Patrizia Villani,L’arte della traduzione

MOLTINPOESIA

Il blog del Laboratorio Moltinpoesia, Palazzina Liberty, L.go Marinai d’Italia 1, Milano

Unknown-4.jpeg

mercoledì 28 marzo 2012

Patrizia Villani
L’arte della traduzione

Per continuare e approfondire anche sul blog i temi trattati nell’incontro del 27 marzo (2012) alla Palazzina Liberty di Milano sulle traduzioni di Marcella Corsi dai Poems di Katherine Mansfield pubblico l’intervento di Patrizia Villani. Seguirà in un prossimo post quello di Massimo Parizzi. [E.A.]  

1. Premessa

Prima di parlare del lavoro di Marcella Corsi sulle poesie di Katherine Mansfield è necessario fare una premessa sulle caratteristiche di quell’operazione sul testo che è la traduzione. Vorrei chiarire in primo luogo che considero la traduzione un’arte, e non una scienza, ma occuparsi di traduttologia aumenta il livello di consapevolezza del traduttore sulle caratteristiche e la quantità dei problemi da affrontare, e lo studio della teoria rende più chiaro il percorso che ci porta da un testo A nella lingua di partenza a un testo B nella lingua d’arrivo.
E allora incominciamo con una definizione: tradurre significa innanzitutto comprendere e interpretare un sistema di segni concretizzati in una lingua e in una data opera, ma significa anche interpretare le componenti extra-linguistiche, e cioè l’esperienza complessiva, la particolare visione del mondo che costituisce il substrato, l’humus della lingua e del testo.

A partire dal Romanticismo la traduzione viene considerata un’operazione organica e stratificata, non un atto meccanico ma un processo dinamico che è sempre strettamente legato al testo di partenza e al contesto storico e culturale di appartenenza.
Quindi, già secondo i Romantici, il traduttore è una figura di intellettuale a tutto tondo che ha un ruolo primario di mediatore fra le culture, con responsabilità di precisione e fedeltà nei confronti del testo originale. Ed è proprio sul concetto di fedeltà che nascono i conflitti, perché è uno dei nodi principali del tradurre. Umberto Eco, nel libro Dire quasi la stessa cosa, che tratta delle sue esperienze di traduttore, di revisore di traduzioni e di autore tradotto, a proposito di fedeltà dice che tra i sinonimi di questa parola non troviamo esattezza, ma piuttosto lealtà, onestà e rispetto. Inoltre l’attività traduttiva è sempre pragmatica, ha a che fare con un testo specifico e dunque – secondo Eco – è fondamentale applicare di volta in volta un principio di negoziazione per decidere ciò che è indispensabile conservare nel testo tradotto e ciò che invece si può “perdere”.
Ormai – grazie ai vari studi sulla traduzione – sappiamo bene che non esiste la sinonimia fra le lingue, cioè un’identità di segni e significati (come invece si tendeva a credere in passato), perciò invece di fedeltà si dovrebbe parlare di equivalenza funzionale, che sarà tanto più difficile da realizzare concretamente nella traduzione quanto più la lingua di partenza e la lingua di arrivo sono lontane fra loro in termini di tempo, storia, differenze geografiche e culturali.

Tradurre comporta un processo di rielaborazione che avviene per mezzo di due passaggi fondamentali:

1. una prima fase di lettura, comprensione e interpretazione in cui il traduttore analizza il testo di partenza nelle sue intenzioni semantiche, lessicali e culturali, cercando di individuare la dominante, cioè quel principio coesivo fondamentale che dovrà salvaguardare anche nella sua traduzione.

2. e poi una fase di trasposizione linguistica in cui il traduttore “riproduce” (cioè crea nuovamente) il testo tenendo conto del contenuto, del tipo di funzione espressiva, del destinatario ma soprattutto dell’effetto che il testo deve produrre su quest’ultimo.

Ogni scelta da parte del traduttore, l’uso di certe espressioni anziché altre, determina diverse possibilità nei segmenti di testo successivi: per questo motivo è impossibile individuare la traduzione definitiva – ed è obiettivamente impossibile parlare di scienza della traduzione – ogni testo letterario potrà avere molte traduzioni, purché il traduttore scelga in modo consapevole, rispettando lo stile e la dominante del testo originale, cioè gli elementi stilistici ed espressivi che l’autore aveva impiegato per produrre un determinato effetto sul proprio lettore, e quindi rispettando l’intenzione dell’opera.

2. Tradurre poesia

La questione si complica quando entriamo nel campo specifico della traduzione poetica, perché in poesia è l’espressione che detta leggi al contenuto, che si deve adattare alla particolare forma scelta dal poeta.
Il testo poetico è una rappresentazione del mondo che usa il linguaggio non solo in modo denotativo, ma soprattutto in modo connotativo, cioè stratificato, denso di significati e ambiguità, allusioni, rimandi interni ed esterni al testo. Insomma un linguaggio ricco di suggestioni sia individuali (dell’autore) che collettive (della comunità culturale cui lo scrittore appartiene). Di conseguenza, molti pensano che non sia possibile tradurre poesia.

Secondo il poeta americano Robert Frost, ad esempio, “La poesia è ciò che si perde nella traduzione”. Punto di vista negativo, ma comprensibile e condiviso da molti (Benedetto Croce e Roman Jakobson, tanto per cominciare). In effetti, tecnicamente parlando, con la traduzione il testo originale, nella sua complessa architettura fonico-ritmica, va perduto. Tutte le peculiarità ritmiche e foniche del testo tradotto saranno basate su un sistema completamente diverso di suoni e di segni, quello della lingua d’arrivo, producendo una poesia diversa.

Nonostante questo, altri poeti sono più possibilisti: Derek Walcott (poeta caraibico e premio Nobel) privilegia altre caratteristiche (la resa di immagini e metafore, lo spirito dell’originale, il messaggio filosofico del testo) e afferma: “Molti dicono che la poesia si perde nella traduzione. Se fosse vero, non riuscirei ad apprezzare Dante, perché non so l’italiano. Ma io credo che ci siano poeti che ‘passano’ attraverso la traduzione, ad esempio Montale, e sono molti”. Quindi, se ci è impossibile avere l’esperienza di una certa poesia in una lingua che non conosciamo, ci avvicineremo a un testo analogo per poter godere della poesia, purché naturalmente la traduzione diventi un testo poetico in tutto e per tutto e possa restituirci il piacere della lettura e il fascino dell’originale.

Il poeta francese Yves Bonnefoy ha detto: “Si può tradurre la poesia? No. […] e allora bisogna ricrearla” e questa idea ci avvicina ancora di più alla sostanza della traduzione poetica: creare un nuovo testo che cerca appunto di dire quasi la stessa cosa pur essendo soggetto alle innumerevoli costrizioni formali date dalla lingua di arrivo e dal suo diverso sistema culturale. Anche George Steiner, nel suo After Babel (1975), afferma la necessità, per il traduttore letterario, di rivivere l’atto creativo che era alla base del testo originale, proprio perché la traduzione – prima ancora di essere un esercizio formale sulla lingua – è un’esperienza esistenziale.
Il traduttore dovrà quindi misurarsi sempre con scelte precise, perdite, compensazioni e varie strategie per aggirare le differenze linguistiche e culturali ma deve infine riuscire a riproporre le qualità poetiche dell’originale in un nuovo testo creativo che abbia dignità propria.

Anche il poeta messicano Octavio Paz considera la traduzione come una possibilità reale: “Il traduttore, in un’altra lingua e con segni differenti, deve comporre una poesia analoga all’originale. […] . Non è una copia ma una trasmutazione. […] L’ideale della traduzione poetica consiste nel riprodurre con mezzi differenti effetti analoghi”. Paz introduce poi un altro elemento che va considerato nel nostro discorso: “Il buon traduttore di poesia è un traduttore che in più è poeta – o un poeta che, in più, è un buon traduttore”.
Anche questo è un punto controverso che è stato molto dibattuto, soprattutto nei convegni dei traduttori di professione, che spesso non amano molto i poeti-traduttori, accusandoli (quasi sempre a ragione) di scarsa umiltà. Tuttavia il linguaggio della poesia è speciale, come abbiamo detto, e dunque essere poeta oltre che traduttore è innegabilmente un vantaggio perché si conosce il meccanismo di creazione del verso e si ha l’abitudine a sfruttare determinate strategie tecniche, oltre naturalmente ad un approccio del tutto peculiare al linguaggio che è analogo a quello dell’autore del testo originale. Per il poeta che traduce sarà quindi importante ricordare di tenere sotto controllo la propria naturale propensione a “inventare” (che è poi il rimprovero fatto ai poeti dai traduttori di professione). Nel campo della traduzione, infatti, si tratta piuttosto di “ricreare” un testo che ha già una voce propria ed è quindi importante che il poeta-traduttore non imponga troppo la propria personale voce poetica o si prenda libertà eccessive finendo con il soffocare il testo di partenza nella sua originalità espressiva. Si tratta di trasporre in un altro corpo l’anima del testo originale, e quest’anima va sempre rispettata.

3. Katherine Mansfield, Il vento il riso il volo. Versioni dai Poems a cura di Marcella Corsi

E veniamo al lavoro di Marcella Corsi, le versioni dai Poems di Katherine Mansfield. Una delle fasi essenziali del processo di traduzione, come abbiamo visto, è l’analisi critica dei testi, a cui si aggiunga una buona conoscenza dell’opera complessiva dell’autore che si traduce, e questo libro, nella Nota del curatore, dà preziose indicazioni al lettore sulle caratteristiche e la fortuna dell’opera poetica di Katherine Mansfield, fornendo anche note esplicative sulle occasioni dei testi. Inoltre spiega in modo esauriente l’approccio del traduttore-poeta, chiarendo i motivi di determinate scelte, stilistiche e testuali. Abbiamo qui una dichiarazione d’intenti che ci porta a comprendere come Marcella Corsi consideri la traduzione come un’occasione “d’incontro e di fecondo tradimento”, (per usare le sue parole) il che naturalmente non ha significato stravolgere il testo originale, ma piuttosto riviverne lo spirito e trasporlo nella nostra lingua con una grande attenzione alla dimensione estetica, cioè alla poeticità del nuovo testo, che dev’essere in grado di soddisfare pienamente il lettore.

Per quanto riguarda l’aspetto linguistico in generale, i problemi che una traduzione dall’inglese di norma ci pone sono, in primo luogo, la differenza di flessibilità ed elasticità della lingua: che è massima per l’inglese e molto ridotta per l’italiano (lingua di pesantezza polisillabica, come la definiva Montale, che a sua volta praticava la traduzione per cercare di plasmare e rinnovare anche la propria lingua poetica); poi il realismo e la concretezza dell’inglese contro un maggiore grado di astrattezza dell’italiano; e infine una specificità più accentuata soprattutto di verbi e sostantivi, che in inglese hanno un grado di precisione descrittiva molto elevato.
A questo riguardo mi pare che, nelle varie sezioni del libro, i nodi del linguaggio siano stati risolti in modo inventivo nei testi tradotti, senza discostarsi troppo dall’originale e senza appesantire il verso, anzi mantenendo la concisione e la densità del testo di partenza. In effetti, quando ho visto nel titolo la parola versioni – anziché traduzioni – mi aspettavo che questa scelta si realizzasse poi in una maggiore libertà che la traduttrice – proprio in quanto poeta – voleva prendersi con i testi originali, cioè la possibilità di ricreare in modo più soggettivo e secondo una visione personale le poesie tradotte. Invece questa libertà è stata usata in modo giudizioso, senza prendersi licenze – per così dire – e ha portato a un risultato di leggerezza e piacevole lettura che tuttavia dà il senso di un lavoro ben ponderato.

Veniamo ora al titolo stesso del libro, Il vento il riso il volo: questi elementi sottolineano la dimensione di libertà e leggerezza nell’ambito del rapporto fra essere umano e mondo circostante, suggerendo il senso di profondo legame con la natura che Katherine Mansfield ci presenta con queste poesie che evocano paesaggi naturali, le stagioni, l’amicizia, lo sguardo sul mondo (o dal mondo) dell’infanzia. E qui sentiamo subito, a partire dalla prima sezione (anni 1907-1913), che l’atmosfera di meraviglia e di osservazione incantata del paesaggio naturale sono “passate” anche nelle traduzioni di Marcella, in particolare in alcune poesie molto efficaci: “La figlia del mare”, “La grotta d’opale di un sogno”, “Primissima primavera”, proprio per la delicatezza del linguaggio. L’idea fondamentale di questo libro era che ogni poesia dovesse avere dignità di testo autonomo per essere interessante alla lettura o all’ascolto come testo in sé, e mi pare che l’intento sia riuscito, anche per le “affinità elettive” che il poeta Marcella Corsi ha con l’opera della Mansfield, ad esempio la sua capacità di rendere in modo delicato ma vivido la visione del mondo circostante (la resa dei colori, degli elementi visuali e delle atmosfere); il sapersi porre di fronte alle manifestazioni naturali con uno sguardo di genuina meraviglia; l’attenzione costante al dettaglio, l’osservazione precisa di ciò che è minuscolo – fiori, piante, insetti, uccelli e piccoli animali che popolano le poesie (insieme a fate e folletti tipici della tradizione poetica di lingua inglese); e infine la semplicità della lingua, che però rende giustizia all’espressione dei sentimenti, intensi anche se appena accennati, della voce poetica. Tutte caratteristiche che ho trovato esemplificate in un gruppo di poesie della seconda sezione (anni 1914-1916) che mi hanno colpito perché sembrano rispecchiare e riproporre due voci poetiche intrecciate: ad esempio, “Camomilla”, “Sanary”, “Per L. H. B.”, “Quand’ero un uccello”, e che richiamano l’atmosfera e il linguaggio di alcune poesie della raccolta di Marcella Corsi Hanno un difetto i fiori.
Alcune delle poesie sono contraddistinte da un’asciuttezza di linguaggio “alla Dickinson” nella concentrazione del testo e nell’osservazione delle cose piccole, che assumono però un peso e una sostanza indicativi di un certo atteggiamento filosofico di partecipazione attenta, benché discreta e quasi oscura, non rivelata, alla realtà. “Tell the truth, but tell it slant” (“Dì la verità, ma dilla in modo obliquo”) diceva la Dickinson, e mi pare che sia Katherine Mansfield che Marcella Corsi condividano questa necessità femminile di difendere nel proprio nucleo più intimo e segreto il talento poetico, che va protetto e salvaguardato dalle intrusioni arroganti del mondo esterno – e lo intendo nel senso di ciò che pensava anche Virginia Woolf scrivendo “A Room of One’s Own” (Una stanza tutta per sé).
Nella terza sezione del libro (anni 1917-1922), la vena sembra farsi invece più dialogica e narrativa, le poesie mettono in scena il rapporto con altre persone, oltre che con la natura, e compaiono più esplicitamente figure umane. Anche qui ci sono testi molto espressivi, in particolare: “Ora una pianta sono, una malerba”, “La farfalla”, “Il veliero e le fragole”, “Preghiera di una ragazzina”.

Un ultimo aspetto di questo lavoro che vorrei sottolineare, di tipo più pragmatico, è il fatto che Marcella Corsi ha pensato questo libro anche per un utilizzo nella scuola, e questo intento didattico mi piace molto. È importante che si diffonda l’idea di proporre la lettura di poesia (in varie lingue) fin dalle elementari, sia per sviluppare la capacità di osservazione della realtà, sia come antidoto alla superficialità e alla materialità del mondo contemporaneo, ma anche come apertura ad altre lingue e altre culture. In effetti sono convinta che sia fondamentale adottare un approccio comparatistico alla letteratura già dalla scuola dell’obbligo, abituando gli studenti a realtà diverse e a un atteggiamento critico indispensabile per la loro maturazione.
E proprio il testo letterario può diventare uno strumento privilegiato per aprire al colloquio con altre culture e tradizioni e conoscerle dall’interno, permettendoci di collegare la dimensione estetica e simbolica della letteratura alla realtà quotidiana.

Bibliografia:

Susan Bassnett-McGuire, La traduzione. Teorie e pratica, Bompiani, 1993.
Umberto Eco, Dire quasi la stessa cosa, Bompiani, 2003.
Franco Buffoni (a cura di), La traduzione del testo poetico, Marcos y Marcos, 2004.

*Patrizia Villani
E’ nata e vive a Milano. Insegna Lingua Inglese all’Università Cattolica. Si occupa di letteratura americana e autori afroamericani e caraibici; fa parte della redazione di Caribana (rivista sulle nuove letterature dei paesi delle ex colonie britanniche). Oltre che traduttrice (in particolare ha curato le versioni in inglese  di alcune poesie di Montale tratte da Ossi di seppia  e Diario postumo) è poetessa e scrive in due lingue. L’ultima sua raccolta è Conversazioni necessarie, con prefazione di Roberto Mussapi, Raffaeli Editore,

Patrizia Villani,L’arte della traduzioneultima modifica: 2012-03-31T12:54:04+00:00da mangano1
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento