco a che fare con i problemi specifici
dell’Italia”, ma piuttosto dipende dalle “notizie, dichiarazioni e
indiscrezioni sull’applicazione” delle decisioni prese dal vertice Ue
di fine giugno, che dovrebbero “essere implementate senza rumore e in
tempi brevi”.

Toni forti dal leader della Cisl Raffaele Bonanni: “A Monti diciamo
che il tempo è scaduto. Deve convocarci subito. Serve un nuovo patto
sociale” contro “l’attacco speculativo, lo sciacallaggio” in corso.
Fatto sta che, mentre i rendimenti di Germania, Stati Uniti e Gran
Bretagna scendevano a minimi record a testimoniare la fuga
generalizzata dal rischio, in una seduta ad alta volatilità la Spagna
ha visto il proprio premio di rendimento decennale sfondare la soglia
de 630 punti con un rendimento decennale record del 7,40%: un livello
che, in precedenti come quello greco, ha fatto da apripista a un
salvataggio europeo.

Il rischio di default per il Paese iberico, misurato dai contratti
derivati ‘credit-default swap’, è volato di 28,5 centesimi a 634,
segnando anche qui un massimo storico. E a pagare il prezzo
dell’incertezza sulle misure europee anti-crisi e sulla capacità degli
Stati di rimettere in ordine i conti pubblici è stato anche l’euro,
scivolato ai minimi dal giugno 2010 sul dollaro, a 1,2067, un livello
inferiore alla media storica dei dodici anni di vita della divisa
unica.

La deriva di Madrid fa paura, si legge in una nota dell’Ansa. E per
Borse e spread di Spagna e Italia si consuma un’altra giornata di
passione, in un mercato sempre più insofferente a una Europa in
perenne disaccordo e che non riesce a trovare vie d’uscita credibili
alla spirale della crisi del debito. Ne è un esempio la gaffe, o il
mezzo giallo, sul comunicato congiunto di Spagna, Francia e Italia per
fare pressing sulla Ue per l’attuazione immediata degli accordi presi
al Consiglio europeo di fine giugno. A peggiorare le cose, le voci su
una nuova ristrutturazione del debito della Grecia, viste le
difficoltà di Atene ad onorare gli impegni. Ma a dare il primo
scossone alla giornata è l’allarme di un crac della Catalogna che ha
riacceso i riflettori sul rischio di un salvataggio in piena regola
della Spagna, e quindi non più solo aiuti limitati alle banche in
crisi. Una valanga di vendite si è abbattuta sulla Borsa di Madrid e
su Piazza Affari che piomba ai minimi storici mentre gli spread si
infiammavano. Il differenziale Btp-Bund rivede i massimi da novembre,
prima dell’insediamento del governo di Mario Monti, e quello tra Bonos
e Bund schizza a nuovi record.

La maglia nera va alla Borsa di Madrid: nonostante il divieto di
vendite allo scoperto varato ieri l’Ibex 35 affonda (-3,58%)
scivolando sotto i 6.000 punti per la prima volta dall’aprile del
2003. Il rischio contagio colpisce Piazza Affari che archivia un
ribasso del 2,7% al minimo storico di 12.362,51 punti (il precedente
record negativo era di settembre 2009 a 12.621 punti). A soffrire di
più sono come sempre le banche con Mediobanca (-6,75%), Intesa
Sanpaolo (-4,56%), Unicredit (-4,03%) Bper (-7%). Va meglio alle altre
piazze europee che riescono a limitare i danni e a metabolizzare in
parte l’avvertimento di Moody’s sulla tenuta del rating di ‘Tripla A’
di Germania, Olanda e Lussemburgo. Francoforte chiude a -0,45%, Londra
a -0,63% e Parigi a -0,87%. Ma ancora una volta è il mercato del
debito a fare da termometro della crisi: Madrid ha piazzato a fatica
titoli di Stato a breve termine per 3,05 miliardi di euro e ha dovuto
offrire tassi più alti. Il Tesoro spagnolo ha venduto titoli
semestrali pagando il 3,691% contro il 3,237% del mese scorso e titoli
trimestrali con rendimenti in rialzo al 2,434% dal 2,362% di giugno.

Il differenziale tra la carta decennale spagnola e tedesca è schizzato
al nuovo record di 640 punti con il tasso dei Bonos a livello da Sos
del 7,6%. L’attacco della speculazione surriscalda lo spread tra i
decennali italiani e tedeschi che chiude sui massimi a 537 punti base
come non accadeva da metà novembre, ossia dai tempi del passaggio di
consegne tra Berlusconi e Monti. Il rendimento del Btp a 10 anni
sfiora il 6,6% e non è un buon segno per le aste in programma questa
settimana. L’attesa è concentrata soprattutto sull’emissione di Bot a
sei mesi per a 8,5 miliardi che si terrà venerdì 27 luglio, un’offerta
più alta rispetto agli 8 miliardi di titoli in scadenza. Il Tesoro ha
anche comunicato che giovedì 26 luglio saranno collocati i titoli
della quinta tranche di Ctz in scadenza il 30 maggio 2014. L’ammontare
è previsto tra un minimo di 1,5 miliardi e un massimo di 2,5 miliardi
di euro. Cancellata, invece, l’emissione di Btp-i prevista in
calendario per il 26.

In serata, Chiusura in territorio negativo per Wall Street. Il Dow
Jones perde lo 0,82% a 12.617,62 punti, il Nasdaq cede lo 0,94% a
2.862,99 punti mentre lo S&P 500 lascia sul terreno lo 0,90% a
1.338,31 punti. L’euro è scambiato a 1,2071 dollari dopo la chiusura
di Wall Street.

 L’agenzia Moody’s ha rivisto al ribasso le prospettive dell’Efsf, il
fondo salva stati europeo a “negativo” da “stabile”. E’ quanto si
legge in una nota, in cui l’agenzia di rating sottolinea come la
revisione al ribasso delle prospettive dell’Efsf riflette il taglio
dell’outlook di Germania, Olanda e Lussemburgo, e come il rating
dell’Efsf “sia sensibile ai cambi di rating dei Paesi con tripla A”
con i contributi maggiori al fondo.

Salgono in un parossismo, si legge in un’altra nota Ansa, di tensione
le pressioni sulla Spagna, nell’occhio del ciclone dei mercati e sotto
la lente dei governi dell’eurozona. E forse nel disperato tentativo di
resistere a una nuova richiesta di aiuti, a arrivata oggi da Madrid la
prima gaffe diplomatica, se non un vero e proprio passo falso, che
certo non rassicura sulla reale solidità delle finanze iberiche. Segno
evidente dei nervi a fior di pelle, il governo spagnolo ha infatti
pubblicato oggi sul suo sito un appello all’Ue a nome non solo suo ma
anche di Italia e Francia per chiedere “l’esecuzione immediata degli
accordi” presi al vertice di Bruxelles di fine giugno per aiutare i
paesi sotto il tiro della speculazione. Con tanto di nome e cognome
dei ministri, Enzo Moavero per l’Italia e Bernard Cazeneuve per la
Francia, e luogo dell’intesa, il Consiglio affari generali tenutosi
oggi a Bruxelles.
Non solo. Secondo il segretario di Stato spagnolo per l’Unione
europea, Inigo Mendez da Vigo, anche Danimarca e Irlanda,
rispettivamente presidenza Ue uscente ed entrante, avrebbero
“appoggiato questi interventi”. Secche ed irritate le smentite
arrivate da Roma e Parigi, stupite dall’irrituale uscita della Moncloa
e preoccupate probabilmente a non dare l’impressione di voler mettere
la Germania nell’angolo. “Non c’è stata un’iniziativa comune con
Italia e Spagna”, ha tranciato netto Cazeneuve, mettendo in chiaro di
non avere “mai parlato” della questione con Moavero e Mendez da Vigo.
E anche Palazzo Chigi ha voluto sottolineare la sua estraneità,
manifestando “stupore” per una “iniziativa della quale il governo
italiano non è al corrente”.

Malgrado appena qualche ora prima era stato anche il ministro dello
Sviluppo Corrado Passera a spronare l’Europa a dare un segnale
immediato per arrestare la corsa dello spread. In realtà, l’
‘equivoco’ stamattina a Bruxelles sarebbe sorto dal giro di interventi
sul post-vertice Ue, tradizionale esercizio in cui ogni Paese è
chiamato ad esprimersi nel corso della riunione del Consiglio Affari
generali cui hanno partecipato i tre ministri in questione. Nel corso
della riunione sia Francia che Italia, come altri Paesi, si sono
genericamente espresse a favore dell’accelerazione delle decisioni
prese all’ultimo Consiglio europeo, e in particolare delle misure a
favore della crescita. E qui scatta l’iniziativa autonoma della
Spagna, che lancia la nota e la diffonde alla stampa, pubblicandola
sul sito ufficiale del governo. Se non un giallo, quindi, certo si è
trattato di un passo più lungo della gamba. Tanto che dopo il
‘richiamo all’ordine giunto da Parigi e Roma, Madrid ha dovuto
togliere dal sito la nota incriminata. Una confusione palpabile che
contrasta con l’atteggiamento di ostentata calma assunta negli ultimi
giorni da Bruxelles, dove i responsabili partono per le vacanze e non
c’è segno di mobilitazione imminente.

“Non c’è nessuna convocazione di un Eurogruppo straordinario in vista”
sulla Spagna, ha infatti affermato il portavoce del presidente
dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker, ricordando che i ministri delle
Finanze dell’eurozona hanno “appena deciso aiuti per il settore
bancario” iberico e che quindi “non c’è nessuna urgenza”. Anche la
decisione di Moody’s di abbassare a ‘negative’ le prospettive per
Germania, Olanda e Lussemburgo sono state accolte dallo stesso Juncker
con una generica dichiarazione in cui si riafferma l’impegno a
“garantire la stabilità dell’Eurozona nel suo insieme”.

Un immobilismo che stride con l’iperattivismo del ministro delle
Finanze iberico Luis de Guindos, oggi a Berlino dal suo omologo
Wolfgang Schaeuble, e domani a Parigi da Pierre Moscovici. In una nota
– stavolta sì congiunta – diffusa in serata, de Guindos e Schaeuble si
sono detti d’accordo nel velocizzare l’applicazione delle decisioni
Ue, con riferimento però non allo scudo antispread bensì ad “una
effettiva unione bancaria, con una costruzione completa di un
organismo di controllo” degli istituti anche “per recuperare la
fiducia nelle banche spagnole”. Da Bruxelles, però, fanno notare che
il vero nodo è in realtà ancora una volta la Grecia, che costituisce
un vero e proprio “rischio sistemico” per tutta l’eurozona. Non è un
caso che giovedì il presidente della Commissione Ue José Barroso
volerà ad Atene (da oggi è tornata la Troika) dove era dal giugno del
2009 che non si era più recato di persona. Ad aspettarlo, il premier
greco Antonis Samaras.

Nel 1932, nota Luigi Guiso su Il sole 24 ore, l’economista Ludwig von
Mises argomentò come la causa della grande inflazione in Germania
fosse da rinvenire nella sostanziale ignoranza dell’establishment
tedesco della teoria economica.
L a banca centrale e l’intero establishment governativo e
intellettuale tedesco non riconobbero in particolare negli anni ’20 la
teoria quantitativa della moneta. Quella teoria che riconduce i
processi inflazionistici all’eccesso di creazione di massa monetaria e
che portò Milton Friedman a dire che l’inflazione è sempre ed ovunque
un fenomeno monetario.

I tedeschi, allora, rifiutavano di credere non solo che ci fosse una
relazione uno a uno tra crescita monetaria e crescita dei prezzi (come
predice la teoria quantitativa), ma che i due fossero in qualche modo
legati. Ritenevano invece – senza nessun fondamento concettuale ma in
modo fideistico – che tutto fosse riconducibile al potere, che
l’inflazione che si sviluppava sotto i loro occhi fosse il frutto di
forze nemiche. Perfino Herr Havenstein – il governatore della
Reichsbank – credeva che la stampa di nuove banconote non avesse
niente a che fare con l’aumento dei prezzi delle merci, dei salari
monetari e del cambio. Questi aumenti erano attribuiti alla
macchinazione di speculatori e approfittatori e agli intrighi di forze
nemiche interne ed esterne. Al punto che nessuno avrebbe potuto
criticarlo senza correre il rischio di essere denunciato come
traditore del paese.

Da allora i tedeschi hanno imparato la lezione e cambiato ortodossia
diventando i più strenui sostenitori della teoria quantitativa. Questo
ha ispirato il credo pratico della Bundesbank e oggi in Germania
nessun governo potrebbe sostenere politiche di finanziamento monetario
del tesoro di qualche paese almeno fintanto che rimane in vita la
memoria dell’inflazione del 1923.
Parte non piccola del dilemma che l’Europa affronta in questi giorni
trae origine da questo problema. Di fronte alla crisi della moneta
unica e di quella strettamente legata dei debiti sovrani che investe i
paesi del sud dell’Europa – a causa, non va dimenticato, delle
debolezze finanziarie ed economiche a cui i governi nazionali hanno
esposto i loro paesi – esiste una soluzione: coinvolgere la Banca
Centrale Europea direttamente a sostegno dei debiti pubblici di paesi
come Italia e Spagna.

Nelle settimane recenti la riluttanza degli investitori a
sottoscrivere Bonos e BTp è sempre più alimentata dalla paura che
questi paesi, stante la situazione economica stagnante e la carenza di
strumenti per farvi fronte, possano dover abbandonare la moneta unica,
ritornare a una moneta nazionale ampiamente svalutata rispetto
all’euro e ri-denominare il debito oggi in euro nella nuova valuta. Se
questo accadesse perderebbero una buona parte del loro investimento.
Tale prospettiva fa lievitare il costo del debito (innalza lo spread)
che a sua volta aggrava la posizione del paese in due modi: a) perché
scoraggia consumi e investimenti privati, acuisce la recessione e
riduce la base imponibile; b) perché pone i governi davanti
all’ulteriore dilemma di adottare manovre correttive di bilancio e
aggravare la recessione o non farlo e rischiare di accumulare debito
senza limiti.

Entrambi rendono ancora più verosimile che l’unica via d’uscita
diventi l’abbandono dell’euro e l’adozione di una moneta nazionale
svalutata. In queste circostanze l’intervento della Bce serve per
smontare il convincimento tra gli investitori che anche uno solo dei
Paesi possa abbandonare l’euro e che la moneta unica possa non avere
futuro. Serve per correggere aspettative pessimistiche che se lasciate
andare, come sta avvenendo di giorno in giorno, hanno un unico sbocco:
il crollo della moneta unica. Detto altrimenti serve per conseguire
stabilità finanziaria. Questa è cosa diversa dal finanziamento
monetario dei disavanzi dei governi che, giustamente, la Banca
centrale europea non può effettuare. Ma questa distinzione risulta
incomprensibile in Germania. La sofferta esperienza della grande
inflazione li ha resi estremamente cauti e di fronte a una espansione
monetaria sono portati ad evocare immediatamente i rischi di
inflazione: una applicazione fideistica della teoria quantitativa
della moneta che risulta in reazioni di totale chiusura. Una
interpretazione fideistica che oggi blocca l’intervento della Banca
centrale europea e può, se non corretta, privarci dell’unico strumento
per fermare una crisi finanziaria ed economica che travolgerebbe non
solo le economie oggi compromesse dei Paesi che affacciano sul
mediterraneo ma si ripercuoterebbe in modo grave sulla stessa
Germania.

Eppure quell’intervento della Banca centrale europea, tanto osteggiato
dalla Germania quanto indispensabile per bloccare la crisi dell’euro,
se effettivamente potesse essere usato non avrebbe neppure bisogno di
esserlo. Se vi è un operatore che può acquistare il debito di un Paese
in quantità illimitata se necessario, il rischio che quel Paese non
riesca a finanziarsi scompare e con esso la paura dell’abbandono della
moneta unica. Si ridurrebbe il costo del denaro, l’economia si
potrebbe riprendere – aiutata ovviamente da serie riforme di cui i
paesi del mediterraneo devono dare assoluta garanzia di attuazione – e
il debito eviterebbe di esplodere. Stampare moneta non sarebbe neppure
necessario; basterebbe la minaccia di usare quello strumento per far
passare la paura.

È teoria, non pratica. Ma imparare dalla teoria anziché
dall’esperienza ha il vantaggio che può essere molto meno costoso. Lo
dovrebbero sapere i tedeschi. Come nota von Mises in conclusione del
suo saggio, «se i tedeschi avessero prestato più attenzione agli
insegnamenti della teoria economica avrebbero imparato tutte queste
cose senza dover pagare così caro». Si spera che non debbano avere un
secondo rimpianto – e noi con loro – e che qualche saggio professore
abbia la forza di persuaderli che non sempre stampare moneta significa
inflazione. Talvolta basta la sola minaccia di stamparla per evitare
guai peggiori

L’11 marzo 1990 la Lituania dichiarò l’indipendenza dall’Unione
Sovietica, innescando la frammentazione di una superpotenza. Il 25
giugno 1991, la Slovenia e la Croazia fecero sapere che da quel giorno
non avrebbero più fatto parte della Jugoslavia. Il resto della storia
è noto. Sistemi politici che sembravano irrevocabili, basati sul
principio stesso della permanenza, iniziarono ad andare in frantumi
perché i loro territori più forti a un certo punto rifiutarono di
mantenere rapporti con quelli più deboli.

Se ieri la Spagna, l’Italia ma anche le banche francesi e tedesche
hanno vissuto momenti di vera e propria capitolazione sui mercati, è
anche perché la storia resta incisa nel codice genetico degli
investitori. Per loro non si tratta più tanto di capire se la Grecia
resterà nell’euro, ma se la moneta unica sopravviverà. La Bundesbank
tedesca ammonisce severamente Atene. In Finlandia o in Olanda, così
piccole e così apparentemente impeccabili, l’ipotesi di tornare alla
moneta nazionale fa ormai parte delle conversazioni quotidiane sempre
più condizionate dai populisti.

Ciascuno di noi ha i suoi problemi e ciascuno, almeno in parte, si
merita ciò che i suoi creditori pensano di lui. Ma le convulsioni
della zona euro, un nome che non ha mai conquistato la maiuscola, sono
entrate in queste settimane in una fase che coglie gli europei
psicologicamente impreparati. Forti e deboli, virtuosi e imperfetti,
fino a poche estati fa tutti si illudevano di navigare un mare in
bonaccia. I tedeschi credevano di poter condividere la moneta senza
condividere il destino, e gli errori, degli altri. Gli spagnoli erano
impegnati a diventare consumatori moderni, a godere dei loro nuovi
diritti economici e prepararsi a conquistarne sempre di nuovi. Noi
italiani vedevamo bene i nostri problemi, ma in fondo eravamo convinti
che non fossero tutta colpa nostra e soprattutto credevamo di
conservare una sol profeta Isaia, voce nel deserto: un deserto di
idee, rima di tutto, poi di statitisi. Da questo punto di vista il
parrta di diritto naturale al lieto fine.

Ciò che accade in questi giorni, scrive Federico Fubini sul Corsera,
ci dice che non è così. I mercati sono passati dalla sfiducia nei
confronti della Spagna, o dell’Italia, a quella verso il sistema di
cui tutti facciamo parte. Il primo passo per spezzare la spirale è che
le istituzioni vitali dell’euro dimostrino di avere ancora forza da
spendere e molto coraggio. La Banca centrale europea sarà determinante
nelle prossime settimane, in un senso o nell’altro. Il suo presidente,
Mario Draghi, ha detto che la Bce è disposta ad agire «senza tabù» e
probabilmente è il segnale che potrebbe impegnarsi in una campagna di
creazione di moneta e acquisti massicci di titoli di Stato. È la via
non convenzionale che la Federal Reserve, la Banca d’Inghilterra e la
Banca del Giappone conoscono bene. Ma quelle sono le banche centrali
di nazioni coese. La sequenza di eventi in Europa dimostra invece che
senza sufficiente capitale di fiducia fra le parti nessuna misura alla
lunga basterà. Se gli europei non sapranno ricostruire questo
capitale, anche il grattacielo della Bce finirà per apparire una
cattedrale nel deserto.

Mi piace l’immagine della cattedrale nel deserto, che ricorda il
fallimento delle politiche meridionaliste; e mi piace anche l’immagine
del deserto che ricorda il profeta Isaia: deserto di idee, deserto di
statisti. Da questo punto di vista, il paragone con la Gemania anni 20
del secolo scorso è calzante. Non fu la crisi economica a portare al
potere Hitler, ma la mancanza di statisti. La mancanza di un progetto
politico che non fosse quello della restaurazione. Così accadde in
Italia con il fascismo.  Attenzione, però, alle analogie storiche,
Esse possono essere suggestive, ma son sempre pericolose.

La situazione attuale del mondo è completamente diversa da quella
degli anni 20 e 30 del secolo scorso. Allora non esistevano le
strutture per uscire dalla crisi, oltre che le idee, fatta eccezione
per Keynes e Kalecki. Oggi le strutture di intervento ci sono, mancano
i Keynes e i Kalecki, Mancano dei pensatori d’urto, mancano degli
intellettuali che sappiano stare con la testa fuori dall’acqua.

Gli anni 20.30 del secolo scorso furono detti da George Shackle gli
anni dell’alta teoria, ed è vero. Tutti I più grandi economisti del
novecento, quindi della storia del pensiero economico, erano allora in
piena attività e discutevano, elaboravano teorie, mettevano  alla
prova I loro modelli. Oggi tutto tace, l’unica cosa che sappiamo fare
è guardare al passato, cose se da esso potesse venirci chissà quale
ispirazione. Errore. Come diceva un tale che di queste cose sapeva
parecchio, le idee giuste non cadono dal cielo ma nascono dalla
pratica sociale e un al altro tale, nato a Treviri nel lontano 1818
amava dire che la questione se all’uomo spetti una verità oggettiva
non  una questione teoretica bensì pratica. E’ nella prati che l’uomo
deve dimostrare la verità la realtà il carattere immanente del suo
pensiero.

Verità realtà carattere immanente del suo pensiero. Altro che crisi
della ragione, pensiero debole, morte delle grandi narrazioni. Altro
che relativismo culturale. La ricerca della verità è inesauribile,
diceva Luigi Pareyson. E’ vero, la ricerca è inesaurbile, ma ricerca
deve esserci. Fede è ricerca,  affermava Karl  Lowith. Ora, dov’è oggi
la ricerca? Parafrasando il titolo d’un saggio di Emmanuele Severino,
potremmo dire che la tendenza fondamentale del nostro tempo è verso
l’ottusità, un’ottusità veicolata dal sistema della moda che impone I
suoi standards ed I suoi clichè.

L’orlo del baratro. Un economista polacco, prima della crisi finale
del regime comunista al governo nel suo paese, scrisse che la Polonia
somigliava a un treno che correva nella notte a tutta velocità senza
macchinsta. Tale è l’immagine che mi vien e in mente dell’Unione
Europea. Ma andiamo con ordine cominciando come sempre dalla cronaca.

Sono tornate in carreggiata le principali borse europee, con Milano e
Madrid che rialzano la testa dopo la sbandata che le ha affondate ai
minimi storici nella vigilia. L’avvio è stato incerto, con la nuova
doccia fredda di Moody’s, che ha preso di mira l’Esfs a due giorni dal
ribasso dell’outlook di Germania, Olanda e Lussemburgo. Un rimbalzo
solo a metà, però, dato che la tensione è rimasta alta sul fronte del
debito pubblico. Il differenziale tra titoli italiani e spagnoli
rispetto ai bund tedeschi è salito alle stelle (541 punti i Btp e 636
punti i Bonos), con il rendimento del Btp decennale al massimo (6,7%),
per poi ridiscendere a quote più ragionevoli e chiudere
rispettivamente a 513 e a 602 punti, nel giorno in cui i titoli
trentennali tedeschi hanno raggiunto il minimo storico al 2,17%. A
parte Londra (-0,02%), le altre piazze hanno chiuso in positivo:
Parigi e Francoforte sono salite dello 0,2%, Madrid dello 0,8% e a
Milano il Ftse Mib ha guadagnato l’1,17%, salendo anche del 2% nel
corso della seduta.

Gli occhi dei mercati e delle istituzioni (Ue e Bce in primis) sono
rimasti ancora una volta puntati sulla Spagna ed in particolare sulla
Catalogna, tanto che la Banca Centrale Europea ha aperto alla
possibilità che al fondo salva-stati Esm sia attribuita la licenza
bancaria per poter operare in piena autonomia. Lo hanno affermato il
consigliere francese Christian Noyer e l’austriaco Ewald Nowotny.
Un’ipotesi che ha fatto placare la tensione sugli spread contribuendo
a mettere in sicurezza i listini. Una posizione in linea con
l’accelerazione imposta da Spagna e Francia: “Abbiamo riaffermato la
nostra volontà di mettere in opera appieno e in maniera rapida le
decisioni prese al Consiglio Europeo del 28 e 29 giugno”, hanno
scritto in una nota congiunta i ministri dei due paesi.

A Luis De Guindos in visita a Parigi e Pierre Moscovici ha fatto eco
l’Eliseo, come ha affermato la portavoce del governo francese
attribuendo al presidente Francois Hollande l’appello affinché i
provvedimenti approvati dal Consiglio europeo del 28 e 29 giugno
“siano messi in atto rapidamente e in modo fermo”, alla luce anche
delle recenti decisioni di Moody’s sull’outlook di Germania, Olanda e
Lussemburgo. L’ultima è di oggi e riguarda l’outlook del fondo
salva-stati e di 6 Laender tedeschi. Un’urgenza suggerita anche dal
terzo calo consecutivo calo della fiducia delle imprese tedesche
(indice Ifo 103,3) e dal calo superiore alle stime del Pil nel secondo
trimestre in Gran Bretagna (-0,7%), mentre l’Abi ha confermato che nel
2012 il Pil italiano scenderà del 2%, per calare ancora dello 0,2% a
fine 2013. Un timido segnale positivo è giunto dal Tesoro italiano,
che ha effettuato uno scambio tra titoli indicizzati all’inflazione e
Btp con scadenza 2017, che ha comportato una riduzione di 370 milioni
di euro allo stock del debito pubblico italiano. Poca cosa però se si
considerano gli 11 miliardi delle aste di domani (Ctz) e venerdì (Bot)
e dei 5,5 miliardi dell’asta di Btp a 5 e 10 anni fissata per il
prossimo 30 luglio.

Si’ dell’Aula della Camera al decreto legge in materia di sviluppo. Il
testo, approvato a Montecitorio con 382 si’, 68 no e 4 astenuti, passa
al Senato.

La Camera conferma la fiducia al governo sul decreto Sviluppo. I voti
a favore sono stati 475, 80 i contrari, 9 gli astenuti. L’Assemblea di
Montecitorio ora passa all’esame degli ordini del giorno al testo.

“Dopo aver votato la fiducia al governo come SVP passiamo
all’opposizione. Nei confronti del governo abbiamo avuto una posizione
aperta che l’esecutivo ha contraddetto con i suoi provvedimenti, non
riconoscendo gli accordi già intercorsi fra autonomie e Stato nella
determinazione dei contributi al risanamento e violando la clausola di
salvaguardia in merito alla compatibilità delle misure adottate con lo
Statuto e le norme di attuazione”. E’ quanto afferma Siegfried
Brugger.

“E’ in atto – dice Brugger durante le dichiarazioni di voto sul dl
sviluppo – un nuovo centralismo che noi non condividiamo ed anzi
contestiamo in modo radicale. Per queste ragioni come SVP esprimiamo
un voto contrario su questo decreto e così sarà sugli altri
provvedimenti all’esame delle Camere. E’ una scelta di opposizione
all’azione del governo, che manterremo sino a che il confronto non
sarà accolto e produrrà risultati evidenti, e da ultimo delle misure
inserite nel decreto relativo alla spending rewiew e nel decreto
sviluppo che, ancora una volta – conclude Brugger – ripropongono
violazioni della autonomia che sono incostituzionali, come ha ribadito
solo alcuni giorni fa la Corte Costituzionale”.

Governo battuto nell’Aula della Camera su un ordine del giorno di
Manlio Contento del Pdl al dl sviluppo. Il testo, su cui il governo
aveva espresso parere contrario, e’ passato per tre voti di scarto:
245 si’ e 248 no. A favore hanno votato PdL e Lega, contro Pd e Idv.

bbiamo riflettuto assieme su una situazione generale molto molto
preoccupante, c’é l’esigenza di dare seguito alle decisioni del
vertice europeo e la necessità di uno stato di allerta da parte di
tutte le istituzioni”. Così Pier Luigi Bersani al termine
dell’incontro con il premier Mario Monti a Palazzo Chigi.

Tutti i leader della maggioranza saranno tra oggi e domani a colloquio
dal premier. Dopo Bersani, il segretario del Pdl, Angelino Alfano.
Domani toccherà, alle 11.30, al leader dell’Udc, Pier Ferdinando
Casini.

“Non intendiamo essere portati a spasso. Abbiamo presentato proposte,
siamo flessibili e pronti a stringere, non accetteremo che la prossima
settimana si vada in vacanza. Se la destra vuole battere palla si
assuma responsabilita”. Così Bersani insiste sul cambio della legge
elettorale.

“Arriveremo presto – sostiene il segretario Pd – ad un punto di
chiarimento. Ma non si dica che é colpa dei partiti, noi siamo pronti,
assolutamente flessibili, siamo andati a discutere diverse ipotesi ma
tutte le volte vengono ribaltate con un pretesto”.

“Abbiamo parlato della spending review e ho fatto presente che ci sono
cose che sosteniamo e vogliamo rafforzare e 2-3 punti su sanità e
regioni da cambiare”. Così Pier Luigi Bersani spiega uno dei temi al
centro del colloquio con il premier.”Contiamo – afferma Bersani – che
su un paio di punti ci sia una riflessione molto attenta. Così non va
bene. Risparmiare si può, ma non così. Tenendo i saldi, perché non
siamo agit prop, ma un partito di governo ma riaprendo i tavoli con i
soggetti interessati”.
“Vorrei richiamare tutti al senso di responsabilità: non so se non c’é
più una maggioranza o ne abbiamo addirittura due. Se vediamo, come
ieri, riproporsi la vecchia maggioranza, questo non è certo salute né
per stabilità né per governo né per nessuno”. Così Bersani, dopo
l’incontro con il premier Monti, attacca come “vergognosa” l’ok Pdl e
Lega sul semipresidenzialismo.

Il segretario del PdL Angelino Alfano ha lasciato, dopo circa un’ora
dal suo arrivo, palazzo Chigi dove ha incontrato il presidente del
Consiglio Mario Monti.

A partire dal mese di agosto alcuni Comuni, come Lecce, rischiano di
non riuscire a pagare gli stipendi dei propri dipendenti»: lo ha detto
oggi, al termine della Conferenza Unificata, Alessandro Cattaneo,
sindaco di Pavia e vicepresidente dell’Anci. Il combinato disposto dei
tagli e delle minori entrate dell’Imu (che hanno causato anche
corrispettivi tagli ai trasferimenti verso i comuni) «mettono in
grandi difficoltà capoluoghi e città anche grandi – spiega Cattaneo -.
Confidiamo che la prossima settimana, in Conferenza Stato-Città, si
correggano le distorsioni». Ormai non si può più parlare di generiche
preoccupazioni dei comuni, siamo alla resa dei conti». Lecce avrebbe
ricevuto solo un terzo del gettito Imu previsto. «In alcuni comuni –
dice Cattaneo – non ci sono più soldi in cassa. Nella Conferenza
Stato-città della prossima settimana è necessario che il governo dia
ufficialmente seguito all’impegno di colmare i minori introiti Imu,
anche perchè quelle città che hanno incassato di meno rispetto alle
previsioni del governo si sono già viste tagliare i trasferimenti in
misura corrispondente alle errate previsioni sugli introiti». Per
Cattaneo «questo è l’esempio lampante di come i nostri allarmi fossero
fondati. Il vero punto critico – aggiunge – si raggiungerà a fine
anno, con le seconde rate Imu e la chiusura dei saldi obiettivo del
Patto di stabilità. Moltissimi Comuni rischiano di non rispettare il
Patto, un’eventualità che danneggerebbe fortemente i conti dello
Stato». «Io piuttosto – ha concluso – preferisco non rispettare il
Patto di stabilità che alzare l’Imu».

Il dietrofront sulle farmacie. Dietrofront nel decreto spending review
sugli aggravi per farmacie e aziende farmaceutiche. Secondo un
emendamento dei relatori presentato in commissione Bilancio al Senato,
saltano l’aumento dello sconto sui medicinali dovuto dalle farmacie al
Servizio sanitario nazionale e l’incremento della quota che le aziende
farmaceutiche devono pagare alle Regioni. L’emendamento presentato dai
relatori (Gilberto Pichetto Fratin del Pdl e Paolo Giaretta del Pd)
elimina la norma del dl spending review che incrementava da 1,82 a
3,65 punti percentuali l’ulteriore quota che il Servizio sanitario
nazionale trattiene a titolo di sconto, a valere sulla percentuale di
spettanza del farmacista. Salta anche l’aumento da 1,83 a 6,5 punti
della misura percentuale delle somme che le aziende farmaceutiche
devono corrispondere alle regioni, in rapporto al prezzo di vendita al
pubblico dei medicinali erogati in regime di Servizio sanitario
nazionale.

I sindacati Fim, Fiom e Uilm di Taranto hanno indetto uno sciopero
immediato dei lavoratori dell’Ilva con presidio davanti allo
stabilimento per manifestare il disagio e la preoccupazione dei
dipendenti del Siderurgico sul loro futuro occupazionale.

Migliaia di lavoratori dell’Ilva di Taranto sono usciti dallo
stabilimento, in coincidenza con lo sciopero proclamato dai sindacati
di categoria, e hanno bloccato gli accessi alla statale 106, che porta
in Calabria, e alla statale 7 Appia per Bari. I lavoratori attendono
la decisione della magistratura ionica su un possibile sequestro dello
stabilimento per violazione delle norme a tutela dell’ambiente.
Attualmente in fabbrica è rimasta una parte dei dipendenti dell’area a
caldo, dove entrano in azione le comandate per tutelare l’integrità
degli impianti. Le zone interessate dalla manifestazione sono
presidiate da poliziotti e carabinieri; la circolazione dei veicoli
viene deviata su strade secondarie.

Nel capoluogo ionico da giorni circolano voci di un imminente
sequestro degli impianti che potrebbe essere disposto dalla
magistratura a seguito dei risultati delle perizie sull’inquinamento
ambientale. Il 30 marzo scorso, in occasione della chiusura
dell’incidente probatorio legato all’inchiesta a carico dei vertici
dell’Ilva per disastro ambientale, 8.000 operai e impiegati del
Siderurgico manifestarono per le strade della città con un sit-in
conclusivo sotto la sede del Comune.

«Quella di oggi è solo la prima iniziativa, ma ne seguiranno delle
altre molto più pesanti nei prossimi giorni perché i lavoratori non
reggono più questa situazione i cui viene messo in discussione il loro
futuro occupazionale». Lo ha detto Mimmo Panarelli, segretario
territoriale della Fim Cisl di Taranto, parlando con i giornalisti a
margine della manifestazione dei lavoratori davanti allo stabilimento
siderugico. «La tensione in fabbrica – ha proseguito Panarelli – non è
più sostenibile ed è per questo che abbiamo deciso di organizzare
sciopero e presidi. Noi siamo convinti di una cosa molto chiara: chi
sostiene che è possibile fermare l’area a caldo dello stabilimento e
che può esistere solo l’area a freddo non sa quello che dice. Questo è
uno stabilimento a ciclo integrale: se si chiude l’area a caldo deve
chiudere l’intero sito. E sarà la morte di Taranto».

A la guerre comme à la guerre, scrive Adriana Cerretelli sul Il sole
24 ore. Non c’è più tempo per trastullarsi facendo finta di niente,
per continuare a scherzare col fuoco nell’illusione
dell’invulnerabilità, per marciare solo al ritmo di diktat, dogmi e
inviolabili regole ferree. Dopo due anni e mezzo di questa cura,
l’euro sta per arrivare al capolinea: deflagrazione e poi il buio
oltre la siepe. Per tutti.
Ci sono solo otto giorni per scongiurare il peggio, la fine dell’euro
e dell’Europa. Il suicidio di un continente. Prigionieri dei
rispettivi micro-orizzonti nazionali, i Governi più che per viltà
hanno tutti peccato e deluso per inadeguatezza e incompetenza. E nulla
oggi può seriamente indurre a credere che, di fronte al collasso
annunciato, cambierebbero davvero atteggiamento. Probabilmente non ne
avrebbero la forza prima ancora della volontà politica.

Men che meno si può sperare in un ruolo attivo delle istituzioni
europee, troppo deboli, servili e compromesse con i poteri costituiti,
soprattutto nelle grandi capitali dell’Unione.

A difesa dell’euro oggi non resta che un baluardo: la Bce di Mario
Draghi. Forte dell’indipendenza garantita dal suo statuto, può andare
controcorrente, agire sfidando inedia, divisioni e cecità dei Governi
e salvare euro ed Europa dai propri istinti peggiori. Autodistruttivi.

In quanto unico organismo europeo dotato di autonomi margini di
manovra, con un sussulto di coraggio e di lungimiranza oggi è la sola
a poter cambiare il corso della storia e di una crisi altrimenti
mortale. Senza entrare in rotta di collisione con un mandato che le
impone di salvaguardare la stabilità dei prezzi: sia quando salgono
sia quando scendono troppo.

«La Bce non ha tabù, di fronte a un rischio generalizzato di
deflazione interverremo», ha dichiarato in questi giorni Draghi in
un’intervista a Le Monde. Con la recessione che morde e l’inflazione
in calo, il pericolo di un avvitamento dell’economia dell’eurozona, in
breve della sindrome giapponese, si prospetta molto concreto. Per
evitarlo è venuto il momento di prendere iniziative non convenzionali,
come la ripresa di massicci acquisti di titoli di Stato combinata con
la creazione di moneta. Cioè di utilizzare tutta la flessibilità
consentita dallo statuto per disarmare i mercati seguendo le orme
della Fed. E per recuperare la fiducia degli investitori in fuga
dall’Europa.

Una mossa del genere, ben vista da molti, rischia di doversi misurare
con la fronda della Bundesbank. Ma avrebbe il grande merito di far
prevalere il superiore interesse europeo su quello tedesco, un sano
pragmatismo sulle rigidità ideologiche regalando futuro all’euro, non
la disfatta.
Se il 2 agosto la Bce, l’unica che ha la potenza di fuoco illimitata
in grado di impedire alla crisi di andare fuori controllo, lancerà un
segnale forte e chiarissimo, il “generale” agosto sarà sconfitto e
questa torrida estate diventerà più vivibile. Non solo per Spagna e
Italia taglieggiate dalla corsa degli spread con il bund, che ieri
hanno toccato nuovi record. Ma anche e soprattutto per l’Europa
intera. Perché integrazione e interdipendenza tra le sue economie sono
ormai troppo radicate per illudersi che una rottura sarebbe indolore
per una manciata di «happy few».

Non a caso Moody’s ha appena svalutato la tripla A di Germania, Olanda
e Lussemburgo, annunciando per settembre un possibile voto analogo per
Francia e Austria, lasciando intatto solo quello della Finlandia.
Motivo? Il contagio della crisi con il suo pesante carico di costi.
Che però diventerebbe quasi insostenibile se crollasse la moneta
unica. In quel caso, infatti, andrebbero subito all’incasso le
garanzie fornite dai singoli Stati per emettere prestiti a favore dei
paesi in difficoltà.

Nessuno è al riparo dai contraccolpi dell’euro che si sfilaccia,
nemmeno chi torna a parlare di uscita della Grecia come di una
benefica operazione chirurgica senza serie conseguenze. Ma nessuno
sembra avere la cultura e la visione necessarie per prevederne i danni
incalcolabili e dunque evitarli. In questo deserto europeo di
leadership e di solidarietà, resta solo la Bce nell’ultima ridotta a
impugnare le armi per salvare l’euro e l’economia europea dallo
spettro della deflazione.

Ribatte Ernesto Galli della Loggia sul Corsera. Almeno un merito alla
crisi economica che oggi squassa l’Unione Europea va riconosciuto:
quello di obbligare a ripensare dalle fondamenta il modo in cui essa è
nata e cresciuta. Solo così sarà possibile trovare una via d’uscita.
Ma è un compito che tocca alle opinioni pubbliche, agli studiosi e
agli osservatori indipendenti, dal momento che le leadership politiche
europee lo evitano accuratamente, impegnate come sono ad impiegare il
proprio tempo unicamente nel rimbalzare da un vertice all’altro,
indicato ogni volta come risolutivo e ogni volta, però, destinato a
non risolvere nulla.

Ripensare la costruzione europea, dunque. Oggi è chiaro, ad esempio,
che alla sua origine vi fu un atto di temeraria cecità geopolitica. La
conclusione della II Guerra mondiale e il sequestro da parte
dell’Unione Sovietica dell’intera parte orientale del continente
furono l’elemento decisivo che portò a considerare Italia, Francia,
Germania e Benelux come realtà omogeneamente «europee ». In verità
esse lo erano solo per un motivo: perché tutte erano allora gravitanti
nella sfera d’influenza degli Stati Uniti, non per altro. Solo la
riconosciuta egemonia americana da parte delle loro classi dirigenti
dell’epoca conferiva insomma a quell’organismo un carattere
«occidentale ».

La concezione dell’Europa alla base dei Trattati di Roma cancellava di
fatto almeno due aspetti decisivi: l’esistenza da un lato di
un’«Europa mediterranea » (allora soltanto l’Italia, ma che con
Spagna, Grecia, Portogallo, Malta e Cipro sarebbe poi divenuta una
realtà di rilievo), e dall’altro di un’«Europa tedesca » incentrata
sulla Germania ma in realtà estesa dalla Scandinavia all’Olanda,
all’Austria, alla Slovenia. Quella concezione cancellava l’esistenza
di due Europe con storie, società, tradizioni assai diverse. Due
Europe da secoli unite sì da valori comuni, ma quasi quanto divise da
conflitti: con la differenza, però, che i primi erano patrimonio quasi
esclusivo di ristrette élite, mentre i secondi, invece, avevano radici
vastissime e profonde. Due Europe, la cui esistenza effettiva la
Comunità prima (la Cee) e la Unione dopo (la Ue) sono riuscite ad
occultare, per anni e anni, servendosi sia di un fragile mantello
ideologico — l’«Occidente» — sia di una apparentemente più solida
prospettiva generale, l’economia: tutta l’area comunitaria
s’identificava infatti con il capitalismo, era interessata al suo
sviluppo, si riconosceva nelle sue regole.

Ma sia il mantello ideologico che la prospettiva generale appaiono
oggi in frantumi: finito lo scontro Usa-Urss, l’«Occidente» è divenuto
una categoria sempre più evanescente; mentre l’economia, sottoposta
alle tensioni della globalizzazione, si sta rivelando un fattore assai
più di scollamento che di unificazione. E così oggi riprendono il
sopravvento la geografia, la politica e con esse la storia. Sulla
finta capitale Bruxelles riprendono il sopravvento le capitali vere
del continente: Berlino, Parigi, Madrid, Roma. E torna a prevalere una
diversità antica. Oggi, infatti, riappare in tutta la sua drammatica
evidenza la diversità tra l’«Europa tedesca » e l’«Europa mediterranea
» (con la Francia a metà tra le due); a complicare ulteriormente le
cose ci si aggiunge pure, grazie al dissennato allargamento a Est, la
radicale diversità dell’«Europa balcanica».

Qui da noi, nell’«Europa mediterranea », la modernità democratica è
nata assai di recente dovendo fare i conti non solo con passati
fascistico-autoritari — dalla Grecia alla Spagna, all’Italia
appunto—ma con società dai caratteri per più versi ostili ovvero
estranei ai suoi valori, nelle quali dominavano antiche e diffuse
povertà, una debole cultura civica, legami personali soverchianti e
insieme l’individualismo più restio, particolarismi tenaci, una
tradizione di governo lontana dallo Stato di diritto. Tutti questi
elementi hanno consentito, sì, che i meccanismi consensualistico-
democratici si affermassero, ma al prezzo di un ruolo crescente e
pervadente dell’intermediazione politica. A Sud delle Alpi e dei
Pirenei, per ottenere successo, la democrazia è stata spinta a
diventare fin dall’inizio, e sempre di più, una democrazia dei
benefici, delle elargizioni, delle sovvenzioni, degli stipendi: a
diventare una democrazia della spesa (e quindi, alla lunga, del
debito) alimentando uno spirito pubblico conseguente.

Così come le sue classi politiche sono state progressivamente spinte a
occupare spazi collettivi di ogni tipo (spesso addirittura a crearli)
facendosi forti per l’appunto delle risorse di cui avevano la
disponibilità. La bancarotta della Grecia, la drammatica crisi
finanziaria esplosa contemporaneamente in molte, importanti autonomie
locali di Italia e Spagna, unitamente all’immane debito pubblico e
privato di entrambi i Paesi, sono di certo un fatto di malcostume e di
leggerezza dei loro governanti. Ma non solo. Rappresentano anche la
realtà di una condizione storica: della condizione storica in cui si è
affermata la democrazia in questa parte del continente.

È ovvio che i «mercati» non se ne curino più di tanto. È invece
sbagliato che noi, cittadini dell’Europa mediterranea, a cominciare da
noi italiani, non facciamo nulla per spiegare queste cose ai nostri
amici europei, ai nostri amici tedeschi: che per esempio non
impegniamo in questo senso la nostra diplomazia con un’appropriata
azione culturale. Sia chiaro: non per invocare impossibili indulgenze
(con la mafia e la corruzione, per esempio, dobbiamo solo impegnarci
più che mai a farla finita), ma per ricordare che in Europa la
democrazia non è una pianta autoctona. Per radicarla c’è stato bisogno
qualche volta di un deficit di duemila miliardi, altrove il prezzo è
stato Auschwitz, quasi dappertutto è stato necessario il vento
d’oltreoceano. I conti dell’Europa con la democrazia non cominciano
con la Cee o con la Ue. Vanno fatti su archi cronologici un po’ più
ampi, perché vanno fatti con la storia. E allora forse si vedrebbe che
ad averli davvero in ordine quei conti siamo in pochissimi.

Questa osservazione di Galli della Loggia ci porta al centro della
questione. Il problema dell’Unione Europea non consiste nel fatto che
alcuni paesi non hanno i conti in ordine, ma consiste nel fatto che
non esiste un’Unione Europea, non esiste un governo dell’Europa, anche
se l’Unione ha tolto ai singoli stati importanti strumenti di gestioen
 dell’economia come quelli afferenti la politica monetaria.

Come spiegò Jan Tinbergen, gli strumenti di politica economica a
disposizione del governo d’un paese devono essere pari al numero degli
obiettivi; non si può togliere ai governi dei paesi dell’Unione
Europea gli strumenti di politica monetaria e poi meravigliarsi perché
essi non sono in grado di affrontare I problemi monetari del loro
paesi, che, monetaristi permettendo, non riguardano solo la quantità
di moneta in circolazione, ma riguardano un ampio spettro di politiche
corrispondenti ad altrettanti problemi di caratteri monetario.

Solamente degli “svitati” potevano pensare di introdurre una moneta
unica fra paesi con strutture econmomiche e finanzierie così diverse
come quelle esistenti nell’Unione Europea. Comprendo la necessità di
un cordinamento delle politiche economiche nazionali, ma esso non può
avvenire applicando delle regole fissate in astratto come quella del 3
per cento. Se l’economia politica è una scienza, fondata come ci
insegnò Paul Samelson sul principio di massimizzazione, la politica
economica è un’arte che per adempiere il proprio ruolo deve disporre
dell’intera cassetta di strumenti. Il policy maker è come un idraulico
il quale gira per le case con la propria casseta di strumenti perché
egli sa che il danno che è chiamato a riparare potrebbe richiedere più
d’uno strumento. Tutto qui.

Un mondo di folli. Nel significato comune della parola, follia vuol
dire aver perso il senso della realtà. Vuol dire vivere prigioniero
dei propri fantasmi. Vuol dire scambiare i propri fantasmi per realtà.
Ciò è quello che accade oggi nel mondo. Siamo diventati prigionieri
nei nostri fantasmi. I fantasmi sono i mercati, che è come dire che
siamo noi stessi. I signori della borsa, i ras dei volatile capitals,
i mandarini degli hedge funds giocano infatti alle nostre spalle con i
nostri soldi; mettono in crisi i nostri stati e noi paghiamo di tasca
nostra cio che va bene per salvare i nostri stati messi in crisi con i
nostri soldi. Se non è folia questa non sono cos’altro potrebbe
essere.

Ma andiamo con ordine. Cominciamo dai fatti. Se i mercati avevano
bisogno di una boccata d’ossigeno, si legge in una nota Ansa, di una
ventata di fiducia, ecco qua il messaggio ‘forte e chiaro’ arrivato
dalla Lancester House di Londra, dal presidente della Bce, Mario
Draghi.

Poche parole ma piu’ incisive di un’iniezione di liquidita’ della Bce
(”Siamo pronti a tutto per salvare l’euro, e credetemi sara’
sufficiente”) che sono riuscite nel miracolo di rafforzare i mercati
e depotenziare lo spread, sceso sotto i 500 punti nel giro di 10
minuti dai 520 dell’apertura, per chiudere sotto i 475 punti.
Immediata anche la risposta delle Borse, con Milano che oscillava
sulla parita’ e balza poco dopo ad un +2% per continuare al rialzo
fino a chiudere a +5,6%, superata solo dal +6% di Madrid e ben sopra i
rialzi del 4% di Parigi, del 2,7% di Francoforte e dell’1,4% di
Londra.

Sara’ stato lo ‘spirito’ olimpico che aleggia sulla capitale
britannica a poco piu’ di 24 ore dall’inaugurazione dei Giochi o forse
la necessita’ di mandare segnali alla speculazione galoppante degli
ultimi giorni, tant’e’ che il presidente della Bce e’ riuscito
nell’intento. Ospite del premier britannico David Cameron, il numero
uno dell’Eurotower ha ricordato ”i progressi straordinari compiuti
dall’area euro negli ultimi sei mesi”, un periodo turbolento che ha
messo a dura prova la tenuta del sistema che ora – e’ il massaggio che
parte da Londra all’indirizzo di Bruxelles e dei Paesi big
dell’eurozona – deve marciare piu’ forte ma soprattutto ”piu’
unito”.

”L’euro e’ irreversibile e la Bce e’ pronta a fare tutto il
necessario per salvare la moneta unica”, il preambolo di Draghi, che
ha ripetuto ancora una volta come ”l’area euro e’ piu’ forte di
quanto non le venga riconosciuto” ed ”e’ impensabile immaginare che
un Paese possa uscire dall’eurozona” (gli fara’ eco il presidente
della Commissione Ue, Jose’ Barroso, sottolineando che la Grecia ”e’
e restera’ membro Eurozona”). I firewall (lo scudo anti-spread), ha
aggiunto, ”sono pronti a funzionare meglio che in passato”, pero’ e’
necessario uscire dalla frammentazione finanziaria”, arrivare ad una
vera unione bancaria, finanziaria e fiscale, anche perche’ – ha
lamentato Draghi – il mercato interbancario tra i vari Paesi non sta
funzionando al meglio”. Il problema di fondo, pero’, resta sempre il
solito: ”negli ultimi 10 anni, sia a livello nazionale che europeo, i
governi non hanno fatto nulla”. Aprendo i lavori della conferenza,
blindatissima, anche in qualita’ di padrone di casa, il premier
britannico David Cameron, si era mostrato altrettanto fiducioso nello
scacciare i fantasmi della crisi: ”dal suo scoppio il mondo e’
cresciuto del 20%. Ma non l’Europa. I paesi europei che ce la faranno
saranno quelli che prenderanno scelte difficili per tenere sotto
controllo il debito”.

E se l’Ue fa sapere di non aver ricevuto ancora alcuna richiesta per
il ricorso allo scudo anti-spread, e lo stesso Barroso sottolinea la
volonta’ di ”fare di tutto per la stabilita’ dell’eurozona”, e’ il
direttore del Fmi, Christine Lagarde, a spostare l’attenzione su un
altro fronte: ora, spiega, il primo rischio per l’economia mondiale e’
la doppietta deficit-debito degli Stati Uniti. Anche se, ammette,
vorrebbe tanto avere la bacchetta per creare ”una confederazione
degli Stati Uniti d’Europa”, da molti vista come l’unica vera
soluzione per porre fine alla speculazione.

La Grecia, che fa parte della famiglia europea, resterà nell’euro, ma
il governo di Atene deve smetterla immediatamente con i ritardi
nell’attuazione degli impegni presi per il risanamento, si legge in
un’altra nosta Ansa. Parole dure e senza ambiguità, quelle del
presidente della Commissione Ue Josè Manuel Barroso, ma anche un
monito ad Atene, per evitare che ‘Ifigenia’ venga sacrificata, questa
volta sull’altare dell’austerità. Volato oggi ad Atene dove mancava da
circa tre anni, Barroso lo spiega senza mezzi termini al premier greco
Antonis Samaras, poche ore dopo le parole di Mario Draghi che hanno
risollevato i mercati, fatto volare le borse e abbassato la febbre
degli spread.

Il premier greco tenta di rassicurare Barroso, ma ”le parole non sono
sufficienti, i fatti sono più importanti”, gli ribatte il presidente
della Commissione europeaDei nuovi tagli prospettati nel 2013 e nel
2014, si conosce al momento soltanto l’ammontare di 11,7 miliardi di
euro, ‘suggerito’ al governo di Atene dalla cosiddetta troika formata
dalla Bce, la Commissione Ue e il Fondo Monetario Internazionale.

Per il resto, i tre leader della coalizione al governo in Grecia
continuano a litigare e si rivedranno lunedì, mentre il numero uno del
Pasok Evangelos Venizelos scomoda addirittura Euripide per criticare
quei paesi europei, soprattutto del nord, che vorrebbero la Grecia
fuori dall’Eurozona. Il corpulento leader socialista cita la fragile
Ifigenia, trasformata in cerbiatta da Artemide, per salvarla dal
sacrificio richiesto per far spirare di nuovo i venti che devono
portare le navi verso Troia. L’ex ministro delle Finanze critica quei
paesi convinti che “la Grecia debba essere sacrificata come Ifigenia,
la figlia di Agamennone, perchè un vento favorevole torni a soffiare
sulle vele dell’area dell’euro”. Secondo l’ex ministro, “il sacrificio
di Ifigenia sarebbe un suicidio per l’eurozona”, e quelli che lo
auspicano “hanno davvero torto”.

Che le discussioni tra i tre (oltre a Samaras e Venizelos il leader
della sinistra democratica Fotis Kouvelis) non abbiano ancora dato i
risultati auspicati, lo conferma il portavoce del governo Simos
Kedikoglou, che parla di riunione “costruttiva”, perchè “tutti
vogliono dare il proprio contributo per raggiungere gli obiettivi
fiscali, e tutti in questo negoziato sono alla ricerca di alternative
per fare in modo che ciò venga raggiunto con giustizia sociale e senza
peggiorare la recessione”.

Che non ci siamo ancora, lo confermano ovviamente le parole di
Barroso. Il presidente rimane convinto che “la Grecia può farcela, e
la Grecia e l’Unione Europea ce la faranno”, ma entrambe le parti
devono “onorare” i rispettivi “impegni”. Il futuro del Paese, aggiunge
Barroso, “é dentro l’eurozona e di restare nell’eurozona”, perché
questo costituisce “la migliore opportunità per evitare che le
difficoltà pesino sulle spalle di chi si trova in una posizione più
vulnerabile”. “I popoli europei hanno mostrato un senso di solidarietà
senza precedenti” nei confronti della Grecia e la Commissione Ue “é al
suo fianco”, conclude il presidente dell’Esecutivo comunitario: ora
spetta ora ad Atene fare la sua parte

Mario Monti, nel giorno in cui la Bce scende con forza in campo a
difesa della stabilita’ dell’euro, rassicura gli italiani sul fatto
che non intende chiedere altri sacrifici anche perche’ il temuto
‘agosto caldo’ non sembra preoccuparlo piu’ di tanto, si legge in
un’altro lancio Ansa.

”Non credo che sui mercati ci saranno cose straordinarie”, dice a
Tgcom24 promettendo comunque che ”tutti saremo vigili e anche le
autorita’ competenti lo saranno”. Certo l’amarezza per il fatto che
lo spread segua piu’ le parole dei fatti c’e’ tutta: ”questo
importante intervento verbale per ora mi rassicura, ma vediamo anche
quanto contano gli interventi verbali quando vengono da personalita’
cosi’ autorevoli e credibili, sul fatto che la nostra diagnosi fosse
corretta”.

Insomma, spiega Monti, se lo spread ”rimane troppo alto e’ perche’
dipende da dubbi e incertezze dei mercati circa il sistema dell’euro
in generale”. E per questo ora i passi successivi toccano all’Europa.
Ad ogni modo, la soddisfazione del Professore e’ doppia, perche’ oltre
a ridare ossigeno all’Italia, il crollo dello spread conferma quanto
va ripetendo da giorni: e cioe’ che la causa non e’ in Italia, ma nel
contagio europeo. Inoltre, e’ perfettamente consapevole che al di la’
dei benefici immediati dietro le parole di Draghi si nasconde una
verita’ ben piu’ importante: la Germania, volente o nolente, ha
ceduto. Sono giorni infatti che nel board dell’Istituto di Francoforte
si discute fra chi, governatore in testa, preme per un intervento
forte dell’Istituto e chi (Berlino) frena. Le parole di Draghi
dimostrano che e’ passata la linea del governatore. Segno che la
Germania si e’ convinta oppure che si e’ consumata una clamorosa
rottura a Francoforte. Ad ogni modo quel che conta e’ il risultato. E
forse si spiega cosi’ la cautela italiana e francese nei confronti
della Germania di queste ultime settimane. Monti sapeva che
nell’Eurotower era in corso la delicata trattativa e alzare i toni non
avrebbe aiutato Draghi.

Per questo ha evitato polemiche con Berlino, dissociandosi l’altro
ieri dalla dichiarazione di Madrid che avrebbe dato la sensazione di
un asse del sud contro i paesi rigoristi del Nord. Certo la partita
non e’ finita qui. Le parole di Draghi, spiega un ministro, possono
far scendere la febbre dello spread, ma per estirpare il contagio
servono soluzioni durature. E questa significa un meccanismo
permanente contro la speculazione. Quello scudo anti-spread di fatto
rimasto sulla carta, visto che le condizioni per accedere al Fondo
(l’attuale Efsf e il futuro Esm) sono ancora da chiarire e le risorse
– come ammesso dallo stesso Monti – dovrebbero aumentare. Ma riaprire
il negoziato europeo prima del pronunciamento della Corte tedesca
sull’Esm in settembre, conferma un ministro, sarebbe inutile. Prima di
allora, dunque, il professore giochera’ di fioretto, con un’azione di
lobbying sui paesi nordici (Finlandia e Olanda).

Anche sul fronte interno le cose, almeno dall’osservatorio di palazzo
Chigi, sembrano chiarirsi. Dopo aver visto ‘ Abc’ Monti non fa infatti
mistero di sentirsi rafforzato nella prospettiva di concludere la
legislatura. Soprattutto, sono sue parole, ”di concluderla in modo
proficuo”. Del resto, e’ andato a ripetere anche oggi, ”l’obiettivo
non e’ durare ma mettere l’Italia sulla strada della crescita”. Un
ragionamento svolto anche questa mattina nell’incontro con Casini al
quale ha anticipato un po’ i contenuti dell’intervista a Tgcom24, a
proposito delle tredicesime: gli italiani hanno fatto abbastanza
sacrifici.

Niente manovra dunque. Il professore, pero’, e’ intenzionato a
proseguire la sua azione riformatrice. “Il governo vuole essere sicuro
di lasciare, quando sarà completato il suo compito, un’Italia meno in
emergenza e con i muscoli meglio allenati alla crescita”, ha detto
Monti, dicendo che non gli dispiacerebbe essere ricordato come un buon
allenatore dell’Italia. ”Abbiamo tante cose da fare ancora da qui al
2013”, spiegano a palazzo Chigi. Il ”pacchetto” illustrato a Casini
prevede diversi dossier: dai tagli ai sussidi alle imprese proposti da
Francesco Giavazzi (che dovrebbero arrivare in agosto) a quelli della
politica e dei sindacati suggeriti da Giuliano Amato (non prima di
settembre); ma anche la razionalizzazione delle agevolazioni fiscali
per evitare l’aumento dell’Iva a tutte quelle misure per rendere piu’
competitiva l’Italia, come le dismissioni per ridurre il fardello del
debito e la terza gamba della spending review per eliminare le
”incrostazioni” nella macchina statale

E per concludere, eco l’ultima follia. Protagonista la magistratura di
Taranto. L’intera area a caldo dello stabilimento sotto sequestro
preventivo con tutti i suoi sei impianti e senza facolta’ d’uso; otto
persone, tra dirigenti ed ex dirigenti del Gruppo Riva e dello
stabilimento tarantino, agli arresti domiciliari. Sono le misure
pesantissime disposte dal gip del Tribunale di Taranto Patrizia
Todisco nell’ambito dell’inchiesta sull’inquinamento ambientale
prodotto dall’azienda siderurgica piu’ grande d’Europa. Le voci sul
contenuto dei provvedimenti adottati dal giudice si sono diffuse gia’
dalla mattinata ed hanno scatenato la protesta, comunque pacifica, dei
lavoratori metalmeccanici, che hanno invaso a migliaia la citta’,
bloccando il ponte girevole dopo un incontro infruttuoso in
Prefettura. In serata i sindacati di categoria hanno proclamato uno
sciopero ad oltranza, mentre e’ in corso una riunione tra gli stessi
sindacati e l’azienda, convocata da quest’ultima. Domani mattina si
terra un’assemblea nello stabilimento.

Il decreto di sequestro preventivo, notificato ad un legale del gruppo
Riva, riguarda le aree di parchi minerali, cockerie, agglomerazione,
altiforni, acciaierie e gestione materiali ferrosi. Sono state
individuate anche tre figure tecniche (due funzionari dell’Arpa Puglia
e uno del Dipartimento di prevenzione dell’Asl di Bari) che dovranno
sovrintendere alle operazioni e garantire il rispetto delle norme di
sicurezza. Della gestione delle fasi che riguardano il personale si
occupera’ un commercialista e revisore contabile. L’ordinanza di
custodia cautelare ai domiciliari, la cui notifica e’ in corso in vari
centri tra i quali Milano, riguarda il patron Emilio Riva, presidente
dell’Ilva Spa fino al maggio 2010, il figlio Nicola Riva, che gli e’
succeduto nella carica e si e’ dimesso un paio di settimane fa, l’ex
direttore dello stabilimento di Taranto, Luigi Capogrosso, il
dirigente capo dell’area del reparto cokerie, Ivan Di Maggio, il
responsabile dell’area agglomerato, Angelo Cavallo, Marco Andelmi e
Salvatore D’Alo’, altri due dirigenti d’area, e Salvatore De Felice,
da pochi giorni subentrato a Capogrosso alla direzione dello
stabilimento di Taranto. I destinatari della misura cautelare sono
accusati a vario titolo di disastro ambientale colposo e doloso,
avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele
contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni
pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose e inquinamento
atmosferico.

Gli impianti posti sotto sequestro, che sono molto complessi e di
dimensioni gigantesche, non subiranno uno spegnimento immediato, che
al contrario provocherebbe una vera e propria esplosione dello
stabilimento. Occorreranno alcune settimane per chiudere gli impianti,
se si dovesse davvero arrivare alla soluzione estrema. Intanto la
produzione dovra’ subire rallentamenti graduali. Sono circa cinquemila
i lavoratori degli impianti sequestrati, su un totale di 11.500 circa
dipendenti diretti dello stabilimento, ai quali vanno aggiunti circa
4.000 lavoratori dell’indotto.

”L’intenzione e’ di sostenere lo stabilimento” ha fatto sapere da
Roma il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, al termine di una
riunione con i rappresentanti di Regione Puglia ed enti locali
coincisa con la sigla di un protocollo d’intesa che dovrebbe garantire
fondi per oltre 300 milioni di euro destinati al risanamento
ambientale di Taranto. Il presidente della Regione Puglia, Nichi
Vendola, ha annunciato che, in un eventuale processo, la Regione si
costituira’ parte civile. Ma il futuro piu’ immediato e’ il posto di
lavoro sempre piu’ traballante di migliaia di lavoratori
metalmeccanici. Dall’azienda, infine, una promessa solenne: “Non posso
esprimermi ancora sul sequestro degli impianti”, ma “voglio dire che –
dice il presidente dell’Ilva Spa, Bruno Ferrante – non manchera’
l’impegno, come non e’ mai mancato in questi anni, per tutelare in
tutte le sedi opportune l’occupazione e il futuro dell’Ilva, che e’
patrimonio dell’intero Paese”

Note
L. Gallino Con i soldi nostri, Einaudi
Id Finanzkapital, Einaudi
J. Cassidy Come crollano i mercati, Einaudi
G. Rossi Mercato d’azzardo, Adelphi
G. Akelrof, R. Shiller Spiriti animali, Rizzoli
R. Rajan Terremoti finanziari, Einaudi
J. Stiglitz Bancarotta. Einaudi
N. Roubini La crisi non è finita, Feltrinelli
K. Rogoff C. Rheinart Questa volta è diverso, Il saggiatore

In conclusione… possiamo dire che i giochi sono ancora aperti. Il
tempo, però incalza. Ci sarà qualcuno che si assumerà la
responsabilità del fallimento dell’Unione europea o si continuerà a
fare il gioco delle tre carte?

Corrado Bevilacqua L’orlo del baratro ( I libri di laprimaradice.myblog.it)ultima modifica: 2012-07-27T16:29:18+00:00da mangano1
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento