Corrado Bevilacqua, La lampada di Aladdino . Come uscire dalla crisi

Corrado Bevilacqua

La lampada di Aladdino

Come uscire dalla crisi

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Nessuno l’aspettava. La crisi è arrivata improvvisa, come un temporale estivo. Eppure, c’erano state delle avvisaglie. Nessuno aveva, però,  dato ad esse la dovuta importanza. Ha scritto Kenneth Rogoff in uno studio per la Federal Reserve della California: “The fundamental flaw in these analyses was the assunption that advanced country capital markets were fundamentally perfect”.

Abbiamo visto quanto fossero perfetti. Inoltre, c’erano state, come ho detto, altre crisi, prima di quella di cui sto parlando: in Asia in Messico, in Argentina. Esse erano state oggetto di studio di due premi Nobel per l’economia: Joseph Stiglitz e Paul Krugman avevano scritto dei libri sulle suddette crisi.

Altri economisti, meno famosi, ma non meno valenti, Nouriel Roubini e Rafaj Rajan, avevano messo in guardia sulla posssibilità d’una crisi. I valori di borsa erano troppo elevati rispetto ai “fondamentali”, c’era in giro troppa liquidità, c’erano troppi titoli ad alto rischio messi in circolazione dalle banche. Si stava realizzando ciò che era previsto nel modello di Minsky.

Parole al vento. Chi avrebbe dovuto ascoltare gli ammonimenti degli economisti più avveduti, non aveva alcuna voglia di starli ad ascoltare. S’era creato un clima che gonfiava di una euforia irrazionale la bolla speculativa che s’era areata attorno a dei titoli spazzatura.

La bolla si gonfiò, si gonfiò, poi esplose come la rana che voleva diventare bue, splendida allegoria del capitalismo del nostro tempo. Un capitalismo che, sospinto dal vento sprigionatosi dall’implosione del comunismo sovietico, ha inondato di scintillanti monete false tutto il mondo che non era stato ancora conquistato alla sua causa.

Un mondo di risorse da sfruttare a proprio piacimento. Un mondo intero da soggiogare alla logica della ricerca del massimo profitto. Un mondo intero nel quale diffondere il verbo del neoliberismo.

Liberi di scegliere. Abbasso le regole. Viva la deregolamentazione. Liberalizziamo i servizi che oggi sono pubblici, prendiamoci l’acqua. E con l’acqua prendiamoci anche l’uomo che è per la maggior parte fatto d’acqua.

L’acqua è un bene fondamentale, fonte essenziale di vita. Prendere l’acqua, privatizzarla, sottomettere il suo sfruttamento alla logica della ricerca del massimo profitto vuol dire prendere la vita delle persone, appropriarsi delle loro possibilità di sopravvivenza. L’ha spiegato molto chiaramente Vandana Shiva.

Per i neoliberisti queste preoccupazioni sono un non senso. Per essi, ognuno di noi  altro non è che una sorta di Robinson Crusoe e il mondo in cui viviamo altro non è che l’isola dove egli ricostruisce la propria vita. Per essi, Venerdì non è un uomo. Tanto meno può essere considerato una persona.

E’ un aborigeno che può essere facilmente incantato con qualche specchietto e qualche collanina di vetro made in China. Robinson Crusoe ha appreso la lezione di Cristoforo Colombo. Non si interroga sull’origine di Venerdì, sulla sua natura: umana o animale. Per Crusoe, Venerdì è un animale da lavoro, come tutti gli schiavi.

E, comunque, cos’altro potrebbe essere? Nel petto di Robinson Crusoe alberga l’anima di Kurz, l’eroe negativo di Cuore di tenebra di Joseph Conrad: il pozzo nero del colonialismo europeo. Cartina di tornasole  dei nostri valori. Apocalyses now. Congo e Vietnam. Etica ed estetica.

Necessità della scelta. Marlowe, l’io narrante del racconto d Conrad, si sente irresistibilmente attratto dall’alone di mistero che circonda la figura di Kurz, il cacciatore di negri che s’annida nel folto della foresta. Il Kurz di Conrad è una figura tragica. Il Kurz di Coppola è un personaggio  da farsa.

In Conrad c’è sempre qualcosa di irrisolto. Pensiamo a Lord Jim  roso interiormente da un oscuro senso di colpa; c’è sempre qualcosa di indecifrabile, ai limiti dell’indicibile, come l’odio di Claggart per Billy Budd nell’omonimo racconto di Herman Melville.  Così in Cuore di tenebra.

Nel Kurz di Ford Coppola non v’è alcunché del genere.  Né avrebbe potuto esservi, considerato il contesto: una guerra fatta più per far dispetto al proprio avversario che per convinzione. Una guerra che gli Usa non avrebbero mai potuto vincere. Una guerra tipica della Guerra fredda. Prodotto della teoria del domino.

Una guerra che dimostrò come il sogno americano, il sogno della città sulla collina, fosse ormai un lontano ricordo. Imperava la ragion di stato, la necessità di dimostrare la propria esistenza come superpotenza: tutti dovevano sapere che gli Usa non avrebbero mai consentito a nessuno stato al mondo di diventare comunista.

Eravamo negli Anni 60. Essi s’erano aperti con la elezione di John F. Kennedy alla Casa Bianca. Un uomo giovane per una politica giovane. Walter Heller, suo consigliere economico, scrisse un manifesto per la politica economica della “nuova frontiera”.

Essi s’era chiusi con due anni di anticipo, nel 1968, con l’uccisione a Memphis di Martin Luther King, l’uomo che aveva un sogno. Non aveva capito che il sogno americano era morto con il capitano Achab, nelle pagine finali di Moby Dick di Herman Melville

Improvvisamente, scoppiò il 68. Fu come una colata lavica che tutto travolse e per un momento sembrò che fosse possibile realizzare “il sogno d’una cosa” di cui Marx parlava in una famosa lettera giovanile a lettera a Ruge. Il momento svanì e noi ci trovammo a fare i conti con la prosaicità della politica quotidiana, la politica delle mediazioni e dei compromessi, tra rumori di sciabole e fragore di bombe fatte scoppiare dai manutengoli d’uno stato corrotto che era gestito da fine della guerra da un partito che aveva trasformato le istituzioni pubbliche in feudi per le proprie correnti politiche.

Oggi, tutto ciò è lontano da noi, avvolto nella nebbia dei ricordi, coperto dalla polvere del passato. L’Unione Sovietica non esiste più. Il nemico è scomparso nel nulla. L’impero del male è crollato e sulle sue ceneri è nato uno stato di tipo nuovo controllato da una nuova classe dirigente. Nuove potenze economiche si sono affacciate sulla scena mondiale mettendo in crisi le vecchie potenze capitalistiche occidentali che non riescono a tenere il passo dei nuovi concorrenti.

La classe operaia, sulle quale Marx aveva puntato le sue speranze, è stata smembrata dalla rivoluzione informatica; è stata messa al tappeto dalla concorrenza delle nuove potenze economiche che possono contare su un enorme esercito industriale di riserva che abbassa il costo di riproduzione della forza lavoro a livelli preindustriali e mette fuori mercato i beni prodotti dalle economie capitalistiche occidentali.

In un capitolo famoso dei Principi di economia pubblicati all’inizio dell’Ottocento, quando la Rivoluzione industriale era nella sua prima stagione, David Ricardo, ricco agente di cambio trasformatosi in economista, dimostrava che il Portagallo avrebbe guadagnato molto di più, nei suoi scambi con l’Inghilterra, se avesse continuato a produrre vino invece di mettersi a produrre il grano che importava dalla stessa Inghilterra. Il vantaggio sarebbe stato ancora maggiore, se invece di grano si fosse messo a produrre macchine.

La Germania dimostrò che Ricardo sbagliava. Essa dimostrò, infatti, che era possibile per un paese non ancora industrializzato, com’era invece l’Inghilterra, industrializzarsi fino a superare la stessa Inghilterra grazie ad una oculata politica industriale che mettesse in uso le sue forze produttive.

Oggi, mutatis mutandis, è quanto sta succedendo nei rapporti fra le potenze capitalistiche occidentali e le nuove potenze economiche le quali stanno dimostrando che il problema della formazione del capitale nei paesi sottosviluppati può essere risolto attraendo capitali dall’estero grazie ai vantaggi comparati che la presenza di un enorme esercito industriale di riserva offre agli investitori esteri.

Questo fatto, da un lato, ha mandato a gambe all’aria la vecchia divisione internazionale del lavoro e ha posto in serie difficoltà le potenze capitalistiche occidentali nelle quali il costo di riproduzione della forza lavoro è molto più elevato di quello esistente nelle nuove potenze economiche; dall’altro lato ha dimostrato che il problema del sottosviluppo era più n problema politico relativo al controllo straniero sull’uso delle risorse locali che un problema economico.

L’economia di carta, altro problema di genere nuovo, ha preso il sopravvento sull’economia reale, derivati, hedge funds hanno preso il sopravvento su fabbriche, operai, prodotti materiali. In altre parole, la ricchezza si è virtualizzata allo stesso modo che s’è virtualizzata la nostra vita.

Esiste ciò che si vede in televisione. Noi siamo ciò che si legge nei nostri profili online. Lo spettacolo ha preso il sopravvento sulla realtà. Samo degli alienati che vivono vite virtuali. Non siamo più Tizio, Caio, Sempronio, Mevio, Tullio,  siamo i nostri Id online, le nostre passwords: 46maggio19. Marx asseriva che non è la nostra coscienza che fa il nostro essere sociale, ma è il nostro essere sociale che fa la nostra coscienza. Se è così, allora dobbiamo chiederci, qual è l’essere sociale di una ragazza dei call center; qual è l’essere sociale di un giovane precario.

Come può svilupparsi una coscienza di classe in chi non ha classe di appartenenza, in chi trascorre la propria vita facendo i lavori più diversi per brevi periodi di tempo. Come può svilupparsi una professionalità in chi non ha una professione, in chi non ha mai imparato un mestiere; in chi sa far tutto perché ha sempre fatto dei lavori per i quali non era richiesta alcuna professionalità, alcun saper fare?

Quale vita può mai costruirsi costui’ E che senso può avere per lui una vita senza alcun punto di riferimento; una vita, per usare una celebre espressione di Deleuze e Guattari, da rizoma? Come può mettere radici chi non ha alcun terreno in cui porle? Non ha un futuro cui guardare con speranza? Che umanità è quella che stiamo generando?

L’uomo, si dice, è un animale sociale che non può vivere isolato, come il protagonista del racconto Il lupo della steppa di Hermann Hesse. L’uomo, si dice, è un animale politico che non può vivere allo stato brado. Ha bisogno di un’organizzazione, come spiegò Platone. Lo stato esiste perché nessun uomo può fare da solo tutte le cose di cui abbisogna. 

In questo modo, si creò la prima elementare divisione del lavoro, nacquero le prime specializzazioni C’è chi si specializza nella produzione di punte di lancia e chi si specializza nella produzione di lame per coltelli.  Chi si specializza nella produzione di fiocine e chi si specializza nella produzione di scodelle.

Siamo ancora nella fase primitiva della divisione del lavoro; siamo, cioè, in quello che Adam Smith chiamava lo stadio rude e rozzo della storia della società. Smith vedeva, infatti, la storia come susseguirsi di fasi attraverso le quali l’uomo era passato dalla barbarie primitiva alla civiltà. Oggi barbaro è il diverso, l’altro, l’immigrato specialmente se è di colore; è chi parla un’altra lingua a noi incomprensibile, ha altri usi e costumi, venera un altro Dio.

Questo fatto mette paura, rende più sottile la nostra percezione del rischio, ci fa sentire insicuri, determina la nostra domanda di sicurezza, anche se per ottenere maggior sicurezza dobbiamo rinunciare a parte della nostra libertà; dobbiamo accettare controlli che non avremmo mai accettato; accettiamo intromissioni nella nostra vita privata che avremmo sempre rifiutato.

Ritorniamo così al punto di partenza. La crisi contro la quale stiamo lottando non è una crisi come le altre. Essa è molto più complessa; essa è espressione, infatti, dell’intrecciarsi di differenti crisi che hanno coinvolto la nostra economia, la nostra società la nostra politica, le quali richiedono per la loro soluzione il varo d’un insieme di misure di carattere economico, sociale, politico che l’attuale sistema economico-sociale non è in grado di offrire.

Essa richiede quella che una volta si chiamava fuoriuscita dal sistema; superamento del capitalismo. Per andare dove? Non c’è stato spiegato che la storia è finita con il crollo dell’Unione sovietica. Che il comunismo mancò l’obiettivo, che non c’è alternativa al capitalismo? Se fosse davvero così, vorrebbe dire che il nostro destino è segnato, in quanto non c’è limite a quella che Eric Fromm chiamò auto-distruttività umana.

Questa è una possibilità che Marx non prese in considerazione. Marx possedeva una concezione della storia come progresso. Il comunismo rappresentava lo stadio superiore, il più evoluto, nel quale, secondo la celebre formula del Manifesto dei comunisti, “la libertà di tutti sarebbe stata la condizione della libertà di ciascuno”

Le cose andarono, com’è noto, in modo molto diverso. Preso il potere, il partito bolscevico, prese anche possesso dello stato e attraverso lo stato, assunse il controllo su ogni aspetto della vita economica, politica, sociale, culturale. Nacque così una nuova classe di funzionari di partito, funzionari dello stato, dirigenti industriali che gestì il potere in modo rude e violento.

Non era ammessa alcuna voce di dissenso, fosse essa espressione di un’ideologia progressista come quella di Sacharov o fosse essa espressione di un’ideologia ancorata al passato zarista come quella di Solzenitsyn. In altre parole, si trattava d’un sistema basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, non più in nome del profitto individuale, ma in nome del mantenimento del potere d’una classe di burocrati.

Tutto ciò non aveva alcun elemento in comune con la visione che Marx aveva del socialismo, ma era stato il prodotto d’una serie di circostanze che avevano costretto lo stesso Lenin a fare i conti con una realtà economica, sociale, politica e culturale che mal si prestava alla costruzione di un sistema economico, politico, sociale di tipo socialista.

L’idea base fu che, se il capitalismo voleva dire anarchia della produzione, economia di mercato, ricerca del massimo profitto individuale, il socialismo avrebbe dovuto essere l’esatto opposto: direzione centralizzata dell’economia, pianificazione economica, ricerca del massimo d benessere sociale. Il tutto da realizzarsi con i pochi strumenti teorici e pratici che erano allora a disposizione dei pianificatori.

Poi c’era da risolvere il problema del modello di industrializzazione da seguire nella costruzione del socialismo, quali settori sviluppare, come finanziare gli investimenti, quale genere di organizzazione dei rapporti di lavoro dentro e fuori le fabbriche costruire. Si aprì un dibattito, si formarono delle scuole di pensiero, si crearono delle correnti politiche, si organizzarono manifestazioni politiche.

Le questioni dibattute furono molte. Qui è sufficiente ricordare alcune di esse. Per quello che riguardava il modello di industrializzazione due furono le principali scuole di pensiero. Una che sosteneva la necessità di mantenere un rapporto equilibrato tra i diversi settori della produzione; un’altra che sosteneva, invece, il punto di vista degli industrializzatori, di coloro, cioè, che ritenevano che lo sviluppo dell’industria e nel fattispecie dell’industria pesante dovesse aver la preferenza su quello dell’agricoltura e in particolare su quello dei beni di consumo, la cosiddetta industria leggera.

Per quello che riguarda le fonti da cui trarre le risorse necessarie allo sviluppo dell’industria, è da sottolineare come anche in questo campo si fossero formate due scuole di pensiero, l’una che faceva capo alla teoria di Preobrazenskij sulla accumulazione originaria socialista che sosteneva che le risorse dovevano essere tratte dall’agricoltura anche in modo forzoso; l’altra che faceva capo a Nicholai Bucharin per il quale occorreva favorire, invece, lo sviluppo dell’agricoltura..

Il dibattito si protrasse per alcuni anni che furono caratterizzati dalla nuova politica economia voluta da Lenin di incentivazione dell’iniziativa privata nelle campagne nella speranza che in questo modo si potesse aumentare la produzione agricola evitando gli sprechi delle confische e si potesse garantire così il rifornimento di generi alimentari alle città.

Il dibattito si concluse con la presa del potere da parte di Stalin che favorì la vittoria degli industrializzatori e segnò l’inizio del nuovo corso economico caratterizzato dalla direzione centralizzata della economia, dall’industrializzazione pesante, dalla collettivizzazione forzata delle campagne.

Destinati a restare inascoltati furono gli ammonimenti di cui Bucharin s’era fatto promotore in un articolo intitolato Note di un economista all’inizio del nuovo anno economico, nel quale metteva in guardia nei confronti dei pericoli insiti in un’industrializzazione spinta, perché come egli scrisse non si può costruire con i mattoni del futuro.

In altre parole, sosteneva Bucharin, non si può mettere in programma la costruzione di un certo numero di case se devono essere ancora costruite le fabbriche che dovranno produrre i mattoni con i quali dovranno essere costruite le suddette case.

La scelta a favore dell’industrializzazione pesante, della direzione centralizzata dell’economia e della collettivizzazione forzata delle campagne, comportò da un lato la crescita distorta dell’economia sovietica che costrinse a penosi sacrifici il popolo russo a causa della penuria di beni di consumo; dall’altro lato, comportò degli sprechi inauditi di risorse umane, economiche e naturali che si nascondevano dietro agli alti tassi di crescita dell’industria pesante sovietica.

Tali alti tassi d crescita furono al centro di accese discussioni fra economisti marxisti ed economisti borghesi, come allora si definivano, allo stesso modo che furono al centro di un acceso dibattito le questioni relative alla pianificazione dell’economia. Per gli economisti borghesi non era possibile realizzare, come spiegò l’economista austriaco di Ludwig von Mises, un calcolo economico razionale in un’economia che non fosse di mercato.

Ludwig von Mises scriveva a ridosso della Rivoluzione bolscevica. Oggi, sappiamo che, almeno teoricamente, è possibile realizzare un calcolo economico razionale sia utilizzando teorie e metodi elaborati dagli “ottimalisti” sovietici, come Kantorovic e Novozilov. Pressoché insormontabili, invece, si sono rivelati i problemi pratici. Questa difficoltà nasce dal fatto che non è sufficiente emanare degli ordini di produzione corretti dal punto di vista teorico. Occorre che ciò che viene ordinato venga realizzato in tempi e modi previsti dai pianificatori e questo fatto pone dei problemi che sono praticamente insormontabili per una pianificazione di tipo centralizzato com’eraa quello sovietico.

Il modello di crescita sovietico fu per anni il modello di rifermento dei governi dei paesi in via di sviluppo (PVS) in generale e, in particolare, degli economisti marxisti; penso a Paul Baran e a Charles Bettelheim. Baran parlava di “ripida ascesa” e di massimo saggio di surplus investibile. Bettelheim parlava di “sviluppo accelerato”

Le teorie di Baran e di Bettelheim presentavano i difetti delle teorie dello sviluppo della prima generazione, penso a Sviluppo economico e struttura di Kuznets, a Teoria dello sviluppo economico di Lewis, a La formazione del capitale nei paesi sottosviluppati di Nurske che fu tradotto in italiano da Lucio Libertini.

Eccentrici rispetto al pensiero dominante in materia di sviluppo economico, furono Teoria economica e paesi sottosviluppati di Myrdal e La strategia dello sviluppo economico nel quale Hirschman criticava il modello sovietico e introduceva il concetto di connessioni. In base a questa teoria, gli investimenti per lo sviluppo andavano effettuati nei settori che presentavano maggiori connessioni a monte e a valle.

Il fallimento dei modelli tradizionali di sviluppo e, più in generale, delle politiche per lo sviluppo della prima generazione portò all’elaborazione di nuove teorie, come la teoria dei poli di sviluppo e delle regioni motrici; ovvero, le nuove teorie della nuova dipendenza di Theotonio Dos Santos, dello sviluppo del sottosviluppo di André Gunder Frank, dello sviluppo autocentrato di Samir Amin, dello scambio ineguale di Arghiri Emmanuel.

Oggi, tutto ciò appare relegato irrevocabilmente al passato. Il neoliberismo ha mietuto le sue vittime anche nei PVS. Nessuno più dibatte dei tassi sovietici di crescita economica. Per essere più precisi, nessuno più si cura di teoria dello sviluppo; nessuno più discute di modelli di crescita. Tutto ciò che succede viene  dato per scontato, come se fosse scritto nel libro del destino.

Chiunque legga oggi le “Lezioni di politica sociale” di Luigi Einaudi non può non rimanere colpito dalla vivacità con la quale l’autore descrive il funzionamento di un’economia di mercato. Per leggere qualcosa di paragonabile dobbiamo risalire molto indietro nel tempo; dobbiamo giungere fino a Richard Cantillon, all’abate Galiani, a Adam Smith

 
Il libro venne dettato da Einaudi nel 1944 e, a quell’epoca, con tutto il rispetto che è dovuto al suo autore, autentica icona del liberismo italiano, il mercato descritto nel libro apparteneva ormai al mondo delle favole.
 
L’economia di mercato, ovvero, se vogliamo chiamarla con il suo nick name, il capitalismo, aveva imboccato la strada della monopolizzazione e i governi dei paesi capitalistici avanzati avevano cominciato ormai da tempo a mettere in atto delle misure anti-trust. Lo Sherman Act è del 1890.
 
Nel 1910 l’economista marxista austriaco Rudolf Hilferding aveva dato alle stampe il libro “Il capitale finanziario” nel quale analizzava il modo di funzionamento del nuovo capitalismo nato dalla fusione fra capitale industriale e capitale bancario.
 
Nel 1933, Joan Robinson aveva pubblicato il suo saggio sulla economia della concorrenza imperfetta e Edward Chamberlein aveva pubblicato il saggio sulla concorrenza monopolistica. Gardiner Means e Adolf Berle avevano dato alle stampe “Proprietà privata e società per azioni” nel quale analizzavano il modo di funionaamento delle moderne società per azioni basato sulla separazione fra proprietà e controllo.
 
Il 1933 fu anche l’anno in cui in America venne lanciato il New Deal basato sull’idea che si era entrati in un’epoca che rendeva necessaria l’instaurazione di nuovi rapporti fra stato e economia; e fu sulla base di questa idea che venne elaborata la teoria dei poteri contrapposti esposta da John K. Galbraith nel 1957 in “American Capitalism”.
 
L’anno prima, nel 1956, Paolo Sylos Labini aveva pubblicato la prima edizione di “Oligopolio e progresso tecnico” che diventò un classico dell’argomento per la complessità e l’acutezza dell’analisi.
 
E’ trascorso più di mezzo secolo d’allora. Le biblioteche si sono riempite di libri sull’argomento. Nuove leggi anti-trust sono state emanate dai nostri governi; sono sorte sempre nuove organizzazioni dei consumatori, sul modello americano; è entrata in funzione, perfino in Italia, la cosiddetta class action a tutela dei consumatori.

Il problema, però, non è stato risolto, né potrà mai essere risolto perché è la logica che governa il modo di funzionamento del capitalismo che porta inevitabilmente alla monopolizzazione dell’economia e fa piazza pulita delle “robinsonate” di Milton Friedman.

 
In questo quadro, penso che un libro come “Il capitale monopolistico” di Baran e Sweezy, malgrado tutti i suoi limiti, abbia ancora molte cose da insegnarci, ad esempio, in materia di spese militari e della relativa militarizzazione dell’economia e della società.
 
Come dire che non è solo per amore della democrazia e della pace che noi abbiamo fatto guerra alla Jugoslavia, all’Iraq e che noi samo oggi in Afghanistan, ma perché a far politica è, oggi come ieri, il complesso militare-industriale.

Ne aveva parlato il presidente Eisenhower nel suo discorso di congedo da presidente degli Stati Uniti. Contemporaneamente, a lui, ne aveva parlato Wright Mills nel libro Le élites del potere nel quale analizzava la struttura del potere negli Stati Uniti. Se oggi non se ne parla è perché il complesso militare-industriale ha comperato la complicità dei nostri politici, dei nostri mass-media all’ombra del mito delle “democrazie guerriere”.

Può la democrazia essere esportata con la forza delle armi? Si può imporre la democrazia con il ferro e con il fuoco? L’esperienza direbbe di sì. Penso all’Italia, alla Germania, al Giappone dove, grazie alla loro sconfitta nella Seconda guerra mondiale, è stato possibile instaurare dei regimi politici democratici.

L’esperienza dell’Iraq e dell’Afghanistan direbbe di no. Ciò fa nascere una domanda: “E’ un problema di mezzi usati per imporre la democrazia o il problema è lo stesso Islam che sarebbe incompatibile con la democrazia?”.

Della questione si discusse molto al tempo della guerra contro l’Iraq. Allora, si formarono due schieramenti. Uno comosto dai sostenitori della politica espansionista dell’amministrazione Bush, un altro composto dai suoi oppositori. I primi sostenevano che era possibile esportare la democrazia anche con la forza delle armi, i secondi sostenevano che non era possibile.

L’esperienza sembra dare ragione ai secondi. L’Islam sembra essere incompatibile con la democrazia. A sostenerlo, dicono i fautori di questa teoria non è solo l’esperienza, sono i principi posti a fondamento dell’Islam.

Vero? Falso? Lasciamo discutere gli esperti. I non esperti sanno quello che vedono e quello che vedono è che non c’è paese islamico in cui sia al potere un governo democraticamente eletto. Poco interessa ai nn esperti di chi è la colpa, i non esperti si basano sui fatti. E’ compito degli esperti spiegare i fatti. Finora nessuno è riuscito a spiegaare il fatto anzidetto in  do non compromettente per l’Islam.

Il motivo è semplice. Quella che noi chiamiamo democrazia è un’invenzione della cutura laica europea fondata su dei principi di origine cristiana. Essa non ha nulla da vedere con la “democrazia degli antichi”, per parafrasare il celebre discorso di Constant sulla libertà degli antichi e la libertà dei moderni. E’, come ha dimostrato Moses Finlay, una cosa affatto nuova.

Chiarito ciò, rimane il problema del rapporto con i paesi islamici. Io credo che esso possa essere risolto seguendo le normali regole delle politica le quali si fondano sul principio di non ingerenza. Se noi rimuoviamo questo principio crolla l’intera impalcatura e rischiamo di attizzare una guerra di tutti contro tutti, la quale va evitata a tutti i costi.

Io credo che la cosa più intelligente che potremmo fare sarebbe di seguire il consiglio del Marchese de Sade, quando in La filosofia del boudoir scriveva che “Tutto quello che desiderate lo potete realizzare anche restando nei vostri confini: gli altri popoli vi vedranno felici e correranno anch’essi sulla strada da voi tracciata”. In altre parole, l’esportazione della democrazia, non è, per usare un concetto espresso da Joseph Nye, un problema di hard power ma di soft power.

 
L’amministrazione Bush decise di non seguire il suggerimento di Nye, il quale aveva spiegato che l’America, magrado tutta la sua potenza non poteva “andare da sola”,  e decise di “andare da sola” in Iraq. Tale decisione non deve essere considerata un capriccio di George W. Bush, oppure, il frutto d’una sua ostinazione. Essa fu il portato di una strategia elaborata ancora prima che George W. Bush entrasse a Withe House da un gruppo di esperti del  Project for the New American Century.

Tale teoria, contenuta in un rapporto del settembre del 2000 intitolato Rebuilding America’s Defenses, sosteneva che se l’America voleva rimanere l’unica superpower esistente al mondo, doveva darsi una nuova strategia politico-militare basata sulla ricostruzione delle proprie forze armate e su una nuova agenda politica che preveda l’assunzione del controllo delle operazioni nel Vicino e Medio oriente, e precisamente in Iraq e in Afghanistan. In questo quadro, l’11 settembre è stato come il cacio sui maccheroni. Esso fornì a White House il pretesto per mettere in pratica quanto era stato suggerito dagli esperti del Project for the New American Century.

 Per Adam Smith, come ‘è noto, la ricchezza d’una nazione consiste nel fondo di lavoro accumulato a disposizione della nazione. Essa è tanto più grande quanto più estesa è la divisione del lavoro che crea nuovi mercati, differenziando la domanda dei beni e dei servizi.

Lenin adottò il modello di Sviluppo economico tracciato da Smith  nel suo studio sullo sviluppo del capitalismo in Russia. Smith venne usato da Lenin anche nella sua polemica contro i populisti e i seguaci russi di Simonde de Sismondi.  Sismondi fu uno dei primi critici del capitalismo.

Sismondi non credeva nella legge di Say, non credeva, come egli scrisse sulla Edinburgh Review, che l’offerta creasse la propria domanda, che i prodotti si comperassero con i prodotti, che gli economisti dovessero occuparsi solo della ricchezza “facendo astrazione dalle sofferenze degli uomini che producono questa ricchezza”. 

Tali sofferenze erano note a Smith, il quale in un passo molto significativo della Ricchezza delle nazioni si interroga sulle conseguenze che anni di lavoro stupidamente ripetitivo avranno sulla mente dei lavoratori.

Hegel, nella Filosofia dello spirito jenese, analizzando le pagine dedicate da Smith alla divisione del lavoro, introduce il concetto di alienazione “Il lavoro diventa sempre più assolutamente morto, sempre più macchina, l’abilità del singolo diventa sempre più infinitamente limitata e la coscienza degli operai della fabbrica diventa sempre più degradata fino all’ottusità”.

Queste considerazioni di Smith e di Hegel ci permettono di capire cosa Marx intendesse dire quando, nei Manoscritti del 1844 scriveva che “il lavoro non produce soltanto merci, produce il lavoro e l’operaio come merce…l’oggetto che il lavoro produce, il prodotto del lavoro, si contrappone ad esso come un essere estraneo, come una potenza indipendente…”

Ne derivava, per Marx, che solo nel comunismo, grazie alla abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e scambio, sarebbe stato possibile abolire l’alienazione dell’operaio di fronte all’oggetto del proprio lavoro e restituire all’operaio la sua perduta dignità.

Corrado Bevilacqua, La lampada di Aladdino . Come uscire dalla crisiultima modifica: 2012-04-23T16:47:18+00:00da mangano1
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