Corrado Bevilacqua La manovra : Politici e tecnici nell’Italia della crisi

monti, faccia di culo..3_n.jpgCorrado Bevilacqua
La manovra
Politici e tecnici nell’Italia della crisi
 

L’economia politica delle origini  – Smith, Malthus, Ricardo – era interessata ai problemi dello sviluppo. In questo quadro, che sociologicamente rappresenta il periodo della formazione della borghesia come classe, un ruolo fondamentale era esercitato dal lavoro il quale era visto – vedi la polemica di Smith contro le classi oziose – come unico strumento moralmente riconosciuto per l’accesso alla ricchezza e quindi al potere. Smith segue Locke e l’individualismo possessivo nella formulazione di Macpherson.
Con la rivoluzione marginalista del 1870, tutto cambia. Il leit motiv non è più quello dello sviluppo – sono gli anni che Hobsbwam ha chiamato del trionfo della borghesia – ma qquello dell’equilibrio. Il mondo economico, che prima era rappresentato da capitalisti, lavoratori, proprietari fondiari è ora rappresentato da una miriade di operatori economici che scambiano beni e servizi sul mercato calcolando utilità e disutilità derivanti dai beni e che comprano per consumare e dai servizi, come il lavoro, che essi si prestano o meno ad erogare.
Questo complesso sistema di relazioni è stato formalizzato da Walras, che era un ingegnerie come lo sarà Pareto, in termini matematici facendo uso di equazioni tratte dalla fisica meccanica. E’, insomma, un universo deterministico dove prezzi e quantità vengono determinati per via matematica come grandezze finite calcolate su equazioni che rappresentano i processi di produzione come processi continui e l’equilibrio venne definito da Pareto che rielaborò Walras come quella situazione in cui non è possibile migliorare la posizione di un operatore senza peggiorare quella di altri.
In un tale sistema le crisi si correggono da sole via mutamenti dei prezzi e delle quantità domandate e offerte. Ciò è possibile perché le funzioni che rappresentano i processi produttivi sono continue, cioè in termini matematici sono derivabili in ogni punto, per movimenti infinitesimi di prezzi e quantità.
Keynes, introducendo i concetti di ignoranza, incertezza, spiriti animali, introduce un elemento nuovo che muta il carattere delle leggi economiche che non possono essere più considerate in modo deterministico, come la legge di gravità quando una tegola ti cade sulla testa. Questo aspetto della teoria di Keynes è stato per un verso sottovalutato, per un altro verso, compreso male.
L’universo di Keynes è un universo di propensioni: al consumo, all’investimento, al risparmio dove elemento reale e l’elemento previsionale svolgono dei ruoli difficili da separare. L’universo di Walras è un universo newtoniano, dove le relazioni fra elementi sono di tipo deterministico, quello di Keynes è probabilistico e le relazioni fra gli elementi che lo compongono sono di tipo stocastico.
Sraffa, che lavorava a Cambridge negli stessi anni di Keynes e Wittgenstein, amico fraterno di Gramsci, distrugge il modo di vedere l’economia allora  – e tutt’oggi dominante – dimostrando che il sistema può diventare determinato, cioè rendere possibile la determinazione di prezzi e quantità, se prima d’ogni altra cosa, viene determinata la distribuzione del reddito tra salari e profitti.

Sraffa è un ricardiano – non a caso curò l’edizione delle opere complete del maestro. Per Ricardo, che scriveva nel 1817/1823 – il reddito annuale era diviso in rendite dei proprietari terrieri , profitti dei capitalisti, salari degli operai. I capitalisti intascavano i profitti dopo aver pagato rendite e salari. Fissati i salari e/o i profitti, si può determinare valore dei beni capitali investiti, il valore del lavoro, quindi, la tecnica più conveniente.
Molti anni fa Marcello Cini pubblicò un libro intitolato Un paradiso perduto. Dall’universo delle leggi naturali al mondo dei processi evolutivi. Non credo che il libro abbia avuto molto successo, soprattutto presso i nostri politici. Dobbiamo pensare che le relazioni fra elementi non sono di tipo meccanicistico, come le relazioni economiche di Walras e di Pareto, ma sono di natura complessa.

Gli economisti marginalisti continuano a usare funzioni continue della produzione, quando già nel 1910 Schumpter dimostrò che l’introduzione di un’innovazione che è il fenomeno fondamentale dello sviluppo economico,  non è da vedersi come un movimento lungo la curva della produzione, ma come l’introduzione di una nuova curva della produzione.
Fuori di metafora, la Fiat di Marchionne non è la Fiat di Valletta con più capitale e meno lavoro. E’ un’altra cosa. E’ un altro mondo, appartiene ad una altra epoca della nostra storia. Partiti e sindacati si comportano invece come se fossimo ancora ai tempi di Valletta. I nostri politici non hanno compreso che il fatto di vivere in un mondo complesso non vuol dire che non possiamo agire, ma che dobbiamo adottare un alltro metodo, vedi Morin e Luhmann.
Concludendo, se è vero che non viviamo in un universo deterministico, ma complesso, dove complesso vuol dire che viviamo in condizioni di incertezza e di ignoranza, allora è vero che dovremmo applicare sempre e comunque il principio di precauzione

Stabilità e sviluppo. Nel 2009, la Bce (Banca centrale europea) pubblicò un voluminoso e circostanziato volume dedicato alla dimostrazione del ruolo fondamentale svolto dalla stabilità dei prezzi nel buon funzionamento dell’economia europea. Così facendo, essa dimostrava di non avere alcun interesse per lo sviluppo economico.
Stabilità dei prezzi significa infatti equilibrio e equilibrio significa tutto meno che crescita. Come scrisse infatti Pareto, un sistema economico si dice in equilibrio quando è impossibile modificare la situazione esistente senza peggiorare la posizione di almeno uno degli operatori economici agenti nel sistema in parola.

Ciò è reso possibile dal fatto che i prezzi esprimono i rapporti fra le utilità marginali dei consumatori i quali esprimono  le preferenze dei consumatori. Così facendo, Pareto rielaborava un concetto proposto da Walras e messo da costui a fondamento della rivoluzione marginalista.
Ora, come scrisse Hicks, la ragione della sterilità del sistema walrasiano risiedeva nel fatto che esso non forniva le leggi del cambiamento del suo sistema di equilibrio economico generale. Hicks cercò di superare tale difficoltà elaborando il concetto di equilibrio temporaneo.

A partire da quelle lontane teorie, vennero elaborate le varie teorie della crescita equilibrata sia di stampo neoclassico che di stampo keynesiano. In realtà, come dimostrò Schumpeter, crescita vuol dire squilibrio. Il cambiamento non avviene lungo la curva della funzione di produzione, ma di sostituzione  della funzione di produzione.
In questo quadro, fondamentale è il ruolo svolto, come dimostrò Landes, dallo sviluppo tecnologico e dall’iniziativa privata. Questo è il problema dell’economia europea; non quello della stabilità dei prezzi Soltanto dando nuovo impulso allo sviluppo tecnologico e all’iniziativa privata l’Europa potrà superare la crisi in cui si sta dibattendo.

Spiriti animali. La Borsa di Milano chiude l’ultima seduta prima del weekend di Natale con i principali indici in moderato rialzo, mentre le altre piazze europee segnano guadagni un po’ più consistenti. Piazza Affari ha accusato il clima prefestivo, con gli scambi che sono scesi sotto quota 1 mld di euro di controvalore, a 844 mln.
Le Borse europee hanno chiuso in scia alle piazze Usa, che hanno aperto in rialzo dopo dati misti, con gli ordini di beni durevoli di novembre migliori delle aspettative, le vendite di case nuove leggermente superiori alle attese da un lato, e reddito e spesa personale di novembre inferiori alle previsioni. Permangono in Italia le tensioni sui rendimenti dei titoli di Stato: lo spread Btp-Bund resta a livelli molto elevati, a 502 punti, dopo aver toccato un massimo infraday di 514.
A Milano Ftse Mib 15.073,99 (+0,31%), All Share 15.809,66 (+0,42%). In rialzo anche le altre piazze europee: a Francoforte Dax 5.78,93 (+0,46%); a Bruxelles Bel 20 2.054,45 (+0,695); ad Amsterdam Aex 307,79 (+0,86%); a Madrid Ibex 8.542,7 (+0,94%); a Zurigo Smi 5.893,89 (+0,97%); a Parigi Cac 3.102 (+0,99%); a Londra Ftse 5.512 (+1,02%); a Lisbona Psi 20 5.401 (+1,29%).
A New York, intanto, il Dow Jones guadagna lo 0,73% e il Nasdaq +0,54% intorno alle 19.40. L’euro viene scambiato a 1,3045-47 dollari, poco variato. Al London Bullion Market l’oro vale al fixing pomeridiano 1.606,5 dollari l’oncia, in lieve calo dai 1.607 dollari del fixing mattutino. In piazza Affari acquisti su chimici (+2,16%), assicurazioni (+2,07%), servizi finanziari (+1,28%). Venduti banche (-1,84%), costruzioni (-1,39%), retail (-0,79%).
In luce A2A, maglia rosa del Ftse Mib, a 0,7375 euro (+2,36%), che oggi ha finalizzato la vendita di Bas Sii a Uniacque per 23,5 mln di euro. A2A è anche socia di Delmi che, tramite Transalpina di Energia, è controllante di Edison (oggi +4,20% sull’All Share). Bene Generali (+2,14% a 11,45 euro), malgrado il socio ceco Petr Kellner continui a vendere azioni (il 20 dicembre ne ha cedute altre 940mila).
Acquisti anche su Snam Rg (+1,67% a 3,416 euro) ed Exor (+1,60% a 15,21 euro), che ha venduto Alpitour a due fondi di private equity per 225 mln. Vendite in particolare su Impregilo (-3,46% a 2,286 euro), Unicredit (-3,43% a 0,6905 euro), Ubi Banca (-2,67% a 3,276 euro), Intesa Sp (-2,17% a 1,31 euro). Sull’All Share, nel giorno del cda che ha all’ordine del giorno l’aumento di capitale, Fonsai guadagna lo 0,79%; Milano Assicurazioni vola (+11,09%). Bene anche Arena (+20%), male Juventus (-9%).
Cosa c’è di razionale in tutto questo?  Apparentemente nulla. Apparentemente si tratta di semplici numeri che indicano come tutto ciò sia la negazione del classico spirito calvinista che tanto appassionò la mente di Max Weber alle prese con l’analisi dello spirito del capitalismo.
In realtà, tutto ciò è espressione d’una logica economica fondata sulla pura e semplice speculazione, sull’uovo oggi che è migliore della gallina domani. Insomma, si tratta di quelli che John Maynard Keynes chiamò spiriti animali ai quali George Akerlof e Robert Shiller hanno dedicato un interessante libro che fa capire come possa succedere che delle economia apparentemente floride possano crollare improvvisamente come dei castelli di sabbia, sotto i contraccolpi di quella che lo stesso Shiller in un precedente libro aveva chiamato euforia irrazionale.
Come abbiamo visto, essa è solo apparentemente irrazionale. Essa è la logica della speculazione, sia essa al rialzo o al ribasso, è la logica che ha portato alla crisi del 2008, è la logica che sta mettendo a dura prova le capacità difensive dell’euro, è la logica che porterà alla crisi finale. Non si scherza con il fuoco. Il fuoco della speculazione sta distruggendo le nostre risorse; risorse di carta, sulle quali abbiamo costruito delle fortune di carta.

Crescita. Sono anni che l’economia italiana non cresce. Non cresce perché non si fanno investimenti. Gli imprenditori italiani, se è ancora consentito chiamarli così, preferiscono non rischiare. Le banche preferiscono investire in derivati, e le famiglie o tengono i soldi dentro il materasso, o li affidano alle banche che li investono in derivati. Il risultato è, come ho detto, che sono anni che l’economia italiana non cresce mentre, siamo diventati un popolo di speculatori di borsa.
In queste condizioni, parlare di crescita economica è un non senso. Per crescere, un’economia deve contare su un flusso costante di investimenti finanziati in parte dai profitti d’impresa e i  parte dalle banche tramite il credito. Le banche, però, preferiscono, come ho detto, investire in derivati che consentono loro maggiori profitti di quelli che ricaverebbero da eventuali prestiti alle imprese.
Inoltre, è bene ricordare che i nostri modelli di crescita economica sono in genere mono settoriali, vale  dire, considerano l’economia come un tutto. Esistono anche modelli plurisettoriali,  sono meno utilizzati perché sono più difficili da maneggiare, dato l’elevato numero di equazioni che li compongono. Inoltre, va ricordato che un cosa sono i modelli; un’altra cosa è la realtà economica.
Una economia è composta, infatti, da una molteplicità di settori che producono gli uni per gli altri. Ciascuno di questi settori ha delle proprie caratteristiche economiche che determinano tempi, modi e quantità necessarie alla crescita. Ciò significa che, per avere una crescita equilibrata occorre che l’economia cresca ad un tasso che è compatibile con il tasso di crescita del settore che cresce meno velocemente
Marx, il quale non era uno sciocco lo aveva capito. Molti anni dopo, Bucharin, in polemica con Rosa Luxemburg, elaborò un modello di sviluppo basato sulle regole che ho sopra enunciato. Tredici anni dopo, Roy Harrod pubblicò il primo modello post-keynesiano e d’allora c’è stata una fioritura ininterrotta di modelli di crescita, sia di derivazione neoclassica che d derivazione keynesiana. Fra di essi, va ricordato il modello di Leontiev, il quale aveva partecipato in gioventù al dibattito che s’era svolto in Russia sul problema dell’industrializzazione.
Nel frattempo, i Russia, morto Stalin s’era avviato un dibattito  interessante sulle riforme e aveva preso piede una nuova scuola di economisti di formazione neoclassica – i cosiddetti ottimalisti – i quali cercavano di adattare alla pianificazione sovietica i principi della cosiddetta “scuola di Losanna” – città dove avevano insegnato due maestri della scienza economia come Walras e Pareto.
Crollato il comunismo, vi fu in tutto il mondo un prepotente ritorno del neoliberismo. Nessuno si interessò più dei problemi di cui ho tetris parlato e oggi ci troviamo un governo di economisti ohe non riescono a fare un discorso economico chiaro e preciso. . Il neoliberismo, infatti, con il suo culto del mercato, disincentiva la riflessione e affida la gestione l’economia ai signori del capitale globale.

Gatta ci cova. ”Non c’è nessuna demonizzazione del posto fisso che resta un’aspirazione per molti ma se non può essere per tutti, chi accetta la flessibilità non ne deve pagare i costi”. Lo ha detto il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, nel corso della trasmissione ‘L’intervista’ di ‘Sky Tg24’.
”Dobbiamo rompere quel meccanismo per cui il lavoro flessibile è quello che costa di meno”. La flessibilità è un fattore importante ma le imprese la devono ”pagare un po’ di più e non un po’ di meno”. “Il mio modello – ha spiegato – è quello di avere nel sistema economico una flessibilità buona” che ”vuol dire la possibilità di trovare subito un altro posto”. “Essere legati a tutti i costi ad un’impresa – ha aggiunto – non è una situazione ottimale nemmeno per i lavoratori”.
E ”nessuno potrà mai licenziare per motivi di discriminazione. E’ inaccettabile in qualunque paese civile e quindi anche in Italia”. Per Fornero ”si parla troppo di articolo 18”. Quello che può toccare questo articolo ”è la flessibilità in uscita. Non è giusto legare i lavoratori all’impresa in tutte le circostanze. Non è ottimale che un lavoratore sia stretto all’impresa a tutti i costi”. Ma ”chi perde il suo posto di lavoro deve essere aiutato a trovare un nuovo lavoro e perché no dall’azienda stessa. Questo sarebbe la flessibilità buona”.
Fornero ha parlato anche della riforma sulle pensioni che ”è stata importante per evitare che l’Italia cadesse nel baratro” e ”aiuta i giovani, sottrae loro un onere, quello del debito che era un peso enorme sulle giovani generazioni”.
Quanto all’esecutivo, il ministro ha spiegato che ”questo è un governo tecnico. Non è di parte e non vuole favorire una parte o un’altra della società italiana o partiti a cui non è particolarmente legato. Ovviamente c’è una maggioranza a cui il governo rende conto ma l’esecutivo ha l’ambizione di fare delle politiche per il Paese”.
Quindi la Fiat. ”Sicuramente mi dispiace” che si possa dire che ora è più americana che italiana, ha affermato Fornero. ”Per quello che sta nell’ambito delle competenze del ministro del Lavoro bisogna fare di tutto perché resti italiana e italiana come realtà produttiva”. ”Abbiamo bisogno di industria in questo Paese” ha avvertito, e bisogna evitare che le imprese ”vadano nei paesi in cui produrre costa di meno. Bisogna evitare che le nostre imprese vadano a trasferirsi all’estero”.
A ‘Sky Tg24’ Fornero ha poi detto che quella del viceministro Martone sui laureati è stata ”una frase infelice. Capita a tutti di usare un’espressione infelice. Sicuramente non avrei usato quell’espressione”.
Mentre incidente chiuso con il sottosegretario, Gianfranco Polillo, che aveva affermato nei giorni scorsi riferendosi proprio a Fornero che ”un politico con un pizzico di esperienza non avrebbe mai fatto l’icona della fontana che piange”. ”Polillo, si potrebbe anche dire in una tradizione maschilista, mi ha mandato dei fiori – ha detto – Dei fiori veramente belli. Sarò un po’ debole ma l’incidente è chiuso”.
Alle parole del ministro Fornero ha replicato con l’Adnkronos Guidalberto Guidi, imprenditore ed ex vicepresidente di Confindustria. Per Guidi vanno lasciate alle imprese “tutte le possibilità di creare un posto di lavoro, serio, retribuito e in regola”. L’ex vicepresidente di Confindustria è convinto che i contratti di lavoro flessibili siano indispensabili per creare occupazione. “Si è ricominciato ad assumere grazie ai decreti legge di Treu”, ricorda, evidenziando che “nessuno avrebbe più assunto se non costretto da qualcuno”.
Quanto al numero dei contratti disponibili, “le aziende serie ne utilizzano due o tre, quattro al massimo”. Riguardo ai costi che devono sostenere le imprese, “i contratti a tempo determinato hanno le stesse retribuzioni di quelli a tempo indeterminato e per il contratto in affitto l’azienda paga il 10% in più, ovvero il margine per l’agenzia che intermedia”.
Secondo Guidi, poi, l’articolo 18 frena la crescita, come sostenuto anche da Monti, “non da oggi, ma dal 1970”. Se fosse “abolito subito”, molte imprese “potrebbero trasformare contratti a termine e atipici in tempo indeterminato”.
“Lo sanno tutti, la legge 300 del 1970 è impropriamente detta Statuto dei lavoratori quando in realtà è ‘lo Statuto del sindacato’: c’è dentro la codificazione della presenza del sindacato nelle imprese e nell’economia, crea la religiosità del sindacato”, spiega Guidi, che ricorda: “In nessun altro Paese al momento si può richiedere un decreto della magistratura per comportamento antisindacale”. Qualcuno, e lo stesso imprenditore si annovera tra questi, “può ritenere che sia anomalia”.
Tutta la discussione sulla riforma del mercato del lavoro, prosegue, “deve essere incentrata su una domanda: come dare più occupazione? La risposta è colpire gli abusi e lasciare tutte le opportunità di assumere alle imprese”. L’abolizione dell’articolo 18, insiste Guidi, “non crea un posto di lavoro domani, ma porta immediatamente una conseguenza: molte imprese possono trasformare i contratti a tempo determinato e quelli atipici in tempo indeterminato”. A patto, però, che “sia tolto il reintegro e che la sanzione stabilita non sia un incentivo a farsi licenziare”. Oggi, invece, chi assume a tempo indeterminato “fa un matrimonio a vita con il lavoro. Una condizione che è scomparsa anche in Giappone ed è rimasta solo in Grecia, che abbiamo visto la fine che ha fatto”.
Guidi ripercorre anche la genesi dello Statuto dei lavoratori. “Nasce da una proposta di legge di Nenni, poi il ministro Brodolini la fa sua e, alla sua morte, la completa Donat Cattin”, ricorda, per poi sottolineare che “nella prima stesura non c’era il reintegro del lavoratore, che per le imprese è il problema principale, anche perché in tutto il mondo il risarcimento economico è considerato sufficiente”.

Dell’art. 18 “intanto, è doveroso parlarne. Poi sarebbe anche il caso di intervenire. Perché il rischio è che possa anche frenare gli investimenti”. Mario Monti risponde così alle domande proposte da un forum di Repubblica.it. Ha già detto che l’art.18 non deve essere un tabù, ora ne evidenzia le ricadute economiche e, a cascata, sull’occupazione. Intanto, coglie anche l’occasione per ‘ritrattare’ la sua posizione sul posto fisso: non è poi tanto monotono e, di certo, “è un fattore positivo”. La frase che ha pronunciato due giorni fa, e che ha fatto rapidamente il giro del web, scatenando ironia e proteste, “presa fuori dal contesto, può prestarsi a un equivoco”, riconosce. Quindi, meglio chiarire: “Se intendiamo per ‘fisso’ un posto che ha una stabilità e tutele, certo è un valore positivo. La mia frase serviva a dire che i giovani devono abituarsi all’idea di non avere un posto fisso per tutta la vita, come capitava alla mia generazione o a quelle precedenti, un posto stabile presso un unico datore di lavoro o con la stessa sede per tutta la vita o quasi”.
Poi, arrivano le domande dirette sull’articolo 18. E dirette sono anche le risposte. Per come viene applicato, evidenzia il premier, “sconsiglia investimenti di capitali stranieri ma anche italiani”. Questo, però, non vuol dire che la sorte dello strumento difeso da tutti i sindacati sia segnata. “Non so dire adesso se entro la fine di marzo, che è la scadenza che ci siamo dati per le modifiche al mercato del lavoro, sia essenziale una modifica dell’articolo 18 o no”, puntualizza Monti.
Quello che il presidente del Consiglio vuole sia chiaro è l’approccio di metodo con cui il suo governo si muove sul terreno della riforma del mercato del lavoro. “Il mosaico è di tante tessere, ogni tessera deve essere considerata per vedere cosa verrà fuori”. Quindi, va considerata almeno l’ipotesi di toccare anche l’articolo 18. Come del resto è risultato chiaro dal confronto di ieri tra i ministri Fornero e Passera e le parti sociali. Soprattutto, il premier chiede un approccio non ideologico. “Il si tocca o non si tocca l’articolo 18 sembrava la contrapposizione tra Orazi e Curiazi. Il nostro scopo è quello di passare dai simboli e i miti alla realtà pratica e pragmatica”. Monti spiega quindi anche quali sono i margini di manovra possibili. “Il governo non ha potere di intervento sul modo in cui la giustizia viene amministrata, ci possono essere chiarimenti o modifiche legislative che danno nuovi paletti a chi deve amministrare una legge”, chiarisce, facendo riferimento al peso che, nella attuale situazione, ha la decisione del giudice sul reintegro obbligatorio in caso di licenziamento senza giusta causa. Anche guardando agli effettivi margini di manovra, dunque, il premier non abbandona mai una certa dose di cautela. “Stiamo vedendo al tavolo con il ministro del Lavoro e i sindacati come si può contemperare la garanzia e il rispetto di certi diritti del singolo lavoratore con forme che non scoraggino le imprese dall’assumere maggiormente. E dobbiamo compararci con quello che passa il convento sul piano internazionale”. Resta, nell’analisi di Monti, una certezza. “Per arrivare a dare più lavoro ai giovani bisogna tutelare un po’ meno chi è oggi molto, molto tutelato, quasi blindato nella sua cittadella di lavoratore tutelato”.
Intanto, in vista del nuovo round della prossima settimana, imprese e sindacati sono già al lavoro. Sul tavolo un’agenda fittissima di incontri, confronti e approfondimenti con cui cercare di trovare la quadra sui capitoli di riforma, condivisi con l’esecutivo. Martedì la parola spetterà ai ‘tecnici’ di Cgil, Cisl, Uil e Ugl per la messa a punto, probabilmente, di uno ‘schema’ di risposte comuni che saranno poi ‘bollinate’ dal vertice tra i leader Camusso, Bonanni, Angeletti e Centrella in programma mercoledì mattina. Un incontro che precederà di poche ore quello tra i vertici sindacali e il leader di Confindustria, Emma Marcegaglia, sempre mercoledì, che assieme ad Abi, Ania, Rti e Alleanza per le cooperative, continueranno a cercare spazi per possibili risposte condivise, già imbastite nel primo incontro della scorsa settimana, con cui sedere con maggior forza al tavolo con il governo. Un lavoro che resta però difficile, complicato dai continui richiami del governo, premier compreso, sulla possibilità di intervenire sull’articolo 18 ed i licenziamenti, che irrigidisce i sindacati ed acuisce la distanza con Confindustria. Anche se sulla flessibilità in uscita, sui licenziamenti per motivi economici, uno spiraglio di trattativa potrebbe essere possibile. Un documento unitario dunque non sarebbe alle viste, almeno per ora. I sindacati, a cominciare dalla Cgil, devono anche fare i conti al proprio interno come dimostra, puntuale, la nota dell’area di minoranza di Corso Italia che chiede la convocazione urgente del direttivo Cgil, per fare il punto sul tavolo di palazzo Chigi e assumere “le iniziative necessarie”. Perché “è di inaudita gravità la decisione assunta dal Governo, e avallata da Confindustria, di procedere anche senza l’intesa con le parti sociali”, spiega Gianni Rinaldini, ex leader Fiom.
Anche il leader Uil, Luigi Angeletti, torna a puntare il dito sulla mancanza di interventi di crescita che renderà, per questo, la riforma del mercato del lavoro ‘sterile’ sotto il profilo occupazionale. “Dire che cambiando le norme della riforma del mercato del lavoro si creerà occupazione è una grande bugia, una mistificazione”, sintetizza. Intanto da viale dell’Astronomia a spingere sull’acceleratore di una riforma oggi arrivano i Giovani imprenditori. ”Sul mercato del lavoro ci aspettiamo non una riforma ma una vera e propria rivoluzione”, attacca il Presidente, Jacopo Morelli.”Non possiamo solo accontentarci di aggiornare gli strumenti attuali. Per cambiare veramente non è sufficiente discutere di flessibilità in uscita e in entrata e di riforma degli ammortizzatori. Occorre un progetto complessivo, a 360 gradi. Servono mezzi efficaci che aiutino il reddito e che riconoscano il valore della produttività”, aggiunge. E a sollecitare prudenza e realismo sulla flessibilità in entrata è anche il direttore generale di Confindustria, Giampaolo Galli. ”Bisogna fare molta attenzione a non illudere i giovani. Non è che eliminando le collaborazioni a progetto o il lavoro a tempo poi quei posti si trasformano a tempo indeterminato, il rischio è quello di tornare agli anni ’80 e primi anni ’90, con una disoccupazione molto più elevata’ o che che tanti lavoratori diventino sommersi”, avverte.

L’articolo 18 frena la crescita, come sostenuto anche da Monti, “non da oggi, ma dal 1970”. Se fosse “abolito subito”, molte imprese “potrebbero trasformare contratti a termine e atipici in tempo indeterminato”, sostiene all’Adnkronos l’ex vicepresidente di Confindustria Guidalberto Guidi.. Talché, qualcuno potrebbe chiedesi, perché non abolire i padroni invece dell’articolo 18? Perché i padroni ce l’hanno tanto con l’articolo 18? Semplice. Perché li fa sentire meno padroni.

Polemiche a parte resta il problema e non si tratta d’un problema di facile soluzione. La disoccupazione attuale è in parte di tipo congiunturale, in parte, soprattutto nel Mezzogiorno, è di tipo strutturale; in parte di tipo tecnologico- Orbene, nessuno di questi tipi di disoccupazione può essere combattuto con l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto de diritti dei lavoratori.

Per quello che riguarda il presidente del consiglio Monti, è da sottolineare che anche alle persone intelligenti capita di dire delle cazzate, e quella di Monti sul posto fisso, appartiene al novero delle cazzate. In discussione non è infatti il cambiamento di posto di lavoro all’interno di una carriera professionale; un’altra cosa è cambiare tre lavori in un anno come succede a molti giovani con la conseguenza di non riuscire ad acquisire alcuna professionalità. Inoltre, una cosa è la flessibilità sul luogo di lavoro: altra cosa è la precarietà, cioè l’impossibilità, mancando di una fonte sicura di reddito, di costruire a propria vita secondo le proprie aspettative.

Infine, dobbiamo tener conto del fatto che occorrono spesso degli anni ad un lavoratore per imparare un mestiere. Ciò comporta per le imprese un costo che non avrebbe senso per esse pagare se il lavoratore viene licenziato non appena egli ha acquisito la necessaria professionalità.

Note
L.Gallino Il lavoro non è una merce, Laterza
U. Beck Costruire la propria vita, Il mulino
R. Castel L’insicurezza sociale, Einaudi
P. Sylos Labini Nuove tecnologie e disoccupazione, Laterza
E. Malinvaud la disoccupazione di massa, Laterza

Fornero: “Noi righeremo diritto”

”Auspichiamo un incontro fruttuoso”. Così il ministro del Lavoro Elsa Fornero aprendo l’incontro tra governo, sindacati e imprese sulla riforma del mercato del lavoro a Palazzo Chigi.
Presenti, per l’esecutivo, anche il viceministro Michel Martone e il ministro dello Sviluppo Corrado Passera. Assente invece il premier Mario Monti. Per Confindustria ha partecipato il presidente Emma Marcegaglia e il direttore generale Giampaolo Galli. Al gran completo invece la pattuglia sindacale con i leader di Cgil, Cisl, Uil e Ugl, Susanna Camusso, Raffaele Bonanni, Luigi Angeletti e Giovanni Centrella.
Il governo vuole dialogare con le parti sociali ma “farà di tutto per prendere il treno della riforma”, ha chiarito subito la Fornero aggiungendo: “Se lo facciamo insieme siamo contenti, altrimenti il governo cercherà comunque di farlo”. “L’incontro di oggi non è rituale – ci tiene a precisare il ministro – perché l’Europa, il mercato, noi e voi sappiamo che questa è un’occasione per fare una cosa buona per il mercato, e che, se non la cogliamo, perdiamo”. In ogni caso, ”saremo giudicati dagli italiani che hanno subito esclusioni e non hanno avuto prospettive appiattendosi su precarietà e basse aspirazioni”.
Fornero, che propone un nuovo appuntamento “tra 10 giorni” sottolineando come ci sia “un vincolo di tempo e di risorse” ma come sia meglio “chiudere in 2 settimane che in tre”, illustra gli obiettivi principali della riforma: ”distinguere tra una flessibilità buona, in uscita e in entrata, e una cattiva”; distribuire uniformemente le ”tutele sia nei segmenti del lavoro sia nel ciclo di vita della persona”.
E propone “gruppi di lavoro flessibili” per ragionare sui capitoli della riforma del mercato del lavoro. Un confronto che proseguirà anche con incontri “congiunti o separati”con le parti sociali “già dalla prossima settimana”. “Dato che abbiamo tempi stretti, il governo è disponibile a parlarvi congiuntamente o separatamente, già dalla prossima settimana. Poi possiamo fare altri incontri di questo tipo”, ha aggiunto Fornero lasciando comunque a sindacati e imprese la libertà “di organizzarvi come credete”.
Sulla riforma del mercato del lavoro sono puntati i riflettori dei mercati finanziari e delle istituzioni europee. A sottolinearlo la Marcegaglia:”Mercati e investitori aspettano di vedere come faremo questa riforma, che dimostrerà la capacità di cambiamento del Paese”. “Condividiamo completamente l’obiettivo di una maggiore occupazione e di un aumento dei salari”, ha poi sottolineato la leader di Confindustria aggiungendo che ”l’articolo 18 crea dicotomia drammatica, pesantissima all’interno del mercato del lavoro. Questo tema è posto, è sul tavolo” della riforma. Marcegaglia riporta quindi il ragionamento del ministro sulla flessibilità in entrata che può essere ”buona e cattiva. Su questo siamo d’accordo, se ci sono delle false partite iva si tratta di ragionare su questi, se ci sono delle forme contrattuali non a tempo determinao che dovrebbero essere indeterminati si può aguire con un aumento dei contributi”. Il presidente di Viale dell’Astronomia assicura che ”c’è l’accordo tra tutte parti” sulla necessiità di mantare la flessibilità in entrata combattendo gli ”abusi”. Per quanto riguarda la flessiblità in uscita ”non affrontiamo il tema in termini ideologici, però pensiamo che il tema del reintegro deve valere in modo chiaro per tutti i casi di licenziamenti discriminatori o nei casi in cui legge dice che il licenziamento è nullo”.
“Dobbiamo apprezzare, pur usando condizionali obbligatori, l’intento del governo di voler lavorare per fare un accordo”, ha commentato la leader Cgil, Susanna Camusso.
L’intervento del governo per una “buona” flessibilità sarà “il segno della buona volontà del governo, della sua coerenza sulla riforma del mercato del lavoro”, ha detto dal canto suo il leader Cisl, Raffaele Bonanni, che “apprezza l’intenzione dell’esecutivo di voler contrastare la flessibilità cattiva e il “suo uso fraudolento”. “Noi tratteremo fino alla fine non daremo l’esca a nessun estremista che aizzi allo scontro ma il governo faccia lo stesso”, ha aggiunto.
Per il confronto sulla riforma del mercato del lavoro ”non esiste un problema di tempo”. A metterlo in chiaro il segretario generale della Uil Luigi Angeletti. ”Noi siamo pronti a chiudere anche domani mattina. Siamo allenati, siamo anche in tanti e siamo in grado di dimostrare che siamo un sindacato in grado di fare intese, che riesce a spiegare e raccontare”, ha detto Angeletti. “Per licenziare ci vuole un giustificato motivo e l’onere della prova deve essere a carico dell’impresa. Altrimenti è un sopruso o una discriminazione”, ha poi sottolineato Angeletti tornando sulla modifica dell’articolo 18. Una modifica che salverebbe solo “i licenziamenti discriminatori”. Ma gli atteggiamenti discriminatori, fa notare, “sono numericamente di meno rispetto alla prepotenza, al sopruso , al potere che l’impresa ha spesso verso i lavoratori subordinati. Per questo per licenziare ci deve essere un motivo ragionevole”, conclude.

Disoccupazione. Quarantacinquemila giovani occupate in meno nella media dei primi tre trimestri 2011. E’ il dato esposto, nella sua relazione agli ‘Stati generali sul lavoro delle donne in Italia’ che si è tenuto al Cnel a Roma, da Linda Laura Sabbadini, direttore del dipartimento Statistiche sociali e ambientali dell’Istat.
E nel 2010 il tasso di occupazione femminile è stato del 46,1% nel nostro Paese, che si è così classificato ultimo in Europa, prima di Malta. Il lavoro femminile, in particolare, al Sud scende al 30,5% contro il 56,1% del Nord. “Il territorio più colpito dalla crisi -ha sottolineato Sabbadini – è stato il Sud. Nel Mezzogiorno le donne occupate, come anche gli uomini, sono diminuiti molto di più che al Nord, e quindi le differenze tra le due parti del Paese continuano ad aumentare”.
Tasso di occupazione femminile che in Italia il diminuisce all’aumentare del numero di figli, ribadisce Sabbadini. Secondo i dati dell’Istat, infatti, il tasso di occupazione delle donne in coppia con un figlio è del 60% contro il 91,3% degli uomini nella stessa situazione, e diminuisce al 50,6% nel caso di due figli e crolla al 33,7% in caso di tre figli o più. La diminuzione che si evidenzia tra primo e secondo figlio avviene di più che nel resto d’Europa.
L’Istat rileva inoltre che “in Italia, con la crisi, è cresciuto il part time ‘involontario’ tra le donne, che non è quello che serve per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Noi abbiamo una quota di part time ‘involontario ‘ che è doppia rispetto a quella europea, a fronte di una quota di part time che è più bassa di quella degli altri Paesi”. Secondo Sabbadini “questo vuol dire che il nostro part time sta crescendo più come strumento di flessibilità dal lato delle imprese che non dal lato della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro per le donne e anche per gli uomini”. Per il direttore dell’Istat ciò vuol dire che “c’è un peggioramento qualitativo del lavoro femminile”.
Inoltre la quota di donne inattive che “non cercano attivamente lavoro, ma sono subito disponibili a lavorare”, in Italia, è quasi 4 volte più elevata che in Europa (16,6% rispetto al 4,4%). Sono “donne scoraggiate”, dice Sabbadini. La distanza, secondo l’Istat, è ancora piu’ forte in confronto ai principali Paesi europei.
Per sabbadini “il problema del lavoro delle donne è prettamente legato al welfare. Se i servizi resteranno così, non ci sarà crescita dell’occupazione femminile”. Infatti “la situazione delle donne sul mercato del lavoro è peggiorata con la crisi partendo da una situazione già grave”. E quindi per il direttore dell’Istat “o si redistribuisce il lavoro di cura tra i generi e nella società, sviluppando una rete di servizi ampia e funzionante, facilitando anche la crescita dell’occupazione delle donne nel settore dei servizi, o difficilmente potrà esservi futuro per l’occupazione femminile”. Tutto questo perché “i nodi del welfare ‘fai da te’ sono venuti al pettine, è aperta la questione della necessità di
rifondazione del sistema di welfare anche in quest’ottica”, conclude Sabbadini.

I precedenti. Dal coro di critiche che ha accolto le parole di Mario Monti si potrebbe pensare che il presidente del consiglio sia stato il primo esponente di governo a pronunciarsi contro il lavoro che dura tutta una vita. Ma non è così. Prima di lui, a mettere in discussione il posto fisso sono stati vari altri premier, compresi alcuni uomini simbolo del centrosinistra. Nel 1996 Carlo Azeglio Ciampi, ministro dell’Economia nel primo governo Prodi, scatenò un mezzo putiferio quando, disse che bisognava “avere il coraggio di arrivare anche a licenziare nella pubblica amministrazione”. Il licenziamento dei dipendenti pubblici non andò in porto, ma il tema continuò a essere presente sottotraccia nella riflessione del centrosinistra.
A farlo emergere di nuovo ci pensò Massimo D’Alema, approdato a Palazzo Chigi nel 1999. Inaugurando la fiera del Levante, a Bari, D’Alema spiazzò tutti sentenziando: “E’ finita l’epoca del posto fisso, oggi l’occupazione si crea anche con i lavori a termine”. D’Alema mise particolare energia nel chiedere un cambio di mentalità nell’approccio alle questioni dell’occupazione. “Senza lavori precari – disse per semplificare – gli Stati Uniti avrebbero lo stesso tasso di disoccupazione di Reggio Calabria”. Ma anche un nemico giurato della precarietà come Prodi ha più volte invitato a considerare che, non solo negli Usa, ma anche in molti paesi europei, è normale cambiare più volte lavoro. Curiosamente, nel centrodestra la flessibilità ha avuto paladini meno entusiasti. C’é stato un momento, nel 2009, in cui Berlusconi invitava a non fare del posto fisso un totem (“Io vorrei che il paradigma del posto fisso fosse meno valorizzato”), e polemizzava con Giulio Tremonti, allora come oggi grande difensore del lavoro che dura una vita, perché “la stabilità del lavoro è la base della stabilità sociale” (concetto tra l’altro ripetuto ancora questa sera a Porta a Porta). Più recentemente il Cavaliere si è ritrovato sulle posizioni di Tremonti difendendo il suo ministro dalle critiche di Emma Marcegaglia, secondo la quale “la cultura del poso fisso è un ritorno al passato”. Berlusconi tagliò corto: “Per noi il posto fisso è un valore, e non un disvalore”.

Allarme disoccupazione. A dicembre il tasso di disoccupazione si attesta all’8,9%, in aumento di 0,1 punti percentuali in termini congiunturali e di +0,8 punti rispetto all’anno precedente. Il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 31%, in diminuzione di 0,2 punti percentuali rispetto a novembre. E’ quanto comunica l’Istat.
Il numero dei disoccupati si attesta così a dicembre a 2,243 milioni, con un aumento dello 0,9% rispetto a novembre (20mila unità), dovuto esclusivamente alla componente maschile. Su base annua si registra una crescita del 10,9% (221mila unità). E’ quanto comunica l’Istat.
Gli occupati sono invece 22,903 milioni, un livello sostanzialmente invariato rispetto a novembre, in presenza di un calo della componente maschile e di una crescita di quella femminile. Nel confronto con l’anno precedente l’occupazione diminuisce dello 0,1% (-23 mila unità). Il tasso di occupazione è pari al 56,9%, stabile nel confronto congiunturale e in diminuzione in termini tendenziali di 0,1 punti percentuali.
Gli inattivi tra i 15 e i 64 anni diminuiscono dello 0,2% (-34mila unità) rispetto al mese precedente. Il tasso di inattività si posiziona al 37,5%, con una flessione di 0,1 punti percentuali in termini congiunturali e di 0,5 punti su base annua. A dicembre la stabilità dell’occupazione rispetto al mese precedente deriva da una diminuzione della componente maschile (-0,5%) e da un aumento di quella femminile (+0,7%). Anche su base annua la diminuzione dell’occupazione interessa esclusivamente la componente maschile (-0,7%), mentre l’occupazione femminile aumenta dello 0,8%. Il tasso di occupazione maschile, pari al 67,1%, diminuisce di 0,3 punti percentuali rispetto a novembre e di 0,4 punti su base annua. Quello femminile (46,8%) registra un aumento di 0,3 punti percentuali sia in termini congiunturali sia rispetto a dodici mesi prima. La disoccupazione maschile cresce del 5,1% rispetto al mese precedente e del 15,1% su base annua; il numero di donne disoccupate diminuisce rispetto a novembre del 3,9%, mentre aumenta del 6,2% in termini tendenziali. Il tasso di disoccupazione maschile cresce di 0,4 punti percentuali nell’ultimo mese, portandosi all’8,4%; quello femminile segna una flessione di 0,4 punti e si attesta al 9,6%. Rispetto all’anno precedente il tasso di disoccupazione maschile sale di 1,1 punti percentuali e quello femminile di 0,4 punti percentuali.
L’inattività diminuisce dello 0,2% in confronto al mese precedente, tendenza questa che interessa sia la componente maschile (-0,1%), sia quella femminile (-0,3%). Rispetto a dodici mesi prima gli inattivi diminuiscono dell’1,2%, facendo registrare una variazione di pari intensità sia per la componente maschile sia per quella femminile.
Quanto all’Ue, disoccupazione stabile al 10,4% nell’eurozona a dicembre e al 9,9% nell’Ue a 27. Lo comunica Eurostat, ricordando che nel dicembre del 2010 il tasso di disoccupazione era rispettivamente del 10 e del 9,5%. L’Ufficio statistico dell’Ue calcola in 23 milione 816mila gli uomini e le donne senza lavoro a dicembre nell’Ue a 27, 16 milioni 469mila dei quali nell’area euro, rispettivamente 24mila e 20mila in meno che a novembre. Fra i Paesi membri, il tasso di disoccupazione più basso si registra in Austria (4,1%), Olanda (4,9%) e Lussemburgo (5,2%), mentre quello più alto in Spagna (22,9%), Grecia (19,2%, il dato è di ottobre) e Lituania (15,3%, nel terzo trimestre del 2011).
Per quanto riguarda la disoccupazione giovanile, a dicembre c’erano 5 milioni e 493mila ragazzi sotto i 25 anni senza lavoro nell’Ue a 27 e tre milioni 290mila nell’area euro, rispettivamente 241mila e 113mila in piu’ rispetto al mese precedente, pari al 22,1% ed al 21,3%. Il tasso piu’ basso di disoccupazione giovanile è stato registrato in Germania (7,8%), Austria (8,2%) e Olanda (8,6%), il più alto in Spagna (48,7%), Grecia (47,2%, a ottobre) e Slovacchia (35,6%). In Italia Eurostat ha rilevato un tasso del 31%, in lieve calo rispetto al 31,2% di novembre.

“Noi non possiamo lasciare sulle spalle delle generazioni più giovani e di quelle che verranno questa spaventosa eredità”. E’ quanto ha affermato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano oggi in Comune a Bologna, parlando del debito pubblico dell’Italia.l Capo dello Stato ha ricordato infatti che “i sacrifici, le severità e le durezze” messe in campo dalle misure amministrative e governative puntano all’obiettivo “essenziale per il futuro del Paese che è l’abbattimento del debito pubblico accumulatosi nel tempo”. Debito pubblico che, secondo Napolitano, “è uno dei fattori di esposizione dell’intero contesto europeo ai rischi di deflagrazione. Nel corso di questi mesi chi avrebbe mai immaginato che il termine spread potesse diventare di uso comune: questi alti e bassi già ci mettono sulle spalle una ancora maggiore entità di spesa per onerare i titoli del debito pubblico. Necessità a cui si legano misure restrittive che per quanti sforzi si facciano hanno un impatto sulla crescita”. Da qui l’invito a “fare uno sforzo per selezionare molto bene le riduzioni di spesa pubblica”, perché, afferma, “tagliare alla cieca è fuorviante”. “Siamo in un tunnel dal quale dobbiamo uscire facendo dei sacrifici – ha detto ancora il Presidente – Ho parlato spesso di coesione sociale, che è un aspetto importante di tutte le politiche pubbliche, è un bene prezioso e riguarda ogni sforzo per evitare che diventino dirompenti i conflitti tra interessi diversi, ma seguire un criterio di solidarietà e di coesione sociale non puo’ significare immobilismo”.Napolitano si è quindi detto convinto che “ci sono spinte troppo conservatrici nella nostra società” e “molto deve cambiare nei comportamenti, nelle posizioni acquisite e nelle aspettative”. “Una cosa – ha spiegato – è la distribuzione ed equa dei sacrifici, altra cosa è che ci sia qualcuno che si sente esentato”. Non si può escludere, ha ripetuto il Presidente, che dalla crisi economica esca un’Italia “materialmente impoverita”, ma l’importante, “è che esca più sobria e più giusta”.Nel suo intervento a Palazzo d’Accursio, dove ha incontrato eletti e amministratori locali, il Presidente della Repubblica ha anche sollecitato il federalismo fiscale che “non è un’opzione ma un dovere cui dare attuazione anche andando al di là dell’empasse in cui si trova ora il processo”. In particolare, ha osservato Napolitano, “c’è stato molto conservatorismo” per quanto riguarda la necessità di riforme in materia di assetti istituzionali e al nodo della revisione delle Province. “Ci sono questioni accumulatesi nel tempo che ora affrontiamo con molto ritardo, e più c’è ritardo più le questioni si aggrovigliano”. “Siamo alle prese con una riforma del Parlamento, si parla del superamento del bicameralismo perfetto, e non sarà facile venirne fuori nonostante appelli e sollecitazioni”, ha infatti ricordato, mentre a riguardo delle Province “si è andati avanti e indietro, e si è presa una decisione parziale”. “Abbiamo molto da rivedere dal livello regionale in giù”, aggiunge Napolitano, precisando che la riforma istituzionale va risolta “con razionalità e visione d’insieme”.

Scontri questa mattina a Bologna tra le forze dell’ordine e i manifestanti in corteo contro il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che oggi ha ricevuto la laurea honoris causa in Relazioni internazionali da parte dell’Università felsinea. La manifestazione si è svolta in maniera tranquilla fin quando le forze dell’ordine non hanno bloccato tutte le strade impedendo di fatto al corteo di raggiungere l’aula di Santa Lucia, dove si stava svolgendo la cerimonia in onore del presidente della Repubblica. A quel punto i manifestanti hanno cercato di forzare il blocco ed è partita qualche manganellata con conseguente lancio di uova, frutta e ortaggi. Qualche momento di tensione c’è stato anche in piazza della Mercanzia a causa di un manifestante esagitato che è stato subito allontanato dopo qualche spintone. Scontri che hanno visto la condanna dello stesso Capo dello Stato. “Le manifestazioni di dissenso e di protesta, se sono motivate e si esprimono correttamente, possono essere prese in attenta considerazione, altrimenti no”, ha detto Napolitano rispondendo ai cronisti che gli chiedevano un commento sulle contestazioni che gli sono state rivolte. “Francamente un commento sulle uova e sugli accendini non mi pare di doverlo fare”, ha aggiunto il Presidente della Repubblica.

Lo stesso Napolitano nella sua lectio nell’Ateneo felsineo aveva sottolineato il rischio di reazioni fuori misura ai provvedimenti legislativi che potrebbero sfociare in “ribellismo” e “violenze inammissibili”, facendo un appello affinché ci sia anche in Parlamento un “clima costruttivo” per “il superamento della crisi prodottasi nel rapporto con la società e con i cittadini”. La percezione del ruolo insostituibile della politica “si è affievolita insieme con la forza degli ideali, anche per effetto di una perdita di efficacia, persuasività e inclusività del sistema politico. E mi riferisco alle istituzioni rappresentative, ai processi elettorali, ai partiti: una crisi da cui si puo’ uscire solo attraverso riforme in tutti questi campi”, ha affermato.

Proprio in relazione alle difficoltà incontrate dall’Unione europea nella gestione del difficile momento attuale di crisi, Napolitano ha sottolineato come “le risposte delle leadership politiche e del governo nazionali si sono fatte più incerte e problematiche, si è esteso in varie parti d’Europa il fenomeno di azioni populiste di aperto rigetto dei vincoli di corresponsbilità e solidarietà europea, di anacronistica difesa di posizioni acquisite e di privilegi corporativi”. “Non c’è dubbio -prosegue Napolitano- che tutto questo abbia trovato sbocco nell’affermarsi di nuove formazioni di stampo populistico e abbia più in generale eroso antiche basi di fiducia nella politica, nei partiti tradizionali, nelle istituzioni”.

Da qui il messaggio ai giovani: “Tra il rifiutare i partiti e il rifiutare la politica, l’estraniarsi con disgusto dalla politica, il passo non è lungo ed è fatale, perché conduce alla fine della democrazia e quindi della libertà”. Ma la soluzione alla crisi della politica, avverte, non si risolve con internet: per Napolitano, infatti, “non c’è partecipazione individuale e collettiva efficace alla formazione delle decisioni politiche nelle sedi istituzionali, senza il tramite dei partiti”. Al contempo il capo dello Stato ricorda che il recupero della fiducia nella politica passa anche attraverso la “restituzione ai cittadini-elettori della voce che ad essi spetta innanzitutto nella scelta dei loro rappresentanti e infine nella selezione di candidati a ruoli di rappresentanza istituzionale che presentino i necessari titoli di trasparenza morale e competenza”.

Nel suo discorso anche l’auspicio che “lo sforzo appena intrapreso”, con la nascita del governo Monti “continui e si sviluppi in un clima costruttivo”. “Il logoramento della maggioranza di governo e l’emergenza di un rischio di vero e proprio collasso finanziario pubblico hanno determinato la necessità di ricorrere anche in Italia – prosegue Napolitano – a soluzioni non rinvenibili entro sistemi ordinari, ordinando un improvvido, precipitoso scioglimento del Parlamento e avviando politiche ormai urgenti di risanamento finanziario e di riforma di non più sostenibili assetti economici e sociali”.

Napolitano, poi, apre alla prospettiva di un intervento riformatore anche della seconda parte della Carta costituzionale. “Si dovrà verificare in Parlamento anche la possibilità di definire, o di prospettare credibilmente, revisioni di norme della seconda parte della Costituzione, come si riuscì a fare anni fa solo con la riforma del Titolo V in senso più conseguentemente autonomistico”.

Parlando dell’Europa, il capo dello Stato ha quindi messo in guardia dall'”illusione dell’autosufficienza” che possono coltivare alcuni Paesi europei. “Il peso dell’Europa nel suo complesso – ha detto – si è venuto in termini demografici ed economici, innegabilmente restringendo e tende a restringersi quanto più da parte di noi europei si esiterà a unire le forze, a procedere sulla via dell’integrazione, quanto più singoli stati membri dell’Unione coltiveranno l’illusione dell’autosufficienza.

 “La disoccupazione è la mia principale preoccupazione e la riforma del mercato del lavoro la pensiamo proprio per aumentare l’occupazione”. Lo ha detto il ministro del Lavoro, Elsa Fornero commentando i dati Istat sulla disoccupazione al termine di un’audizione alla Camera. “Le donne ed i giovani hanno poco lavoro e noi ci impegneremo in questa direzione” ha assicurato.

Fornero taglia corto sui ‘paletti’ dei sindacati sulla riforma. “Noi lavoriamo perché ci sia un bel dialogo – spiega – Lo vedremo giovedì, non è il caso di fare congetture oggi su ciò che sarà dopodomani”.

Quanto alle pensioni, “non credo si possa riaprire la partita. La riforma delle pensioni è uno degli elementi che in Europa hanno considerato con maggiore attenzione e su cui hanno dato credito alla volontà italiana di cambiare sul serio”. Dunque ribadisce: “Non sono disposta a tornare indietro”, “ci mancherebbe altro che tornassimo indietro su una riforma delle pensioni che l’Europa considera come un dato acquisito”.

Ma la questione “non è chiusa” per Cesare Damiano del Pd. “Non condividiamo le parole del ministro Fornero – ribatte – perché sono pesanti e non tengono conto della situazione sociale realmente esistente”, inoltre ”non va dimenticato che sul tavolo di confronto sul mercato del lavoro i sindacati hanno posto unitariamente alcuni contenuti che riguardano i nodi irrisolti della questione previdenziale, che noi condividiamo. Ignorare tutte queste istanze non favorisce il dialogo”.

Critica anche la Uil. Secondo il sindacato la riforma delle pensioni “è stata in realtà una gigantesca operazione economica volta solo a fare cassa, con la quale si sono prese ingenti risorse dal sistema previdenziale per coprire buchi del bilancio pubblico che con le pensioni non hanno niente a che fare. Stiamo chiedendo di dare una risposta positiva a decine di migliaia di lavoratori che rischiano di trovarsi improvvisamente senza stipendio e senza pensione. Ci aspettiamo dal Parlamento un intervento nella direzione dell’equità e della giustizia. E ci auguriamo che il governo contribuisca ad accogliere queste legittime richieste”.

In vista dell’incontro di giovedì a Palazzo Chigi, fissato per le 10.30, sulla riforma del mercato del lavoro, domani Confindustria incontrerà Cgil, Cisl, Uil e Ugl per fare il punto sulle posizioni da tenere nel corso del confronto con il governo.

Dall’incontro con il governo ”aspettiamo risposte concrete – ha detto il leader della Uil, Luigi Angeletti – per risolvere situazioni di lavoro al limite della legalità, di sfruttamento, di persone che devono accettare false partite iva, come quei collaboratori che in realtà sono dipendenti a tutti gli effetti. Importante sarà anche la flessibilità in uscita”.

Monti:”Avanti con la riforma del mercato del lavoro”

“I negoziati, soprattutto su questa materia, è difficile che partano in discesa, perché altrimenti non dovrebbero avere luogo, ma io sono certamente fiducioso”. Lo ha detto il presidente del Consiglio Mario Monti al Tg1, a proposito della riforma del mercato del lavoro.
“Ci sono diverse esigenze – spiega il premier – che dobbiamo rendere compatibili, ma io credo che sia possibile: per creare occupazione in Italia, occorre che produrre in Italia diventi una cosa più competitiva; occorre che la protezione delle persone nel mercato del lavoro non diminuisca ma diventi più equilibrata e con una protezione meno concentrata sul singolo posto di lavoro e più concentrata sul singolo lavoratore, quindi con una esigenza di mobilità nel tempo. Quindi c’è un obiettivo di efficienza ed un obiettivo di maggiore equità sociale”.
Riguardo poi alla sua prossima visita al presidente degli Stati Uniti Barack Obama il 9 e 10 febbraio prossimi, “credo che entrambi guarderemo avanti piuttosto che indietro” ha detto Monti – Gli Stati Uniti stanno apprezzando gli sforzi che, con la guida del governo e la grande partecipazione di tutto il Paese, l’Italia sta facendo”.
Dal canto suo il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Elsa Fornero, ha voluto rivolgere un ”messaggio affettuoso” al ministro dello Sviluppo economico. ”Dirò a Passera di essere un po’ meno ottimista, un po’ meno cuore oltre l’ostacolo” ha affermato Fornero. In particolare, per il ministro ”è bellissimo pensare che esistono cambiamenti che in maniera immediata possono portare il nostro reddito, la nostra occupazione a livelli molto più alti”. Però, chiosa, ”è molto difficile trovare queste soluzioni, queste bacchette magiche. In realtà noi lavoriamo per il medio termine ed è soprattutto quell’orizzonte che noi dobbiamo sempre avere presente”.

Con le semplificazioni ci saranno risparmi per oltre 500 milioni di euro. A calcolare l’impatto benefico del dl varato ieri dal governo è il ministro della Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi. “Il decreto semplificazioni – spiega – porterà a un cospicuo risparmio per cittadini, imprese e pubblica amministrazione. In questo momento non è ancora possibile verificare con certezza l’impatto del provvedimento ma possiamo affermare che i risparmi saranno oltre i 500 milioni e si inciderà su settori in cui i costi attuali superano il miliardo”.
Una stima, spiega ancora, a cui si arriva con l’eliminazione del Documento programmatico sulla sicurezza per la Privacy che porterà un risparmio di circa 320-325 milioni a cui vanno aggiunti altri 140 milioni l’anno per effetto della riduzione degli oneri in materia di appalti.
“Nel complesso dunque il risparmio per le sole misure già stimate è di oltre 500 milioni di euro all’anno a vantaggio delle Pmi”, prosegue il ministro. “A questo si aggiungono i consistenti risparmi attesi dall’adozione dei regolamenti in materia di controlli per le imprese, dalla autorizzazione unica ambientale per le Pmi – che consentirà di abbattere significativamente gli oneri amministrativi attuali, stimati in oltre 1,3 miliardi di euro all’anno – dalla semplificazione delle procedure autorizzatorie per le imprese e dagli interventi per l’agricoltura”, conclude.

”Dal settembre 2008 allo stesso mese del 2011, l’indebitamento medio delle famiglie italiane è aumentato del +36,4%: in termini assoluti, invece, l’importo medio in capo a ciascuna famiglia italiana si è attestato attorno ai 20.000 euro”.
La stima viene dall’ufficio studi della Cgia di Mestre e include cifre, secondo gli stessi estensori del rapporto, ”da far tremare i polsi” sullo stock di debito che pesa su tutte le famiglie italiane: 503 miliardi di euro. Spostando l’analisi a livello territoriale, afferma l’associazione degli artigiani, ”i nuclei familiari più in difficoltà sono stati rilevati in provincia di Roma (indebitamento medio pari a 29.287 euro), seguono quelli residenti in provincia di Lodi (28.470 euro) e quelli in provincia di Milano (28.251 euro)”.
Le realtà più ‘virtuose’ invece sono segnalate al Sud. Nel settembre scorso infatti, sottolinea la Cgia, ”l’indebitamento medio delle famiglie residenti in provincia di Vibo Valentia era di 9.342 euro, ad Enna toccava gli 8.845 euro ed in Ogliastra gli 8.593 euro”. Rispetto invece alle maggiori variazioni di crescita dell’indebitamento, è Livorno a piazzarsi in prima posizione (+57,1%), seguita da Grosseto (+56,4%) e dalla provincia di Asti (+55,5%). ”Se le province italiane più esposte con le banche sono anche quelle che presentano mediamente i livelli di reddito più elevati – commenta Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre – è chiaro che la quota di indebitamento medio raggiunto è stato condizionato dalle politiche di investimento realizzate dalle famiglie più ricche che, dopo l’avvento della crisi finanziaria, hanno decisamente intensificato l’accensione di mutui per l’acquisto o la ristrutturazione di beni immobili”.

Caccia agli evasori. Prima Cortina, poi Roma, Portofino. E ora Milano. Una task force di ispettori delle Agenzie delle Entrate e dei vigili urbani ha effettuato sabato sera controlli a tappeto contro l’evasione fiscale nelle vie del centro e in particolare nei quartieri della movida. Impegnate circa 50 pattuglie per un totale di oltre 150 uomini della Polizia locale, oltre ai funzionari in borghese. L’operazione a sorpresa, scattata alle 21, ha interessato gran parte del centro della città: a partire da Brera, corso Garibaldi, via Vittor Pisani e corso Vercelli, per arrivare in corso Como e nel Ticinese-Navigli. Circa 200 i locali presi di mira. L’attenzione, come già accaduto nella celebre località delle Dolomiti e nella capitale, è stata rivolta al rilascio degli scontrini fiscali da parte dei ristoranti e dei bar affollati per il sabato sera e sulla posizione dei dipendenti. Si è scelta una città simbolo per stanare i «furbetti» che agiscono irregolarmente frodando il fisco.

Del resto lo stesso direttore dell’Agenzia delle Entrate lo aveva già annunciato: «I blitz in stile Cortina non si fermeranno, ma anzi andranno avanti». detto, fatto. Ed ecco il blitz all’ombra della Madonnina. Nella notte più importante della movida: il sabato. «Ci siamo mossi a più livelli», è stato il commento degli ispettori della task force. I vigili urbani hanno effettuato posti di blocco in diverse zone: sono state fermate auto di grossa cilindrata per controlli incrociati sulle denunce dei redditi dei proprietari. A loro volta gli ispettori dell’Agenzia delle Entrare si sono presentati alle casse dei ristoranti e dei bar per avere i resoconti giornalieri degli scontrini e delle ricevute fiscali emessi nel corso della giornata. Anche in questo caso l’obiettivo è effettuare verifiche incrociate c on i resoconti storici degli incassi dei locali.

Obbligo di destinare ogni anno quanto recuperato dal contrasto all’evasione fiscale per la riduzione delle tasse. Una norma di principio, nuova e rivoluzionaria, potrebbe spuntare nella delega fiscale che il governo Monti si appresta a presentare. E aprire così, dopo rigore e crescita, puntualmente tradotte nei decreti Salva-Italia e Cresci-Italia, la “fase tre”, tutta dedicata all’equità.
Una sorpresa gradita ai contribuenti onesti che pagano le tasse. I frutti potrebbero essere visibili presto, già entro l’anno per le feste natalizie, o più probabilmente nel 2013, quando parte del “tesoretto” recuperato con una sempre più intensa e visibile lotta all’evasione ritornerebbe nelle tasche degli italiani, almeno di quelli più bisognosi e a basso reddito. L’ipotesi, allo studio del governo, si sostanzierebbe in una norma di principio da inserire nella famosa delega fiscale da 20 miliardi, eredità della manovra di agosto di Tremonti. Accanto dunque al riordino mirato di agevolazioni e detrazioni – non sarà una rasoiata orizzontale, assicura il ministero dell’Economia – sostenuto dall’aumento dell’Iva a partire dal primo ottobre prossimo (due punti in più), l’ipotesi sarebbe quella di destinare almeno 10-15 miliardi (qualora l’incasso del gettito recuperato lo consentisse) alla riduzione del primo scaglione di Irpef dal 23 al 20%. Oppure di rimpolpare specifiche detrazioni per famiglie, lavoratori e pensionati.
Una buona notizia che rinsalda il patto sociale Stato-cittadino, eroso da promesse non sempre mantenute, visto che nell’ultimo decennio tutti i governi, senza eccezione, si sono nutriti dell’annuncio più gettonato: “Abbasseremo le tasse grazie alla lotta all’evasione”. Annuncio spesso senza seguito. L’ultima importante redistribuzione in tal senso che si ricordi è targata Finanziaria 2000 sotto il breve governo Amato, con sgravi corposi che arrivarono a circa 30 mila miliardi di lire. A distanza, ci fu il bonus incapienti di Prodi-Padoa Schioppa. E poco più. Tuttavia la pressione fiscale non è mai scesa in modo significativo. E la finanza pubblica italiana ha via via anteposto l’obiettivo di risanamento a quello della restituzione. Bastone e carota. Ora ci prova il governo Monti.
Quanto stiamo effettivamente recuperando dalla lotta all’evasione? La risposta è meno lineare di quanto si creda. Nel quinquennio 2006-2010, ad esempio, la cifra sfiora i 63 miliardi di euro, il 58,5 per cento delle entrate nette totali. Ma attenzione, il totale si riferisce alle somme che i diversi governi hanno solo previsto di stanare, non quanto effettivamente hanno poi raccolto. E tuttavia si tratta della posta messa a bilancio, anno per anno, e paradossalmente mai verificata a consuntivo. Le entrate reali, i soldi veri – e questo si sa – sono andate invece a coprire i deficit di bilancio. Per avere una cifra più vicina ai capitali poi ripescati e di sicura certificazione, possiamo fare riferimento al Dipartimento Finanze. Nel quinquennio, si legge nei documenti, gli incassi da attività di accertamento e controllo hanno quasi raggiunto i 49 miliardi. Una cifra non lontanissima dai 63 miliardi stimati “ex ante”. Ma al suo interno, si specifica, non tutto proviene dal recupero di imposte non pagate al Fisco (vi possono essere somme riscosse per conto di enti locali e anche recuperi di aiuti di Stato). La Corte dei Conti sul punto avverte del rischio che “cifre con origini, cause e riferimenti temporali diversi siano utilizzate per misurare le performance annuali della lotta all’evasione”.
Incertezze contabili a parte, il governo Monti punta a ripristinare nel Paese quella equità fiscale che l’evasione monstre da 120 miliardi all’anno ha tolto già da tempo. Il veicolo legislativo potrebbe essere la delega fiscale, consegnata all’attuale esecutivo dall’ultima manovra di Tremonti, in cui inserire il principio che tutto ciò che viene sottratto all’evasione fiscale andrà a ridurre le tasse. Una rivoluzione copernicana. Nell’ultimo decennio solo il governo Amato destinò il tesoretto derivante dalla lotta all’evasione distribuendo 30 mila miliardi di lire. Ma tutti hanno promesso di abbassare le tasse. Prodi, nel 2007 e 2008, ideò il bonus per gli “incampienti”. Poi poco altro. Ma tutte, senza esclusioni, le leggi finanziarie degli ultimi anni hanno messo nero su bianco quell’impegno. E invece quasi sempre i tesoretti hanno rattoppato le disastrate finanze pubbliche. Anni di crisi e di emergenze, di sforamenti e di ammanchi, certo. Ma è alquanto curioso leggere, ad esempio, nel testo delle leggi finanziarie 2009 e 2010 (governo Berlusconi) che le eventuali maggiori disponibilità rispetto a quanto preventivato sarebbero servite a ridurre la pressione fiscale per famiglie con figli e per i redditi medio-bassi, con priorità a lavoratori dipendenti e pensionati. Promesse al vento.
Se l’incasso effettivo fosse in linea con quanto recuperato da Agenzia delle entrate e Guardia di Finanza negli ultimi anni, anche per il 2012 il tesoretto, l’extragettito, non dovrebbe scendere sotto la soglia dei 10-12 miliardi. Ma l’effetto Cortina (il “blitz” di Capodanno dei finanzieri nelle boutique della perla delle Dolomiti a caccia di scontrini) potrebbe far lievitare quella cifra. Si stima, dunque, una forchetta più ampia fino ai 15 miliardi. Che cosa fare con questo tesoretto? Come poi tradurre in pratica la nuova norma di principio (i frutti dell’evasione per avere meno tasse)? Il compito è senz’altro delicato. Tra le ipotesi che potrebbero essere sul tavolo, c’è la riduzione dell’Irpef. L’aliquota del primo scaglione potrebbe scendere di tre punti (dal 23 al 20 per cento). E ogni punto vale all’incirca proprio cinque miliardi. Ne beneficerebbero senz’altro i redditi molto bassi. Un’altra via percorribile è quella delle detrazioni. Alcune di queste potrebbero diventare più corpose, a beneficio di famiglie, lavoratori, pensionati. L’effetto disboscamento della giungla di agevolazioni per complessivi 20 miliardi (5 nel 2012 e il resto nel 2013)- la delega fiscale, da attuare con tagli oculati e non orizzontali – sarebbe così attenuato o, per meglio dire, reso più equo.
La Corte dei Conti ha più volte messo in guardia dalle incertezze che circondano la quantificazione dell'”evasione”, sia per quanto attiene alla dimensioni del fenomeno, sia per i risultati del contrasto. Una materia delicata, ha ricordato la Corte lo scorso maggio nel suo Rapporto sulla finanza pubblica. Le stime del gettito, innanzitutto. Si tratta, spiegano i giudici contabili, di valutazioni “ex ante”, di poste che i governi auspicano di rastrellare. Utilizzate sempre più come “terza via” nelle politiche di bilancio, accanto alla riduzione della spesa pubblica e all’aumento delle tasse. Una terza gamba ballerina. Anche perché sugli esiti della lotta all’evasione è molto difficile quantificare gli “ex post”. La Corte ricorda che tra l’accertamento e l’incasso vero e proprio c’è di mezzo la riscossione, una fase che apre mille rivoli di incertezza, dovuti a contraddittori e contenziosi. L’assioma individuato-recuperato deve essere quindi maneggiato con cautela quando si promette di usare i tesoretti vari, gli extragettiti, per ridurre le tasse o per programmare altre azioni di governo. La parzialità informativa è legata anche al fatto che i dati non registrano quanto ricavato per effetto della “tax compliance”, dalla sola dissuasione ad evadere (l’effetto Cortina, ad esempio).
I tesoretti non finiscono qui. Le vie per ridurre le tasse e così rilanciare la crescita non terminano con la lotta all’evasione. Un’altra battaglia sembra essere stata ingaggiata dal governo. Ed è quella contro gli sprechi. La chiamano “spending review”, revisione della spesa pubblica, ed è un altro pilastro della “fase tre”, dedicata all’equità. Il governo ha insediato proprio ieri un comitato informale guidato dal titolare dei Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda (che ha la delega della materia e ieri ha illustrato le linee guida in Consiglio dei ministri), e a cui partecipano il ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, e il vice ministro dell’Economia, Vittorio Grilli. Si riunirà la prossima settimana e inizierà il lavoro di pulizia a partire dai dicasteri di Interni, Le banche italiane godono «di un buono stato di salute sul fronte dei fondamentali» e «non sono esposte direttamente» alla crisi greca: tuttavia esiste «il rischio concreto di difficoltá nel credito nel finanziamento dell’economia reale». Lo ha detto il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco intervistato dalla Cnn a Davos, dove ha partecipato al World Economic Forum.
Visco ha sottolineato come «allo stesso tempo c’è stata una sostanziale riduzione nel credito interbancario» e quindi per le banche italiane «avrebbero potuto esserci prospettive non troppo positive sul fronte del rifinanziamento del debito». L’azione della Bce, ha comunque spiegato Visco, «ha migliorato le banche sul fronte delle passivitá e ridotto in maniera sostanziale il credit crunch».
Per il governatore di Bankitalia l’Eurotower «ha aiutato le banche a mantenere i propri asset sia in termini di prestiti che di leva finanziaria» e la sua azione che «sará cruciale nei prossimi mesi, metterá al sicuro il settore».Istruzione e Affari regionali. Le linee guida, ispirate ai progetti del 2007 dell’allora ministro del Tesoro Padoa Schioppa, puntano a restituire al settore privato attività e interventi che non hanno più ragione di essere pubblici, ma anche a garantire efficienza nel settore pubblico per concentrare l’azione su chi ne ha bisogno. Il lavoro avrà tre obiettivi: individuare programmi di spesa, uffici e attività da sopprimere o razionalizzare, scoprire inefficienze, segnalare leggi di finanziamento potenzialmente eliminabili.

Forza Italia. ”L’Italia non ce la può fare da sola”. Lo sostiene il direttore del Dipartimento degli affari di bilancio del Fmi, Carlo Cottarelli, aggiungendo che è indispensabile potenziare i dispositivi anticrisi Ue. Per uscire dalla crisi in Italia saranno sostanzialmente necessarie tre ordini di misure, spiega Cottarelli in conferenza stampa a Washington.
“Il risanamento fiscale sta avvenendo a buon passo “, e sta per essere accompagnato da “riforme che avranno impatto sulla spesa nel lungo periodo” come la riforma sulle pensioni. L’Italia, tuttavia, insiste, “ha bisogno di riforme strutturalicapaci di incidere e aumentare la competitività e la produttività del paese”. L’Italia ha soprattutto bisogno “di poter disporre di firewall più forti” a livello europeo, cioé di misure che possano avere “un impatto sui tassi di interesse”, conclude.
“Paesi come l’Italia e la Spagna devono essere messi in grado di prendere in prestito denaro a bassi tassi di interesse”, ha affermato anche il capo economista del fondo monetario internazionale, Olivier Blanchard commentando i dati aggiornati del world economic outlook. Blanchard ha peraltro ricordato l’importanza di aumentare e rendere operativo il fondo salva stati e mettere le istituzioni finanziarie come la Bce in grado di concedere prestiti. “C’è ancora molta strada da fare prima che l’economia mondiale possa riprendersi completamente”, ha avvertito, “ci vorrà del tempo per uscire dalla situazione perché l’abbattimento dei debiti sovrani e’ una maratona non una corsa veloce”.

”In Italia stiamo facendo la nostra parte” e ”sempre di più” e questo ”viene riconosciuto”. Al termine dell’Ecofin Mario Monti in conferenza stampa a Bruxelles spiega di aver illustrato ”le misure adottate in dicembre” e il dl sulle liberalizzazioni approvato dall’ultimo Cdm e quello sulla semplificazione ”che sarà approvato il prossimo venerdì”.
A Roma, intanto, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha firmato il decreto sulle liberalizzazioni. La ricognizione del Colle, a quanto si apprende, era cominciata sul testo grezzo trasmesso al Quirinale dopo il Consiglio dei ministri che aveva varato i provvedimenti ed e’ stata poi perfezionata oggi in seguito all’invio del testo del decreto formalizzato dalla ragioneria generale dello Stato.
Tornando a Bruxelles, Monti ha detto che sul piano delle riforme “siamo stati costretti ad agire in tempi rapidi”, osservando che le riforme messe in campo “chiedono un immediato contributo importante ai settori e alle professioni interessate”, ma “in questo momento tutti gli italiani fanno sforzi, e se ci mettiamo insieme i sacrifici sono più equamente distribuiti” e “i risultati si vedranno”.
Poi, a una domanda sull’impatto delle liberalizzazioni sul pil, ha risposto: “C’è roba vera”. Il presidente del Consiglio ha citato uno studio di Bankitalia che stima nell’11% l’impatto nel medio lungo periodo, con un impatto del 5% nei primi tre anni, nel caso in cui si riesca a portare al livello europeo la differenza del margine di profitto tra servizi e manifatturiero.
Monti ha parlato anche del blocco dei tir e pur rappresentando l’esigenza di ”salvaguardare il diritto di sciopero”, ha respinto l’idea che ”l’interesse delle singole categorie venga prima dell’interesse generale. Noi vogliamo riformare l’Italia, nella comprensione delle difficoltà e delle esigenze delle categorie, ma facendo rispettare le leggi”.
Parlando ai giornalisti a Bruxelles, il premier ha sottolineato che “le politiche per il consolidamento fiscale e quelle per la crescita e l’occupazione stanno diventando un tema unico anziché due corni di un dilemma”. Ed ha riferito le osservazioni del cancelliere dello Scacchiere britannico George Osborne, del collega polacco Janek Rostowski e di altri, secondo i quali, “questo tipo di discussione, sul consolidamento e sulle misure strutturali per la crescita, troppo raramente si sente all’Ecofin”. “Proprio nel momento in cui si sta opportunamente consolidando la formulazione finale della disciplina finanziaria del fiscal compact – è stato il ragionamento del premier – è necessario considerare come altrettanto essenziale tutto quello che può servire ora per l’Unione economica”.
Quanto al ruolo della Bce come prestatore di ultima istanza, “credo si possa assistere ad un’evoluzione” ha affermato il presidente del Consiglio, ed ha chiarito: “Del resto, un importante aspetto di questa evoluzione è stato quello riguardante le banche ed una grossa operazione di finanziamento delle banche condotta dalla Bce tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre”.

Accordo sul trattato istitutivo dell’Esm, da finalizzare però a marzo per quanto riguarda le cifre della sua dotazione, apprezzamento per il lavoro fatto dall’Italia e rinvio sulla Grecia, con la richiesta ai privati di accettare un tasso inferiore al 4% per il rimborso dei bond. Questo l’esito, la notte scorsa, della riunione dell’Eurogruppo che, ha commentato il premier Mario Monti – a Bruxelles nella veste di ministro dell’Economia – “è andata molto bene per l’Italia, che è un componente importantissimo dell’Eurozona”. “Quello che abbiamo fatto e che stiamo facendo è stato molto apprezzato”, ha sottolineato al termine della riunione dei ministri delle Finanze dei 17.
Un riconoscimento espresso durante la conferenza stampa dal presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker, secondo cui i suoi colleghi hanno accolto “con grande favore le misure importanti” adottate dal governo italiano nella “seconda fase” dedicata alle liberalizzazioni, che “serviranno a liberare il potenziale dell’economia italiana”. “Siamo fiduciosi che il governo dimostrerà la stessa determinazione nella riforma del mercato del lavoro, prossima priorità per l’Italia”, ha fatto eco il commissario europeo agli Affari economici e monetari Olli Rehn, che già nel corso della riunione, dopo l’illustrazione delle misure da parte di Monti, aveva espresso il suo “grande apprezzamento” per “la forma e la velocità” con cui sono stati presi i provvedimenti.
Per quanto riguarda l’Esm, i ministri riuniti a Bruxelles hanno raggiunto un accordo sul trattato istitutivo del Meccanismo europeo di stabilità (Esm), che nascerà il prossimo primo luglio: l’Esm – che affiancherà l’Efsf, attivo fino al 2013 – potrà acquistare i bond dei Paesi dell’eurozona in difficoltà, dare il suo contributo nella ricapitalizzazione delle banche e concedere prestiti “precauzionali” ai Paesi che non sono nella necessità di un pacchetto di salvataggio. Ancora, secondo quanto spiegato da Juncker, il fondo salva-stati permanente potrà essere attivato con una decisione presa con una maggioranza dell’85% e non all’unanimità. Ma i lavori sull’Esm sono ancora “da finalizzare”, ha riferito Monti al termine della riunione. Resta infatti da decidere quale sarà la potenza di fuoco dell’Esm, tema su cui la Germania continua a mettersi di traverso. “Rivedremo l’efficacia della soglia complessiva di prestito di 500 miliardi di euro a marzo”, ha detto il presidente dell’Eurogruppo.
Quanto al caso Grecia, Juncker ha rinnovato l’appello ad un accordo “il più presto possibile sui parametri e su un programma ambizioso di aggiustamento”. “Chiediamo che il governo greco raggiunga un accordo sul coinvolgimento dei privati”, ha ribadito il presidente dell’Eurogruppo, spiegando che i ministri dell’eurozona hanno respinto la richiesta delle banche che il rimborso dei bond avvenga a tassi di almeno il 4%. Secondo Juncker, ai privati dovrebbe essere offerto un accordo che preveda tassi “chiaramente al di sotto del 4%, ma ben oltre il 3,5%” offerto da Atene.

Il ministro Elsa Fornero frena sulla riforma del lavoro e apre al dialogo con i sindacati. Eliminare la cassa integrazione? Nel documento del ministro ”non c’e’ scritto”, mette subito in chiaro la stessa Fornero che spiega: “Ne parleremo con i sindacati”.
Intervenendo alla presentazione di un rapporto Ocse all’Istat, il ministro fa riferimento all’avvio del confronto con i sindacati che ha avuto luogo ieri, ricordando come il documento da lei stessa presentato e che “sara’ presto distribuito”, ha il titolo “obiettivo occupazione”. Il documento sulle “linee per la riforma del mercato del lavoro”, ha spiegato Fornero, “e’ strutturato a partire dai colloqui bilaterali fatti”.
“E’ stato detto: Fornero vuole eliminare la cigs straordinaria”, esordisce il ministro spiegando che questo nel documento “non e’ scritto” e che sara’ oggetto del confronto con i sindacati. Il ministro insiste sulla necessita’ di un confronto: “In un paese chiamato a ridisegnare il sistema – sottolinea – si puo’ e si deve discutere: e’ dovere del governo e di tutti gli altri. Non abbiamo ricette precostituite, ma cio’ che e’ difficile accettare e’ che si dica ‘tutto sommato funziona’. Per me funziona male: e’ migliorabile in un’ottica di equita’”.
Sempre in tema di modifica degli ammortizzatori sociali “puo’ essere congegnata in senso assicurativo”, spiega “diranno che sono vicina alle assicurazioni: ma le assicurazioni sociali hanno una nobilissima tradizione”.
“Il governo ha posto il problema di un sistema migliore, piu’ efficiente, piu” efficace di ammortizzatori sociali – sottolinea il ministro del Lavoro -. Parlare di cassa integrazione e di modifiche alla cassa integrazione mi sembra assolutamente prematuro”. “Non siamo entrati nell’individuazione di soluzioni – aggiunge Fornero – il che sarebbe stato credo arrogante da parte del governo”, e sottolinea che “anche un percorso di gradualita’ puo’ essere un’ipotesi che facilita il dialogo”.
Rilevando poi che “il dialogo e’ cominciato e questo secondo me e’ un fatto positivo”, il ministro Fornero precisa: “Non abbiamo indicato proposte di soluzione. Abbiamo indicato percosi. Penso che bisogna lavorare possibilmente cercando il consenso sempre con l’idea che qualche cosa pero’ deve essere innovata”.
Poi, rispondendo alla domanda se il salario minimo garantito e’ un obiettivo a medio o breve termine, il ministro ha osservato: “Anche questo e’ assoutamente prematuro. Abbiamo molti vincoli finanziari e bisogna considerare non solo cio’ che e’ desiderabile ma cio’ che e’ possibile considerati i nostri vincoli”. Fornero sottolinea quindi che nel documento presentato ai sindacati l’idea del contratto unico “non c’e’, non e’ scritta: possiamo discuterne in modo civile e ordinato”.
Intervenendo più tardi alla presentazione di un rapporto Ocse all’Istat, Fornero affronta la “numerosita’” dei contratti presenti nel mercato del lavoro e del suo funzionamento. “Siamo contenti di come funziona? La risposta e’ no, perche’ esclude anziche’ includere, segmenta, tratta in maniera eccessivamente differenziata diverse categorie di persone” e di fatto “scarica” i costi derivanti dalla crisi e dalle conseguenti ristrutturazioni “sui segmenti deboli del mercato, cioe’ i giovani, le donne, i lavoratori anziani”.
A tale proposito il ministro si dice “molto colpita nel constatare che in Italia un lavoratore di poco piu’ di 50 anni sia considerato perso per il mercato del lavoro”. E dunque, spiega, “i contratti che ci servono li teniamo, quelli che non ci servono li togliamo. Ci sono anche degli abusi” come gli 8 milioni di partite Iva che anche in un Paese “con molta inventiva, forse nascondono una realta’ occupazionale che vorremmo vedere alzata di qualita’”.
Quindi, in tema di contratti “l’idea del contratto unico non c’e’, non e’ scritta nel documento: possiamo discuterne in maniera civile e ordinata”. Quanto alla flessibilita’, “c’e’ in entrata e in uscita” e sotto quest’ultimo aspetto “ce l’avevamo per mandare in pensione la gente giovane: ma con la riforma del sistema pensionistico non puo’ piu’ essere usata come ammortizzatore sociale”, sottolinea il ministro.
Fornero si è rivolta poi rivolta ad un gruppo di lavoratori precari dell’Istat che oggi, in occasione della presentazione del rapporto Ocse sulle diseguaglianze dal titolo ‘Divided we stand’ hanno innalzato un cartello con la scritta ‘Precarious we stand – Cosi’ crescono le disuguaglianze’ all’entrata del Fornero nell’aula magna dell’Istat. “Non solo voi dell’Istat, ma i precari di tutto il Paese stanno a cuore a tutti noi” assicura il ministro. Al termine della presentazione del rapporto e dell’intervento di Fornero, un gruppetto ha cercato di prendere la parola spiegando di volere illustrare al ministro e alla platea la propria situazione che riguarda oltre 400 lavoratori. Il presidente dell’Istat Enrico Giovannini ha assicurato loro che il ministro “ha ricevuto il vostro documento e io stesso -ha detto- mi impegno a parlare della vostra situazione”, pregandoli pero’ di non interrompere i lavori. All’intenzione espressa da una lavoratrice di ‘interloquire’ con Fornero lo stesso ministro ha spiegato di avere altri impegni: “Interloquire no, io mi scuso e vi assicuro che leggero’ il documento con grande attenzione”.
“Tutto e’ contestabile, tutto e’ discutibile – aggiunge il ministro – ma vi prego di credere che questo governo, che non ha appartenenza a gruppi o a partiti, potra’ fare tantissimi errori, ma ha un solo riferimento: il Paese e il suo futuro. Sono orgogliosa – ha concluso il ministro Fornero – di far parte della squadra di Monti”.

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha firmato il decreto del Governo sulle liberalizzazioni (vedi l’alfabeto del pacchetto). Il provvedimento, varato venerdì scorso dal Consiglio dei ministri, è arrivato al Colle nel pomeriggio ed è stato esaminato dai tecnici del Quirinale prima della firma del capo dello Stato.
Il check del capo dello Stato cominciato sul testo grezzo
La ricognizione del capo dello Stato, sempre secondo quanto si apprende, era cominciata sul testo grezzo arrivato dopo il varo da parte del Consiglio dei ministri la scorsa settimana. Ed è stata perfezionata oggi a seguito dell’invio del testo formalizzato dalla Ragioneria generale dello Stato.
Napolitano: provvedimento corposo e incisivo
Nei giorni scorsi, poi, il presidente della Repubblica era intervenuto subito dopo il via libera sul pacchetto da parte del Consiglio dei ministri per ribadire la bontà delle scelte dell’esecutivo: quello sulle liberalizzazioni, aveva detto Napolitano venerdì scorso intercettato in una via del centro,«è un provvedimento corposo e incisivo, come mi è stato illustrato ampiamente ieri, che inciderà sulle liberalizzazioni e sulle infrastrutture».

Evasione e disuguaglianze

Nel 2011 la Guardia di finanza ha scoperto redditi imponibili non dichiarati per oltre 50 miliardi di euro, iva non versata per oltre 8 e denunciato oltre 12 mila responsabili di reati e frodi fiscali.
Oltre 902 milioni di euro sono stati sequestrati immediatamente ai responsabili dei reati fiscali; sul fronte dell’evasione fiscale internazionale, i redditi non dichiarati scoperti dalle Fiamme Gialle ammontano a circa 11 miliardi di euro.
A finire sotto la lente della Guardia di Finanza sono finiti principalmente i trasferimenti ‘di comodo’ delle residenze di persone e società nei paradisi fiscali e lo spostamento all’estero di capitali per non pagare le tasse in Italia. Rilevante è stata l’attività di contrasto alle cosiddette ‘Frodi Carosello’ che ha portato alla scoperta di quasi 2 miliardi di Iva evasa; le investigazioni sulle imprese e lavoratori autonomi sconosciuti al Fisco perché non presentano le dichiarazioni annuali (”sommerso d’azienda”) hanno portato all’individuazione di 7500 evasori totali che avevano occultato redditi per oltre 21 miliardi di euro; 12.676 i lavoratori ‘in nero’ scovati di cui oltre 2500 extracomunitari.
Sempre più elevato lo standard di qualità dei controlli: i verbali della Guardia di Finanza, nel 96 % dei casi, sono stati integralmente recepiti dall’Agenzia delle Entrate per il successivo accertamento. In aumento anche i casi di coloro che aderiscono spontaneamente ai rilievi mossi dai verificatori del Corpo, consentendo l’immediata riscossione degli importi relativi al 10% dei verbali.
”Ora ci sentiamo meno soli”, ha rimarcato il Comandante Generale della Gdf, Generale di Corpo d’Armata Nino Di Paolo, nel commentare i dati di un anno di attività delle Fiamme Gialle nella lotta alla criminalità economica. Il riferimento va “alla particolare vicinanza dei cittadini e dei media nei confronti di chi è impegnato tutti i giorni a combattere l’evasione fiscale: un fenomeno, quest’ultimo, insidioso, nelle cui pieghe si celano spesso altri reati, sui quali, almeno fino ad oggi, pesava un maggior alone di discredito: il riciclaggio, la corruzione, l’emissione di fatture false per beneficiare indebitamente di fondi pubblici, l’illecito trasferimento di capitali all’estero o la commissione di reati di borsa, solo per citarne alcuni”. Ma “i tempi sono cambiati”. In questo periodo di crisi economica, “anche chi prima giustificava come ‘furberia’ l’evasione non comprendendone la reale insidiosità, ha dovuto prendere atto della pericolosità sociale del fenomeno, da combattere con un’azione decisa, sinergica e, soprattutto, trasversale”. La Guardia di Finanza “ha tutti gli strumenti legislativi e operativi necessari per contrastare a tutto campo l’evasione, soprattutto quella più consistente e sofisticata: quella, in sostanza, delle triangolazioni fra società collocate nei paradisi fiscali, delle intestazioni fittizie di patrimoni, delle grosse operazioni elusive”.

Scioperi e ingorghi nelle strade per protestare contro le liberalizzazioni, decise dal governo Monti. Gli autotrasportatori hanno organizzato oltre 60 presidi lungo tutta la rete autostradale dividendo l’Italia in due. Le situazioni più critiche si registrano attualmente: in Piemonte, Lombardia, Abruzzo e Campania, dove gli autotrasportatori portano avanti la cosiddetta “protesta dei forconi” che la scorsa settimana ha interessato la Sicilia. “Blocchi inaccettabili” dice Roberto Alesse, presidente dell’Autorità di Garanzia sugli Scioperi, che annuncia come “oggi stesso verrà aperto un procedimento per valutare le sanzioni da irrogare a chiunque stia violando la legge e danneggiando i cittadini, nel loro diritto ad usufruire di servizi pubblici essenziali”.
Sull’A30 Caserta-Salerno sono ancora 3 i Km di coda in direzione sud alla barriera di Mercato San Severino e incolonnamenti anche in entrata verso Caserta; sull’A1 ancora qualche disagio alla barriera di Napoli Nord verso Roma; sull’A/16 Napoli- Canosa code alla barriera di Napoli est in entrata verso Canosa; sull’A3 Napoli-Salerno riaperto il tratto compreso tra Napoli Centro e l’allacciamento con l’A1.
Nella viabilità di accesso all’A/3 si conferma la presenza di mezzi pesanti incolonnati, con conseguenti rallentamenti, sulla viabilità ordinaria di accesso agli svincoli di Eboli, Sicignano, Atena Lucana, Sibari, Tarsia Nord, Cosenza Nord, Lametia Terme, Pizzo Calabro, Sant’Onofrio, Rosarno e Gioia Tauro. Al porto di Villa San Giovanni e nelle sue adiacenze incolonnamenti di mezzi pesanti in attesa dell’imbarco in Sicilia.
Alcuni autotrasportatori stanno inoltre bloccando le entrate dell’A1 a Cassino, Frosinone, Ferentino e Caianello. I manifestanti si sono radunati nei pressi delle entrate autostradali a partire da ieri sera verso le 22 e lasciano solo uscire gli automobilisti. I caselli delle diramazioni di Roma Est, Nord e Sud sono presidiati dalla Polizia stradale che sta monitorando mezzi pesanti e taxi.
In Piemonte una decina di auto private posizionate sulla strada stanno bloccando l’ingresso Torino- Corso Giulio Cesare dell’autostrada A4 Torino-Milano, in direzione Milano; conclusi i disagi in Tangenziale nord mentre permangono in Tangenziale Sud dove all’altezza dell’interporto Sito, gli autoarticolati bloccano le due corsie di marcia e si viaggia solo sulla corsia di emergenza; code in uscita in A/7 Milano Genova allo svincolo di Serravalle Scrivia.
In Lombardia, code tra Seriate e Bergamo in direzione Milano sull’A4 e code agli svincoli in entrate di Capriate e Seriate.
In Abruzzo interessati i caselli di Pescara Nord e Mosciano Sant’Angelo.
Disagi anche in tutta la Puglia: sull’A/14 nel tratto Foggia Taranto permane la chiusura ai soli mezzi pesanti delle entrate di Foggia, Andria, San Severo e Poggio Imperiale. Ripercussioni anche sulla tangenziale di Bari all’altezza dello svincolo per il quartiere Poggiofranco dove ci sono tre chilometri su entrambe le carreggiate. Altri blocchi sono segnalati sulla statale 379 a Specchiolla, in provincia di Brindisi, sulla statale 100 verso nord all’altezza dello svincolo per Triggiano, sulla strada provinciale (ex statale 231) ad Andria e Corato, la statale 16 a San Severo e Andria, sull’autostrada all’altezza dell’area di servizio ‘Le Saline’ vicino a Margherita di Savoia, sulla statale 7 all’altezza dell’Ilva vicino Taranto, sulla statale jonica 106 e sull’autostrada sempre vicino al capoluogo jonico, sulla statale 100 vicino Mottola
”La grande adesione, superiore a qualsiasi aspettativa, al fermo nazionale – afferma Maurizio Longo, segretario generale di Trasportounito – sta dimostrando la gravità della crisi in atto. Trasportounito, in quanto organizzazione autonoma e indipendente, si sta facendo interprete di un disagio che è reale e tangibile per le imprese così come per le famiglie dei tanti autotrasportatori che si stanno battendo per la sopravvivenza”.
Il ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, annuncia la massima disponibilita’ al dialogo con tutti. Ma nello stesso tempo massima fermezza per assicurare il rispetto della legge attraverso gli strumenti previsti dalla legge. Oggi si è tenuta una riunione al Viminale per fare il punto sulle manifestazioni legate alle proteste degli autotrasportatori. Nel corso della riunione il ministro Cancellieri si e’ collegata in videoconferenza con tutti i prefetti della Sicilia che hanno riferito in tempo reale sulle conseguenze delle manifestazioni in corso che sono state e che verranno seguite con la massima attenzione dal ministero dell’Interno anche attraverso una sala crisi operativa 24 ore su 24.

Sulla situazione il ministro Cancellieri riferira’ al Senato domani, alle 15, nel corso di un’informativa sul blocco dell’autotrasporto in Sicilia.
Intanto, oggi si fermano anche i tassisti, che incroceranno le braccia per 14 ore dalle 8 alle 22. Il 27 toccherà invece ai ferrovieri. Per il 1 febbraio annunciata la serrata delle farmacie. Restano invece ancora da definire i 10 giorni di sciopero proclamati dai benzinai.OMA – Un chilo di zucchine romanesche al banco di frutta e verdura del fruttivendolo da lunedì costa 7 euro al chilo. Il doppio di una settimana fa. E chissà quanto ancora potrà salire. Questo è il primo immediato effetto del blocco dei Tir che da lunedì mattina ha tenuto fermi centinaia di camion in tutta Italia. E già lunedì sera, al Centro Agroalimentare di Roma raccontavano di «pesanti difficoltà di approvvigionamento ortofrutticolo nel Car per tutta la giornata».

«Lo sciopero in atto nel settore dei trasporti – spiegano dal centro Agroalimentare -, i blocchi di alcuni dei caselli autostradali centromeridionali più utilizzati dagli autotrasportatori in movimento da Sud carichi di frutta e verdura per i mercati all’ingrosso del centronord e i timori degli spedizionieri stranieri degli eventuali lunghi fermi obbligati dei prodotti freschi spediti in Italia hanno ridotto del 70% i flussi di ortofrutta entrati nel CAR». Secondo i dati della Direzione operativa di Cargest, calcolati insieme ad alcuni dei grossisti interni, «oggi solo un 30% e non più dei volumi di merce attesi nei box dell’Agromercato di Guidonia sarebbero arrivati a destinazione».

«Grazie ai cospicui rifornimenti di domenica – spiega però l’Amministratore delegato di Cargest Fabio Massimo Pallottini – oggi sarebbe esagerato parlare di una mancanza assoluta cioè di indisponibilità e irreperibilità di prodotti venuti meno nel CAR. Tra quanto arrivato oggi e quanto stoccato da giorni, è più corretto parlare di un drastico calo di volumi disponibili e di un inizio allarmante di situazioni di carenza e penuria di tutti i prodotti. Non solo quelli attesi da lontane regioni agricole del Sud, del Nord e dall’estero». Pallottini tiene però a precisare che la megastruttura «non ha abdicato alle sue funzioni di interesse pubblico e con 200 produttori agricoli dell’Agro romano che trasportano e vendono direttamente nel CAR i risultati del loro lavoro assicura un significativo volume di scambi».

«Malgrado gli enormi quantitativi stoccati da giorni nelle celle frigorifere del centro logistico – distributivo di Guidonia – aggiungono dal Car – le arance di tutte le tipologie iniziano a scarseggiare e la conseguenza dell’insufficiente approvvigionamento del Centro Agroalimentare Roma – che tratta il 60% dei volumi di ortofrutta consumati a Roma e nel Lazio – è una spinta al rincaro dei prezzi nelle vendite al consumo».

E anche Confcommercio fa sapere: «Ci potranno essere aumenti dei prezzi nei mercati romani, questo perchè l’approvigionamento ai mercati generali è stato condizionato dal blocco dei tir. È arrivata meno merce di quella necessaria». Lo afferma il presidente dell’Upvad Confcommercio Franco Gioacchini. «La frutta e la verdura sono i beni che risentono di più dello sciopero dei tir – spiega – perché sono prodotti freschi».

E lunedì mattina, il movimento dei «forconi» di Latina aveva bloccato la via Pontina con i trattori.

Corre Piazza Affari ed è la Borsa più forte in Europa con un rialzo dell’1,76% in chiusura sostenuto dalle banche. Si riduce intanto fin quasi a 400 punti (quota 404) il differenziale tra Btp e Bund e il rendimento dei titoli decennali scende al 6,07%, un livello più visto dall’insediamento del governo Monti. Se non fosse per le troppe incognite che pesano sull’Europa, a partire dal drammatico rush finale per l’accordo anti-default della Grecia, si potrebbe parlare di prove di fiducia sui mercati italiani. Alla ripresa ha contribuito il pacchetto di liberalizzazioni che il presidente del Consiglio Monti presenta, insieme alla manovra, all’ Eurogruppo riunito a Bruxelles.

Nonostante la smentita del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, hanno continuato a circolare le ipotesi di una proposta congiunta Francia-Germania per allentare i criteri di Basilea 3 imposti alle banche sul rafforzamento patrimoniale. Sul tavolo dell’ Eurogruppo, secondo quanto anticipato dall’Ansa, torna il progetto sulla ricapitalizzazione delle banche in difficoltà da parte del fondo salva-stati Esm. Le ricoperture sono scattate ovunque: a Milano ne hanno beneficiato Unicredit e Mps, rispettivamente in rialzo del 10 e del 14% seguite da Intesa Sanpaolo (+5,43%) e Mediobanca (+5,49%); a Francorte ha preso di nuovo il volo Commerzbank (+12.25%) dopo i tracolli che avevano preceduto l’annuncio della ricapitalizzazione e la promessa che non saranno necessari nuovi aiuti di Stato; a Parigi hanno brillato SocGen (+8,93%) e Credit Agricole (+5%)
Anche l’euro si rafforza e chiude in deciso rialzo sul dollaro, oltre quota 1,30. Un euro vale lunedì 1,3034 dollari (1,2939 venerdì), 99,13 yen (99,62), 1,2076 franchi svizzeri (1,2076) e 0,8362 sterline (0,8331).

Prima sorpresa: gli autonomi aumentano il loro reddito in proporzione molto di più dei lavoratori dipendenti (soprattutto lo dichiarano al fisco, smentendo la vulgata della partita Iva recalcitrante nei confronti dell’erario). Seconda sorpresa: il merito e la produttività nel nostro Paese contano ancora. Perché i lavoratori meglio pagati lavorano più ore, tanto che la differenza tra le ore di lavoro tra i meglio e i peggio retribuiti aumenta proporzionalmente, secondo un trend costante in tutti i paesi Ocse. Terza sorpresa, questa volta di carattere sociale: «Sempre più persone si sposano con persone con redditi da lavoro simili». Come dire l’amore è suddiviso per censo. In Italia le favole della principessa e il domestico uniti da un sentimento profondo sembrano poter appartenere alla letteratura e alla cinematografia d’antan. Quarta tesi: la redistribuzione reddituale attraverso i servizi pubblici è diminuita dal 2000 a oggi. La sanità, l’istruzione e i servizi destinati alla salute – che da sempre contribuiscono ad evitare che si accentui il divario tra i più e i meno abbienti – sono di fatto incapaci di ridurre le disuguaglianza perché la spesa pubblica in questi anni è fortemente diminuita, come per esempio i sussidi di disoccupazione.
Sono i risultati di uno studio Ocse, l’organizzazione internazionale per la cooperazione e lo sviluppo economico, che verrà presentato martedì presso la sede Istat alla presenza del presidente, Enrico Giovannini, e del ministro del Lavoro, Elsa Fornero. Un’indagine che testimonia come la disuguaglianza tra i redditi delle persone in età lavorativa è aumentata drasticamente nei primi anni Novanta e da allora è rimasta a un livello elevato, nonostante un leggero calo verso la fine del primo decennio degli anni duemila. Lo iato reddituale in Italia è superiore alla media dei Paesi Ocse, è più elevato che in Spagna e più basso del Regno Unito e del Portogallo. Nel 2008 – scrive l’Ocse – il reddito medio del 10% degli italiani più ricchi era di 49.300 euro, dieci volte superiore al reddito medio del 10% più povero (4.877 euro), mentre negli anni ’80 il rapporto era di 8a1. Il modo più veloce per diminuire le disuguaglianze – segnala l’Ocse – è una riforma delle politiche fiscali e previdenziali, che costituisce lo strumento diretto per accrescere gli effetti redistributivi. Soprattutto le «perdite ampie e persistenti di reddito per i gruppi a basso reddito coincidono con le fasi recessive». E soprattutto in tempi di crisi che diventa fondamentale il ruolo degli ammortizzatori sociali e delle politiche di sostegno del reddito (il reddito minimo?). Considerazione che inciderà nell’agenda delle parti sociali nella prevista prossima riforma del mercato del lavoro?

Autostrade chiuse, code chilometriche, automobilisti intrappolati per ore nella tenaglia del traffico.
L’Italia è spaccata in due, ma perché? Cosa vogliono i camionisti che hanno paralizzato la mobilità?
E perché non tutte le associazioni hanno aderito alla protesta?
Per capire le posizioni in campo siamo andati ad intervistare chi ha organizzato i blocchi stradali di
oggi – Maurizio Longo Segretario Generale Trasporto Unito – che sostiene come “la massiccia
adesione dimostra che abbiamo interpretato bene il sentimento degli autotrasportatori”. La goccia
ha fatto traboccare il vaso della protesta “Senza dubbio l’impennata delle accise, del prezzo del
gasolio. E’ stata una cosa folle. Sono soldi che non abbiamo da dare”.
E poi abbiamo intervistato Francesco Del Boca presidente Unatras la federazione che raccoglie le
principali associazioni dell’autotrasporto, e che non ha aderito allo sciopero contestando i blocchi.
“Sono una minoranza – spiega Del Boca – ma sono riusciti a bloccare una decina di zone
strategiche. Se vuole sapere la mia opinione ho l’impressione che si tratti di squadre specializzate
che si spostano velocemente da un luogo all’altro per paralizzare la viabilità. Sono molto organizzati
ma stanno giocando sulla pelle della gente che si ferma. Vogliono far capire che così risolveranno i
loro problemi ma non è vero. Noi abbiamo portato a casa cose i importanti”.

Nelle professioni si liberalizza, facendo però attenzione a non cadere in misure-manifesto inapplicabili. Rispetto a quanto prevedevano le prime bozze del decreto legge, la versione approvata dal Consiglio dei ministri di venerdì recepisce l’impostazione del ministro della Giustizia, Paola Severino.
Niente più tariffe per definire le parcelle, ma la loro cancellazione non lascerà il giudice senza parametri quando deve decidere il compenso in caso di contenzioso tra professionista e cliente. Il tirocinio potrà essere svolto in università, per sei mesi, in accordo tra atenei e Ordini: un modo per garantire l’iscrizione al Registro dei praticanti, che resta un presupposto, formale, ma essenziale.
Il confronto nel merito che in questi giorni si è registrato nel Governo lascia ben sperare che le misure indirizzate alle professioni non siano solo ideologiche. La prossima tappa è l’attuazione, per i singoli ordinamenti professionali, dei principi contenuti nel Dl 138/2011: dalla pubblicità anche comparativa alla riforma della procedura disciplinare. Infine, se si crede nelle possibilità competitive collegate all’esercizio associato della professione è necessario disciplinare le società.
Occorrono regole che effettivamente siano utili ai professionisti e ai clienti. Ne va dell’innovazione nel mercato professionale.
Sebbene la questione di come affrontare gli squilibri dei conti correnti sia stata per anni al centro di dibattiti a livello ufficiale, tali squilibri hanno comunque rappresentato una delle principali preoccupazioni economiche per tutto il 2011. Nel complesso, rispetto al periodo precedente alla crisi, tali squilibri erano senza dubbio di entità minore, ma non del tutto scomparsi. Ora, alcuni di questi stanno riemergendo di pari passo con la disuguaglianza all’interno di diversi paesi: un legame non del tutto casuale.
Sono frequenti gli appelli a favore di un processo di riequilibrio attraverso il quale i mercati emergenti con surplus di pagamenti, (la Cina è il paese più menzionato in questo contesto), dovrebbero stimolare la domanda interna in modo tale da permettere ai paesi avanzati, (gli Stati Uniti quale paese più grande), di ridurre il proprio deficit ed il debito pubblico, diminuendo in tal modo i rischi per una ripresa economica. La domanda estera netta creata da una riduzione del surplus della bilancia dei pagamenti all’estero compenserebbe in parte l’indebolimento della domanda pubblica negli Stati Uniti e in altri paesi con un debito elevato, insieme ad una stretta della politica fiscale.
Tuttavia non ci si dovrebbe concentrare solo sui deficit dei conti correnti nei paesi avanzati e sui surplus dei paesi emergenti. Diverse economie di mercato emergenti, tra cui India, Sudafrica, Brasile e Turchia, registrano infatti al momento un deficit dei conti correnti, mentre molti paesi avanzati hanno un surplus di conto corrente. Sebbene infatti il surplus della Germania sia stato ampiamente pubblicizzato sin dall’inizio della crisi dell’eurozona, anche il Giappone, i Paesi Bassi, la Norvegia e la Svezia hanno registrato un avanzo.
Pertanto, se da un lato un processo di riequilibrio globale richiede, in effetti, una riduzione degli avanzi, dall’altro non basta semplicemente diminuire i surplus delle economie di mercato emergenti per fare in modo che vi sia una riduzione equivalente dei deficit dei paesi avanzati. Con l’inizio del 2012 poi, una riduzione del surplus tedesco potrebbe essere più urgente di una riduzione del surplus della Cina dato che la riduzione dell’avanzo tedesco potrebbe comportare dei benefici più immediati per l’Europa dove ci sono i rischi maggiori per una ripresa globale.
Inoltre, il renminbi cinese si trova ad affrontare un considerevole apprezzamento reale ed un aumento dell’inflazione molto più rapido rispetto agli Stati Uniti o all’eurozona. E’ pur vero che l’euro tedesco sta perdendo valore nonostante l’ampio surplus della Germania essendo anche la valuta dei paesi dell’Europa del Sud che sono in seria difficoltà-
I surplus dei conti correnti tedesco e cinese vengono considerati come un ostacolo alla ripresa in quanto sottraggono parte della domanda effettiva potenziale mondiale e contribuiscono al superamento dei risparmi pianificati sugli investimenti pianificati: una ricetta perfetta per aumentare la pressione recessionaria. Ma la crescente concentrazione del reddito e della ricchezza all’interno di diversi paesi, soprattutto gli Stati Uniti, dovrebbe far sorgere delle preoccupazioni di natura keynesiana.
Una crescente concentrazione del reddito e della ricchezza può essere vista come uno squilibrio interno simile, per alcuni versi, agli squilibri esterni dei conti correnti perché le categorie dei redditi più elevati tendono a risparmiare gran parte delle loro entrate. Lo spostamento ora in atto delle entrate verso le fasce con redditi più elevati porterà quasi sicuramente ad un risparmio complessivo più elevato che dovrebbe essere compensato da maggiori investimenti, maggiori esportazioni nette o maggiori spese pubbliche per evitare la pressione recessionaria.
Mentre il livello di disuguaglianza varia ampiamente a livello mondiale, la tendenza verso una maggiore concentrazione al top sembra essere generale, e sono invece i cambiamenti nella concentrazione che possono portare ad una modifica dei risparmi pianificati. E’ quasi certo che la tendenza ora in atto verso una concentrazione del reddito dovrebbe portare ad una pressione deflazionaria ovunque si verifichi.
Ovviamente ci sono altri fattori, tra cui le politiche statali, in grado di compensare tale pressione. Negli Stati Uniti dei tassi di interesse bassi ed un consumo finanziato dal debito da parte delle fasce di reddito inferiore, entrambi incoraggiati da una politica statale e dalle pratiche nel settore finanziario, hanno compensato il risparmio eccessivo al top durante gli anni precedenti la crisi. In questo modo, nonostante i livelli record di concentrazione del reddito, gli USA sono arrivati a registrare un consistente deficit di conto corrente. In Cina invece, le esportazioni nette e gli investimenti finanziati dal governo hanno assicurato un’espansione costante, e anche in Germania le esportazioni nette sono aumentate.
Ciò nonostante, lo spostamento del reddito verso le fasce di risparmio elevato e l’aumento dei surplus di conto corrente sembrerebbero produrre, di primo acchito, un effetto simile sul risparmio aggregato a livello mondiale. Ovviamente, è solo il primo effetto ad essere simile. Successivamente, molto dipende dalla capacità del surplus di conto corrente di creare un accumulo ulteriore di riserve, da maggiori investimenti all’estero, dalla modalità di spesa delle diverse fasce di reddito in termini di importazioni e beni nazionali e dal tipo di politiche macroeconomiche implementate.
Il contesto complessivo degli squilibri deve arrivare a considerare la propensione alla spesa sulle importazioni e sui beni nazionali nei diversi paesi e l’equilibrio tra i risparmi statali e privati. Inoltre, è necessario integrare le nostre preoccupazioni per gli squilibri globali con un’analisi su come la crescente concentrazione del reddito possa portare a squilibri interni e ad una pressione recessionaria ugualmente importanti.
Questi squilibri sono legati tra di loro e rappresentano entrambi una minaccia per una crescita rapida e sostenibile. E’ necessario analizzare e discutere insieme sia gli squilibri globali che la crescente disuguaglianza interna. Solo in questo modo sarà poi possibile affrontare entrambe le questioni in modo efficace.

Marcegaglia. C’è un «mito da sfatare» e cioè quello che «l’Italia vada in fondo bene e che dunque gli imprenditori devono piantarla di lamentarsi». L’Italia «ha già vissuto il suo decennio perduto» in termini di «minore competitività» e di «mancata crescita». Ora «dobbiamo muoverci in fretta. Il tempo è un fattore discriminante». Questo il monito del presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, all’assemblea annuale degli imprenditori. «Temporeggiare o muoversi a piccoli passi è un lusso che non possiamo più permetterci. I concorrenti non stanno lì a guardare e le speranze dei giovani non aspettano», aggiunge Marcegaglia. Dall’assemblea annuale di Confindustria la presidente poi avverte: «In un momento così noi saremo pronti a a batterci per l’Italia, anche fuori dalle nostre imprese, con tutta la nostra energia, con tutta la nostra passione, con tutto il nostro coraggio». E infine aggiunge: «Lo Stato? Fa troppo».

«Semplificazioni e liberalizzazioni subito. Infrastrutture subito. Riforma fiscale subito». Marcegaglia rilancia così il pressing per le riforme sul governo. E a «poche ore» dai ballottaggi esprime «un solo auspicio. Se il risultato elettorale finale convincerà governo e maggioranza di avere davanti a se ancora due anni di lavoro la loro agenda deve concentrarsi su un’unica priorità: la crescita».
Sul tema del lavoro «c’è la proposta del ministro Sacconi di un avviso comune tra le parti sociali per costruire un nuovo Statuto dei lavori. Ci sono proposte di una parte riformista dell’opposizione su uno schema di riforma complessiva che considera anche la flessibilità in uscita». Lo sottolinea il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, nella relazione all’assemblea annuale, sostenendo che non servono «freni ideologici». «Queste proposte hanno in comune il riequilibrio delle tutele tra i lavoratori troppo garantiti e i giovani dal futuro sospeso. Occorre proteggere i lavoratori dalla perdita di reddito, non dalla perdita del posto di lavoro». È «un problema che – sostiene Marcegaglia – va affrontato senza freni ideologici, con grande serietà. In termini culturali, prima che di appartenenze politiche o di vetusti riflessi condizionati».
«Non possiamo nascondere la nostra delusione. Occorrono interventi più incisivi soprattutto sulle infrastrutture e sul fisco». Il leader degli industriali tiene a sottolineare che «la leva fiscale è un potente incentivo per rilanciare lo sviluppo. Per questo – aggiunge la Marcegaglia – la riforma fiscale per noi rimane importantissima». Una riforma fiscale che abbia «obiettivi chiari» e cioè «ridurre insieme le imposte sulle imprese e sui lavoratori; semplificare e dare certezza delle norme; combattere l’evasione fiscale, senza attuare una vera e propria oppressione di controlli su chi le tasse già le paga».
Poi la presidente di Confindustria si è soffermata sui rapporti con la pubblica amministrazione: «È in atto un’allarmante corsa in Parlamento per ripristinare barriere all’ingresso, l’inefficienza della burocrazia è un grave impedimento alla crescita. L’amministrazione pubblica interviene sistematicamente nell’ostacolare la vita delle imprese».

«La stagione della spesa facile deve essere considerata chiusa per sempre» e «secondo gli obiettivi del governo tra il 2010 e il 2014 la spesa pubblica al netto degli interessi si deve ridurre in termini reali del 7% e raggiungere il pareggio di bilancio». Tutti i capitoli di spesa vanno rivisti, «compresi quelli di welfare e pubblico impiego», ma senza fare ricorso a tagli lineari ha poi aggiunto il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, che parlando agli industriali ha sottolineato come la Confederazione abbia sempre chiesto una riduzione della spesa pubblica. Ma ora tagli «di questa entità impongono un ripensamento complessivo della funzione dello Stato e riforme profonde» per questo Marcegaglia dice no a «tagli lineari delle spese correnti e spese sugli investimenti pubblici». Invece – ha affermato – «occorre scegliere. Occorrono interventi che non siano solo di quantità ma siano soprattutto di qualità per aiutare la crescita. Occorre coinvolgere tutte le forze politiche e sociali».

«Non è che il Paese non cresce da dieci anni. Accettiamo la sfida per la nuova crescita e vi dico guardiamo al futuro e facciamola insieme. C’è bisogno di tracciare una strada nuova» ha successivamente replicato il ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, commentando la relazione del presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, in occasione dell’assemblea degli industriali.

Illusioni e autoinganni .”Le disposizioni consentiranno, nel breve periodo, di traghettare l’economia nazionale fuori dalla spirale recessiva e possibilmente, nel medio-lungo periodo, di allinearla ai ritmi di crescita dei partners europei e internazionali”. Lo si legge nel comunicato del cdm, diffuso oggi, dopo il varo del decreto liberalizzazioni.
Con le norme sulle liberalizzazioni e le riduzioni delle rendite nel settore dei servizi al livello medio degli altri Paesi euro il prodotto interno lordo potrebbe salire dell’11%, i consumi dell’8% e i salari reali di quasi il 12% senza effetti negativi sull’occupazione.
“Analisi condotte dall’Ocse – si legge nella nota del Cdm diffusa oggi – evidenziano come l’adozione di misure di liberalizzazione che conducano a livelli di regolamentazione del settore dei servizi simili a quelli dei Paesi con i migliori standard produrrebbero una crescita significativa della produttività totale dei fattori nei settori che impiegano tali servizi quantificabile in oltre 10 punti percentuali. Altri studi sulla materia – prosegue la nota – indicano che con una riduzione delle rendite nel settore dei servizi a livello medio degli altri Paesi dell’euro si assocerebbe, nel medio periodo, a un aumento del prodotto dell’11%; il consumo privato e l’occupazione crescerebbero fino all’8%, gli investimenti del 18%, i salari reali di quasi il 12% senza effetti negativi sull’occupazione”.
“L’apertura al mercato, incidendo in modo diretto sulle politiche aziendali delle imprese (quelle di grandi dimensioni, ma anche quelle piccole) è in grado di determinare una sensibile riduzione dei prezzi, con vantaggi evidenti per i consumatori”.

Marcegaglia. ”Le liberalizzazioni sono sacrosante”, ha detto il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia al convegno della Fondazione Italcementi.”E’ tema fondamentale che finalmente e’ stato portato avanti – ha detto – Ci saranno gli strilli: lasciamoli strillare l’importante e’ che il governo vada avanti per questa strada”.
”Apprezziamo lo sforzo del governo di aver portato avanti il tema molto caro, che e quello delle liberalizzazioni”. Lo ha detto Angelino Alfano, segretario del Pdl, nel corso di un incontro di partito a Padova. ‘Siamo a favore delle liberalizzazioni – ha aggiunto – con l’obiettivo che queste facciano un buon servizio al cittadino e riducendo i costi e offrendo servizi migliori. Se queste saranno in grado di centrare questo obiettivo, non solo ne saremo ben lieti, ma le sosterremo in Parlamento”.
“Il parlamento è sovrano ma sconsiglieremmo di fare variazioni che dovessero far venir meno la logica di insieme”. Così il premier Mario Monti ha risposto ai giornalisti a Tripoli che lo interpellavano sul decreto liberalizzazioni. Il decreto liberalizzazioni “é un provvedimento complesso così com’é corposo e incisivo – ha proseguito Monti – ha una sua logica di insieme che noi, come governo illustreremo al Parlamento e ai partiti così come abbiamo fatto nei giorni precedenti”. “Considerata qual è la logica di insieme – ha ribadito – sconsiglieremmo di fare variazioni che dovessero far venir meno la logica di insieme”.

Il Governo punta il dito contro i ‘poteri forti’ e, dopo il varo del ‘salva-Italia’ per mettere a posto i conti, prova a dare una spinta allo sviluppo con il decreto ‘cresci-Italia’. E a recuperare risorse per famiglie e imprese allentando i vincoli (le ‘tasse occulte’, come le definisce il premier, Mario Monti) che da anni tengono ‘ingessato’ il Paese. Un impatto – spiega lo stesso premier – che potrebbo portare ad una crescita della ricchezza prodotta a due cifre: +10%. Questo l’obiettivo dichiarato del pacchetto liberalizzazioni varato oggi dopo una riunione ‘fiume’ del Cdm di oltre 8 ore.
‘E’ strutturale’, spiega il premier che ricorda i tre vincoli italiani: ‘concorrenza insufficiente, inadeguatezza delle infrastrutture e complicazione delle procedure amministrative’. Ora il pacchetto liberalizzazioni, insieme a quello infrastrutture, viaggia verso il Parlamento e la prossima settimana – annuncia Monti – sarà integrato da un decreto per le semplificazioni. Forse allora si scioglierà il nodo del pagamento dei debiti della pubblica amministrazione verso le imprese.
‘Dobbiamo rispettare i vincoli di bilancio – spiega il ministro per lo sviluppo, Corrado Passera – ma dobbiamo fare qualcosa’. Taxi, gas, rc auto, ferrovie, farmacie, notai: questi solo alcuni dei capitoli toccati. Ma dai partiti arrivano mugugni e i primi ‘no’. Non sulle singole misure (alcune, più contestate, saltate come quella ribattezzata ‘trivella-facile), proprio sull’impianto complessivo. Insomma per alcuni (il Pd) si poteva fare di più mentre per altri (il Pdl) si è fatto troppo. Ma c’é anche chi, tra i partiti, chiede di andare avanti. Così è facile immaginare che il percorso tra Palazzo Madama (dove dovrebbe iniziare l’esame) e Montecitorio riserverà non poche sorprese. Molte intanto le modifiche apportate dallo stesso esecutivo ai primi testi circolati. Segno che lo sforzo per intervenire sulla materia è di non poco conto. Un esempio per tutti è quello della norma sui taxi che dopo le proteste e gli scontri di questi giorni è stata modificata più volte e alla fine è stata riaffidata all’Autorità per le reti che nascerà dal potenziamento dell’Autorità per l’energia. Un percorso che però lascerebbe ancora 6 mesi di tempo per intervenire. Inoltre – spiega il sottosegretario alla Presidenza, Antonio Catricalà – si è andati incontro ad alcune richieste delle auto bianche: non ci saranno più licenze in capo ad un solo soggetto e anche l’extraterritorialità sarà valutata insieme ai Comuni. Altro fronte caldo è quello delle farmacie.
Ma il ministro della Salute, Renato Balduzzi, spiega che i farmaci di fascia C rimarranno. Ci sarà però anche un ‘unico grande concorso straordinario per l’apertura di oltre cinque mila farmacié. Insomma qualche concessione e qual che conferma. I benzinai intanto non potranno scioperare per più di tre giorni, ricorda il presidente della Commissione di garanzia sugli scioperi, Roberto Alesse. E si attende di sapere come si muoveranno le molte sigle del settore, tra chi sciopera e chi annuncia il ritiro delle agitazioni. Salta la norma sullo scorporo di Rfi, mentre resta la separazione tra Eni e Snam. Si toglie invece ‘qualche granello di sabbia’ – dice Catricalà – al meccanismo della class action che dovrebbe essere così più semplice.
E mentre il Cdm si ferma alcuni minuti per uno ‘spuntino’ arriva la notizia che un’altra categoria sale sulle barricate: gli avvocati che incroceranno le braccia contro le ‘liberalizzazioni selvagge’ del Governo. Protestano anche i notai: ne arriveranno 500 in più, annuncia il Guardasigilli Paola Severino. E aggiunge: ci sarà anche il Tribunale delle imprese: ‘che aiutera’ l’economià. A conti fatti Monti spiega la filosofia dell’intervento. L’obiettivo delle liberalizzazioni non è stato quello di introdurre ‘un po’ di giungla per favorire l’economià ma quello di strutturare ‘regole di mercato’, ha detto. E ha poi rivendicato. ‘Credo che – afferma – nessuno possa dire che ce la siamo presa con i piccoli e con i poteri deboli e che abbiamo lasciato tranquilli i grandi e i poteri forti’. Ma la partita non è chiusa. La parola ora passa al Parlamento. ‘Confido – dice comunque Monti – che l’esame possa essere breve, così come per il decreto Salva Italia’.
Dopo otto lunghe ore chiuso in Cdm, il governo di Mario Monti vara il decreto per la concorrenza e le liberalizzazioni. Una riunione non facile, raccontano diverse fonti, in cui non sono mancate discussioni e anche qualche piccola tensione. E nonostante il presidente del Consiglio neghi ”inciampi”, fonti di governo sostengono che un dibattito c’e’ stato. E secondo qualcuno anche un leggero ”annacquamento” del testo. Il premier, pero’, si dice soddisfatto. Rimarca l’importanza delle riforme: cita stime di Ocse e Bankitalia per sottolineare come, con concorrenza e flessibilita’ simile a quella degli altri Paesi europei, ci possa essere ”un aumento del 10%” del Pil. Commentando il varo del pacchetto concorrenza e infrastrutture (quello sulla semplificazione sara’ adottato la prossima settimana), nella conferenza stampa seguita al Cdm, Monti parla di “riforme strutturali per la crescita”, necessarie per superare i tre grandi vincoli che finora hanno frenato la crescita del Paese: insufficiente concorrenza, inadeguatezza infrastrutturale, complessita’ nelle procedure.
Concentra l’attenzione sui vantaggi che ne trarranno i giovani, ma ricorda anche che a giovarne saranno tutti i cittadini che saranno liberati da ”tasse occulte” e agevolati da una ”moderazione del costo della vita”. Ringrazia i ”colleghi” ministri ed in particolare Antonio Catricala’ (“ogni governo dovrebbe avere almeno una ex autorita’ della concorrenza” nei suoi ranghi), ma soprattutto i partiti che oltre ad appoggiare il governo sono stati ”utili” per capire le ”preoccupazioni” delle diverse parti sociali. Ricorda che il governo non e’ a caccia di consensi perche’ non deve affrontare le elezioni. Ma allo stesso tempo ritiene che l’opinione pubblica sia dalla parte delle riforme e contro lo ”status quo”. Nessun timore per le reazioni di Silvio Berlusconi, che parla di ”cura senza frutti” e prevede di essere ”richiamato” presto al governo: ”Ci parlo abbastanza spesso e mi dà segnali incoraggianti e anche consiglio”, minimizza il premier. Con il Parlamento, pero’, usa il guanto di velluto. Il Parlamento e’ ”sovrano” e il governo si prendera’ lo ”spazio” per ”illustrare e spiegare” i provvedimenti alle Camere e se si dovesse accorgere che ”manca qualcosa” ”ci sara’ l’occasione per rimediare. Prende a modello ”l’esperienza di conversione del ‘Salva-Italia”’ (sul quale, pero’, mise la la fiducia), giudicandola ”molto incoraggiante”.
Monti appare ottimista. Anche se qualche nuvolone nero sembra comparire all’orizzonte. Come dimostrano le modifiche inserite nel milleproroghe in commissione sul contributo degli autonomi, approvate nonostante il parere contrario del ministro Elsa Fornero. Modifica che, pur non impattando sulla sostanza della riforma delle pensioni, preoccupa Monti che ci vede un antipasto di quello che puo’ avvenire in Aula sulle altre riforme. Anche perche’ di temi scottanti ce ne sono tanti. La sospensione del cosiddetto beauty contest sulle frequenze non e’ piaciuta a Mediaset che ha annunciato possibili ricorsi.
Nonostante qualcuno legga nel fatto che il governo si sia preso tre mesi per deciderne l’assegnazione, una sorta di ‘assicurazione sulla vita’ per lo stesso esecutivo. Anche dal Pd arrivano segnali poco incoraggianti: Pier Luigi Bersani parla di provvedimento lodevole, ma chiede che 2 o 3 cose siano rafforzate. E forse proprio per frenare gli appetiti dei partiti il premier ricorda gli elogi del capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che parla di intervento ”corposo e incisivo”.
Eppure, nello stesso governo, qualche ministro – rigorosamente a microfoni spenti – non nega un po’ di delusione perche’ qualcosa in piu’ potesse essere fatto. In Cdm, riferisce chi c’era, si e’ discusso a lungo di alcune norme. Quelle sulle farmacie, spiega ad esempio una fonte ministeriale, ”sono cambiate due o tre volte”. Secondo altre fonti vi sarebbe stata anche qualche piccola tensione, generata dal fatto che diversi ministri, pur avendo competenza, non hanno ricevuto il testo definitivo del provvedimento fino al Cdm. Per questo si e’ proceduto ”articolo per articolo”. E, nonostante cio’, una stesura definitiva ancora non c’e’. Come dimostra il fatto che non e’ stato diffuso il consueto comunicato stampa finale.

Forte con i deboli, debole con i forti. Il governo valuterà nel Consiglio dei ministri di domani le proposte avanzate dai sindacati dei tassisti nell’incontro di oggi a Palazzo Chigi, alcune delle quali ritenute “ragionevoli”. E’ quanto si legge nel comunicato diffuso dalla Presidenza del Consiglio.
“Si è svolto stamane a Palazzo Chigi – riferisce la nota – il previsto incontro tra la Presidenza del Consiglio e le rappresentanze sindacali dei tassisti. Dopo aver illustrato la posizione del governo in tema di liberalizzazioni del settore, il segretario generale Manlio Strano e i rappresentanti sindacali si sono confrontati sulle proposte di modifiche consegnate ieri sera alla Presidenza del Consiglio. Al termine dell’incontro il segretario generale ha assicurato che le proposte avanzate dai sindacati (alcune delle quali indubbiamente ragionevoli) saranno valutate e discusse collegialmente dal governo nel Consiglio dei ministri di domani”.
Dopo il vertice a Palazzo Chigi Loreno Bittarelli, presidente Uritaxi, ha incontrato la folta rappresentanza di tassisti riuniti al Circo Massimo. “Ritornate a lavorare – ha detto -. E’ questo il mio consiglio. In caso contrario non saremo ascoltati dal governo e ci beccheremo le denunce da tutti quanti”. L’invito non è piaciuto ad un folto gruppo di manifestanti che si sono allontanati al grido ‘andiamo tutti a Palazzo Chigi’. Urla e grida hanno accompagnato la protesta, sono anche scoppiati petardi e fumogeni rosa. “Il servizio va ripreso – ha aggiunto Bittarelli – questo è il mio pensiero, ma ognuno è libero di andare dove vuole. Ma vi suggerisco di calmarvi, perché il vostro atteggiamento serve solo ad inasprire la situazione”. .
Faib Confesercenti e Fegica Cisl hanno dichiarato ”l’immediato stato di agitazione e la chiusura per sciopero degli impianti stradali ed autostradali di 10 giorni”. Le date “saranno indicate e rese note se e non appena le bozze di decreto circolate in queste ore dovessero trovare conferma”.
Alla fine il governo, spiegano in una nota congiunta Faib Confesercenti e Fegica Cisl, ”fa retromarcia su tutta la linea di fronte alla potente lobby dei petrolieri, i cui privilegi non vengono neanche scalfiti ma persino rafforzati dalle misure che sono in procinto di essere varate. Nessun impianto ‘multimarca’, così come anche l’Antitrust aveva recentemente chiesto”.
Nessuna libertà, rilevano, ”per i gestori di rifornirsi sul libero mercato alle condizioni più convenienti per poter dare agli automobilisti italiani prezzi più bassi dei carburanti. Automobilisti che, insieme ai gestori, sono i veri gabbati dalla solita politica degli annunci”.
Il governo, aggiungono Faib e Fegica, ”si limita a gettare fumo negli occhi dell’opinione pubblica ‘liberando’ solo chi è già libero, cioè i proprietari: alla fine il provvedimento non riguarda più di 500 impianti su 25.000. Per il resto, il controllo dei petrolieri sull’intera filiera, ‘dalla culla alla tomba’, che consente loro di mantenere in Italia i prezzi più alti d’Europa, viene completato definitivamente con un regalo inaspettato: ogni compagnia potrà fissare le condizioni contrattuali che vuole, con ogni singolo benzinaio, senza nessuna tutela, nessuna contrattazione, nessuna mediazione collettiva”.
Il risultato finale, sottolineano Faib e Fegica, ”è che il governo consegna al nostro Paese una distribuzione carburanti ancora più ingessata, difendendo e rafforzando gli interessi e le rendite di posizione dei monopolisti, ingannando gli automobilisti che sono condannati a pagare prezzi sempre più alti”.

Quarto giorno di protesta degli autotrasportatori in Sicilia, messa ormai in ginocchio dallo sciopero dei ‘padronicni’ che da lunedì hanno bloccato l’isola.
Ormai molti distributori di benzina sono chiusi perché sono terminate le scorte di carburante, mentre nei supermercati scarseggiano le scorte alimentari, come acqua e latte. Autotrasportatori, ma anche agricoltori e pescatori presidiano strade, porti e tangenziali, rallentano la circolazione per distribuire volantini e impediscono i rifornimenti a grandi magazzini, industrie, distributori di benzina. Ai pescatori di alcune marinerie, come Catania e Santa Flavia, ieri si sono aggiunti gruppi di artigiani e commercianti mentre gli studenti hanno organizzato manifestazioni di solidarietà domani.
In questo contesto arriva la denuncia degli industriali. “Noi abbiamo evidenze che in molte manifestazioni nei blocchi che stanno creando tante difficoltà in Sicilia erano presenti esponenti riconducibili a Cosa Nostra”, ha detto ai microfoni di ‘Start’ il presidente di Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello. Per Lo Bello, comunque, “questo non significa che la mafia sia dietro le manifestazioni, ma siamo preoccupati che un disagio reale della gente dell’Isola sia cavalcato da personaggi senza credibilità e dal dubbio passato, da infiltrazioni della criminalità organizzata e da altri fenomeni che finiranno solo per aumentare un ribellismo generico che non risolverà alcun problema”.
Il governatore siciliano Raffaele Lombardo ha convocato per questa mattina un incontro a Palazzo d’Orleans con i nove prefetti dell’isola e i rappresentanti dell’Aias, dei ‘Forconi’ e dei pescatori. “La Regione è pronta a fare la propria parte. Abbiamo chiesto un confronto per iscritto a Monti, perché la gran parte delle rivendicazioni dei manifestanti non sono di nostra competenza”, ha detto il presidente della Regione siciliana esprimendo poi l’auspicio ”che i blocchi siano rimossi, perché ritengo che adesso a pagare i disagi siano le famiglie e i produttori”. Quanto alle accuse di infiltrazioni mafiose? “Non sta a me appurare eventuali infiltrazioni mafiose nella manifestazione che da giorni sta interessando la Sicilia. Lo verificheranno le forze dell’ordine e i magistrati”, ha osservato.
Le risposte di Lombardo soddisfano in parte le ragioni della protesta. Dopo il vertice a Palermo, infatti, le posizioni di autotrasportatori da un lato ed agricoltori e pescatori dall’altro divergono. I primi, infatti, vorrebbero concludere il fermo domani alla mezzanotte, come previsto inizialmente, i secondi invece chiedono di proseguire ad oltranza. “Noi siamo disponibili a fermare la protesta nell’attesa di avere risposte”, dice Luigi Cozza, componente del Comitato della Consulta regionale per l’autotrasporto. “La prossima settimana – aggiunge – Lombardo ci ha assicurato che porterà le nostre richieste all’attenzione del Governo Monti. Ci riteniamo parzialmente soddisfatti. Mi auguro che anche agricoltori e pescatori siano ragionevoli e decidano di fermare la protesta domani, come previsto”.
Sulla questione autotrasporto è intervenuto anche il governo. Oggi, il sottosegretario ai Trasporti, Guido Improta, in Aula alla Camera, ha risposto a un’interpellanza urgente: ”Il governo è al lavoro fin dal suo insediamento per mettere in campo misure che vadano incontro alla categoria degli autotrasportatori, a breve saranno formalizzati nuovi provvedimenti per il settore”. La situazione siciliana desta ovviamente molta preoccupazione, ha spiegato Improta, ”soprattutto in considerazione degli allarmi lanciati dal procuratore Messineo, dalla Confindustria e dalla Regione Sicilia. Il governo, da parte sua, non è fermo. Nei primi provvedimenti utili, inseriremo nuove norme a favore dell’autotrasporto. Ci siamo mossi innanzitutto sulla questione degli aumenti del
costo del gasolio e delle accise”.
Prosegue lo sciopero degli autotrasportatori in Sicilia. A causa del blocco dei ‘padroncini’ ai caselli autostradali, ma anche lungo le arterie delle statali, iniziano a scarseggiare le scorte di viveri nei supermercati e la benzina. Anche questa mattina lunghe code ai distributori di benzina con automobilisti inferociti. Gli autotrasportatori hanno annunciato che la protesta proseguirà almeno fino a venerdì, 20 gennaio.
Lo sciopero è stato proclamato dal movimento ‘Forza d’urto’, sigla che raccoglie i camionisti aderenti all’Associazione imprese autotrasportatori siciliani, dagli agricoltori, riuniti sotto la sigla ‘Movimento dei forconi’ e dai pescatori che da lunedì scorso bloccano strade, ferrovie, porti per protestare contro l’aumento del prezzo dei carburanti.
A Catania tir che trasportano beni di prima necessità come benzina, medicinali, derrate alimentari e attrezzature per scuole, ospedali e carceri sono stati scortati dalla polizia. Il servizio è stato coordinato dalla prefettura, in cui è operativa un’unità di crisi.
Nel ragusano la protesta sta creando particolari problemi a Modica dove si è concentrata la maggior parte dei manifestanti che, nella zona del polo commerciale, hanno reso difficile la circolazione. Molti negozi chiusi in segno di solidarietà alla protesta, quasi tutti chiusi i distributori di carburante. Nei supermercati della provincia cominciano a mancare le scorte di latticini, ortofrutta, acqua minerale. Sono oltre trecento i camion fermi ai bordi delle strade.
Il blocco dei tir non sta invece provocando caos nel territorio di Agrigento, ”dove gli unici disagi interessano i molti automobilisti in coda presso i pochi distributori di benzina che non hanno ancora esaurito le scorte – afferma il sindaco Marco Zambuto – Lo svolgimento della protesta è sotto controllo e costantemente monitorato dagli organi di sicurezza che hanno mobilitato tutti gli uomini per assicurare l’adeguata assistenza alla cittadinanza”.
Sul blocco è intervenuto oggi anche il presidente della provincia regionale di Palermo, Giovanni Avanti. ”Non si possono ignorare le ragioni di una protesta contro una situazione che può compromettere l’attività di un comparto essenziale quale quello dei trasporti – dice Avanti – Il rincaro delle tariffe autostradali e ancor di più quello del gasolio incide pesantemente su più versanti della nostra economia quali l’agricoltura e la pesca già duramente provati dalla crisi economica. Per questo motivo convocherò per martedì 24 gennaio la conferenza permanente dei sindaci della provincia di Palermo per analizzare i temi della vertenza e stilare un documento politico a sostegno di una protesta che deve tuttavia rientrare nella legalità per il rispetto della vita sociale delle nostre città”.
Intanto, in un documento indirizzato al presidente del Consiglio Mario Monti e al presidente della Regione siciliana Raffaele Lombardo, i vertici regionali di Confartigianato, Confagricoltura, Confederazione italiana Agricoltori, CNA Sicilia, Casartigiani, Confapi Sicilia, Confcommercio, LegaCoop, Confesercenti Sicilia, Confcooperative, UniCoop scrivono che ”i drammatici fatti di queste ore evidenziano la gravità della crisi economica in Sicilia e la totale assenza, fino ad oggi, di provvedimenti incisivi da parte del governi nazionale e regionale: ciò ha portato alla esplosione di proteste esasperate, con forme di lotta che stanno causando ulteriori danni all’economia e ai cittadini siciliani. Le ragioni delle imprese – avvertono – rischiano di essere strumentalizzate dalla peggiore politica e di sfociare in un ribellismo inconcludente aperto anche alle infiltrazioni della criminalità, organizzata e non”.

La crisi inizia a far sentire i suoi effetti sul mercato del lavoro dell’area euro. «Le condizioni nei mercati del lavoro – sottolinea la Bce nel suo bollettino mensile – si stanno deteriorando. La crescita dell’occupazione è divenuta negativa e il tasso di disoccupazione ha iniziato a salire leggermente. I dati delle indagini anticipano un ulteriore indebolimento». Nel terzo trimestre, rileva la Bce nel bollettino di gennaio, «l’occupazione è diminuita dello 0,1% sul periodo precedente, dopo tre trimestri di crescita positiva. Al tempo stesso, le ore lavorate sono aumentate dello 0,1%».
Per i Paesi dell’area euro, osserva la Banca centrale europea nell’editoriale dell’ultimo bollettino mensile, «le prospettive economiche restano soggette a elevata incertezza e considerevoli rischi al ribasso. In tali circostanze le pressioni su costi, salari e prezzi nell’area euro dovrebbero rimanere modeste e i tassi di inflazione dovrebbero seguire un profilo coerente con la stabilità dei prezzi nell’orizzonte rilevante per la politica monetaria». L’inflazione nell’area dell’euro «si manterrà probabilmente su livelli superiori al 2% per diversi mesi a venire, prima di scendere al di sotto di tale valore» scrive la Bce.
Non mancano tuttavia «timidi segnali di una stabilizzazione dell’attività economica su livelli modesti». Nel corso del 2012 «l’attività economica dell’area dell’euro dovrebbe registrare una ripresa, seppure molto graduale, favorita dall’andamento della domanda mondiale, dai tassi di interesse a breve termine assai contenuti e da tutte le misure intraprese per sostenere il funzionamento del settore finanziario».
«La solidità dei bilanci bancari, sostenuta dal rafforzamento delle posizioni patrimoniali (sulla base delle raccomandazioni Eba ndr.) sarà un fattore chiave per agevolare un’adeguata offerta di credito all’economia nel corso del tempo» ribadisce la Bce aggiungendo che è essenziale che «i piani di ricapitalizzazione delle banche siano attuati senza produrre andamenti sfavorevoli per il finanziamento dell’attività economica nell’area dell’euro». Insomma, come ha più volte ribadito il presidente Mario Draghi, bisogna evitare che le sacrosante operazioni di rafforzamento patrimoniale con comportino una stretta al credito.
Finora non si è veriticato il temuto «credit crunch» anche se c’è stato un certo rallentamento dei crediti. La Bce rileva che il tasso di crescita sui dodici mesi dei prestiti al settore privato, corretto per le cessioni e le cartolarizzazioni, è sceso all’1,9 per cento in novembre, dal 3% di ottobre. I tassi di incremento sui dodici mesi dei prestiti alle società non finanziarie e alle famiglie, corretti per le cessioni e le cartolarizzazioni, si sono entrambi ridotti in novembre, portandosi rispettivamente all’1,8 e al 2,3 per cento.
Nel complesso, malgrado il rallentamento dei prestiti, i dati non suggeriscono finora che le maggiori tensioni sui mercati finanziari abbiano determinato una consistente riduzione del credito nell’insieme dell’area dell’euro nel periodo fino a novembre. Al tempo stesso, dato il ritardo con cui si possono manifestare gli effetti sull’offerta di credito, sarà necessario esaminare con attenzione gli andamenti creditizi nel prossimo periodo.
Tornando al settore bancario, nel bollettino la Bce si dice convinta che «l’offerta di liquidità e le modalità di aggiudicazione degli importi nelle operazioni di rifinanziamento dell’Eurosistema (le maxi aste a 36 mesi ndr.) continueranno a sostenere le banche dell’area euro e, quindi, il credito all’economia reale. L’ampio ricorso alla prima operazione di rifinanziamento a tre anni – si legge nel bollettino – indica che le misure non convenzionali di politica monetaria della Bce forniscono un notevole contributo al miglioramento della situazione delle banche dal lato della provvista, con ricadute positive per le condizioni di finanziamento e il clima di fiducia».

Crisi. Profondo rosso per l’economia italiana nel prossimo biennio. Sullo sfondo una ripresa globale in stallo, frenata soprattutto dalla crisi di Eurolandia, l’Italia si prepara ad andare incontro a due anni di recessione nel 2012 e nel 2013. La doccia fredda arriva dal Fondo Monetario Internazionale che nel rimettere mano come di consueto alle proprie previsioni ha dato una generale sforbiciata alle stime di crescita di tutto il mondo.
Nell’ultimo aggiornamento al World Economic Outlook che l’Ansa è in grado di anticipare prima della sua diffusione ufficiale martedì prossimo, il Fmi individua nell’area dell’euro il principale malato che contagia e fa vacillare un pò tutte le economie internazionali. «La ripresa globale è minacciata dalle crescenti tensioni nell’area dell’euro», considerata come la «principale ragione» del deterioramento delle prospettive economiche.
E ad essa si affiancano e si intrecciano «le fragilità finanziarie altrove». Il Fondo avverte dunque che i rischi al ribasso hanno subito un’escalation.
Così gli economisti di Washington sono stati costretti a dare un taglio netto a tutte le statistiche e questo in gran parte perchè «ci si aspetta che l’economia dell’euro area finirà in una lieve recessione nel 2012».
E ciò come risultato del rialzo dei rendimenti dei titoli di stato, della diminuzione del credito bancario all’economia reale e dell’impatto delle nuove misure di consolidamento fiscale. I numeri del resto parlano chiaro. La crescita mondiale sarà di appena il 3,3% quest’anno e del 4% il prossimo, con una revisione al ribasso, rispettivamente, di 0,7 e 0,5 punti percentuali. Per tutta l’area della moneta unica, invece, è atteso un calo del Pil pari allo 0,5% nel 2012, con una revisione al ribasso di 1,6 punti percentuali. La crescita tornerà invece nel 2013, ma sarà di appena lo 0,8%.
Ben peggiore sarà però la situazione italiana. Per quest’anno la contrazione del Pil supererà addirittura il 2% attestandosi al 2,2%, con un taglio di ben 2 punti e mezzo rispetto alle stime di settembre scorso. E il segno più non riuscirà a tornare nemmeno nel 2013, quando il Pil subirà un calo dello 0,3%.
La frenata non risparmierà peraltro neppure il gruppo degli emergenti, che negli ultimi tempi ha rappresentato il vero motore dell’economia globale. «Anche la crescita dei paesi emergenti e in via di sviluppo – si legge infatti nel documento del Fmi – rallenterà a causa del peggioramento dell’ambiente economico esterno e dell’indebolimento della domanda interna».
Il Fondo suggerisce quindi alcuni «requisiti essenziali» per far fronte alla difficile situazione attuale. «La più immediata sfida politica – afferma – è di ristabilire la fiducia e di mettere fine alla crisi dell’area euro sostenendo la crescita», garantendo al tempo stesso aggiustamenti di bilancio sostenibili, il contenimento della restrizione del credito bancario e fornendo più liquidità, grazie anche ad una politica monetaria più accomodante.

«Con circa quattro addetti, l’Italia si colloca col Portogallo, al penultimo posto nella graduatoria Ue27 per dimensione media di impresa. In ambito nazionale, la dimensione media delle imprese è più bassa nel Mezzogiorno». La fotografia è scattata dall’edizione 2012 del «Noi Italia», presentato questa mattina dal presidente dell’Istat, Enrico Giovannini. In Italia, aggiunge l’Istat, operano circa 64 imprese ogni mille abitanti, un valore nettamente superiore alla media europea. Tra il 2008 e il 2009 l’indicatore segnala una lieve riduzione, in conseguenza della distruzione netta di attività determinata dalla crisi. Nel 2009 in Italia il tasso di imprenditorialità – calcolato come rapporto tra numero di lavoratori indipendenti e totale dei lavoratori delle imprese – è di poco inferiore al 32%.
La propensione all’imprenditorialità risulta elevata in tutte le ripartizioni geografiche, con valori nettamente superiori alla media europea. Il turnover lordo delle imprese, che fornisce una misura del grado di dinamicità di un sistema economico, si legge ancora nel rapporto Istat,in Italia è pari al 14,9%. I valori sono molto diversificati a livello regionale: una maggiore instabilità si riscontra nel Mezzogiorno, mentre il Nord-est si caratterizza per una minore nati-mortalità delle imprese. Nel 2009 il livello di competitività delle imprese italiane si attesta a 112,5 euro di valore aggiunto ogni 100 euro di costo del lavoro, in calo rispetto all’anno precedente. La diminuzione è maggiore nel Nord-est e più contenuta per le imprese del Centro. Nel confronto europeo, l’Italia, si posiziona nella parte bassa della graduatoria. La struttura produttiva dell’economia italiana appare altamente diversificata a livello di macro aree regionali. Nel Mezzogiorno prevalgono le micro imprese, sia di servizi, sia dell’industria; nel Nord-ovest predomina la grande industria; nel Nord-est le piccole e medie imprese dell’industria; nel Centro le grandi imprese dei servizi.

S’impennano i tassi per chi va in rosso e superano di slancio il 16% medio, quasi due punti in più rispetto a un anno fa. Mentre salgono ancora, qua e là, i costi dei conti correnti, già rincarati in media del 2,9% lo scorso gennaio sui 12 mesi precedenti.
Rispetto al febbraio 2011 la spesa annua per un deposito bancario-tipo per una famiglia con media operatività è aumentata del 3,2%, toccando i 136,65 euro, con un’inflazione 2011 ferma al 2,7%. In compenso, però, diverse banche, come Unicredit, Bpm e Bnl (che l’aveva introdotta, ma alla fine non l’ha mai applicata), hanno deciso di abolire l’odiata commissione per il prelievo di contante allo sportello, sulla quale nei mesi scorsi si erano mossi l’Antitrust e il Garante dei prezzi. È del resto atteso entro l’estate l’esito della seconda indagine sui costi e sulla mobilità dei conti correnti, avviata dall’Autorità generale per la concorrenza anche in risposta alle proteste su questo tema: le banche stanno rispondendo ai questionari.
Inizia così, con due novità negative e una positiva per i risparmiatori, il 2012 degli istituti di credito, quello che Massimo Macchitella, responsabile marketing famiglie di Unicredit, prevede come «un anno paragonabile al 2011, dove il rapporto con i clienti risente del contesto generale». La situazione finanziaria internazionale difficile e la stretta patrimoniale imposta dall’Eba, l’autorità di vigilanza europea, prospetta per le banche un altro anno difficile. Probabilmente lo sarà anche per i loro clienti, anche se Marco Siracusano, a capo del marketing privati di Intesa Sanpaolo, vede il bicchiere mezzo pieno: «Sarà un altro anno impegnativo, ma il senso di preoccupazione può rafforzare la nostra relazione con il cliente, com’è successo nel 2011».

La forbice dei tassi. Dall’analisi dei costi dei conti correnti nel panel di Corriere Economia (vedi tabelle commissioni e conto-tipo), emerge un quadro grigio su tassi e costi. Il denaro costa sempre più caro ai cittadini. L’interesse richiesto a chi sconfina extra fido (ma spesso anche entro fido) è in media ormai del 16,26%, quasi due punti in più rispetto al 14,60% del maggio 2011, con picchi come il 18,11% in Intesa Sanpaolo (conto Facile), il 17,66% in Unicredit (conto Supergenius, era al 13,54% l’omologo Genius Ricaricabile un anno fa) e il 17,54% di quella Popolare di Milano alla cui guida è stato nominato la settimana scorsa Piero Montani (oltre un punto in più rispetto al 15,3% di febbraio). La forbice con i tassi attivi resta elevatissima: il rendimento medio dei conti per famiglie è dello 0,08%, come dire che ogni mille euro depositati si ricevono solo 64 centesimi (tolta l’imposta, scesa quest’anno dal 27% al 20%).
Continuano poi a pesare, per chi va in rosso, le voci variabilissime che hanno sostituito la commissione per il massimo scoperto: fino a 150 euro al trimestre in Unicredit, fino a 100 euro in Intesa Sanpaolo eMps, addirittura fino a 250 in Bpm. Si attendono gli effetti, entro marzo, del decreto Salva Italia, che prevede (articolo 6 della legge 214 del 22 dicembre) che queste spese extra, penalizzanti, siano sostituite da una commissione proporzionale ai costi sostenuti dalla banca per la messa a disposizione del denaro. Una norma per compensare la spinta ad aprire il conto corrente, per pensionati e dipendenti pubblici, dopo il divieto, nel «Salva Italia», di ricevere in contanti pagamenti dall’amministrazione pubblica oltre i mille euro.
Le spese dei depositi
Quanto ai costi, in questi giorni sta per arrivare nelle case l’estratto conto di fine anno, con il «cartellino del prezzo finale» del conto corrente (l’Isc, l’Indicatore sintetico di costo annuo). Va controllato. A titolo indicativo: un conto standard per i pensionati che usano poco la banca costa in media oggi 72,31 euro (+0,9% rispetto al febbraio 2011), mentre quello per i pensionati con media operatività è salito a 109,81 euro (+0,9%). Forse ora i costi per i pensionati scenderanno, visto che molte banche (come Bnl) stanno lanciando conti a zero spese, per consentire l’accredito della pensione. Si vedrà.
Ma sono le famiglie con operatività media, i clienti tradizionali insomma, a pagare di più il conto corrente: 136,65 euro all’anno l’Isc medio di gennaio, +3,2% rispetto ai 132,45 euro di un anno fa. Per le famiglie che usano molto la banca la spesa è invece di 122,92 euro all’anno (+1,8%) e per quelle con scarsa operatività di 95,52 euro (-0,9%, l’unico calo). Costa infine 78,64 euro (+3,8%) il conto-tipo per i giovani, il target emergente delle banche, seguito da istituti come Intesa Sanpaolo e Bpm. Nel ventaglio d’offerta si conferma la convenienza delle Poste (72,74 euro il conto BancoPosta Più per le famiglie con media operatività, la metà rispetto al mercato), seguite da Intesa Sanpaolo (94,8 euro, in promozione per tutto il 2012). Le più costose: Bpm con Flexiconto (207,42 euro, era a 191,42 euro un anno fa) e Ubi Banca con Duetto Basic (117,62 euro). Fra chi ha alzato più voci di spesa c’è Unicredit («Periodico adeguamento dei costi», dice l’istituto, sottolineando: «A un comportamento virtuoso del cliente, come l’accredito dello stipendio, corrisponde un vantaggio in termine di costi») che nel nuovo conto Supergenius (a canone azzerabile) ha aumentato i bonifici e il pagamento delle utenze per cassa. Le spese che continuano a pesare, in generale, di più.
Per prelevare al Bancomat di un’altra banca si spendono infatti in media 1,66 euro (+0,6% in più rispetto al 2011), per pagare le bollette allo sportello 4,06 euro (il 6,3% in più), ma è sui bonifici la scure: 6,18 euro è il costo medio se sono per cassa, 4,41 euro se addebitati in conto e 1,04 euro via Internet (+4%).
Resta la buona novità dell’abolizione della commissione per prelevare i propri soldi allo sportello fisico, che toccava i tre euro in Unicredit e Bnl (l’unica che la applica nel nostro panel è ora Ubi, un euro). «Il nostro obiettivo non era fare rincari, ma incentivare l’uso del Bancomat – dice Macchitella di Unicredit -. Ma i tempi non erano maturi. Il momento è difficile per le banche, ma mai come adesso è stato evidente che la tutela del patrimonio rappresentato dai propri clienti e la necessità di acquisirne di nuovi è un tema cruciale».

Sui nuovi prestiti i maxi-spread annullano i mini-tassi. La tempesta finanziaria non è un dramma per tutti: non solo sta solo arricchendo gli speculatori, ma aiuta anche le famiglie che stanno ripagando un mutuo a tasso variabile (vedi tabella).
Gli effetti. Il taglio di 25 centesimi del costo del denaro deciso dalla Bce giovedì scorso dovrebbe portare, a seconda del tasso a cui viene effettuato l’ammortamento del mutuo indicizzato e della durata residua, a una riduzione della rata mensile tra i 10 e i 20 euro su un debito attuale da 100 mila euro.
Il ricorso al condizionale è dovuto al fatto che la diminuzione dell’esborso sarà automatica solo per i pochi prestiti parametrati al tasso Bce, mentre la maggior parte è indicizzata all’Euribor. Giovedì il fixing, che ha preceduto l’annuncio a sorpresa dato a Francoforte, era di 1,38% per la durata mensile e di 1,60% per il trimestrale. Venerdì i valori sono scesi rispettivamente a 1,26% e a 1,51%, recependo quindi solo in maniera parziale il taglio della Bce (-12 e -9 centesimi).
La riduzione della rata per chi ha scelto a suo tempo il tasso variabile arriva al termine di un anno che ha visto, contrariamente alle previsioni fosche della vigilia, un incremento solo lieve degli interessi. Nella tabelle presentiamo la simulazione dell’andamento di un prestito da 100 mila euro a tasso variabile acceso alla fine del 2007, poco prima del precedente tsunami dei mercati, ed indicizzato all’Euribor trimestrale +1,5%. A 20 anni dalla prima rata di 727 euro si è passati al top di 771 euro registrato a fine 2008 per scendere a inizio gennaio 2012, se l’Euribor registrerà una diminuzione di 25 centesimi, a 477 euro. Ovvero 250 euro in meno rispetto a quattro fa. A 30 anni si passa da 612 euro della prima rata a 344 del prossimo gennaio; la riduzione rispetto all’avvio del prestito è di 268 euro.

Confrontando questi due mutui con due finanziamenti a tasso fisso accesi al 6% (valore standard a fine 2007) si ricava che chi ha scelto il variabile a inizio gennaio 2012 avrà risparmiato oltre 9.000 euro rispetto al fisso, sia a 20 che a 30 anni.

Brutte sorprese. In teoria della riduzione dei tassi dovrebbe avvantaggiarsi anche chi il mutuo lo sta per chiedere; ai valori attuali una discesa di 25 centesimi porta a una riduzione della rata iniziale di 13 euro su 100 mila finanziati a 20 anni. Nella pratica bisogna confrontarsi con la politica delle banche, che stanno drasticamente riducendo l’accesso al credito e che hanno rialzato, come abbiamo già documentato nelle scorse settimane, gli spread, sia sui finanziamenti variabili sia su quelli fissi. Anche i prodotti offerti a tassi più vantaggiosi oggi partono da spread superiori al 2% e ci sono istituti che arrivano al 3%.
Le scelte sui tassi sono solo una parte del problema: gli istituti stanno anche drasticamente abbassando la percentuale di finanziamento rispetto al valore dell’immobile, mosse dalla previsione, fondata o meno che sia, di una caduta del mercato residenziale e quindi di un deprezzamento dei beni ipotecati.
Stando alle ultime stime due terzi delle domande di mutuo si indirizzano sul variabile e il trend presumibilmente si accentuerà nelle prossime settimane. L’Euribor dovrebbe ancora scendere nei prossimi mesi: i future sul valore del trimestrale scommettono su un livello dell’ 1% entro settembre 2012, bisogna però rilevare che, con gli spread attuali, una risalita dei tassi nei prossimi anni potrebbe avere conseguenze pesanti sulla sostenibilità delle rate.
L’Eurirs, il tasso che parametra i prestiti fissi, attualmente è sceso sotto il 3%: significa che se si hanno buoni requisiti di solvibilità è possibile trovare finanziamenti attorno al 5% che forse non faranno risparmiare sul lungo periodo ma permettono con un esborso ragionevolmente contenuto di guadagnare in tranquillità.

Un tavolo che nei corridoi di palazzo Chigi viene definito scherzosamente “filosofico”, introdotto dal premier Mario Monti. E, subito dopo, due tavoli operativi sulla riforma del mercato del lavoro e sulla crescita. Il primo con il ministro Elsa Fornero, il secondo con il titolare delle attività produttive, Corrado Passera. E’ lo schema con cui si svolgerà lunedì la trattativa tra governo e parti sociali. Sul mercato del lavoro i sondaggi delle ultime ore inducono a un certo ottimismo.
Si sarebbe insomma trovato un terreno di comune discussione tra sindacati, ministri e imprenditori intorno al disegno di legge di riforma suggerito due anni fa dagli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi. L’intendimento di Fornero sarebbe di arrivare a febbraio al varo del provvedimento. Esclusa l’ipotesi del decreto, più probabile che si vada verso il disegno di legge o il disegno di legge delega.
La filosofia è quella annunciata ieri da Mario Monti: “Dovremo ridurre la frammentazione dei contratti e far andare di pari passo la riforma del mercato del lavoro con quella degli ammortizzatori sociali”. Poche parole per dare il via libera al contratto unico di apprendistato e all’introduzione del reddito di disoccupazione, i due assi della riforma Fornero.
L’obiettivo, spiega Monti, è quello di creare “una maggiore mobilità che protegga il lavoratore ma non renda sclerotico il mercato del lavoro” per favorire l’occupazione giovanile e renderla meno precaria. Su questi presupposti si starebbe trovando una mediazione tra sindacati e industriali, con i partiti che, sia pure con qualche distinguo, non sarebbero pregiudizialmente contrari. La riforma non toccherebbe direttamente l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ma ne limiterebbe l’efficacia in alcune fasi della vita lavorativa dei dipendenti. Per la Cgil “è importante tenere insieme crescita ed equità”. Per la Cisl “è essenziale che il governo arrivi al tavolo con la disponibilità a contrattare davvero”.
Ma i tempi stringono ed è plausibile che i margini di trattativa non saranno molto ampi. Lunedì, subito dopo aver aperto la riunione, Monti volerà a Bruxelles a rassicurare i partner europei sull’avvio delle riforme italiane. Ecco le linee principali del progetto.
Contratto unico. Accesso con tutele a tappe, poi niente licenziamenti L’idea è quella di sostituire con un unico contratto gli attuali 48 censiti dall’Istat. E’ la frammentazione che penalizza soprattutto donne e giovani e che porta il salario medio lordo di un lavoratore italiano il 32% sotto la media dei Paesi dell’area euro. Nascerà per questo il Cui, contratto unico di ingresso. Avrà due fasi: una di ingresso, che potrà durare, a seconda dei tipi di lavoro, fino a tre anni. E una seconda fase di stabilità, in cui il lavoratore godrà di tutte le tutele che oggi sono riservate ai contratti a tempo indeterminato.
Durante la fase di ingresso, in caso di licenziamento con motivazioni che non siano di tipo disciplinare (“giusta causa”), il datore di lavoro non avrà l’obbligo di reintegrare il dipendente ma potrà risarcirlo in pagando una specie di penale pari alla paga di cinque giorni lavorativi per ogni mese lavorato. In caso di una fase di ingresso di tre anni, il licenziamento dovrà essere risarcito con sei mesi di mensilità.
Già oggi, durante il periodo di prova, non si applica la l’articolo 18 sui licenziamenti. La riforma prevede che il periodo di prova si possa allungare fino a tre anni e in cambio concede che il contratto di ingresso si trasformi automaticamente, al termine della prova, a tempo indeterminato. L’automatismo evita al lavoratore il succedersi di decine di minicontratti precari. Le imprese dopo tre anni possono licenziare il dipendente con un risarcimento senza essere costrette ad assumerlo. 
Per i contratti a termine salario sopra i 25mila euro
Oggi sono una prassi diffusa nelle aziende che possono così assumere senza prendersi impegni particolari nei confronti dei dipendenti. La riforma li renderà invece una specie di lusso, un modo per remunerare professionisti e personale specializzato. Uno studio del Collegio Carlo Alberto di Torino, di cui Garibaldi è direttore, mette in evidenza che nel 2008 il 96% dei dipendenti italiani a tempo determinato guadagnava meno di 35 mila euro lordi all’anno. Una retribuzione per mansioni medio basse.
Con il provvedimento allo studio invece sarà impossibile assumere a tempo determinato dipendenti per i quali viene corrisposto un salario inferiore ai 25 mila euro lordi annui (o proporzionalmente inferiore se la prestazione dura meno di dodici mesi). Naturalmente faranno eccezione i lavori tipicamente stagionali (come quelli agricoli o alcuni nelle località turistiche).
Verrà messo un tetto anche ai contratti a progetto e di lavoro autonomo continuativo che rappresentino più di due terzi del reddito di un lavoratore con la stessa azienda. Se questi contratti avranno una paga annua lorda inferiore ai 30 mila euro, saranno trasformati automaticamente in Cui. La riforma dovrebbe anche prevedere l’introduzione di un salario minimo legale stabilito da un accordo tra le parti sociali. Se non si trovasse l’accordo, il salario minimo dovrà essere fissato dal Cnel.
Verso il reddito minimo, ma si cerca la copertura
Oggi sono di tre tipi: cassa integrazione ordinaria, cassa straordinaria e mobilità. L’obiettivo è quello di semplificare e tornare alle origini: con la cassa integrazione ordinaria che interviene solo per far fronte alle crisi cicliche e temporanee dei settori.
Per le crisi strutturali e il sostegno a chi ha perso il lavoro dovrebbe invece intervenire il reddito minimo di disoccupazione. Una misura che esiste in molti Paesi occidentali ma che è costosa. Soprattutto in fasi economiche, come l’attuale, in cui la ristrutturazione delle aziende lascia senza lavoro quote crescenti di lavoratori dipendenti. Ieri Monti ha invitato a far procedere “di pari passo” la riforma degli ammortizzatori sociali con quella dei contratti di lavoro.
Non sarà facile. Con poche risorse a disposizione e con l’inasprimento dei requisiti per maturare il diritto alla pensione, sarà già difficile utilizzare strumenti come la mobilità lunga, oggi ampiamente sfruttati dalle aziende per ristrutturare scaricando almeno una parte dei costi sull’Inps. E’ comunque probabile che il passaggio dalla mobilità al reddito minimo di disoccupazione avvenga in modo graduale nel tempo risolvendo contemporaneamente il problema dei molti che oggi si trovano in mezzo al guado, con una mobilità lunga calcolata per approdare a un’età pensionabile a sua volta allontanata dalla nuova riforma previdenziale.
Ogni Paese ha la sua soglia per garantire i più deboli
In Italia non esiste un salario minimo, come invece si vorrebbe introdurre con la proposta di riforma del lavoro di Boeri e Garibaldi. Il salario minimo è contrattato a livello di categoria o di azienda ed è quindi molto variabile. Ma esistono aree, come quelle dei precari che lavorano a progetto, in cui del salario minimo non c’è traccia. Non è così all’estero dove gli Stati stabiliscono per legge qual è la paga oraria minima che un datore di lavoro può corrispondere.
In genere si tratta di soglie che vengono rivalutate annualmente agganciandole all’andamento dell’inflazione o alla dinamica del Pil. L’obiettivo è comunque quello di stabilire un livello sotto il quale non è consentito andare per far si che tutti i lavoratori abbiano una paga in grado di mantenere una famiglia in condizioni dignitose.
Ogni paese ha fissato quella soglia, a seconda del suo livello di vita e dell’importanza che una nazione annette alla protezione sociale della fasce più deboli della società. Così in Francia il salario minimo è di circa 1.350 euro lordi mensili mentre in Spagna è di circa la metà, 600 euro lordi mensili. Molto basso il salario minimo brasiliano, l’equivalente di 237 euro lordi mensili. Il salario minimo è cinque volte più alto in Inghilterra: 960 sterline, equivalenti a 1.150 euro. 

Economia mondiale in crisi. “Domani ci sarà un nuovo incontro. Per ora non ci sono rassicurazioni certe per la categoria”. Così il presidente di Uritaxi-3570 Loreno Bittarelli al termine dell’incontro con il governo sul tema delle liberalizzazioni dei taxi. “Dal governo – spiega – abbiamo avuto una disponibilità al confronto. Domani porteremo un nostro documento. Abbiamo visto il decreto nella parte che ci riguarda e ci sono molte cose da contestare”. In merito allo sciopero convocato per il 23 gennaio, Bittarelli ha detto: “è confermato e domani, dopo l’assemblea al Circo Massimo, si deciderà”.

Un incontro accompagnato, fuori Palazzo Chigi, da un presidio dei conducenti delle auto bianche che hanno lanciato cori contro il Governo Monti, fischi al passaggio di taxi guidati da colleghi in servizio e anche alcuni petardi in via del Corso. “Non siamo disposti a nessun compromesso, le licenze non si toccano “, ripetono i tassisti arrivati anche da Napoli.
A causa del presidio sono state chiuse due strade che costeggiano il Circo Massimo e via del Corso. Deviato temporaneamente anche il servizio di trasporto pubblico in via del Corso.
”Invito la questura di Roma alla massima fermezza. La maggior parte dei tassisti che stanno facendo disordini nella capitale non è romana. Vengono da altre parti d’Italia, dal Meridione”, ha dichiarato il sindaco di Roma Gianni Alemanno, commentando i disordini. ”Non è accettabile che le manifestazioni che si svolgono nella capitale non siano autorizzate- ha aggiunto il sindaco – Sono inoltre immotivate. Soprattutto adesso che è in corso l’incontro con il governo”.

Anche i benzinai sul piede di guerra dopo le ipotesi di liberalizzazione della rete carburanti. Figisc e Anisa Confcommercio, infatti, hanno proclamato uno sciopero nazionale su tutta la rete stradale ed autostradale di 7 giorni.
”Le modalità e le date precise saranno decise dagli organi dirigenti delle due Federazioni nei prossimi giorni anche alla luce dei provvedimenti che il Governo assumerà nel prossimo Consiglio dei ministri ma sin d’ora sia chiaro che si tratterà di una chiusura prolungata: sette giornate di chiusura degli impianti” annunciano Luca Squeri, il presidente nazionale della Figisc, la federazione che riunisce i benzinai della rete ordinaria, e Stefano Cantarelli, presidente nazionale della Anisa, che associa i gestori delle aree di servizio autostradali.
”La posta in gioco -aggiungono- è talmente importante da non consentire incertezze di sorta: ne va davvero dell’esistenza della categoria”
“La scelta di intervenire sull’esclusiva di fornitura nella rete carburanti -sottolineano Squeri e Cantarelli- non produrrà alcun effetto sui prezzi, ma otterrà il risultato di far espellere i gestori dalla rete alla scadenza dei loro contratti e di far rendere loro dalle aziende petrolifere e dai retisti convenzionati la vita ancor più impossibile fin da subito. Non solo, perché la norma che autorizza gli impianti a funzionare 24 ore su 24 solo nella modalità self service senza più la presenza dell’operatore e’ un altro grossissimo chiodo piantato sulla bara della categoria. Insomma, ci vuole davvero coraggio a sostenere che queste siano le misure di sviluppo necessarie a far uscire dalla crisi economica il Paese”.
L’attacco contro i gestori non si può giustificare con l’obiettivo di calmierare i prezzi dei carburanti, sostiene Squeri. “Da un anno a questa parte -spiega- la responsabilità dell’aumento del prezzo della benzina è dovuta per l’80% all’aumento delle imposte deciso con le reiterate manovre sulle accise, mentre l’aumento della materia prima ha inciso per il 20%. I costi di distribuzione pesano sul prezzo finale circa per meno del 10% (poco più del 2% lo percepisce il gestore, un importo fisso qualunque sia il prezzo del prodotto), contro una quota di imposte che vale il 60% del prezzo della benzina”.
La fretta di ‘liberalizzare’ questo settore, peraltro per la quarta volta consecutiva, conclude Cantarelli, “è una mossa tutta ‘politica’ per dare una qualche risposta mediatica alle tensioni sui prezzi. Insomma, dopo avere pescato a piene mani sulla fiscalità dei carburanti (un anno fa i prezzi italiani della benzina stavano al decimo posto in Eurolandia, oggi sono al primo posto) si vuol fare intendere agli italiani di restituire loro qualcosa scagliando il pallone nella rete del sistema distributivo senza curarsi di chi se la prende direttamente in faccia”.
Contraria alla serrata l’Adoc per la quale la liberalizzazione del settore potrebbe far risparmiare 200 euro l’anno per automobilista. ”La liberalizzazione del settore carburanti è necessaria e urgente, potrebbe far risparmiare circa 200 euro l’anno ad ogni automobilista -afferma Carlo Pileri, il presidente dell’Adoc- occorre operare una separazione netta tra chi produce carburanti e chi li vende agli impianti e rendere il mercato finalmente libero, dando la possibilità ai gestori di vendere anche prodotti ‘non-oil”’.
Inoltre, aggiunge Pileri, “una volta finita l’emergenza, riteniamo sia opportuno rivedere la tassazione sui carburanti, ad oggi eccessivamente gravosa per i consumatori. Per questo non condividiamo ma, anzi, consideriamo assurdo lo sciopero prolungato di una settimana indetto dai benzinai, che potrebbe portare ad un’impennata speculativa, ed illegale, dei prezzi alla pompa a ridosso delle giornate di sciopero”. Se così fosse l’Adoc “non esiterà a denunciare ogni distributore che violerà la legge, applicando prezzi fuori mercato ai consumatori”.
Orsa sul piede di guerra contro il dl privatizzazione; proclama uno sciopero di 24 ore per tutto il personale addetto alla circolazione dei treni dalle 21 del 26 gennaio alle 21 del 27 gennaio. “Un attacco al lavoro. Questo e’ il decreto sulle liberalizzazioni che il Governo Monti portera’ in Parlamento la prossima settimana”, commenta il sindacato che si oppone duramente ad un “provvedimento che cancella il diritto dei lavoratori ad avere un contratto nazionale di riferimento ed intende mettere una pietra tombale sul Ccnl della mobilita’ che da 4 anni impegna ferrovieri, autoferrotranvieri e sindacato in una estenuante trattativa”. Una “deriva delle tutele e dei diritti”, prosegue il sindacato, alla quale i ferrovieri rispondono con 24 ore di blocco totale dei treni ” con cui riaffermare il primato della socialita’ del trasporto ed il diritto ad una mobilita’ sostenibile per tutti i cittadini italiani”. E’ giunta l’ora di una mobilitazione senza precedenti che coinvolga non solo i dipendenti di RFI o di Trenitalia, ma che sia patrimonio di tutte le maestranze del ferro, perche’ la liberalizzazione colpira’ indistintamente le capacita’ di difesa del lavoro e del salario di ognuno di noi.
‘Poveri’ gestori di stabilimenti balneari, che possono contare su un reddito annuo di soli 13.600 euro l’anno; va di poco meglio ai tassisti che dichiarano 14.200 euro, mentre i giornalai arrivano a 18.000 euro. In questa triste classifica i proprietari di farmacie sono dei veri ‘nababbi’, con 109.700 euro l’anno. La categorie che sono al centro del mirino del governo, che entro questa settimana presentera’ il pacchetto di liberalizzazioni, a guardare i dati diffusi dal dipartimento delle Finanze relativi al 2009 non se la passano molto bene.
Per gli ordini professionali gli affari non sembrano andare meglio. Unica eccezione sono i notai, che nel 2009 erano 4.370 con un reddito pro capite di 310.800 euro. A guardare le tabelle degli studi di settore si scoprono interessanti informazioni: risulta piu’ conveniente fare l’amministratore di condominio che il commercialista, visto che alla fine dell’anno il primo porta a casa 32.800 euro mentre il secondo arriva appena a 30.100 euro l’anno. Sopra si posizionano gli ingegneri con 44.600 euro, gli avvocati con 58.200 euro e i medici con 68.300 euro. Per gli psicologi va veramente male, infatti si fermano a 20.800 euro l’anno, ma peggio ancora se la passano i veterinari, con 19.200 euro.
La lista dei ‘poveri’ non si ferma qui, anzi. Secondo le tabelle del Mef i proprietari di alimentari arrivano appena a 17.100 euro l’anno, mentre i macellai toccano i 17.800 euro, gli ambulanti che vendono bibite e prodotti alimentari si fermano a 14.800 euro e i baristi a 15.800 euro. I commercianti di abbigliamento scarpe e accessori non superano la soglia della no tax area, fermandosi a 7.700 euro e i commercianti di elettrodomestici e casalinghi arrivano a 11.900 euro. Sorprende anche la dichiarazioni dei redditi dei gioiellieri, che arrivano a 16.000 euro l’anno, mentre i laboratori di analisti cliniche dichiarano 46.500 euro; ma peggio di tutti, secondo la classifica, se la passano i centri benessere che a lavorare ci rimettono 5.300 euro l’anno.
«Non c’è una soluzione alla crescita che non guardi all’occupazione, ma non c’è una risposta alla crescita che guardi solo alla riforma del mercato del lavoro», così Susanna Camusso ha spiegato il senso del documento comune di Cgil, Cisl e Uil su lavoro, crescita, equità sociale e fiscale, da presentare al governo. Una piattaforma comune di proposte su lavoro, previdenza e liberalizzazioni. La «gravità della crisi» e le «conseguenze su famiglie, giovani, lavoratori e pensionati impongono un cambiamento della politica economica del governo», affermano nel documento i primi tre sindacati italiani.

«Dopo tre anni di crisi, e con la prospettiva di un 2012 di recessione», per Cgil, Cisl e Uil, «è necessario un piano organico per dare sostegno all’ occupazione». Servono «in particolare» strumenti «rivolti ai giovani, alle donne, agli over 50 e al reimpiego dei lavoratori in cassa integrazione e ai disoccupati, valorizzando con le necessarie correzioni gli istituti esistenti che promuovono e incentivano il lavoro stabile». Vanno assicurate «le risorse per gli ammortizzatori sociali in deroga anche nel 2012», per poi arrivare successivamente «a un riordino del sistema».

D’accordo con quasi tutto che ha detto Standard & Poors, e quasi quasi avrebbe potuto scrivere lui il downgrading: «Se avessi mai dettato qualcosa, sarebbe stato quel che S&P ha detto sulla politica economica italiana, ma non avrei mai pronunciato le parole BBB», ha detto Mario Monti in un’ intervista al , di cui nuovi stralci sono stati pubblicati in serata sul sito del quotidiano. Il premier mercoledì sarà a Londra per incontri con il primo ministro David Cameron e con gli investitori della City: ma Monti sottolinea che tra i i fattori politici di rischio indicati da S&P ce ne è uno negativo: «Le istituzioni politiche europee con cui l’Italia è strettamente integrata». Il presidente del Consiglio, che afferma di essere «l’unico in Europa che non ha criticato le agenzie di rating», ricorda infatti che S&P non ha cambiato il rischio politico per l’Italia ma ha affermato invece che «l’indebolimento del clima politico a livello europeo è a un certo livello controbilanciato da una forte capacità interna italiana»

Berlino gela la richiesta di aiuto del governo di Roma per un intervento coordinato sugli alti tassi di finanziamento che frenano l’abbattimento del debito. Una proposta che Mario Monti aveva avanzato prima dalle colonne di in una lunga intervista rilasciata alla vigilia dell’incontro con Angela Merkel e poi da quelle del . « La Germania è impegnata nel risolvere la crisi del debito europea e il Cancelliere fa del suo meglio per risolvere questa crisi ma alcuni Paesi, come l’Italia, devono fare il loro lavoro» è stata la replica del capo consigliere economico di Angela Merkel Wolfgang Franz, respingendo ancora una volta l’opzione eurobond. Per Franz «l’Italia ha un’economia molto forte, quindi può aiutare se stessa, anzi deve aiutare se stessa. Io amo l’Italia, ci vado spesso – ha enfatizzato – e so che loro possono fare da soli». E mentre anche Fitch si prepara a declassare l’Italia e probabilmente altri paesi dell’eurozona, la Bce ha continuato ad acquistare titoli sul mercato secondario, un supporto valutato «tra i cento e i duecento miliardi di euro negli ultimi mesi» da Maria Cannata, direttore generale del Tesoro. La seconda scure sul rating potrebbe calare a fine mese, mentre S&P ha comunicato i singoli downgrade delle società italiane e francesi. Dalla semi-pubblica Cassa depositi e prestiti italiana, alle Poste controllate dal Tesoro, all’Eni, ai big delle assicurazioni, Generali e Unipol. Diretta conseguenza della perdita della «tripla A» è stato l’abbassamento del voto di alcune tra le principali pubbliche francesi: il colosso dell’energia Edf, la rete di trasporto elettrico Rte e la compagnia ferroviaria Sncf. La mannaia dell’agenzia internazionale ha colpito anche la Bei, Banca europea investimenti, le cui prospettive sono ora «negative» e altri declassamenti sono in arrivo nei prossimi giorni per le aziende dei nove Paesi che hanno subito il taglio del rating venerdì scorso. Mentre brucia ancora il taglio al fondo salva-stati Efsf. David Riley, analista capo dell’agenzia di rating Fitch intervistato da Giovanni Floris a «Ballarò» ha dato quasi per certo il dafault della Grecia. Un rischio «remoto» per l’Italia il cui problema «è la crisi di fiducia nell’ eurozona. Il modo in cui questa crisi viene gestita tra i politici e il mercato non è il migliore per quanto riguarda l’Italia. I tassi d’interesse che il Paese deve pagare pongono molta pressione sul budget e sull’economia italiana – ha detto Riley -. Questa è una delle ragioni per cui probabilmente ci sarà un declassamento nel corso di questo mese».Quanto peserà la retromarcia dell’economia europea – con la temuta, quasi certa, recessione alle porte – sulla performance delle borse del Vecchio Continente?E’  la domanda chiave che si pongono in questo inizio di gennaio i piccoli risparmiatori così come i grandi investitori istituzionali. Perché dopo un 2011 dominato dalla malattia dell’euro, in cui i principali listini europei hanno subito perdite a due cifre, pure il 2012 potrebbe essere una quaresima. La seduta inaugurale dell’anno in Piazza Affari si è chiusa con un brindisi (+2,42%) e se va bene la prima – secondo una cabala molto seguita a Wall Street – va bene tutto l’anno. Funzionerà anche con la crisi del debito in corso? Gli scenari ipotizzati dalle grandi banche d’affari per Milano e le altre Borse d’Europa non sono univocamente a tinte fosche. E gli strategist individuano settori e titoli che potrebbero diventare delle isole (più o meno) felici in un mare tutt’altro che tranquillo.

Gli analisti del colosso statunitense Citi, ad esempio, puntano prevalentemente sui settori difensivi come la salute, con società come la tedesca Fresenius, la danese Novo Nordisk o la britannica Glaxo. Ma anche sul largo consumo, ben rappresentato da aziende come Imperial Tobacco e Reckitt Benckiser, nei prodotti per l’igiene domestica. Promossi dall’elvetica Ubs, incontriamo invece l’energia e l’industria mineraria. In questo caso le compagnie europee, tra cui Eni e Total, potrebbero beneficiare del buon andamento del settore a livello globale piuttosto che da una crescita dei consumi petroliferi dell’eurozona. Una scommessa centrata invece su di un singolo Paese, la Gran Bretagna, ancora una volta nel settore del largo consumo e delle bevande, viene da Credit Suisse, i cui analisti, e non sono i soli, puntano sul rafforzamento degli utili delle società locali riconducibile all’indebolimento della sterlina e al conseguente aumento delle vendite estere. Gli obiettivi di rendimento generali sugli indici, anche scontando l’ipotesi di una (lieve) recessione rimangono in ogni caso cautamente positivi. Il Credit Suisse prevede che il DJ Stoxx delle grandi capitalizzazioni europee possa raggiungere i 240 punti, dagli attuali 230, con un rialzo del 2-3% (previsioni precedenti indicavano una soglia po’ più generosa a 255 punti). Maggiormente rialzista la previsione di Ubs, che stima un valore di fine anno per l’indice DJ Stoxx a 260 punti, con un apprezzamento di circa il 10%. Incredibilmente ottimisti, date le condizioni generali europee, gli americani di Citi, che fissano l’obiettivo dell’indice DJ Stoxx addirittura a quota 285, con un rialzo di oltre il 20% rispetto alle quotazioni attuali. La spiegazione del mistero, visto che lo strategist Adrian Cattley reputa probabile un calo degli utili delle società europee di circa il 10-15% nel prossimo anno, si riassume in una condizione di fondo. «Non ci sarà una rottura dell’euro nel 2012, la recessione non si trasformerà in depressione e assisteremo a un recupero delle società a crescita e dei difensivi di buona qualità», sostiene Cattley. In definitiva dunque le indicazioni generali degli strategist tendono a convergere verso uno scenario grigio, ma non troppo cupo, dove a subire variazioni sono soprattutto le scelte sui singoli titoli piuttosto che sui settori sui quali puntare. I difensivi di qualità che piacciono a Ubs sono Nestlé e Tesco, nella distribuzione alimentare. Citi sceglie invece Imperial Tobacco (ottima prevedibilità della crescita degli utili per azione) e Anheuser Inbev (ha potere di determinazione del prezzo nei mercati principali). Tra i titoli finanziari, evitati come gli appestati del tardo medioevo, si ammette qualche eccezione con le poche società in salute, particolarmente tra gli assicurativi. E così gli americani di Citi salvano la conglomerata Zurich Financial Services (alto dividendo e basso rischio) mentre gli elvetici preferiscono la compagnia di riassicurazione Swiss. L’accordo di consensus e la media dei pareri riguarda anche i comparti da evitare. I ciclici (con l’eccezione dell’industria mineraria), le auto e gli industriali non dovrebbero godere di buona fortuna nel prossimo 2012. Mentre fra i consumi di alta gamma gli analisti salvano Luxottica (favorita dalla ripresa in Usa) o la francese Lvmh, fortissima sui mercati emergenti. I numeri. 2,42% La prima seduta di Piazza Affari è stata positiva. E anche le altre Piazze europee il 2 gennaio hanno guadagnato. Secondo una lunga teoria di statistiche americane, quando il primo giorno va bene, anche l’anno intero ha buone probabilità di riuscirci.-25% La perdita registrata da Piazza Affari nel 2011. Si tratta del peggior risultato tra le principali Borse occidentali. Ma anche gli altri listini europei hanno subito perdite a due cifre

Crisi, l’allarme della Banca Mondiale. “Frena la crescita del pil mondiale”. Stime in calo da un +3,6% a solo +2,5%. Le difficoltà dell’Eurozona e delle economie avanzate faranno rallentare nel 2012 investiranno anche le prospettive di aumento del Pil dei paesi in via di sviluppo. La crisi del debito della zona euro frena la crescita mondiale, investendo anche i paesi in via di sviluppo. L’allarme arriva dalla Banca mondiale, che ha rivisto in negativo le stime di crescita per il 2012. E probabilmente non finirà qui: “Ci sono molto rischi – ammonisce l’istituto – fra i quali quello che le nuove stime siano troppo ottimiste. Le ultime previsioni dell’istituto sull’economia mondiale danno una crescita del Pil planetario del 2,5% nel 2012, un calo dell’1,1% rispetto a quanto previsto a giugno. Nel 2011 la crescita è stata del 2,7%, mentre nel 2013 la situazione dovrebbe poi migliorare, e la crescita attestarsi su un 3,1%. Motore del pil saranno quest’anno le economie in via di sviluppo, che cresceranno del 5,4%. Per le economie avanzate la crescita sarà dell’1,4% e per il pil di Eurolandia è prevista una contrazione dello 0,3%. “Il rallentamento dell’economia è percepibile nella diminuzione degli scambi commerciali a livello mondiale e nel calo dei prezzi dei prodotti di base”, afferma la banca Mondiale. Gli scambi commerciali sono previsti salire del 4,7% nel 2012, contro il +6,6% del 2011 e il +12,4% del 2010. “I paesi in via di sviluppo devono prepararsi a nuovi shock con la crisi del debito nell’area euro e il rallentamento della crescita delle grandi economie emergenti” evidenzia l’istituto di Washington, riferendosi alla Cina e al Brasile. I paesi in via di sviluppo hanno meno spazio di manovra fiscale e monetaria rispetto al 2008-2009 per combattere la crisi. Per questo “devono finanziare i loro deficit, dare la priorità alle reti di protezione sociale e alle infrastrutture e condurre stress test sulle banche nazionali”.

Le prospettive per i paesi poveri sono favorevoli ma – evidenzia la Banca Mondiale “se la crisi si intensifica nessuno sarà risparmiato. E’ necessario prepararsi al peggio”. Secondo la Banca Mondiale, in questo contesto, il tema della sicurezza alimentare per i paesi più poveri è centrale. Per il rilancio dell’economia italiana servono riforme «ben disegnate e prontamente attuate». Così la Banca d’Italia nel Bollettino Economico riferendosi alle misure strutturali che il Governo Monti sta mettendo a punto per stimolare la crescita. «Se ben disegnate e prontamente attuate, stimolando la capacità potenziale di crescita del prodotto possono influenzare positivamente le aspettative dei mercati e le decisioni di spesa di famiglie e imprese» con riflessi positivi non solo sul lungo periodo ma anche sui risultati del 2012 e 2013.. Le stime sull’andamento del Pil italiano.Le prospettive dell’economia italiana restano comunque pesanti con un 2012 in pesante recessione (il Pil a -1,5%) e il 2013 a crescita zero. Questo è lo scenario con lo spread Btp-Bund stabile a circa 500 punti e restano le tensioni sul credito. Anche se «c’è il rischio che un peggioramento delle aspettative, che determini un ulteriore inasprimento delle condizioni dei mercati del debito sovrano e del credito, possa portare a una flessione più accentuata». Un ritorno dello spread fra Btp e Bund ai livelli della scorsa estate, intorno ai 300 punti, contro gli attuali 500, permetterebbe all’economia italiana di «riprendersi più rapidamente» con un calo del Pil che si all’1,2% nel 2013 e una crescita dello 0,8% nel 2013 secondo la Banca d’Italia.

L’effetto delle manovre sui conti pubblici  Le tre manovre correttive varate tra luglio e dicembre hanno ricondotto sotto controllo i conti pubblici italiani. In particolare, il Bollettino economico della Banca d’Italia stima che il rapporto tra deficit e Pil si sia collocato al 3,8% quest’anno, in netto calo rispetto al 4,6% del 2010, e in linea con le previsioni del Governo. L’incidenza del debito sul prodotto, pari al 118,4% nel 2010 si sarebbe invece collocata in prossimità del 120%, con un incremento inferiore a quello stimato per la media degli altri Paesi dell’area euro. Gli interventi consentiranno inoltre di conseguire nel 2013 un avanzo primario nell’ordine del 5% del Pil e una prima riduzione del rapporto debito/Pil. Se lo spread scenderà, Bankitalia ritiene possibile nel 2013 un ritorno del rapporto debito/Pil sui livelli registrati nel 2010 e il sostanziale conseguimento del pareggio di bilancio.

La fuga dei capitali esteri dai BTP. L’emorragia di capitali esteri dal debito pubblico italiano nei primi dieci mesi del 2011 è stata di 22,1 miliardi, a fronte di investimenti netti per 65,4 miliardi nel 2010. Per contro i residenti in Italia hanno «quasi azzerato gli acquisti netti di titoli azionari esteri (pari a 3,8 miliardi, da 41 nello stesso periodo del 2010) e hanno disinvestito obbligazioni estere per 24,9 miliardi». Di maggiore fiducia ha beneficiato il comparto azionario, con gli investitori non residenti che hanno effettuato acquisti netti di titoli azionari italiani (per 7 miliardi contro 0,7 miliardi nel 2010).

Serve la piena operatività ai nuovi strumenti europei. Secondo Bankitalia è urgente riportare la stabilità finanziaria in Europa mettendo in atto tutte le nuove regole di governo economico dell’Unione. «Negli ultimi mesi del 2011 le tensioni sul debito sovrano nell’area dell’euro si sono inasprite, estendendosi a molti paesi dell’area e assumendo rilevanza sistemica» si legge nel bollettino. La Banca d’Italia chiede a questo proposito una «urgente operatività degli strumenti europei per la stabilità finanziaria» quali i due fondi salva stati Efsf e Esm.

Allarme crediti deteriorati  Per quanto riguarda il settore creditizio, via Nazionale segnala il forte rischio che aumentino dei crediti in sofferenza a causa della contrazione dell’attività economica e l’aumento dei tassi praticati dalle banche. «L’evoluzione della qualità del credito presenta significativi rischi di peggioramento» si legge nel Bollettino che aggiunge come l’esposizione delle banche nei confronti dei debitori per la prima volta in sofferenza ha ripreso ad aumentare in ottobre e novembre raggiungendo livelli «significativamente superiori» allo stesso periodo del 2010.

Ossigeno dalle maxi-aste Bce. Tuttavia nel bollettino si segnalano gli effetti positivi che stanno registrando le misure straordinarie (le maxi-aste a 36 mesi ndr.) messe in campo dalla Bce. «La possibilità per le banche di fare ampio ricorso alle nuove operazioni di rifinanziamento – si legge nel Bollettino – attenua le difficoltà all’offerta di credito all’economia».

Europa nella crisi.
“La situazione è molto grave e non dobbiamo nascondere questo dato di fatto”. E’ quanto ha detto il governatore della Bce, Mario Draghi, intervenendo davanti alla Commissione affari economici e monetari del Parlamento europeo a Strasburgo, nella sua veste di presidente del Comitato europeo sul rischio sistemico.
“Quando il mio predecessore Jean-Claude Trichet si è rivolto a questa commissione a ottobre – ha ricordato Draghi nel suo intervento a Strasburgo – ha detto che questa crisi che aveva raggiunto dimensioni sistemica. Da allora è peggiorata, la situazione è molto grave e non dobbiamo assolutamente nasconderlo”. Il presidente della Bce ha sottolineato come “negli ultimi mesi del 2011 la situazione di incertezza dei debiti sovrani, insieme con le prospettive di crescita stagnante, hanno portato a distorsioni gravi dell’economica reale”. Serve “attuare tempestivamente le decisioni che sono state prese” al vertice europeo, in particolare per quanto riguarda “l’Efsf e l’Esm”, ha detto ancora il presidente della Bce.
Riferendosi alle agenzie di rating, Draghi ha fatto osservare che “dobbiamo imparare a vivere non senza di loro, ma con loro, dando un potere molto più limitato di quello che hanno attualmente”.
A tre giorni dal downgrade da parte di Standard & Poor’s di nove Paesi europei, il presidente della Bce ha sottolineato la necessità di “aumentare la concorrenza fra le agenzie di rating”. “Non abbiamo concorrenza, qualsiasi cosa facciamo per aumentarla è positiva”, ha precisato Draghi. “Noi, in quanto enti di regolamentazione, dovremmo procedere senza rating o, quantomeno, dovremmo imparare a valutare il valore del credito considerando le agenzie una delle tante componenti di questa informazione, non dovremmo dipendere al 100%” da loro.
E proprio mentre Draghi parlava, è arrivato lo stop alla tripla A anche per il fondo ‘salva Stati’ europeo da parte di Standard & Poor’s. L’agenzia di rating ha tagliato il rating dell’European Financial Stability Facility (Efsf) a ‘AA+’ da ‘AAA’. E per il presidente della Bce, in questo caso, sarebbero necessari “contributi aggiuntivi da parte dei Paesi con la tripla A” (lo ha detto prima ancora di venire a conoscenza della notizia).
Sull’annuncio di Standard & Poor’s è intervenuto il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker facendo osservare che la decisione “non ridurrà la sua capacità di prestito di 440 miliardi di euro. L’Efsf – ha continuato – ha mezzi sufficienti per rispettare i suoi impegni sulla base degli attuali programmi di aggiustamento e di possibili futuri e continuera’ ad essere sostenuto da garanzie incondizionate ed irrevocabili da parte dei Paesi membri dell’area euro”.
Tornando al discorso del governatore della Bce, secondo Draghi le politiche dei governi dell’Eurozona per il consolidamento dei conti pubblici hanno dimostrato “sviluppi incoraggianti, tendenze incoraggianti”. Ma il consolidamento dei conti pubblici avrà “inevitabili effetti recessivi nel breve termine”, provocherà “una contrazione della produzione”. Insieme al consolidamento fiscale restano comunque due principali obiettivi da perseguire: crescita e occupazione. “Crescita e stabilità fiscale si integrano, perché non ci può essere stabilità senza crescita e non ci può essere crescita senza la sostenibilità dei conti pubblici”, ha concluso.
E’ stato rinviato il vertice trilaterale tra il premier Mario Monti, il presidente francese, Nicolas Sarkozy, e la cancelliera tedesca, Angela Merkel, in programma per il 20 gennaio prossimo a Roma. Lo si apprende da fonti di Governo. La richiesta di un rinvio sarebbe giunta da Sarkozy a causa di importanti impegni interni. Al momento, sono in corso contatti per definire una data e le modalità in vista di un nuovo incontro. Proprio il presidente francese da Madrid ha anticipato la notizia dello slittamento del trilaterale.
Intanto, incontro oggi a Palazzo Chigi tra il presidente del Consiglio, Mario Monti, e il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy. “Van Rompuy ha espresso fiducia per quello che l’Italia sta facendo a livello interno e per l’Europa”, ha detto il premier.
L’agenzia di rating Standard & Poor’s ha sottolineato ”con molta forza la positiva azione del governo italiano”, ha poi evidenziato Monti. Ma, ha aggiunto, ”si addita d’altra parte l’insufficienza della governace europea come ragione di rischio per l’intera zona”.
Riguardo alle liberalizzazioni, il premier ha dichiarato: ”Ho presentato al presidente Van Rompuy i progressi che stiamo realizzando nella condotta dell’economia italiana sia con decreto legge di dicembre sia con le misure di maggiore concorrenza che ci accingiamo a prendere questa settimana”.
Quello del 30 gennaio sarà un Consiglio europeo ”molto importante”, ha poi sottolineato Monti, che ha riferito di aver avuto con Van Rompuy ”una conversazione molto approfondita” sia su quanto sta facendo l’Italia in materia di politica economica interna e a livello europeo sia sulle imminenti scadenze comuni europee. I due temi della crisi europea e dell’impegno italiano, ha rilevato il premier, “sono sempre più strettamente legati”. ”Sarà un consiglio molto importante perché dovrebbe vedere la discussione sulle conclusioni del ‘fiscal compact’ e una grande attenzione alle questione dello sviluppo”, ha detto Monti.
La mia missione a Londra è “fatta per unire e non per dividere”, ha poi precisato Monti, in merito alla visita nella capitale britannica di mercoledì. Con Van Rompuy ”ci siamo trovati d’accordo sulla necessità di ridurre la divaricazione tra l’Ue e il Regno Unito”, ha aggiunto.
Van Rompuy da parte sua ha dichiarato, nella conferenza stampa congiunta, che “con Monti c’è convergenza di vedute”, parlando di lavoro “straordinario” e “impressionante” per il risanamento dei conti e la crescita.
Commentando ”il pacchetto di liberalizzazione dell’economia” illustrato dal Monti, Van Rompuy ha indicato come ”cruciale” sia l’adozione di queste misure” per la fiducia. “Sono sicuro che i risultati dei primi centro giorni del suo mandato saranno ancora più straordinari di quanto già ottenuto”, ha aggiunto.
”Occorre focalizzare l’attenzione su crescita e lavoro”, ha sottolineato. ”Serve – ha detto – una strategia anti recessione”. “L’agenda dell’Italia è l’agenda dell’Europa, non c’è differenza”, ha dichiarato il presidente del Consiglio Ue, sottolineando che “l’Italia sta andando nella giusta direzione”.
“Entro fine mese concorderemo il nuovo Trattato per il fiscal compact che sarà firmato entro marzo”, ha annunciato, spiegando che il nuovo fondo Esm entrerà in vigore a “luglio, prima del previsto”. ”Stiamo lavorando anche per aumentare le risorse del Fondo Monetario Internazionale e a questo proposito i membri dell’eurozona hanno annunciato un contributo di 150 miliardi di euro”, ha aggiunto Van Rompuy, sottolineando che “il rafforzamento di questi strumenti è cruciale per ripristinare la fiducia dei mercati”.
Occorre “evitare la stretta creditizia delle nostre economie”, ha proseguito. Per il presidente del Consiglio europeo è “necessario facilitare i prestiti” allo scopo di agevolare il lavoro delle imprese. In particolare, ha detto, “occorre mobilizzare le risorse nel modo più efficace possibile, per facilitare l’accesso delle piccole e medie imprese al capitale di rischio”.
“La maggiore preoccupazione è stimolare l’occupazione”, ha detto Van Rompuy, sottolineando che “nell’Ue ci sono già 23 mln di disoccupati” e che “il rallentamento dell’economia rischia di aumentarne il numero”. La disoccupazione in Europa colpisce principalmente “donne e giovani”. “Abbiamo bisoglio di un maggior numero di posti di lavoro e di migliore qualità”, ha concluso, spiegando che bisogna dare “una speranza” a chi non ha un’occupazione.
La zona euro ”avrà da lottare ancora per un po”’. In un’intervista a Deutschlandfunk, Angela Merkel ammette che ”gli investitori non hanno ancora recuperato piena fiducia”. Ma le misure adottate in Italia e in Spagna, precisa la cancelliera, ”sono convincenti sul medio periodo per i mercati”.
il problema aperto, avverte Merkel, è quello della ”ricapitalizzazione delle banche, che dovrà avvenire entro giugno”. Le banche ora però sanno già di poter ottenere nuovi capitali.
A questo proposito, ”un’importante misura di sostegno, che ha certamente contribuito alla stabilizzazione della zona euro, e che ha mostrato il suo effetto anche nel collocamento dei bond italiani e spagnoli è stato l’intervento della Banca centrale europea”.
Quanto alla Grecia, il problema non è solo ”di liquidità, a breve termine”. Merkel precisa che ”sono talmente tanti i debiti che il paese non può uscirne con le proprie forze”. La Grecia quindi potrà ”tornare sul mercato” solo quando il suo debito avrà raggiunto i livelli di quello italiano, al 120 per cento del pil. E per arrivare a questo traguardo, previsto nel 2020, bisogna però cancellare il 50 per cento del debito, e per farlo, sottolinea Merkel, ”ci vorrà ancora molto tempo”.
”E’ vero che il problema della Grecia non è ancora definitivamente risolto”, afferma la cancelliera alla Deutschlandfunk. ”E’ però urgente risolvere la crisi della Grecia, che ha un impatto sulla zona euro”, precisa, rimarcando comunque che ”ci vorrà del tempo anche prima che l’effetto delle riforme strutturali possa dare crescita”.
A intervenire è anche Nicolas Sarkozy. “La crisi può essere superata a condizione che abbiamo la volontà collettiva” e “il potere di riformare il nostro Paese” è il messaggio lanciato oggi dal presidente francese, aggiungendo, come riferisce Le Figaro, che parlerà ai francesi “alla fine del mese” per annunciare “decisioni importanti che dobbiamo prendere senza perdere tempo”.
Spagna e Italia sono tra i Paesi più vulnerabili ai rischi sistemici, con la possibilità di un “immediato peggioramento” della situazione economica. E’ quanto dichiara Moritz Kraemer, managing director di S&P per il debito sovrano dell’Europa, a commento delle decisioni di ridurre il rating.
S&P ieri ha infatti declassato il debito di nove paesi europei, tra cui Francia e Austria, che sono stati spogliati dei loro pregiati rating di altissimo livello, la tripla A.
L’agenzia di rating americana ha confermato oggi di ritenere che vi sia un 40 per cento di possibilità di recessione nella zona euro, la cui economia potrebbe contrarsi fino all’1,5 per cento quest’anno.
“Prevediamo una recessione con una probabilità del 40 per cento per quest’anno”, ha spiegato il managing director di S&P Moritz Kraemer. “Questo potrebbe portare ad una contrazione dell’economia della zona euro di circa l’1,5 per cento.”
L’agenzia ha avvertito i paesi della zona euro che i loro sforzi per combattere la crisi del debito sono troppo concentrati sulla riduzione del debito.
L’agenzia di rating ha elogiato la risposta flessibile della Banca centrale europea, che ha impedito il deterioramento della crisi del debito sovrano. ”La Bce è stata in grado di dare almeno una risposta con le sue misure”, ha detto Kraemer.
I politici, al contrario, non offrono risposte “alle crescenti sfide poste dalla crisi”, ha aggiunto. Poco prima di Natale, la Bce ha immesso sul mercato quasi 500.000 milioni di euro in prestiti a tre anni. La misura mira a prevenire una carenza di liquidità e incoraggiare i prestiti alle imprese e alle famiglie.
Si chiama Capital World Investment, scrive Monya Longo su Il sole 24 ore. Si tratta di una delle maggiori società di gestione del risparmio americane. E alla domanda più ricorrente di questi giorni, cioè «chi sta dietro le agenzie di rating?», può permettersi di alzare non una ma due mani. Capital World Investment è infatti contemporaneamente il primo azionista di Standard & Poor’s (detiene il 10,26% della casa madre McGraw Hill) e il secondo maggiore socio di Moody’s (con il 12,60%). Moody’s e S&P sono concorrenti sul mercato, certo. Ma a Capital World Investment non importa: ha comprato 28 milioni di azioni della prima e 30 milioni della seconda. Giusto per non rischiare di sbagliare, ha puntato su entrambi i cavalli.
La stessa filosofia ha guidato Vanguard Group, i fondi Blackrock, State Street e molti altri: tutti questi grandi investitori Usa ‐ secondo i dati Bloomberg ‐ figurano infatti tra i principali azionisti sia di Moody’s, sia di S&P. Insieme a tanti altri fondi o banche. Questo crea, potenzialmente, un cortocircuito: tutti questi investitori sono da un lato azionisti dei due big del rating, ma dall’altro sono anche utilizzatori dei loro stessi rating quando acquistano obbligazioni sul mercato. Il conflitto di interessi è evidente. Le possibili pressioni anche. I big del rating ‐ ha sentenziato ieri il commissario europeo Olli Rehn ‐ «giocano secondo le regole del capitalismo finanziario americano». Ovvio, si potrebbe aggiungere: hanno l’intero capitalismo finanziario americano come azionista…

Errori e conflitti di interesse. Che i colossi del rating siano intrisi di conflitti di interesse è risaputo. Il più noto è legato al fatto che Moody’s S&P e Fitch sono pagati dalle stesse società che devono valutare. Questo solleva da sempre sospetti di ogni genere: in tanti sono convinti che le agenzie di rating abbiano per esempio assegnato alle cartolarizzazioni di mutui americani voti troppo benevoli proprio per ‘coltivare’ i propri clienti. Per compiacerli. Per tenerli buoni. Le agenzie di rating si sono sempre difese su questo fronte: Moody’s e S&P valutano insieme più di due milioni di società, Stati o prodotti strutturati. Questo rende quasi ininfluente ‐ secondo la loro difesa ‐ la singola commissione percepita per il singolo rating. Sta di fatto che il conflitto resta. E che ogni errore, anche quando commesso in buona fede, sarà sempre guardato con dietrologico sospetto.
Ma quello degli azionisti è forse il conflitto più macroscopico: i grandi soci di Moody’s e S&P, come visto, sono in gran parte i fondi che usano i rating per investire, oppure sono banche che alle stesse agenzie chiedono un voto quando devono emettere obbligazioni. Questo conflitto è stato sollevato anche dalla Sec, l’Autorità di vigilanza Usa, che lo scorso settembre ha segnalato: «Due delle maggiori agenzie non hanno specifiche procedure per gestire il potenziale conflitto di interessi quando una società loro azionista chiede un rating». È vero che S&P ha declassato anche il rating Usa (sollevando l’ira di Obama), ma tutti questi conflitti irrisolti sollevano in molti le più disparate teorie del complotto.
Opinioni troppo pesanti
Si potrebbe obiettare che nel mondo della finanza nessuno è privo di conflitti di interesse. Le banche ne hanno molti di più: quando l’analista di una grande investment bank esprime un giudizio su qualche società quotata in Borsa (anche solo i consigli di comprare o vendere le sue azioni), è forte il sospetto che lo faccia perché la sua banca è creditrice di quella stessa società. Quando l’economista di una banca si esercita in previsioni sull’economia di vari Paesi, è altrettanto forte il sospetto che la stessa banca per cui lavora abbia un’esposizione su quello stesso Paese. Eppure nessuno si scompone quando Morgan Stanley, oppure Goldman Sachs, effettuano previsioni sull’Italia o sulla Francia.
Perché invece i tanto vituperati giudizi di Standard & Poor’s, Moody’s o Fitch sollevano così tante reazioni? La risposta è semplice: perché quei voti che le agenzie di rating assegnano, vanno a condizionare le politiche d’investimento di tutti i fondi del mondo. Insomma: perché le decisioni delle agenzie di rating ‐ giuste o sbagliate che siano ‐ vanno a creare una serie di effetti automatici a catena che rischiano di avvitare la crisi.
Ecco perché. I fondi operano sulla base di mandati molto stretti: alcuni di loro, per esempio, possono comprare solo obbligazioni con un rating superiore alla ‘Tripla B’. Quando un bond viene declassato, e il suo rating scende sotto quella soglia, tutti questi fondi sono dunque costretti a venderlo. È così che la decisione di un’agenzia di rating ‐ cioè un’opinione ‐ va a condizionare, nello stesso momento, le decisioni di milioni di investitori in tutto il mondo. Forse, dunque, il problema è tutto qui: possibile che il rating sia, in tutto il mondo, il parametro principale su cui basare gli investimenti?

Il panico sta iniziando a travolgere l’Eurozona, scrive Philippe Legrain. Italia e Spagna sono entrate in un vortice. Il Belgio sta scivolando in una zona pericolosa. Mentre la Francia viene trascinata verso il basso, il crescente gap tra i suoi rendimenti obbligazionari e quelli della Germania sta mettendo a dura prova la partnership politica che per sei decenni ha guidato l’integrazione europea.
Anche i falchi dell’Eurozona come la Finlandia e l’Olanda stanno respingendo con forza la risacca. Le banche stanno lottando per restare a galla – il loro capitale mostra una lieve tendenza al rialzo man mano che esauriscono i fondi – mentre le imprese che si affidano al credito si trovano nei guai. Sono tutti i segnali che indicano una recessione dell’Eurozona.
Se trascurato, questo panico sulla solvenza sovrana prenderà il sopravvento: esattamente come una banca sana può fallire se va incontro a qualche sventura, anche il governo più meritevole di credito è a rischio se il mercato si rifiuta di rifinanziare il proprio debito. A stento si possono immaginare le conseguenze: default bancari e sovrani in picchiata, una depressione devastante, il collasso dell’euro (e forse anche dell’Unione europea), contagio globale e caos politico potenzialmente tragico. Perché allora i policy maker non stanno facendo tutto il possibile per evitare la catastrofe?
Da quando i rendimenti obbligazionari italiani hanno registrato per la prima volta una frenata all’inizio di agosto, ho creduto che solo un sostenuto impegno da parte della Banca centrale europea per mantenere i rendimenti obbligazionari dei governi solventi a tassi sostenibili avrebbe potuto placare il panico e dare il giusto respiro per attuare riforme in grado di ripristinare la fiducia. Qualsiasi cosa accaduta da allora non ha fatto che confermare questa visione.
Ora che la crisi ha toccato il cuore dell’Eurozona, le risorse necessarie a proteggere gli Stati sovrani più deboli superano i limiti della capacità fiscale di quelli più forti. L’abilità finanziaria non può nascondere che, lanciando una grande ancora di salvezza, rischia di trascinare qualcuno verso il basso. Caricare tutti sulla stessa zattera di salvataggio – mediante eurobond garantiti solidalmente dagli Stati membri – non è al momento una soluzione fattibile a livello legale e si rivelerebbe tossica dal punto di vista politico se attuata prematuramente. Né tanto meno una crisi sistemica può essere risolta con le azioni dei singoli governi – soprattutto perché il panico sta travolgendo la capacità di reazione dei politici. Solamente la Bce dispone ora dei mezzi per salvare l’Europa dall’abisso.

La Bce avrebbe delle valide ragioni per agire: garantire il corretto funzionamento della politica monetaria, prevenire una depressione che causerebbe deflazione, ed evitare il crollo dell’euro. Eppure sinora si è rifiutata di farlo, nascondendosi dietro una foglia di fico legale.
Va premesso che l’Articolo 123 del Trattato di Lisbona proibisce alla Bce di acquistare bond direttamente da enti pubblici, ma concede ad essa di intervenire sul mercato secondario. Da tempo la Bce agisce in tal modo mediante il Securities Market Program (SMP). Dove si dice nel Trattato che è proibito estendere l’SMP? In effetti, un impegno credibile e illimitato per contenere gli spread sui tassi di interesse richiederebbe un minor numero di acquisti di quanto non faccia ora il temporaneo e limitato programma della Bce.
Purtroppo molti tedeschi, soprattutto della Bundesbank, detestano l’idea di un intervento della banca centrale, perché evoca le memorie del 1923, quando la Reichsbank stampava moneta per finanziare i prestiti contratti dal governo, la conseguente iperinflazione distruggeva i risparmi della classe media, e un decennio dopo Hitler saliva al potere. Eppure i tedeschi dovrebbero ricordare che a spianare il terreno ai nazisti fu di fatto il panico finanziario provocato dal collasso della banca austriaca Creditanstalt, il conseguente tracollo e un’errata valutazione da parte dell’establishment politico tedesco.
Invece di impedire l’azione, la storia la giustifica. Inoltre, non vi è ragione di farsi prendere dal panico per l’inflazione quando la crescita monetaria è bassa, il credito bancario si contrae e le persone mettono da parte i soldi invece di spenderli. Per di più, qualsiasi acquisto della Bce potrebbe continuare a non dare gli effetti desiderati.
Un’altra obiezione risiede nel fatto che gli interventi della Bce allenterebbero la pressione sul nuovo Governo formatosi in Italia e in Spagna per attuare le riforme. Eppure, stando alla situazione attuale, coloro che si occupano di riforme non hanno tempo di stabilire le proprie credenziali, e se l’Eurozona collassa, si spalancherà la porta per gli estremisti populisti. Per quale motivo, dunque, la Bce non stringe un accordo con i Governi solventi per mantenere bassi i tassi fintanto che essi si atterranno ai programmi di riforma?
I leader dell’Eurozona potrebbero delineare una tabella di marcia per gli Eurobond, soggetta a rigide condizioni e legata a un meccanismo credibile atto a garantire la prudenza fiscale. Tale scenario offrirebbe, da un lato, un ulteriore incentivo ai governi che desiderano avere i requisiti necessari per introdurre le riforme, e dall’altro garantirebbe alla Bce e ai mercati il fermo impegno da parte dei governi di far funzionare l’euro.
Tempi eccezionali richiedono misure eccezionali – e credo che la Bce si sentirà obbligata ad agire se l’Eurozona si spingerà sull’orlo del precipizio. Più la Bce prenderà tempo, maggiori saranno le ripercussioni sull’occupazione e sui risparmi, più profondi saranno i danni alla fiducia degli investitori nel sistema finanziario dell’Eurozona, e maggiore sarà il rischio di una catastrofe. È giunto il momento di agire.

E’ l’economia, stupido.Settimana cruciale per l’Italia che affronta oggi il temuto giudizio dei mercati dopo i downgrading di S&P. Forte delle parole di incoraggiamento della cancelliera tedesca, Angela Merkel, sicura che ce la potremo fare ”a convincere” le piazze finanziarie, Mario Monti si prepara ad una serie di incontri decisivi a livello europeo ed inaugura quello che da domani potrebbe essere il nuovo metodo di lavoro con le forze che sostengono l’esecutivo. Un inedito tavolo a quattro, con i leader di Pdl, Pd e Terzo Polo, Alfano, Bersani e Casini, per avviare un percorso di confronto sull’Europa che potrebbe essere l’anticamera di un confronto condiviso piu’ generale. Dopo una domenica di lavoro a palazzo Chigi con il sottosegretario Catricala’, Monti domani avviera’ una serie di incontri con le istituzioni europee e con i primi ministri di Gran Bretagna, Francia e Germania per chiarire il punto di vista e il percorso che l’Italia intende seguire. E, proprio per non dare alibi ai mercati e alle agenzie di rating che speculano sulla natura e possibile durata del governo, il premier incontrera’ all’ora di pranzo anche i leader dei principali partiti che sostengono il governo. Con Alfano, Bersani e Casini, Monti intende mettere a punto le linee di quella che sara’ ufficialmente la posizione dell’Italia in Europa, una linea nazionale che dovra’ essere unitaria, condivisa e, soprattutto, certificata il prima possibile in Parlamento. Monti sederà al tavolo con i rappresentanti di Pdl, Pd e Terzo Polo subito dopo aver incontrato il presidente permanente del Consiglio Ue Herman Van Rompuy: e nel menu’ non ci sara’ soltanto il punto sulla strategia europea da seguire dopo i giudizi negativi ad opera delle agenzie di rating. Collegato a questi temi c’e’, infatti, quello centrale della crescita e dello sviluppo e, quindi, anche quello delle liberalizzazioni. Sulle quali il governo intende rispettare il calendario che prevede il varo di un provvedimento per il 19. E su quel fronte non e’ escluso che possano esserci novita’, a partire dalla riconsiderazione della possibilita’ di scorporare dall’Eni la rete gas di Snam. Un progetto su cui insistono le forze politiche che chiedono di bilanciare gli sforzi che verranno richiesti alle altre categorie. ”Noi contiamo che il governo lo faccia perche’ lo scorporo avrebbe effetti non solo sul mercato ma anche politici e simbolici”, sostiene il finiano Benedetto Della Vedova mentre per la rutelliana Linda Lanzillotta ”occorre intervenire su grandi gestori di utilities, a partire dal gas” anche perche’, sostiene il centrista Gianluca Galletti, ”alla luce dei rating diventa indispensabile un’accelerazione anche sulla qualita’ degli interventi di liberalizzazione”. Altre novita’ sono attese sui farmaci, per i quali potrebbe essere superata la misura prevista bozza a favore di un sistema che preveda di affidare all’Aifa, l’agenzia per il farmaco, l’identificazione di un elenco di farmaci di fascia C vendibili nelle parafarmacie. Il tutto mentre sale la protesta dei tassisti, dei medici di famiglia e dei rivenditori di carburante e mentre verrebbero escluse modifiche sull’assegnazione delle frequenze. Prima di procedere con il decreto, in ogni caso, il governo dovrebbe ricontattare le forze politiche. Tra le quali il Pd che punta a collegare le misure di liberalizzazione e di crescita con interventi di politica industriale, incentivi e investimenti.
”Non esiste una ‘fase due’ se non si parte dall’occupazione. Il tema e’ creare lavoro, far partire le infrastrutture, i cantieri pronti ma bloccati da patti di stabilita’. Serve mettere a disposizione le risorse che ci sono, e non ci stiamo immaginando che improvvisamente piovono miliardi, perche’ non ci sono”. E’ il messaggio al premier Mario Monti che il segretario della Cgil, Susanna Camusso, ha lanciato nel corso di un’intervista su Sky.
La Banca centrale europea sta giocando un ”ruolo costruttivo” nel contrastare la crisi del debito”, ha affermato il managing director di Standard & Poor’s Moritz Kraemer, aggiungendo che ”la Bce secondo noi ha adottato solide misure per evitare un significativo capovolgimento della crisi, e ha fortemente alleviato la crisi di finanziamento delle banche”. Secondo Kraemer, invece, la risposta dei leader europei alla crisi ”non e’ stata in grado” di fronteggiare i rischi.
L’abbassamento di due punti del rating dell’Italia è di certo un duro colpo per il governo Monti, scrive Massimo Gaggi, che ha ereditato una situazione difficilissima, ha adottato misure correttive assai penose per i cittadini ma apprezzate in Europa, e che da oggi si ritrova a dover percorrere un sentiero ancora più stretto e pieno di insidie. Ma se la decisione annunciata ieri sera da Standard & Poor’s è una bocciatura dell’Italia – pur con un apprezzamento per l’azione del governo Monti, mitigato però dal timore che le sue riforme, definite ambiziose, vengano frenate da un’opposizione politica -, il «declassamento di massa» è una dichiarazione di sfiducia nell’euro. Dunque un giudizio con una larga componente politico-istituzionale da parte di un’agenzia di rating americana: cioè di un Paese da sempre scettico sul destino della moneta unica, che negli eventi degli ultimi mesi ha trovato la conferma della fondatezza dei suoi dubbi. Reagire prendendosela con gli Usa o invocando compartimenti stagni, con l’Europa giudicata da organismi di valutazione europei, non avrebbe, però, senso: tra l’altro le strutture di analisi di queste agenzie sono ormai globalizzate e al «downgrading politico» non sono sfuggiti nemmeno gli Stati Uniti che ne hanno subito uno sei mesi fa motivato con la caotica gestione del debito pubblico da parte del Congresso. Washington, poi, ha già ricevuto più di un avvertimento: presto arriverà un’altra bocciatura, con motivazioni analoghe. Il nodo vero è che questi giudizi, che dovrebbero servire a mettere in allarme gli investitori segnalando loro rischi che non hanno ancora percepito (adeguando di conseguenza i relativi rendimenti), in realtà arrivano quando quelle preoccupazioni sono ormai ampiamente diffuse nei mercati che hanno già eseguito le loro correzioni: un intervento prociclico, che rischia di portare a un eccessivo squilibrio della reazione di mercati fin troppo reattivi, coi nervi messi a dura prova da quattro anni di crisi durante i quali ha quasi sempre piovuto sul bagnato.

Negli Stati Uniti e anche in Europa sono stati fatti vari tentativi di ridurre l’impatto di questi giudizi negativi. Ad agosto, dopo il downgrading Usa, il Tesoro americano autorizzò le banche locali a continuare a sottoscrivere titoli del governo federale senza effettuare gli accantonamenti di bilancio richiesti quando c’è un aumento del rischio. E le norme sui mercati finanziari varate a Washington l’anno scorso riducono per molte emissioni di bond l’obbligo di essere corredate dai giudizi di una pluralità di agenzie. È, inoltre, aumentata l’attenzione sui conflitti d’interesse che possono condizionare questi organismi. Ma alla fine, trattandosi di società private, la soluzione verrà solo dall’allargamento della platea degli operatori, superando l’oligopolio S&PMoody’s-Fitch. È il caso delle nuove agenzie che stanno emergendo in America e anche di quella cinese che, peraltro, Francia e Italia le aveva già declassate a dicembre.

Tra il 2007 e il 2012, scrive Giorgio Barba, l’economia cinese è cresciuta quasi del 60% e le nazioni emergenti dell’Asia nel loro insieme quasi del 50 per cento. Nello stesso periodo, le economie dei Paesi ad alto reddito sono cresciute di un misero 3 per cento. Chi può negare che nel mondo sia in corso una trasformazione profonda? La velocità della convergenza del reddito pro capite sta determinando una divergenza eccezionale, in termini di crescita, fra incumbents e newcomers. E la tendenza non si è fermata neanche di fronte alla crescita debole dei Paesi ad alto reddito. Shock di enorme portata, come quelli del 2008, influenzano i tassi di crescita delle economie emergenti, e anche nel caso di un’implosione dell’Eurozona ci sarebbero conseguenze: ma gli effetti sembrano essere di breve durata.Se analizziamo in dettaglio la crescita delle economie emergenti vediamo che l’Asia è la regione più dinamica e anche quella che meno ha sofferto della crisi globale del 2008-2009. L’Africa subsahariana segue a ruota l’Asia, sotto entrambi i punti di vista; l’America Latina e l’Europa orientale, invece, si sono dimostrate meno dinamiche e più esposte a shock esterni negativi. E adesso che succederà? Sostiene l’Istituto della finanza internazionale (un’associazione di istituzioni finanziarie globali) nel suo ultimo Capital Market Monitor: «L’interrogativo fondamentale per il 2012 è se le parti più solide del sistema economico e finanziario globale – le economie emergenti e il comparto non finanziario del settore privato – siano sufficientemente robuste da assorbire l’impatto potenziale dell’elevato rischio di credito per le economie mature». Così come per i Paesi ad alto reddito, le previsioni di crescita delle economie emergenti per il 2012 sono state riviste al ribasso fin dall’inizio del 2011, ma senza sbalzi clamorosi. A dicembre la previsione di crescita per la Cina era ancora dell’8,3%, e del 7,5% per l’India. Più accentuato, ovviamente, è stato il taglio delle previsioni di crescita per l’Europa centro-orientale, soprattutto per via dei rischi nella zona euro. Anche in America Latina lo scenario è meno incoraggiante di un anno fa. Si tratta di stime verosimili. I rischi di sorprese in positivo sono trascurabili per le economieergenti più importanti, considerando che le previsioni indicano già una performance eccellente. Sì, la Cina potrebbe crescere del 10% e l’India del 9%, ma non sarebbe una gran sorpresa. Una sezione dei Paesi emergenti che potrebbe sorprendere in positivo è l’Europa centro-orientale, a patto che anche l’Eurozona se la cavi meglio di quanto si paventa. Molto più rilevante è la possibilità di grosse sorprese in negativo, soprattutto per la Cina, che ormai è diventata una forza trainante potentissima per le altre economie emergenti, in particolare i Paesi esportatori di materie prime. Forse è questo il segnale che stanno inviando i mercati azionari, con i forti cali degli indici a partire dall’estate dell’anno scorso. Quali sono quindi i rischi credibili per i grandi Paesi emergenti? Alcune delle vulnerabilità sono un prodotto della crescita stessa. Lo sviluppo rende una società più mobile, più esigente, più istruita e più informata. Cambia anche la natura delle richieste: le persone più ricche sono portate a chiedere un certo grado di autonomia personale e coinvolgimento nella vita pubblica. Cambiano anche le priorità politiche: il reddito pro capite della Cina ormai ha raggiunto livelli che in altri Paesi hanno generato una forte attenzione per l’ambiente. Una rivoluzione delle aspirazioni, rafforzata dalle nuove tecnologie informatiche, rende più difficile per un Governo fare il bello e il cattivo tempo, perfino in uno Stato a partito unico. C’è da aggiungere che uno sviluppo rapido è quasi sempre squilibrato, e la Cina non fa eccezione. I Paesi emergenti devono poi fare i conti con vulnerabilità esterne. La più ovvia è il rischio di uno shock di vastissime proporzioni nei Paesi ad alto reddito, che probabilmente si irradierebbe dalla zona euro. Una combinazione di default di Stati sovrani, fallimenti bancari e addirittura uscita dall’euro di Stati membri importanti provocherebbe sicuramente scompiglio. Se un evento del genere, poco probabile e altamente distruttivo, dovesse accadere, sarebbe a rischio la stessa apertura dell’economia mondiale, e non solo a causa dell’Europa: l’atteggiamento sempre più isolazionistico della destra americana potrebbe far riemergere il tradizionale protezionismo Usa. Un punto cruciale per le economie emergenti è l’accesso a risorse essenziali a prezzi gestibili. Una delle novità più rilevanti dell’economia mondiale è che le materie prime costano parecchio, nonostante la debolezza della crescita nei Paesi ad alto reddito. Questo dà la misura di quanto si siano trasformati gli schemi della crescita economica globale. Uno shock importante sul mercato petrolifero avrebbe effetti gravemente dirompenti, e considerando quello che sta succedendo nel Golfo Persico non è un’eventualità improbabile. Ricordiamoci però che i Paesi emergenti hanno ancora grossi margini di recupero rispetto ai livelli di produttività dei Paesi ad alto reddito. A parità di potere d’acquisto, il reddito pro capite reale della Cina nel 2010 era pari a poco più di un quinto di quello americano, quello dell’India a meno di un decimo. Questi Paesi continuano a godere di quelli che l’economista Alexander Gerschenkron ha chiamato “i vantaggi dell’arretratezza”. Molti dei paesi emergenti, inoltre, sono ben posizionati per assorbire gli shock, grazie a smisurate riserve di valuta estera, finanze pubbliche in buono stato e un saldo con l’estero rassicurante. Sotto tutti questi aspetti, la Cina è una fortezza. Grazie alla combinazione fra potenzialità di crescita, spinta economica e gli strumenti cautelativi appena elencati, la Cina potrà contare con ogni probabilità su una crescita veloce, almeno nel breve termine. Ma in un arco di parecchi anni gli shock negativi sono probabili.Un altro interrogativo importante è se la crescita sostenuta delle economie emergenti sia in grado di tirar fuori i Paesi ad alto reddito dalle sabbie mobili in cui sono invischiati. La risposta è no. La crescita dei Paesi ad altro reddito continuerà a venire in gran parte dalla domanda interna. Tuttavia, un ulteriore aggiustamento della situazione attuale delle partite correnti certamente aiuterebbe.

Insomma, i Paesi emergenti, guidati dall’Asia, probabilmente nel 2012 continueranno a crescere a ritmi sostenuti, come hanno fatto nel 2010 e nel 2011. Per il benessere dell’umanità è importantissimo. Tuttavia, i Paesi emergenti non sono immuni a disastri poco probabili ma altamente distruttivi: interni, esterni o, più verosimilmente, l’uno e l’altro. Sono dotati di ammortizzatori importanti contro gli shock, ma non è detto che questi ammortizzatori saranno sempre sufficienti. Inoltre, i Paesi emergenti non saranno in grado di fare da traino per ricondurre alla crescita i Paesi ad alto reddito. Le nazioni ricche se la dovranno cavare con le proprie forze. È quello che dicono i leader delle economie emergenti. E hanno ragione. E se l’Italia si mettesse a crescere come un Paese emergente? Perché mai la nostra economia non potrebbe correre? Anche le più ottimistiche stime, prima dell’esplosione estiva dei debiti sovrani, prevedevano al massimo un misero 1% (Fmi, giugno 2011), il passo di un serpente non proprio di un leopardo. Certo, essendo ricchi, il nostro potenziale è inferiore a quello di Brasile, Cina o India. Ma perché non potremmo crescere almeno come le economie avanzate più dinamiche, avvicinare il 3% della Germania o addirittura il 4% americano dei tempi d’oro di fine anni Novanta? La domanda va al cuore del patto sociale implicito in cui si radica l’azione del Governo Monti: rigore e riforme in cambio di stabilità finanziaria e crescita. Se l’aumento del reddito è il dividendo del patto sociale, è utile capire quanto sarà sostanzioso. L’esecutivo ha stimato al 2% all’anno l’effetto delle liberalizzazioni e delle semplificazioni. Se si tiene conto delle implicazioni dinamiche l’impatto dell’azione del Governo potrebbe essere ben maggiore.Il convegno di ottobre della Banca d’Italia sui 150 di storia economica del Paese ha permesso di identificare alcuni passaggi chiave del nostro sviluppo. Dal dopoguerra fino al 1992 l’Italia ha avuto un percorso di convergenza che ha portato il suo livello di reddito pro capite al 76% degli Stati Uniti. Da quel momento la nostra crescita si è fermata, abbiamo iniziato a divergere dalla frontiera, ora siamo al 64% degli Stati Uniti, lo stesso livello relativo del 1973.La conseguenza buona di questa nefasta frenata è che abbiamo riguadagnato un vantaggio da arretratezza, ossia, la disponibilità di abbondanti risorse inutilizzate o utilizzate male, che hanno un potenziale produttivo. Le nostre debolezze sono forze inespresse che possono essere liberate dall’eliminazione dei vincoli sul sistema economico. Ne cito solo tre a titolo di esempio, ma ce ne sono altre.La prima risorsa è la forza lavoro non utilizzata. Il tasso di occupazione è in Italia ridicolmente basso (41%), soprattutto per donne e giovani. Se solo la proporzione della forza lavoro occupata fosse pari a quella francese ciò significherebbe un milione di persone in più nel sistema produttivo. Anche i giovani più qualificati hanno difficoltà a trovare lavoro. Oltre l’11% dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni laureati né lavora né studia.Seconda risorsa, l’immenso risparmio privato accumulato nel Paese che raramente arriva agli impieghi più produttivi. La controparte di questa mancata connessione tra famiglie e produzione è il basso grado di capitalizzazione delle imprese, la scarsa diffusione di strumenti finanziari innovativi per l’industria e le poche imprese quotate.Terza risorsa, il sistema delle aziende frenato da un contesto competitivo sfavorevole. Nonostante tutti i più accreditati indicatori di competitività pongano l’Italia molto indietro nelle classifiche, abbiamo accumulato un surplus commerciale al netto dell’energia di 26 miliardi nei primi dieci mesi del 2011. Di quanto aumenterebbe il surplus se il competitive environment fosse pari alla Germania?Per sfruttare il nostro vantaggio da arretratezza necessitiamo dunque di riforme incisive che permettano alle riserve di arrivare ai nodi della produzione. La mancanza di crescita infatti non è un problema di carenza di domanda, ma di produttività del lavoro – oggi allo stesso livello del 1995 – ossia di cattivo utilizzo delle risorse disponibili. Meno tasse o più spesa per la ricerca ci farebbero crescere (dimentichiamo per un attimo i conti pubblici), ma solo fino a un certo punto, se non si cambia il meccanismo di incentivi – regole, burocrazia, barriere competitive – con cui le risorse vengono impiegate. Un imprenditore deve preferire investire nel proprio lavoro che lasciare i soldi in banca e impiegare un giovane con un rapporto di lungo periodo invece di tenerlo a bagnomaria nel precariato.La divergenza della nostra economia dalla frontiera della metà degli anni Novanta è in buona parte dovuta a uno Stato che non è mai riuscito a definire regole e istituzioni compatibili con l’economia di mercato. Regole che favorissero le trasformazioni strutturali inevitabili in tempi di innovazioni, nuovi mercati, nuovi concorrenti e che sapessero anche tutelare in modo adeguato i perdenti.Noi oggi possiamo crescere, correre invece di strisciare perché il potenziale del Paese rimasto schiacciato da questa inerzia di governo è immenso. Certo abbiamo una società anziana, il debito pubblico, i nodi del Mezzogiorno, un livello di istruzione e spese in ricerca bassi, rendite di posizione di ogni genere da scardinare e un malessere diffuso sia reale che psicologico. Eppure, il salto dei colli di bottiglia auspicato da Monti potrebbe fare uscire vino di qualità e in quantità inattese. Per molto tempo sono stato contrario agli extra ottimisti che predicavano le virtù del Paese senza volerne riconoscere i nodi strutturali. Il problema è che le virtù ci sono, ma non servono a nulla se i nodi non vengono sciolti. Se il Governo farà quel che promette, vorrei finalmente iscrivermi anch’io al partito degli ottimisti.

ANSA) – ROMA, 15 GEN – ”Non esiste una ‘fase due’ se non si parte dall’occupazione. Il tema e’ creare lavoro, far partire le infrastrutture, i cantieri pronti ma bloccati da patti di stabilita’. Serve mettere a disposizione le risorse che ci sono, e non ci stiamo immaginando che improvvisamente piovono miliardi, perche’ non ci sono”. E’ il messaggio al premier Mario Monti che il segretario della Cgil, Susanna Camusso, ha lanciato nel corso di un’intervista su Sky.

A) – ROMA, 14 GEN – La Banca centrale europea sta giocando un ”ruolo costruttivo” nel contrastare la crisi del debito”. Lo afferma il managing director di Standard & Poor’s Moritz Kraemer, aggiungendo che ”la Bce secondo noi ha adottato solide misure per evitare un significativo capovolgimento della crisi, e ha fortemente alleviato la crisi di finanziamento delle banche”. Secondo Kraemer, invece, la risposta dei leader europei alla crisi ”non e’ stata in grado” di fronteggiare i rischi.

L’abbassamento di due punti del rating dell’Italia è di certo un duro colpo per il governo Monti che ha ereditato una situazione difficilissima, ha adottato misure correttive assai penose per i cittadini ma apprezzate in Europa, e che da oggi si ritrova a dover percorrere un sentiero ancora più stretto e pieno di insidie. Ma se la decisione annunciata ieri sera da Standard & Poor’s è una bocciatura dell’Italia – pur con un apprezzamento per l’azione del governo Monti, mitigato però dal timore che le sue riforme, definite ambiziose, vengano frenate da un’opposizione politica -, il «declassamento di massa» è una dichiarazione di sfiducia nell’euro. Dunque un giudizio con una larga componente politico-istituzionale da parte di un’agenzia di rating americana: cioè di un Paese da sempre scettico sul destino della moneta unica, che negli eventi degli ultimi mesi ha trovato la conferma della fondatezza dei suoi dubbi.

Reagire prendendosela con gli Usa o invocando compartimenti stagni, con l’Europa giudicata da organismi di valutazione europei, non avrebbe, però, senso: tra l’altro le strutture di analisi di queste agenzie sono ormai globalizzate e al «downgrading politico» non sono sfuggiti nemmeno gli Stati Uniti che ne hanno subito uno sei mesi fa motivato con la caotica gestione del debito pubblico da parte del Congresso. Washington, poi, ha già ricevuto più di un avvertimento: presto arriverà un’altra bocciatura, con motivazioni analoghe.

Il nodo vero è che questi giudizi, che dovrebbero servire a mettere in allarme gli investitori segnalando loro rischi che non hanno ancora percepito (adeguando di conseguenza i relativi rendimenti), in realtà arrivano quando quelle preoccupazioni sono ormai ampiamente diffuse nei mercati che hanno già eseguito le loro correzioni: un intervento prociclico, che rischia di portare a un eccessivo squilibrio della reazione di mercati fin troppo reattivi, coi nervi messi a dura prova da quattro anni di crisi durante i quali ha quasi sempre piovuto sul bagnato.

Negli Stati Uniti e anche in Europa sono stati fatti vari tentativi di ridurre l’impatto di questi giudizi negativi. Ad agosto, dopo il downgrading Usa, il Tesoro americano autorizzò le banche locali a continuare a sottoscrivere titoli del governo federale senza effettuare gli accantonamenti di bilancio richiesti quando c’è un aumento del rischio. E le norme sui mercati finanziari varate a Washington l’anno scorso riducono per molte emissioni di bond l’obbligo di essere corredate dai giudizi di una pluralità di agenzie. È, inoltre, aumentata l’attenzione sui conflitti d’interesse che possono condizionare questi organismi.

Ma alla fine, trattandosi di società private, la soluzione verrà solo dall’allargamento della platea degli operatori, superando l’oligopolio S&P-Moody’s-Fitch. È il caso delle nuove agenzie che stanno emergendo in America e anche di quella cinese che, peraltro, Francia e Italia le aveva già declassate a dicembre.

Certo il doppio declassamento del nostro rating è una mazzata, per molti versi ingenerosa ed eccessivamente severa, sferrata per giunta dopo due incoraggianti collocamenti dei nostri titoli del debito pubblico. «È stata una sberla» – secondo il commento del ministro del Lavoro Elsa Fornero – «che ci riporta indietro rallentando il recupero». Non per questo «il Paese deve scoraggiarsi, anzi deve andare avanti sulla strada delle riforme».

Metabolizzata la bocciatura di Standard and Poor’s, il governo ha deciso in sostanza di rispondere con i fatti. Il presidente del Consiglio, Mario Monti ha discusso delle prossime mosse con il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, il vice ministro dell’Economia, Vittorio Grilli e il ministro per lo Sviluppo economico, Corrado Passera. Occorre dare «segni di determinazione».

In mattinata, un primo scambio di battute con il Papa, nel corso della visita in Vaticano, ha riguardato il suo recente incontro a Berlino con il cancelliere tedesco Angela Merkel. «In Germania tempo brutto ma clima buono. È importante dare sin dall’inizio il segno di una certa determinazione», ripete. Come dire che l’Italia ritiene di aver fatto la sua parte, con la manovra di stabilizzazione dei conti pubblici, e ora punta sulle misure in cantiere sul fronte delle liberalizzazioni e del mercato del lavoro. Ma è del tutto evidente che a questo punto la risposta alla crisi non potrà che essere in primo luogo europea, e dunque appaiono decisivi i prossimi appuntamenti in agenda.

Le aperture della Merkel sul fondo «salva Stati» vanno per Monti nella giusta direzione. Apprezzamento anche sullo stato di avanzamento delle modifiche e integrazioni al nuovo «fiscal compact», soprattutto laddove si ribadisce l’importanza degli altri «fattori rilevanti», e non solo della consistenza del debito pubblico per valutare la sostenibilità complessiva di un Paese. È la posizione italiana. Occorre un passo in più, poiché è l’intera Eurozona ad essere sotto attacco.

Del resto – ha sostenuto già nella prima reazione a caldo al declassamento del nostro rating – la lettura delle motivazioni che hanno indotto S&P ad attribuire al nostro merito creditizio un modesto BBB+ conferma che sull’azione intrapresa dal governo viene espresso un giudizio positivo. La politica italiana «è profondamente cambiata», ma i progressi «non sono sufficienti a superare i venti contrari», ha confermato ieri Moritz Kraemer, direttore generale di Standard & Poor’s. Il rifinanziamento di Italia e Spagna «va al di là della portata dell’Efsf. I due Paesi sono i più vulnerabili a rischi sistemici».

Monti ne discuterà domani con il presidente permanente dell’Unione europea, Herman Van Rompuy, in visita a Roma, nel corso della quale si farà il punto sulla reazione al declassamento del rating, di fatto, dell’intera Eurozona. La Germania non può certo dormire sonni tranquilli solo perché ha conservato la tripla A. Servono risposte immediate e una «Bce forte». In poche parole occorre superare le residue resistenze della Germania. Monti guarda a Berlino, ma anche a Parigi e a Londra. I risultati del suo tour europeo saranno percepibili al termine dei prossimi appuntamenti europei, a partire dall’incontro con David Cameron di mercoledì prossimo, per poi proseguire con l’Eurogruppo del 23 gennaio e con il vertice europeo del 30.

Nel pressing su Berlino Monti potrà contare su un Nicolas Sarkozy indebolito dalla perdita della «tripla A» e sulla forza del nuovo “triunvirato” Germania-Francia-Italia.

Nella riunione con Visco, Grilli e Passera si è discusso di tempi e metodi delle riforme per la crescita. Misure da inserire in quadro europeo di rilancio dell’intera economia dell’eurozona. In poche parole non basta certo che l’Italia continui a fare «i compiti a casa», mentre l’edificio europeo continua a vacillare vistosamente.

Il declassamento da parte di S&P – sostiene il presidente della Camera, Gianfranco Fini – «è una bocciatura all’Eurozona, non dell’Italia. Al governo Monti si riconosce, anche a livello internazionale, il coraggio e la capacità di aver aggredito le situazioni pregresse».

Insomma dobbiamo abituarci – opinione pubblica e mercati – ad avere reazioni meno «accaldate» cogliendo, al tempo stesso, il messaggio, non nuovo, che esce rafforzato dal giudizio di Standard & Poor’s: quella europea è una crisi profonda che non ha soluzioni facili. Il percorso da compiere è lungo e pieno di insidie. Decise le manovre necessarie per disinnescare i meccanismi della crescita del debito pubblico, ora l’enfasi va posta sullo sviluppo delle economie dell’Unione e su una maggiore solidarietà tra le varie capitali per rafforzare l’euro con un’unità d’intenti almeno sulle politiche fiscali, di bilancio e del lavoro.

Certo, anche se accompagnata dalle «bocciature» di parecchi altri Paesi, dalla Francia all’Austria, dalla Spagna al Portogallo, il passo indietro di due caselle dell’Italia, che la porta al livello di Paesi come il Perù, non è di certo incoraggiante per il nostro governo. Ma questo declassamento non può cancellare la consapevolezza che il Paese sta finalmente tentando di imboccare la direzione giusta. Un dato che, oltre che dalle istituzioni e dai partner europei, viene riconosciuto anche dai mercati che col positivo andamento delle aste dei titoli del Tesoro, soprattutto a breve termine, dimostrano di avere una certa fiducia sulla stabilizzazione della situazione italiana, almeno nei prossimi 12-18 mesi.

Ma è difficile andare oltre questa scadenza nelle previsioni, le nuvole all’orizzonte sono ancora troppo fitte: alle incertezze di un quadro politico caratterizzato da una tregua che potrebbe non durare a lungo, si aggiungono quelle che derivano dalla stagnazione. Per questo da oggi diventano ancora più importanti le politiche per la crescita che Monti, varata la manovra fiscale, ha messo al centro del suo programma. Per rendere gestibile il debito pubblico e farlo diminuire rispetto al Pil il governo ha bisogno di far crescere le attività produttive, evitando, al tempo stesso, impennate dei tassi. Qui, purtroppo, la mossa di S&P, che arriva proprio quando si vedeva qualche spiraglio di luce, non aiuta: già ieri sera a Wall Street alcuni analisti invitavano gli investitori a cautelarsi rispetto a rischi crescenti di «monetizzazione» del debito pubblico dei Paesi europei.

Massimo Gaggi

Settimana cruciale per l’Italia che affronta oggi il giudizio dei mercati dopo i downgrading di S&P. Forte delle parole di incoraggiamento della cancelliera tedesca, Angela Merkel, sicura che ce la potremo fare ”a convincere” le piazze finanziarie, Mario Monti si prepara ad una serie di incontri decisivi a livello europeo ed inaugura quello che da domani potrebbe essere il nuovo metodo di lavoro con le forze che sostengono l’esecutivo. Un inedito tavolo a quattro, con i leader di Pdl, Pd e Terzo Polo, Alfano, Bersani e Casini, per avviare un percorso di confronto sull’Europa che potrebbe essere l’anticamera di un confronto condiviso piu’ generale. Dopo una domenica di lavoro a palazzo Chigi con il sottosegretario Catricala’, Monti domani avviera’ una serie di incontri con le istituzioni europee e con i primi ministri di Gran Bretagna, Francia e Germania per chiarire il punto di vista e il percorso che l’Italia intende seguire. E, proprio per non dare alibi ai mercati e alle agenzie di rating che speculano sulla natura e possibile durata del governo, il premier incontrera’ all’ora di pranzo anche i leader dei principali partiti che sostengono il governo. Con Alfano, Bersani e Casini, Monti intende mettere a punto le linee di quella che sara’ ufficialmente la posizione dell’Italia in Europa, una linea nazionale che dovra’ essere unitaria, condivisa e, soprattutto, certificata il prima possibile in Parlamento. Monti sederà al tavolo con i rappresentanti di Pdl, Pd e Terzo Polo subito dopo aver incontrato il presidente permanente del Consiglio Ue Herman Van Rompuy: e nel menu’ non ci sara’ soltanto il punto sulla strategia europea da seguire dopo i giudizi negativi ad opera delle agenzie di rating. Collegato a questi temi c’e’, infatti, quello centrale della crescita e dello sviluppo e, quindi, anche quello delle liberalizzazioni. Sulle quali il governo intende rispettare il calendario che prevede il varo di un provvedimento per il 19. E su quel fronte non e’ escluso che possano esserci novita’, a partire dalla riconsiderazione della possibilita’ di scorporare dall’Eni la rete gas di Snam. Un progetto su cui insistono le forze politiche che chiedono di bilanciare gli sforzi che verranno richiesti alle altre categorie. ”Noi contiamo che il governo lo faccia perche’ lo scorporo avrebbe effetti non solo sul mercato ma anche politici e simbolici”, sostiene il finiano Benedetto Della Vedova mentre per la rutelliana Linda Lanzillotta ”occorre intervenire su grandi gestori di utilities, a partire dal gas” anche perche’, sostiene il centrista Gianluca Galletti, ”alla luce dei rating diventa indispensabile un’accelerazione anche sulla qualita’ degli interventi di liberalizzazione”. Altre novita’ sono attese sui farmaci, per i quali potrebbe essere superata la misura prevista bozza a favore di un sistema che preveda di affidare all’Aifa, l’agenzia per il farmaco, l’identificazione di un elenco di farmaci di fascia C vendibili nelle parafarmacie. Il tutto mentre sale la protesta dei tassisti, dei medici di famiglia e dei rivenditori di carburante e mentre verrebbero escluse modifiche sull’assegnazione delle frequenze. Prima di procedere con il decreto, in ogni caso, il governo dovrebbe ricontattare le forze politiche. Tra le quali il Pd che punta a collegare le misure di liberalizzazione e di crescita con interventi di politica industriale, incentivi e investimenti.

L’effetto Standard & Poor’s arriva fino a Dubai. Il principale listino del Medio Oriente torna ai livelli del 2004, dopo che Francia e Austria hanno perso la loro tripla A per il taglio di S&P, alimentando nuovi timori sull’economia europea e, di conseguenza, sulle vendite di greggio. ”Non c’e’ nessun catalizzatore positivo, quindi e’ difficile veder arrivare compratori”, spiega un analista, sottolineando che i principali gruppi del Paese si avviano a riportare risultati in deciso ribassoCerto il doppio declassamento del nostro rating è una mazzata, per molti versi ingenerosa ed eccessivamente severa, sferrata per giunta dopo due incoraggianti collocamenti dei nostri titoli del debito pubblico. «È stata una sberla» – secondo il commento del ministro del Lavoro Elsa Fornero – «che ci riporta indietro rallentando il recupero». Non per questo «il Paese deve scoraggiarsi, anzi deve andare avanti sulla strada delle riforme».

Metabolizzata la bocciatura di Standard and Poor’s, il governo ha deciso in sostanza di rispondere con i fatti. Il presidente del Consiglio, Mario Monti ha discusso delle prossime mosse con il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, il vice ministro dell’Economia, Vittorio Grilli e il ministro per lo Sviluppo economico, Corrado Passera. Occorre dare «segni di determinazione».
In mattinata, un primo scambio di battute con il Papa, nel corso della visita in Vaticano, ha riguardato il suo recente incontro a Berlino con il cancelliere tedesco Angela Merkel. «In Germania tempo brutto ma clima buono. È importante dare sin dall’inizio il segno di una certa determinazione», ripete. Come dire che l’Italia ritiene di aver fatto la sua parte, con la manovra di stabilizzazione dei conti pubblici, e ora punta sulle misure in cantiere sul fronte delle liberalizzazioni e del mercato del lavoro. Ma è del tutto evidente che a questo punto la risposta alla crisi non potrà che essere in primo luogo europea, e dunque appaiono decisivi i prossimi appuntamenti in agenda.
Le aperture della Merkel sul fondo «salva Stati» vanno per Monti nella giusta direzione. Apprezzamento anche sullo stato di avanzamento delle modifiche e integrazioni al nuovo «fiscal compact», soprattutto laddove si ribadisce l’importanza degli altri «fattori rilevanti», e non solo della consistenza del debito pubblico per valutare la sostenibilità complessiva di un Paese. È la posizione italiana. Occorre un passo in più, poiché è l’intera Eurozona ad essere sotto attacco.
Del resto – ha sostenuto già nella prima reazione a caldo al declassamento del nostro rating – la lettura delle motivazioni che hanno indotto S&P ad attribuire al nostro merito creditizio un modesto BBB+ conferma che sull’azione intrapresa dal governo viene espresso un giudizio positivo. La politica italiana «è profondamente cambiata», ma i progressi «non sono sufficienti a superare i venti contrari», ha confermato ieri Moritz Kraemer, direttore generale di Standard & Poor’s. Il rifinanziamento di Italia e Spagna «va al di là della portata dell’Efsf. I due Paesi sono i più vulnerabili a rischi sistemici».
Monti ne discuterà domani con il presidente permanente dell’Unione europea, Herman Van Rompuy, in visita a Roma, nel corso della quale si farà il punto sulla reazione al declassamento del rating, di fatto, dell’intera Eurozona. La Germania non può certo dormire sonni tranquilli solo perché ha conservato la tripla A. Servono risposte immediate e una «Bce forte». In poche parole occorre superare le residue resistenze della Germania. Monti guarda a Berlino, ma anche a Parigi e a Londra. I risultati del suo tour europeo saranno percepibili al termine dei prossimi appuntamenti europei, a partire dall’incontro con David Cameron di mercoledì prossimo, per poi proseguire con l’Eurogruppo del 23 gennaio e con il vertice europeo del 30.

Nel pressing su Berlino Monti potrà contare su un Nicolas Sarkozy indebolito dalla perdita della «tripla A» e sulla forza del nuovo “triunvirato” Germania-Francia-Italia.
Nella riunione con Visco, Grilli e Passera si è discusso di tempi e metodi delle riforme per la crescita. Misure da inserire in quadro europeo di rilancio dell’intera economia dell’eurozona. In poche parole non basta certo che l’Italia continui a fare «i compiti a casa», mentre l’edificio europeo continua a vacillare vistosamente.Mercato

Stato e mercato. Esistono due scuole di pensiero per quello che riguarda il funzionamento d’una economia di mercato. La scuola per la quale l’economia di mercato possiede dei meccanismi automatici di aggiustamento che la riportano in equilibrio; e la scuola per la quale tali meccanismi non esistono ed è necessario l’intervento dello stato per riportare l’economa in equilibrio.

Analogamente, esistono due scuole di pensiero per quello che riguarda la crescita economica, qualora riusciamo a dare – cosa tutt’altro che facile – una definizione di essa. Secondo una scuola di pensiero, la cosa migliore da fare è lasciare che l’economia cresca sospinta dell’azione dei singoli operatori globali; secondo un’altra scuola di pensiero, è invece necessario l’intervento dello stato al fine di indirizzare l’attività dei singoli operatori globali.

Di tutto ciò si discusse lungamente durante la ricostruzione  post-bellica e durante gli anni sessanta e settanta del secolo scorso. Interessante è a questo riguardo la discussione sul Piano del lavoro presentato dalla Cgil nel 1950. L’idea della Cgil era molto semplice. C’erano milioni di disoccupati; c’era un paese da ricostruire; c’erano i soldi del Piano Marshall. Perché non utilizzare questi soldi per finanziare un piano p dare lavoro a milioni d disoccupati?

La reazione fu negativa sia da parte del governo che da parte degli economisti di formazione tradizionale, i quali consideravano il piano presentato dal Cgil una aberrazione economica di stampo comunista, benché esso fosse stato presentato da un economista che non era certamente un comunista come il prof. Alberto Breglia..

Fu così che la ricostruzione si trasformò, da un lato, in una restaurazione del potere padronale in fabbrica; e, dall’altro lato, nella vittoria della teoria economica tradizionale sulla nuova corrente di pensiero di stampo keynesiano.

Lo scontro fra le due scuole di pensiero si riprodusse negli anni sessanta e settanta al tempo del dibattito sulla programmazione che vide ancora una volta il trionfo della teoria economica tradizionale, ostile a qualunque genere di controllo pubblico in campo economico. Oggi, tutto tace. Gli economisti tacciono. Il governo continua a fare il furbetto. Il paese, senza una guida economica sta correndo verso l baratro.
Il declassamento da parte di S&P – sostiene il presidente della Camera, Gianfranco Fini – «è una bocciatura all’Eurozona, non dell’Italia. Al governo Monti si riconosce, anche a livello internazionale, il coraggio e la capacità di aver aggredito le situazioni pregresse».

Crescita. C’è un punto sul quale credo siamo tutti d’accordo. Il governo continua a fare poco o nulla per stimolare la crescita. Il motivo che viene comunemente addotto per spiegare questo fatto è che esso è dominato da un ministro dell’economia il quale più che da economista si comporta come un ragioniere preoccupato unicamente del problema di far tornare i conti e per nulla preoccupato invece di come creare risorse che garantiscano una crescita degna di questo nome.

In realtà, il problema  molto più complesso.  Come sa ogni economista, il problema della crescita coinvolge fattori geografici, demografici, economici, sociali, politici, giuridici, culturali. A dire che non è sufficiente il possesso di risorse per garantire una crescita degna di questo nome.

Occorrono leggi adeguate, istituzioni politiche efficienti, una mentalità favorevole al cambiamento, una scuola che funzioni, mobilità sociale. Insomma, occorre la presenza d’una serie di condizioni che nel nostro paese o mancano o non sono presenti nella misura che sarebbe necessaria.

Le cause sono molte, non ultima quella relativa al fatto che s’è realizzato poco o nulla per superare il ritardo con il quale abbiamo imboccato la strada dello sviluppo ed ora le conseguenze negative di questo fatto vengono drammaticamente al pettine.

Crescita. Da tempo si parla  in Italia della necessità che l’economia riprenda a crescere. Ora, io cedo che ciò meriti alcune precisazioni.

La prima riguarda il fatto che crescita non è sviluppo. La crescita attiene la quantità. Lo sviluppo attiene la qualità. La crescita attiene le grandezze fisiche, i beni materiali. Lo sviluppo attiene i beni immateriali; in una parola, attiene la qualità della vita.

La seconda riguarda il tipo di crescita. Per essere di lunga durata essa deve essere equilibrata e ecocompatibile; nel caso contrario essa cadrà vittima di se stessa. Questo fatto è ben noto agli economisti ed agli ecologi; è ora e tempo che ne divengano consapevoli anche i politici.

In questo quadro si colloca il problema energetico che può essere risolto solo cambiando il nostro modello di sviluppo. Noi consumiamo troppa energia non solo per scarsa attenzione alla questione del cd risparmio energetico; ne consumiamo troppa anche a causa della produzione di beni di spreco che tende a contrastare la tendenza esistente nelle nostre economie del surplus ad aumentare a causa delle pratiche monopolistiche delle imprese.

Per realizzare uno sviluppo equilibrato ed ecocompatibile occorre mettere in campo una politica di programmazione delle risorse che richiede, a sua volta, una chiara visione di ciò che vogliamo realizzare e richiede anche un’oculata scelta degli strumenti atti a raggiungere l’obiettivo fissato dal governo.

In altre parole, occorre fare politica economica, una cosa che non si fa più avendo  scelto di affidare il nostro destino alle leggi che regolano il funzionamento del mercato. La recente storia delle nostre economie ha dimostrato che il mercato, se abbandonato a se stesso, entra facilmente in crisi e può distruggere risorse invece di crearle.

Allarme del Censis. L’Italia ha perso i giovani per strada. Sono sempre meno – in calo del 12,7% negli ultimi 10 anni e dimezzati negli ultimi 20 – sempre più sfiduciati e impigriti. Primi in Europa per “inattività volontaria”, l’ultimo studio del Censis li descrive nell’11,2% dei casi “non interessati a lavorare o a studiare”. Se i giovani nullafacenti sono una realtà in diversi paesi, il dato italiano è più di tre volte superiore alla media europea (3,4%) e a quello di Paesi come la Germania (3,6%), la Francia (3,5%) o l’Inghilterra (1,7%). La crisi sicuramente contribuisce a diffondere un senso di sfiducia nel futuro per cui “molti giovani guardano all’inattività come a un’alternativa possibile di vita”, scrive il Censis, ma non basta a spiegare la rinuncia alla ricerca di un lavoro.
In Spagna, con un tasso di disoccupazione giovanile arrivato a quota 41,6% nel 2010, i giovani che hanno smesso di cercare un impiego sono appena lo 0,5%. In Italia, invece, la disoccupazione è del 27,8%, ma i Neet (dall’acronimo inglese Not in education, employment or training) toccano punte del 17,7% al Sud. Non li aiuta a vincere l’apatia “la funzione di ammortizzatore sociale che le famiglie si sono ormai abituate a svolgere”, come spiega il direttore generale del Censis, Giuseppe Roma, all’audizione presso la Commissione Lavoro della Camera, e nemmeno le scarse possibilità di successo professionale legate all’istruzione superiore. Per i laureati, l’accesso al mercato del lavoro è ancora più difficile che per i diplomati, e solo il 67% trova un impiego a tre anni dal completamento degli studi, contro il 70% di chi ha un diploma e l’84% dei laureati degli altri paesi dell’Unione Europea. Inoltre, secondo una ricerca dell’Eurispes, la laurea è inutile per il 20% dei lavoratori, che sono impiegati in lavori sottoqualificati.
Questo fenomeno “é in continua crescita e provoca mobilitàsociale discendente e immobilità sociale”, secondo il presidente del centro di ricerca, Gian Maria Fara, ma è ancora più diffuso quello dei lavoratori con titoli di studio “incoerenti” con l’attività svolta, che caratterizza addirittura metà della popolazione. Con queste prospettive di carriera, non stupisce che il numero di laureati in Italia sia molto inferiore a quello dei vicini europei. Ha finito gli studi universitari, infatti, solo il 20,7% dei ragazzi tra i 25 e i 34 anni, a fronte di una media europea del 33% e a tassi del 26,1% in Germania, del 39,2% in Spagna, del 40,7% nel Regno Unito e del 42,9% in Francia. Di fronte a questi dati disperarsi non serve, secondo il vicepresidente della Commissione Lavoro, Giuliano Cazzola (Pdl), basta aspettare perché “la demografia ci darà una mano a superare le difficoltà dell’occupazione giovanile”. Negli ultimi 10 anni ci sono stati, infatti, 2 milioni di giovani in meno ed entro il 2020 8 milioni di anziani usciranno dal mercato del lavoro, “non ci sono abbastanza ragazzi per sostituirli” osserva il deputato.

La lezione di James Tobin. Il provvedimento del governo che si occuperà delle liberalizzazioni sarà un decreto, pronto “prima del 20” e riguarderà “tutti i settori”. Ad annunciarlo dagli studi di ‘Porta a Porta’ è il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Antonio Catricalà.

L’ex vertice dell’Antitrust ha parlato di “un provvedimento d’urgenza prima del 20 perché una legge avrebbe un periodo troppo lungo di gestazione. Ma noi – ha aggiunto – vogliamo dare il modo di esprimersi ai partiti”.

Su questo aspetto il sottosegretario ha chiarito: “Credo che dovremmo fare delle consultazioni con i partiti”. Nel merito Catricalà ha parlato di un intervento che riguarderà “tutti i settori: energia, assicurazioni, trasporti, farmacie, notai e acqua”. Su quest’ultimo aspetto il sottosegretario ha ammesso che “c’è un problema: il referendum ha sconfitto le liberalizzazioni e ci impedisce un intervento diretto ma pensiamo comunque a delle modifiche che non vadano contro il risultato referendario”.

Catricalà ha parlato poi delle farmacie: “Ci sarà un aumento della pianta organica in modo da avere i giusti sconti sui farmaci”. Dei notai: “Anche qui ci sarà un aumento particolarmente rilevante della pianta organica”. Della benzina: “Bisogna creare le situazioni per cui un benzinaio possa utilizzare la benzina con altri beni da vendere”. Delle Ferrovie: “Esistono storture che avvantaggiano le Ferrovie dello Stato, ci saranno norme per una maggiore facilità di accesso”. Di energia: “Lo scorporo di Eni e Snam non è una delle priorità indicate ma ci sono tanti altri rimedi per pagare meno il gas”.

Accende il dibattito la frase del presidente del Consiglio Mario Monti riguardo a prossimi interventi sulla Rai. ”Mi dia qualche settimana e lei vedrà” ha risposto il premier a una domanda di Fabio Fazio a ‘Che tempo che fa’. Ma per il Pdl il tema non compete all’esecutivo.
In serata interviene il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà. Prima dagli studi di ‘Porta a Porta’ sottolinea che gli interventi che il premier Monti ha in mente sono quelli ”certamente di competenza del governo”, compresi quelli sulla governance dell’azienda. Quindi più tardi chiarisce: ”Sulla Rai a ‘Porta a Porta’ ho parlato solo di ipotesi allo studio, anche in forma dubitativa su chi, tra governo e Parlamento, dovrà avere la competenza ad affrontare queste materie”.

La questione Rai comunque per il capogruppo Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto “non è problema del governo. Dopo la riforma del 1975, il rapporto è tra il Parlamento e la Rai. Non credo se ne debbano occupare i tecnici”.

Di segno opposto la visione del vicepresidente dei senatori del Pd, Luigi Zanda, secondo il quale ”è difficile sostenere, come fa l’onorevole Cicchitto, che il governo italiano non debba occuparsi di un’azienda come la Rai che svolge un ruolo così strategico per la qualità della vita democratica e civile del Paese”. Zanda ricorda dunque che “il capitale della Rai è pubblico e il suo azionista è il ministro dell’Economia. Il governo designa il direttore generale e due consiglieri d’amministrazione della Rai, tra i quali – sottolinea – il presidente. Le leggi le fa il Parlamento. Ma sostenere, come fa l’onorevole Cicchitto, che sulla Rai il governo, che ne è l’azionista, non possa assumere iniziative è assolutamente improprio”, conclude Zanda.

Ma sulla stessa scia di Cicchitto è il capogruppo del Pdl in commissione di Vigilanza, Alessio Butti. “Il Pdl non si aspetta alcuna novità sulla Rai da parte del governo Monti perché non compete al governo occuparsi di Rai – commenta Butti all’Adnkronos – A meno che Monti non si riferisse a qualche novità sul canone o sul contratto di servizio. Perché altre competenze l’esecutivo non ne ha su Viale Mazzini”. “A Monti – aggiunge Butti – regaleremo un ‘bigino’ per ricordargli quali sono le competenze del governo. Fra l’altro ha sbagliato anche location per i suoi annunci, dal momento che era ospite proprio di una trasmissione Rai. Le competenze su qualsiasi riforma o cambiamento sulla Rai sono del Parlamento e quindi si procederà solo se il Parlamento troverà una strada. Il governo di Monti è tecnico, quindi il premier lasci perdere la Rai e si occupi di problemi economici”, conclude Butti.

Gli fa eco Gaetano Quagliariello. ”La questione Rai dovrebbe essere di assoluta prerogativa del Parlamento – afferma il vicepresidente dei senatori del Pdl a ‘Una domanda a…’, sul sito Ign/Adnkronos – Qui c’è una contraddizione del presidente Monti, il quale ha giustamente detto che sulla legge elettorale il governo si ritira. Se prende atto di quella che è la situazione della Rai e delle leggi che regolano il rapporto tra Rai e politica, dovrebbe fare la stessa cosa per quanto riguarda la Rai. Questo è un tema di discussione parlamentare su cui devono intervenire i partiti”.

Mentre il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, si rivolge a ”tutti coloro che hanno voglia di privatizzare la Rai”. ”Si vadano a leggere – dice – la legge vigente che consente la cessione di interi rami d’azienda. Se ci fosse la volontà politica, senza dover varare nuove norme, domani mattina si potrebbe avviare la procedura di vendita di intere reti Rai”. Per Gasparri ”sarebbe invece assurdo ipotizzare commissariamenti di una società per azioni che sta risanando i propri conti”.

Commenta le reazioni Anna Finocchiaro, capogruppo Pd al Senato. “Il Pdl non alzi polveroni inutili sulla Rai. L’intervento del presidente del Consiglio Mario Monti di ieri è stato ragionevole e cauto, tanto da non giustificare in alcun modo questa alzata di scudi da parte degli esponenti della destra, interessati con tutta evidenza ad evitare qualsiasi intervento sulla tv pubblica che modifichi l’attuale assetto. La Rai – prosegue Finocchiaro – è un’azienda pubblica, a capitale pubblico, e dunque è del tutto legittimo che il governo si esprima in merito a una questione così rilevante, che va affrontata e certamente discussa in Parlamento. L’unica cosa che non possiamo fare è lasciare che le cose rimangano così come sono”.

Il vice presidente della commissione di Vigilanza Rai, Giorgio Merlo, del Pd, dice di aver ”apprezzato l’approccio, concreto e equilibrato, del presidente Mario Monti nel sottolineare la necessità di una riforma della Rai nel suo complesso. Un intervento che si rende sempre più necessario per la credibilità stessa del servizio pubblico radiotelevisivo. Ma, per chiarezza – avverte – non voterò nessun provvedimento – proposto dal governo o dal centrosinistra o dal centrodestra – che ha come obiettivo la privatizzazione o, peggio ancora, il commissariamento della Rai”.

Secondo il vicepresidente di Fli, Italo Bocchino, da ministro dell’Economia Monti ha il dovere di intervenire. “Il governo Monti lavori da subito alla privatizzazione della Rai che non è più competitiva perché è diventata uno stipendificio senza utili e non riesce più a svolgere in maniera soddisfacente il servizio pubblico. Sbaglia chi dice che Monti non deve occuparsene – rimarca Bocchino – perché dimentica che il ministero dell’Economia è l’azionista della Rai e quindi ha il dovere di intervenire su una sua azienda che va male. Il tema della vendita della tv pubblica non deve essere una proposta propagandistica, ma va affrontato in modo serio per recuperare fondi ed eliminare i partiti dalla Rai”.

Sulla questione interviene anche l’Usigrai. “Riteniamo indispensabile che il governo Monti si occupi di Rai e plaudiamo all’annuncio del presidente del Consiglio – afferma in una nota il segretario Carlo Verna – Naturalmente con un’iniziativa legislativa, che in quanto tale sarà sottoposta al Parlamento. Davvero non capiamo allora quale possa essere il problema”. Secondo Verna è “profonda la riforma che occorre”, “da attuarsi in una dimensione rigorosamente pubblica: la privatizzazione sarebbe una soluzione banale e di svendita di Stato”. “Noi – prosegue – siamo favorevoli anche ad una normativa di transizione in grado di affidare urgentemente la Rai a personalità autorevoli, indipendenti e capaci. Non solo c’è assolutamente da intervenire, ma bisogna farlo al più presto, basterebbe anche una norma chiara ed efficace nel pacchetto denominato ‘Cresci Italia’. La Rai è un patrimonio e un bene comune di questo Paese ed è anche un’emergenza”, conclude Verna.

”Non credo ci sia un’urgenza ma la necessità probabilmente di procedere ad una riforma della governance aziendale. Ma non so se questo sia prerogativa di un governo tecnico. Mi sembra più materia del Parlamento” afferma all’Adnkronos il consigliere d’amministrazione della Rai Antonio Verro. “Non faccio dietrologia – aggiunge Verro – e quindi non vedo particolari significati nella parole dette ieri da Monti sulla Rai. In generale mi pare che intenda mettere la testa sulla Rai quando sarà risolta l’emergenza economica”.

“Non parteciperò ad un dibattito sul nulla – mette in chiaro il consigliere d’amministrazione della Rai Giorgio van Straten – perché il presidente del Consiglio ha fatto un’affermazione di tale genericità che francamente troverei offensivo e trovo offensivo nei confronti del premier aprire un dibattito. I dibattiti si fanno su proposte concrete. Ho visto infatti che ognuno dà un significato diverso alle parole di Monti. Non mi sembra un dibattito sensato”.

A parlare all’Adnkronos è anche il consigliere d’amministrazione della Rai Giovanna Bianchi Clerici. “Non spetta ad un consigliere d’amministrazione commentare le parole del premier sulla Rai – osserva – Mentre da cittadina e da ex parlamentare credo la materia Rai sia di competenza del Parlamento. E quindi credo abbiano fatto bene quegli esponenti politici che oggi hanno sottolineato che eventuali interventi sull’assetto del servizio pubblico rientrano nei poteri del Parlamento e non in quelli del governo”.

Entra nel vivo il confronto sulla riforma del mercato del lavoro. Alla vigilia dell’incontro tra il ministro del Welfare Elsa Fornero e i numeri uno di Cisl e Uil, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, il premier Mario Monti in tv, ospite di ‘Che tempo che fa’, lancia un messaggio ai sindacati: “Sul lavoro dobbiamo discutere senza tabù”.

Tanti i temi caldi affrontati da Monti durante l’intervista a Fabio Fazio. Ma innanzitutto chiarisce che non serve una nuova manovra, “non occorre dal punto di vista del consolidamento dei conti pubblici”. Poi parla della ‘fase due’ sulla crescita e dunque avanti tutta con le liberalizzazioni: le prime misure entro fine gennaio e dice stop alle corporazioni. Serve un “certo disarmo multilaterale di tutte le corporazioni” per “dare spazio” ai giovani e alle risorse del Paese, sottolinea il Professore.

Quanto al capitolo fisco, Monti, seppure spiega che la ricchezza “vada rispettata” (chi “è ricco ne sia orgoglioso”), bisogna condurre “una lotta senza quartiere all’evasione” precisando che “operazioni come quella di Cortina possano avere un significato nell’ambito di una lotta seria all’evasione fiscale”.

Ed eccolo affrontare il tema del lavoro. Monti, che si presenta come semplice cittadino che vuole tentare in questa occasione di “favorire la riconciliazione tra classe politica e l’opinione pubblica”, dice, lanciando un messaggio chiaro ai sindacati, che “l’atteggiamento mentale del governo” sull’articolo 18 “è quello di ritenere che nulla debba essere tabù” perché “bisogna mediare per creare vera occupazione”: secondo il premier “c’è un disperato bisogno non di simboli ma di lavoro non precario”.

Oggi l’incontro tra Fornero e i leader di Cisl e Uil. Poi, domani e mercoledì, sarà il turno di Ugl e Confindustria. Questa prima fase, quella degli incontri bilaterali tanto contestati proprio dalla Cgil, servirà al ministro per raccogliere le posizioni dei suoi interlocutori e poi poter fare la sintesi, integrando dove possibile la proposta che ha in mente da settimane. Ci sono gli ammortizzatori sociali da riformare, per renderli adatti a proteggere tutti i lavoratori e non solo ‘i garantiti’. Ci sono una serie di asimmetrie e di dualismi da sanare, giovani e meno, assunti a tempo indeterminato e precari. E la conseguenza è che va ridotto sensibilmente il numero dei contratti, 46 secondo il censimento effettuato dalla Cgil. La base del lavoro è il contratto unico, o meglio come preferisce chiamarlo il ministro il ‘contratto prevalente’. E’ una proposta già formalizzata. L’origine è quella della versione Ichino, ma l’evoluzione, quella che finirebbe sul tavolo del confronto, è una proposta più vicina alla versione Boeri-Garibaldi e la sua evoluzione legislativa, il disegno di legge Nerozzi (Pd). Il ‘contratto prevalente’ sarebbe a tempo indeterminato e prevederebbe un periodo di ingresso di tre anni in cui il lavoratore, nel caso in cui venisse licenziato, riceverebbe un’indennità economica di compensazione, proporzionale al periodo lavorato.

L’obiettivo, quello di mettere insieme flessibilità e sicurezza, ovvero maglie più larghe in uscita a fronte di adeguate tutele per i lavoratori, è alla portata, vista la disponibilità di massima a discutere di nuove regole che è già arrivata sia dai sindacati che dalle organizzazioni datoriali. Questo, purché si riesca a tenere fuori dal confronto le polemiche sull’articolo 18, pronte a riesplodere in qualsiasi momento se la riforma dovesse in qualche modo avallare la tentazione, radicata nell’ala più radicale del fronte industriale, di spingere sulla strada dei ‘licenziamenti facili’. Intanto, a parlare è stato il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti. E l’invito è stato chiaro: “Scriviamo norme chiare, non interpretabili, applicabili”. E’ invece inaccettabile, ha chiarito il leader del sindacato di via Lucullo, “il ragionamento perverso” che si fa sostenendo che “siccome le norme non riusciamo a scriverle in maniera chiara, le aboliamo”. Per i licenziamenti, dice Angeletti, “ci devono essere delle motivazioni scritte in maniera chiara per cui il rapporto si può rescindere: l’azienda va male, il reparto va male, quel lavoratore non va mai a lavorare”. Ma, avverte Angeletti, “va lasciato in maniera chiara che si deve evitare l’arbitrio” da parte dell’impresa.

Del resto, anche dal governo sono arrivate assicurazioni in questo senso. L’articolo 18, ha ribadito il ministro dello Sviluppo Corrado Passera in un’intervista al Corriere della Sera, ”non era un prerequisito del tavolo sul lavoro, come Elsa Fornero ha ben chiarito”. Il ministro ha spiegato anche quali sono le priorita’. “Che vada migliorata la flessibilità in entrata, e resa più logica la flessibilità in uscita, è evidente”. Così come “per superare il dualismo del mercato del lavoro, che penalizza i giovani, servono contratti più chiari, più responsabilizzanti per le aziende”. Ancora, ha evidenziato, va ridotto “l’abuso del precariato, valorizzare il contratto di apprendistato, liberare una generazione dalla condanna a sotto-lavori senza prospettive”. La riforma del mercato del lavoro è urgente ma la modifica dell’articolo 18 “non è la priorità”, ha evidenziato anche l’ex ministro dell’Economia e attuale vice presidente di Morgan Stanley, Domenico Siniscalco, intervistato da Maria Latella su Sky Tg 24. Il mercato, ha spiegato, “oggi è fortemente segmentato”: da una parte “ci sono i supergarantiti” e dall’altra “i giovani con una precarietà eccessiva”. E con la crisi, “i garantiti restano garantiti e i giovani vengono espulsi”. Questo, ha avvertito Siniscalco, “è gravissimo, perché sono proprio i giovani che devono poter accumulare produttività e far crescere l’economia”. Ma, nell’affrontare la riforma, va chiarito che la modifica dell’articolo 18 “non è la priorità”. Perché liberalizzare il licenziamento, questo in sintesi è l’abolizione dell’articolo 18, “oggi porterebbe all’espulsione dal mercato del lavoro di molti dipendenti attuali dopo aver aumentato anche l’età pensionabile”.

Dal salone di Detroit Sergio Marchionne (con barba sale e pepe, un po’ Hemingway) scruta il Vecchio Continente, che anche quest’anno non porterà buone notizie per l’auto («se continua così, Fiat perderà 400-500 mila vetture») e prevede un nuovo giro di alleanze. Per tutti.
«Ci deve essere un altro consolidamento dell’industria automobilistica a livello europeo e non solo. L’aggregazione è essenziale», ragiona. Anche Fiat-Chrysler non è una posizione chiusa. Per raggiungere l’obiettivo di 6 milioni di vetture nel 2014, il gruppo italoamericano può recuperare «in Brasile, che ho sottovalutato, o con Chrysler», ma anche procedere individuando nuovi partner. Il manager italocanadese avverte che non ci sono colloqui in corso, ma non esclude un terzo partner «che può essere di qualsiasi colore». Secondo fonti qualificate, la pista del Lingotto a questo punto porta a Parigi: i francesi di Psa Peugeot-Citroën sono pronti a negoziare l’alleanza. È questo il piatto forte delle strategie Fiat e si affianca al tema della fusione tra Torino e Detroit: che non avverrà quest’anno – sottolinea Marchionne ribadendo che prima bisogna procedere al riacquisto della quota della casa americana in mano al fondo Veba – ma «tra il 2013 e il 2015».                
Così come non è adesso «il momento giusto» per valutare quale sarà la sede unica del gruppo, tra Torino e Detroit. Sul punto Marchionne spende ancora parole per tranquillizzare sulla volontà di non lasciare indietro l’Italia (i posti saranno salvaguardati, «quello del Lingotto è un numero protetto»), ma ha appena avvertito in un colloquio con il Wall Street Journal che «l’attaccamento emotivo al proprio Paese come produttore va ripensato. E questo non significa tradirlo, significa crescere. Sia Auburn Hill sia Torino sono in grado di ospitare» il quartier generale del gruppo. Ma sull’Italia la riflessione è sferzante: «Come si fa ad incoraggiare investimenti stranieri in Italia con i continui ostacoli che le parti sociali pongono alle imprese che vogliono fare impresa? – chiede in un’intervista a Sky Tg24 -. Il problema non è Marchionne e non è la Fiat. L’Italia si deve aprire al mondo intero, deve smettere di chiudersi in se stessa. Non può andare avanti così, non si può dire no a tutto». E anche se «devo sfruttare tutte le opportunità per poter ridare fiato all’Italia, che rimane il centro dei nostri interessi», Marchionne annuncia di voler aumentare la produzione in America per cavalcare il momento magico di Chrysler: «investire a Detroit è la cosa più intelligente da fare in questo momento».
Entro il 2013 a Jefferson North, dove viene assemblata la Jeep Grand Cherokee, verranno creati altri 1.100 posti per ampliare la gamma e inserire una versione diesel destinata al Nord America, altri 150 dipendenti saranno arruolati per riaprire la fabbrica di Conner Avenue che produrrà la Dodge Viper. La vettura presentata al salone di Detroit, la Dodge Dart, ha intanto permesso a Fiat di incrementare di un altro 5% la sua partecipazione in Chrysler. La Dart è l’auto capostipite della strategia globale del Lingotto, sullo stesso pianale verrà costruita una berlina con il marchio Fiat anche in Cina, nello stabilimento di Guanzhou.
Negli Stati Uniti l’unica delusione al momento è stato il lancio della 500, con stime di vendita troppo ottimiste. Marchionne lo ammette con toni coloriti («Ho fatto una grandissima cavolata»). Per quest’anno le previsioni scendono dalle 50 mila vetture del 2011 a massimo 35 mila.
Questi sono i fatti. Adesso la parola dovrebbe passare al commento e il commento dovrebbe ripetere ciò che è stato detto alla nausea. Siamo un paese bislacco. Abbiamo un presidente del consiglio che fu allievo del grande James Tobin, fiero critico della reaganomics e che a distanza di trent’anni intende mettere in pratica la politica economica criticata a suo tempo da Tobin.

Siamo un paese in cui si permette al CEO di FIAT Sergio Marchionne di sproloquiare sulla Fiat, la quale sarebbe già sparita dall’universo delle imprese se non avesse sfruttato gli aiuti dello stato italiano ottenuti usando la tecnica del blackmail.
Siamo un paese in cui si pensa di risolvere il problema della disoccupazione di massa, aprendo delle nuove farmacie, quando occorrerebbero dei massicci investimenti in tutti i settori economici. Come ci insegna Keynes, il livello di occupazione dipende dagli investimenti i quali in ultima analisi dipendono dal livello della domanda effettiva, la quale è costituita in modo fondamentale dai consumi delle famiglie i quali dipendono dagli stipendi e dai salari che in Italia sono bassissimi. Quindi, l’unico modo per creare nuovi posti di lavoro è retribuire maggiormente quelli esistenti…

Italia sconfitta dal Terzo mondo. Ruanda, Zambia, Ghana e Namibia hanno piu’ attrattiva del Belpaese per chi deve avviare un’impresa. Norme complicate e burocrazia lumaca ci fanno scivolare nella classifica fornita dalla Banca Mondiale, mentre i costi pesano come un macigno su sviluppo e rilancio: circa lo 0,5% annuo del Pil, quasi 10 miliardi di euro, secondo la stima dell’Istituto Bruno Leoni, fornita all’Adnkronos.
In Italia il debutto nel mondo dell’imprenditoria costa 2.673 euro contro una media europea di 399 euro. Numeri che preoccupano Viale dell’Astronomia. I Giovani di Confindustria chiedono al governo Monti un intervento deciso per attrarre investimenti e far ripartire l’economia. “Serve un’azione seria di semplificazione e liberalizzazioni – dice all’Adnkronos il presidente Jacopo Morelli-, ma anche la diffusione di infrastrutture che rendano piu’ agevole fare impresa: dalla rete energetica a quella digitale”.
Nel Regno Unito sono sufficienti 33 euro per avviare un’impresa, ne bastano 50 in Irlanda e sei euro in piu’ in Bulgaria. Scegliere la Spagna comporta un costo di 115 euro, ne servono 176 in Germania, mentre in Romania la cifra non supera i 125 euro. Piu’ ‘care’ Svezia ed Estonia (185), seguono Malta (210) e Cipro (265).
Bisogna mettere in conto tra i 330 e i 392 euro se si opta per Finlandia, Ungheria, Repubblica Ceca, Austria, Portogallo o Slovacchia. In Belgio la spesa iniziale sale a 517 euro e lievita in Lussemburgo (1.000 euro), Paesi Bassi (1.040) e Grecia (1.101). Nulla a che vedere con l’Italia, che supera di quasi 7 volte la media europea. Una differenza che frena, inevitabilmente, la nascita di nuove aziende.
I costi nel nostro Paese non si traducono in velocita’: se da aprile 2010 e’ possibile registrare un’impresa in un giorno (nel 2008 era 13 giorni) ne basta uno anche in Portogallo e ne sono sufficienti due nella Danimarca a ‘costo zero’. Nella media Ue, 7 giorni secondo i dati della Commissione Europea, rientrano inoltre Germania, Francia e Regno Unito.
Da una analisi delle variabili contenuta invece nel ‘Doing business in a more transparent world 2012′ elaborata dalla Banca Mondiale emerge che per aprire una impresa in Italia serve lo stesso numero di giorni e di procedure che negli Usa, ma il costo incide 18 volte di piu’ sul reddito individuale ed e’ richiesto un capitale minimo pari al 10% del reddito contro lo zero della Germania. Per avere accesso all’elettricita’ in Italia si impiegano piu’ di 6 mesi, contro due settimane in Germania.
Un imprenditore del Belpaese impiega 285 ore per adempiere alle procedure per pagare le tasse (piu’ di 35 giorni) e la tassazione incide per il 68% sul profitto, contro il 46% della Germania. Difficile cosi’ pensare di attrarre investimenti esteri. Se ai primi 4 posti della classifica mondiale ci sono Singapore, Hong Kong, Nuova Zelanda e Stati Uniti, e’ evidente anche la distanza dalle economie dell’area euro. Settimo il Regno Unito, 19esima la Germania e 29esima la Francia. L’Italia perde 4 posizioni rispetto allo scorso anno e 10 rispetto al 2010 e si piazza 87esima su 183. Peggio di noi nel Vecchio Continente fa solo la Grecia.
Non va meglio il confronto con il resto del mondo. Il Ruanda scala la classifica e si piazza 45esimo, in Polinesia il Tonga ci guarda dall’alto in basso, cosi’ come il Botswana al centro dell’Africa meridionale o l’Armenia. E il sorpasso riesce anche a Mongolia, Bahamas, Ghana, Namibia e Zambia. Chiude la classifica lo stato africano del Ciad, mentre il Marocco registra la migliore performance passando dal 115esimo al 94 posto, complici le numerose semplificazioni introdotte nel settore edilizio che hanno alleggerito gli adempimenti fiscali.
Tempi lunghi per ottenere permessi di costruzione, difficolta’ di accesso al credito, imposte onerose,
poche tutele in caso di insolvenza dei debitori sono solo alcuni degli ostacoli che affronta chi tenta di mettersi in proprio. Difficolta’ che si riflettono sulla predisposizione dei giovani a fare impresa. Solo un giovane italiano su tre sogna di diventare imprenditore, secondo l’ultimo rapporto Censis. Pronto all’avventura il 32,5% dei giovani italiani tra i 15 e 35 anni, contro il 56,3% dei coetanei spagnoli, il 48,4% dei francesi e il 35,3% dei tedeschi. A scoraggiarci la burocrazia, “e’ troppo complicato” per il 26,7% contro il 14% della media dei giovani europei, o la paura di rischiare (17,8% contro il 15,4% della media Ue).

Un dl organico, con un approccio di riforma che interverrà simultaneamente in più settori. Il provvedimento sulle liberalizzazioni sta prendendo forma e, secondo quanto risulta all’Adnkronos, prevede un impianto di regole che possa poi consentire successivi interventi mirati nei singoli settori. Lo schema degli interventi, la traccia, è quello della segnalazione dell’Antitrust e i tempi saranno rapidi ma compatibili con una condivisione collegiale all’interno del Governo. Dai carburanti, con interventi sulla rete di distribuzione e sui contratti dei gestori con le compagnie, ai taxi; dalle farmacie alle professioni, fino alle banche, con il capitolo delle polizze legate ai mutui da affrontare. Ancora, il governo sta lavorando a misure per incrementare la concorrenza in settori strategici, come l’energia, nel mercato elettrico e in quello del gas, e i servizi postali.
Il dossier liberalizzazioni, del resto, è un banco di prova importante, forse decisivo, per l’intera strategia di sostegno alla crescita che il governo vuole mettere in campo. Le resistenze delle lobby e quelle collegate dei partiti e delle diverse associazioni di categoria sono un ostacolo difficile da aggirare, come l’iter in Parlamento del dl ‘Salva Italia’ ha già chiaramente dimostrato.
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Antonio Catricalà, ex numero uno dell’Antitrust, sta lavorando in questo senso dal giorno successivo all’insediamento del governo. Così come il ministro dello Sviluppo Corrado Passera, che venerdì ha ammesso che il percorso è tutt’altro che facile, ma ha anche ribadito che il governo è convinto di riuscire ad ottenere, mese dopo mese, i passi in avanti auspicati. Ora, con il via libera collegiale del governo e la supervisione del premier Monti, è in arrivo il primo decreto.

Una “maggiore e più matura coesione sociale”, unita a “rigore ed equità” per assolvere i “gravosi impegni” del Paese. Lo afferma il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel messaggio al sindaco di Reggio Emilia per la Giornata nazionale del Tricolore.
messaggio al sindaco Graziano Delrio, rivolto anche al premier Mario Monti, alla cittadinanza di Reggio Emilia ed alle autorità presenti alle celebrazioni per i 215 anni del primo Tricolore, il presidente della Repubblica ricorda che “un anno fa, il 7 gennaio 2011, a Reggio Emilia, in occasione della Giornata nazionale del Tricolore, rinnovai il mio appello a fare delle celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia un importante percorso di approfondimento e di riflessione comune sul lungo processo storico di costruzione dell’Unità’ nazionale e sui valori che lo hanno contrassegnato”.
“Gli eventi organizzati in tutta la penisola per questa ricorrenza, grazie ad una grande mobilitazione popolare, segno di un ritrovato orgoglio nazionale, hanno avuto come riferimento più immediato e percepibile la bandiera, che i Costituenti non a caso – sottolinea il capo dello Stato – scelsero come vessillo della repubblica, simbolo dell’Italia una e indivisibile e dei valori e principi di democrazia, solidarietà e promozione delle autonomie compiutamente e definitivamente sanciti nella nostra Carta costituzionale”.
“In questa tensione verso una maggiore e più matura coesione sociale vanno anche oggi rintracciate le energie positive che possono consentire di affrontare le difficoltà della situazione presente, assolvendo ai gravosi impegni che sono di fronte al nostro Paese con rigore ed equità”, conclude Napolitano.

Bustarelle In Italia oltre due persone su tre in cerca di lavoro si affidano a un intermediario che può essere un parente o anche un sindacato. Ricorrere a chi si conosce già è, così, la prima strada che si percorre per trovare un posto. A certificare le «usanze» degli italiani a caccia di un impiego è Eurostat nel rapporto Methods Used for Seeking Work, secondo dati aggiornati al secondo trimestre del 2011. Nella Penisola chi bussa alle porte di amici, parenti o sindacati è, infatti, pari al 76,9%, una quota superiore alla media dell’area euro (68,9%), a quella dell’Unione europea nel complesso (69,1%) e soprattutto circa doppia a confronto con quella di Paesi come Germania (40,2%), Belgio (36,8%), Finlandia (34,8%). Anche se nel Vecchio continente c’è chi fa peggio, è il caso della Grecia (92,2%), ma pure di Irlanda e Spagna. Nell’Unione europea, inoltre, si fa molta pubblicità del proprio curriculum, del proprio percorso di studi, (68,8% Ue 17 e 71,5% Ue 27), una modalità che viene anche seguita in Italia ma con una percentuale inferiore (63,9%), tra le più basse, in particolare a confronto con Irlanda e Slovenia, dove quello che Eurostat definisce come lo «study advertisement» sia praticato da più di nove persone su dieci in cerca di lavoro.
L’Italia risulta anche tra i Paesi che meno fanno affidamento agli annunci di lavoro che compaiono sulla stampa o sul web, con solo il 31,4% che si rende disponibile a una precisa prestazione o risponde a un’offerta di impiego. Insomma, gli italiani credono poco nei contatti a distanza e privilegiano di gran lunga gli approcci diretti e informali. Non a caso è anche al di sotto dei valori medi europei la quota di coloro che si rivolgono ad operatori istituzionali, come i centri pubblici per l’impiego (31,9%), addirittura l’Italia è penultima nell’eurozona, alle spalle solo di Cipro, con una forte distanza dalla Germania (82,8%). Un discorso simile vale per i centri privati di impiego, come possono essere le agenzie del lavoro. In generale, in tutta Europa chi contatta soggetti privati per essere assunto è una minoranza, ma in Italia la fetta è ancora più risicata (18,0%). Tornando alle preferenze degli italiani, la seconda via scelta per trovare un’occupazione consiste nel chiedere direttamente al datore di lavoro, sempre secondo le tabelle di Eurostat oltre sei persone su dieci in cerca si rivolge al principale. Molto probabilmente si tratta di una modalità favorita dalla struttura produttiva del Paese, con tantissime piccole e medie aziende, dove, quindi, è più facile entrare in rapporto con i capi.

Ha trascorso tutto il giorno nell’ufficio di palazzo Chigi con i suoi piu’ stretti collaboratori per prepare i prossimi appuntamenti. Soprattutto quelli internazionali. Mario Monti continua a lavorare a ritmo serrato per lanciare la ‘fase due’: sul tavolo i principali dossier politici ed economici. A cominciare dalle misure per lo sviluppo del cosiddetto ‘cresci-Italia’: dal pacchetto di norme sulle liberalizzazioni e la concorrenza (che dovra’ essere pronto entro il 23 gennaio, quando ci sara’ l’Eurogruppo a Bruxelles) alla riforma del mercato del lavoro, ai provvedimenti sulle infrastrutture.
Anche oggi e’ stata una giornata di incontri e contatti. In mattinata il premier ha avuto un colloquio con il senatore del Pd Ignazio Marino, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del servizio sanitario nazionale, per fare il punto sulle condizioni di vita e di cura all’interno degli ospedali psichiatrici giudiziari.
La prossima settimana, tra il 9 e il 15 gennaio, riferiscono fonti ministeriali, partira’ il confronto tra il governo e le parti sociali. In prima battuta, sara’ il ministro del Welfare, Elsa Fornero, a incontrare i rappresentanti di lavoratori e associazioni imprenditoriali.
L’obiettivo e’ quello di riformare il mercato del lavoro anche alla luce delle proposte che arriveranno dalle parti sociali. La mediazione, almeno nella fase iniziale delle ‘trattative’, e’ affidata a Fornero, che preparera’ il terreno in stretto contatto con il premier. Solo in un secondo momento, Monti incontrera’ i leader delle associazioni per tirare le somme.
Gennaio sara’ un mese ricco anche di impegni esteri per il capo del governo italiano. Si comincia il 6: il giorno dell’Epifania il premier sara’ a Parigi per incontrare il presidente francese Nicolas Sarkozy. Durante la visita Monti, con il ministro dello Sviluppo e delle infrastrutture, Corrado Passera, partecipera’ al convegno ‘Nuovo Mondo’, organizzato da M.Eric Besson, ministro francese dell’Industria. Il presidente del Consiglio prendera’ la parola verso le 15.30 alla tavola rotonda ‘Quale posto per l’Europa nel nuovo equilibrio internazionale’.
Il 18 gennaio il Professore e’ atteso a Londra per un ‘bilaterale’ con il primo ministro David Cameron; il 21 si rechera’ a Tripoli per riattivare il trattato di amicizia Italia-Libia. Monti ha tempo fino al 23 gennaio per definire la ‘road map’ delle riforme strutturali che vuole vedere l’Europa (il Cdm decisivo dovrebbe tenersi nella settimana tra il 16 e il 20).
Il premier non intende sfigurare alla riunione dell’Eurogruppo (che si terra’ proprio il 23 a Bruxelles, dove partecipera’ in qualita’ di ministro dell’Economia). Il dossier Europa, infatti, e’ considerato una priorita’ per il governo, visto che stiamo attraversando una fase in cui lo spread continua a preoccupare (anche per l’ingente quantita’ di titoli di Stato da collocare nei primi mesi dell’anno).
Il 30, sempre a Bruxelles, un altro appuntamento clou attende il presidente del Consiglio italiano: Monti sara’ impegnato al vertice Ue straordinario dedicato proprio allo sviluppo. Entro il mese di gennaio, poi, anche se ancora non ci sono date ufficiali, il Professore dovrebbe andare in udienza
Nel frattempo, si apprende che nel 2011 il fabbisogno annuo del settore statale ammonta, con i dati provvisori al 31 dicembre 2011, a circa 61,5 miliardi: 5,5 miliardi in meno rispetto all’anno precedente che aveva chiuso con un fabbisogno annuo di circa 67 miliardi. Lo rende noto il Tesoro.
Il fabbisogno annuo del settore statale del 2011 registra un miglioramento significativo non solo rispetto all’anno precedente ma anche in relazione alle ultime stime ufficiali inserite nella nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza. Il miglioramento, si legge nella nota del ministero, arriva quasi a 8 miliardi se si confronta il dato annuo 2010 e 2011 in modo omogeneo escludendo l’erogazione per il sostegno finanziario alla Grecia, che nel 2011 e’ stata molto piu’ rilevante (circa 6 miliardi contro i 4 miliardi circa del 2010).
Rispetto alle ultime stime Def che si basavano per il 2011 su un fabbisogno di 64,8 miliardi, il dato effettivamente registrato sul fabbisogno 2011 e’ migliorativo di oltre 3 miliardi. Sul risultato ottenuto incide sia l’andamento piu’ favorevole degli incassi fiscali sia l’andamento riflessivo di alcuni comparti di spesa.Roma, 2 gen. (Adnkronos) – Nel 2011 sono state immatricolate 1.748.143 nuove auto, in calo del 10,88% rispetto alle 1.961.579 immatricolazioni del 2010. E’ quanto si legge nei dati diffusi oggi dalla Motorizzazione e dal ministero dei Trasporti.

Dati negativi riguardano il mercato dell’auto. La Motorizzazione ha immatricolato, a dicembre, 111.212 nuove autovetture: 15,3% in meno rispetto a dicembre 2010, durante il quale furono immatricolate 131.298 autovetture. Nello stesso periodo di dicembre 2011 sono stati registrati 386.710 trasferimenti di proprietà di auto usate, con una variazione di -6,38% rispetto a dicembre 2010, durante il quale furono registrati 413.050 trasferimenti di proprietà.
Fiat Group Automobiles ha immatricolato in Italia nel 2011 514.629 vetture, in calo del 13% circa rispetto ai 597.275 auto nuove immatricolate nel 2010. La quota per il 2011 è di circa 29,4%, sostanzialmente in linea con quella del 2010. In dicembre, le auto registrate da FGA sono 31.700 per una quota del 28,5%.

“Il mercato degli autoveicoli è stato vittima dei botti di fine d’anno. I fuochi d’artificio lanciati su di noi e sui nostri clienti, contro ogni logica, si chiamano IVA, Imposta Provinciale di Trascrizione, superbollo per le auto prestazionali, accise sui carburanti, rincari sulle assicurazioni e sui pedaggi autostradali”, commenta Filippo Pavan Bernacchi, presidente di Federauto, l’associazione che rappresenta i concessionari di tutti i marchi commercializzati in Italia di auto, veicoli commerciali, camion e autobus. “Un colpo dopo l’altro in un crescendo che ha posto le basi per il licenziamento di decine di migliaia di lavoratori.

E paradossalmente il primo danneggiato è lo Stato, che introiterà almeno 2 miliardi in meno tra IVA e tasse varie”, aggiunge sollecitando provvedimenti di sostegno alla domanda e una convocazione da parte del Ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera. “La ricetta dovrebbe essere quella di agevolare la domanda, non di schiacciarla a suon di tasse, balzelli e gabelle. Siamo fiduciosi che il Ministro dello Sviluppo Economico ci chiami quanto prima per esaminare le ragioni dei concessionari di autoveicoli che, con i costruttori, fatturano l’11,6% del PIL italiano, impiegando 1.200.000 di addetti”, prosegue.

”Scattano con il nuovo anno le addizionali regionali in cinque regioni. Da ieri, infatti, la Toscana ha aumentato l’imposizione fiscale sulla benzina di 5 centesimi (6,1 cent Iva inclusa), il Lazio di 2,6 cent, la Liguria di 2,5 cent, le Marche di 5 cent, l’Umbria di 4 cent (QE 30/12). L’impatto sui prezzi praticati sul territorio e’ stato deflagrante. Oggi la benzina ha raggiunto il nuovo livello record di 1,738 euro/litro, con punte di quasi 1,8 euro/litro in alcune aree del Paese, segnatamente al Sud e nel Centro, dove è più forte l’effetto addizionali. Poco conta che Tamoil abbia aumentato i prezzi raccomandati del prodotto leggero di 0,4 centesimi. Quello che impatta sono, come detto, le decisioni prese a livello regionale. Ne è la riprova la sostanziale stasi del diesel (non toccato dalle addizionali), attorno a quota 1,7 euro/litro”. E’ quanto emerge dal consueto monitoraggio di quotidianoenergia.it in un campione di stazioni di servizio rappresentativo della situazione nazionale.
”A livello Paese, il prezzo medio praticato dalla benzina (in modalità servito) va oggi da 1,729 euro/litro degli impianti Shell all’1,738 di quelli IP (no-logo in salita a 1,640). Per il diesel si passa dall’1,699 euro/litro di Eni all’1,702 di Tamoil (no-logo a 1,599). Il Gpl è tra gli 0,744 euro/litro di Eni e lo 0,756 di Tamoil (no-logo a 0,726)”, conclude la nota.
Secondo le previsioni dell’Osservatorio nazionale della Federconsumatori (Onf), per i propri pieni di benzina, gli automobilisti spenderanno così 192 euro in più rispetto allo scorso anno. “Un aumento incredibile a cui -afferma l’associazione dei consumatori- vanno aggiunte le ricadute indirette (dovute all’aumento dei costi di trasporto dei beni di largo consumo). Queste ultime, lo ricordiamo, non sono pagate solo dagli automobilisti, ma indistintamente da tutti i cittadini, dal momento che incidono sulla determinazione dei prezzi dei beni”. “Ad incidere in maniera indiretta sulla crescita dei prezzi, inoltre, contribuisce anche l’aumento delle tariffe autostradali” aggiunge Federconsumatori. Secondo le stime dell’Onf, “solo per questi fattori, ricadute indirette carburanti e
tariffe autostradali, si avrà un rincaro nel settore alimentare di +161 euro annui”.

I sindacati insistono sulla necessità di lanciare un piano per il lavoro cui affidare il compito di porre rimedio alla disoccupazione. La richiesta dei sindacatidei sindacti riprende un’analoga iniziativa intrapresa da Cgil nel lontano 1948 all’insegna dello slogan “Il piano finanzia il piano” Il piano, presentato dall’economista Alberto Breglia, venne criticato dagli economisti liberali come Demaria, Bresciani Turroni, Nari, Di Finizio, per il suo dirigismo.

Per il resto, occorre ricordare che la disoccupazione d’allora era la  classica disoccupazione postbellica. La disoccupazione odierna è una “disoccupazione di massa” dovuta ad una serie di concause, ma soprattutto, a un deficit di domanda aggregata. In termini formali, , N= f( I, C) dove N rappresenta l’occupazione, C i consumi, I gli investimenti. Gli investimenti dipendono da redditi nazionale Y dall’efficienza marginale del capitale, cioè dalla scheda dei valori attuali dei profitti attesi. I salari dipendono dall’ammontare dell’occupazione.

In tale quadro, va inserito il problema della disoccupazione tecnologica. Non si tratta di un problema nuovo. Esso infatti era già presente in Ricardo e secondo Ricardo poteva essere risolto allargando l’accumulazione del capitale. In realtà, oggi ci troviamo in un cul de sac. Pera risolvere il problema dell’occupazione occorre investire, ma per investire occorre un rilancio della domanda aggregata che può essere fornito solo dall’intervento dello stato.

“Dobbiamo considerare con molto realismo l’effettiva gravita’ della crisi economico finanziaria. Pero’ in tutti questi anni ho sempre avuto la percezione che la categoria di ‘crisi’ da sola non riesca ad esprimere tutto quello che c’e’ in gioco”, affermò il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, in un’ intervista al ‘Corriere della Sera’ del 23 dicembre.
Disse Scola che “quel che e’ avvenuto ha come orizzonte la mutazione inedita che si e’ prodotta dopo la caduta dei muri. Dopo la fine delle utopie del XX secolo, si sono succeduti rapidissimamente cambiamenti, più che epocali, inediti: la civilta’ delle reti, la globalizzazione, la mutazione della percezione corrente della sessualita’ e dell’amore, la possibilita’ – irta di rischi – di mettere le mani sul patrimonio genetico, ì grandi sviluppi della fisica micromolecolare che indaga l’origine del cosmo – si pensi alla cosidetta ‘particella di Dio’ – e poi il meticciato di culture, i flussi migratori…Mi pare chiaro che, se noi collochiamo la lettura della crisi all’interno di questo travaglio inedito, non ne usciremo. Una ricetta tesa ad individuare ricette tecniche non basta”.
Il cardinale Scola riflette sul fatto che “una volta si affrontavano i problemi di dialettica interna allo spazio europeo con la guerra. Ora li stiamo affrontando con lo spread: speriamo che dallo spread non si ritorni alla violenza”. Un timore che l’arcivescovo di Milano spiega cosi’: “non penso ad una guerra intraeuropea. Temo che i disequilibri del pianeta possano esplodere la’ dove la guerra e’ gia’ in atto o incrociare la delicatissima evoluzione del Nord Africa. La speranza affidabile e’ che ci si muova tutti: la casa brucia. Per uscire dall’attuale ‘impagliatura’, l’Europa – ammonisce Scola – deve ritrovare il meglio della sua storia. Solo cosi’ si potra’ rivitalizzare la societa’ civile”.Sul piano politico, Scola denuncia che “c’e’ un deficit della politica. Dobbiamo ripensarla in termini radicali” e sottolinea che “sull’Ici si fa un gran polverone”. Quanto all’era di Berlusconi, Scola dice che “e’ presto per dare un giudizio complessivo”.
“Non esiste l’espressione irrecuperabile nel vocabolario della politica. Qui tutto e’ possibile”, ha detto Altero Matteoli (Pdl), che in un’intervista a ‘Il Messaggero’, aggiunge, rispetto alla possibilita’ di riannodare i fili con Lega e Udc, che “qui tutto e’ possibile”. “Sia la Lega che l’Udc -afferma il senatore- sono in sintonia elettorale con il Pdl nel senso che pescano nella stessa area. Nostro compito principale, adesso, e’ riannodare i fili con i centristi, con i quali siamo alleati nel Ppe. Bisogna trovare un accordo con loro, il resto viene di conseguenza”. Quanto alla durata della legislatura, l’ex ministro alle Infrastrutture non crede che arrivi al 2013: “Sara’ difficile arrivarci. Penso che le urne si apriranno l’anno venturo”.

La crescita e’ ”l’unica via d’uscita da questa crisi. La crescita non puo’ che incardinarsi in un programma di riforme, capace di dare al nostro sistema economico competitivita’, modernita’ e solidita’ in modo da assicurare cosi’ l’occupazione e la forza del Paese”, ha scritto il vice presidente di Confindustria, Antonello Montante in un suo intervento su ‘L’Unita”. Montante e’ convinto della necessita’ di ”istituire un tavolo permanente nazionale con tutte le associazioni datoriali, i sindacati, il ministro dello Sviluppo economico e il ministro del Welfare.Il tavolo non dovra’ occuparsi solamente dell’emergenza, pero’. Bisognera’ utilizzarlo per mettere in comune riflessioni, analisi, valutazioni e considerazioni, in modo tale da individuare sinergicamente i percorsi migliori per la crescita, tenendo in considerazione gli obiettivi principali da raggiungere per rilanciare il Paese: difendere il lavoro, sbloccare le risorse per l’occupazione e sostenere le imprese che credono nel superamento della crisi tramite quelle riforme fondamentali che da troppo tempo dobbiamo fare”.
”Abbiamo sicuramente bisogno di proteggere il mercato del lavoro e per farlo dobbiamo aumentare la nostra produttivita’ -continua Montante-. Se vogliamo perseguire il giusto obiettivo di aumentare i salari, dobbiamo prima recuperare questa produttivita’, allineandoci al resto d’Europa”.
”Evasione e corruzione prima causa del declino”, ha affermato il pm di Milano, Greco. Una Authority per combattere la corruzione e l’evasione fiscale, reati che “garantiscono profitti illeciti per 150- 200 miliardi l’anno”. La propone Francesco Greco, da due anni procuratore aggiunto di Milano e capo del Dipartimento reati finanziari. Spiega Greco in una intervista a ‘la Repubblica’ che “le norme sulla tracciabilita’ dei flussi finanziari sono importanti non solo per contrastare l’evasione fiscale ma anche il riciclaggio e soprattutto la corruzione”. Inoltre, “per rendere maggiormente efficace l’intervento e soprattutto garantire l’imparzialita’ anche dai governi – dice Greco – e’ necessario varare una Authority veramente indipendente che si occupi del coordinamento del contrasto alla corruzione, all’evasione fiscale e al riciclaggio. E’ quello che tutte le convenzioni internazionali impongono e che noi abbiamo fatto fallire creando una Autorita’ anti corruzione che si e’ risolta nel solito inutile poltronificio giustamente eliminato da Tremonti”. Quanto alla recente decisione del Csm che impone di ruotare i magistrati che occupano un ufficio da piu’ di dieci anni, per Greco “danneggia la lotta contro il crimine economico”.
”Visione puramente rigorista rischia di estendere la recessione”. “Se il rallentamento restera’ nelle dimensioni attuali, fortunatamente modeste, si potranno mettere in atto iniziative anticicliche che permettano di rivedere segnali di crescita alla fine della prossima primavera. Se invece si insistera’ su una visione puramente rigorista, si rischia di incancrenire ed estendere la recessione (ovviamente anche alla stessa Germania) fino a trasformarla in depressione, cioe’ in una distruzione strutturale delle basi produttive”. E’ la previsione fatta dal quotidiano ‘Avvenire’ in un editoriale di oggi in cui si parla del “ruolo possibile” dell’Italia e dei “doveri” della Germania. Il quotidiano della Cei avverte che “se si diffonde la sfiducia, cala la domanda, non si investe, manca il credito e cosi’ si finisce in recessione – com’e’ gia’ accaduto – e si rischia, appunto, di cadere nella depressione”. Secondo ‘Avvenire’, “aspettare che i peggiori timori si concretizzino, prima di assumere misure a quel punto tardive, costose e difficilmente efficaci, e’ una prospettiva nefasta”. Quanto al presidente del Consiglio e al suo ruolo, il quotidiano dei vescovi evidenza che “Monti ha una preparazione culturale e una attendibilita’ personale che gli permettono di essere ascoltato in Europa, a maggior ragione se continuera’ a contare sul sostegno parlamentare di forze politiche consapevoli e responsabili”.

”Addio foto Vasto, Bersani non rinunci a oltrepassare berlusconismo”, ha affermato Vendola. “Non c’e’ piu’ la foto di Vasto ma a Bersani chiedo se davvero non ci interessa piu’ definire un orizzonte di cambiamento, un’alternativa di cambiamento per oltrepassare il berlusconismo”. Lo afferma il leader di Sel Nichi Vendola che in un’intervista a ‘L’Unita” aggiunge: “Non ci interessa piu’ quell’elettorato di Di Pietro che e’ un pezzo di centrosinistra e confrontarci con la rete dei sindaci che sta nascendo attorno a De Magistris”? Il governatore della Puglia sottolinea che “nell’evo che ha preceduto il governo Monti non solo il centrosinistra era dato vincente ma aveva vinto nelle sfide piu’ importanti come Milano. Ma era il centrosinistra del cambiamento, non genuflesso che si comporta come un chierichetto nei confronti dei poteri costituiti”. E allora esorta il segretario del Pd Pier Luigi Bersani a rompere “questa specie di autoipnosi per cui col governo tecnico la politica vive una crisi di afasia”.

“C’è un rischio reale di tensioni sociali nei prossimi mesi”. A lanciare l’allarme tramite Twitter è la leader Cgil Susanna Camusso. La segretaria nazionale chiede quindi “un piano per il lavoro” individuato come “vera emergenza”.Tre sono i punti chiave individuati dalla Camusso: ”Ridurre la precarietà da 46 forme di assunzione a tre o quattro, introdurre forme flessibili più costose e incentivare l’apprendistato”.
Fin qui i commenti. Poi ci sono i fatti. Inizieranno il 9 gennaio, con quattro ore di sciopero, le iniziative di protesta decise dalla Fiom lo scorso 16 dicembre contro Fiat. Alla base della decisione la scelta del gruppo torinese di uscire dal contratto collettivo nazionale. Ad annunciarlo è stato il leader della sigla sindacale Maurizio Landini, che spiega come verrà dato il via a una campagna “straordinaria nei luoghi di lavoro” per organizzare assemblee in vista della manifestazione a Roma l’11 febbraio.
Saldi stagionali ai nastri di partenza. Essi scatteranno già da questa mattina per i lucani e siciliani, mentre in tutte le grandi città e in quattordici regioni su venti l’appuntamento è fissato per il 5 gennaio. I molisani e gli altoatesini dovranno, invece, attendere fino al 7 gennaio, mentre i valdostani, come da tradizione, fino al 10 gennaio.

Secondo le stime dell’ufficio studi di Confcommercio, ogni famiglia, in occasione dei saldi invernali 2012, spenderà 403 euro per l’acquisto di capi d’abbigliamento ed accessori, per un valore complessivo di 6,1 miliardi di euro pari al 18% del fatturato annuo del settore. Il numero di famiglie che attendono i saldi per le vacanze di Natale saranno 15,1 milioni e ogni persona, in media, spenderà 168 euro.
”La crisi economica e una stagione autunnale caratterizzata da un clima mite – sottolinea il presidente di Federazione moda Italia, Renato Borghi- non hanno di certo favorito le vendite di capi d’abbigliamento della collezione autunno/inverno. E anche a dicembre abbiamo dovuto fare i conti con un Natale all’insegna del risparmio e di molta prudenza negli acquisti”. Inoltre, spiega il presidente, i margini delle imprese hanno subito un’ulteriore riduzione perché ”per sostenere consumi già deboli i commercianti, laddove possibile, hanno assorbito l’aumento dell’Iva dal 20% al 21% deciso quest’estate. Ora con l’avvio dei saldi confidiamo in una boccata d’ossigeno per le vendite”.
Per il corretto acquisto degli articoli in saldo, Confcommercio ricorda alcuni principi di base: la possibilità di cambiare il capo dopo che lo si è acquistato è generalmente lasciata alla discrezionalità del negoziante, a meno che il prodotto non sia danneggiato o non conforme. In questo caso scatta l’obbligo per il negoziante della riparazione o della sostituzione del capo e, nel caso ciò risulti impossibile, la riduzione o la restituzione del prezzo pagato. Il compratore è però tenuto a denunciare il vizio del capo entro due mesi dalla data della scoperta del difetto. Non c’è alcun obbligo della prova dei capi, da parte del negoziante; mentre per i pagamenti le carte di credito devono essere accettate da parte del negoziante qualora sia esposto nel punto vendita l’adesivo che attesta la relativa convenzione. I capi che vengono proposti in saldo, ricorda Confcommercio, devono avere carattere stagionale o di moda ed essere suscettibili di notevole deprezzamento se non venduti entro un certo periodo di tempo. Tuttavia nulla vieta di porre in vendita anche capi appartenenti non alla stagione in corso. Il negoziante ha inoltre l’obbligo di indicare il prezzo normale di vendita, lo sconto e il prezzo finale.
Previsioni nere sull’andamento dei prossimi saldi da parte dei consumatori. L’Adoc prevede un calo delle vendite del 30% rispetto allo scorso anno e una spesa in ribasso del 21%. ”Il budget non supererà i 90 euro a persona”, afferma Carlo Pileri, presidente dell’Adoc.
Secondo il Codacons, solo il 40% delle famiglie approfitterà dei saldi invernali. Per l’associazione dei consumatori la spesa media pro capite sarà di 110 euro e il calo delle vendite raggiungerà quota -30% rispetto ai precedenti saldi invernali. A risentire della grave crisi, spiega il presidente, Carlo Rienzi, ”saranno soprattutto i piccoli negozi e per la prima volta anche gli outlet e i centri commerciali vedranno una consistente diminuzione del proprio giro d’affari”.
Adusbef e Federconsumatori sottolineano, invece, ”alla luce del pessimo andamento dei consumi di Natale” che ”la mancata decisione di anticipare i saldi è stata gravissima”. L’Osservatorio Nazionale Federconsumatori prevede, poi, che la spesa complessiva per i saldi, secondo le prime stime, sarà di appena 2,4 miliardi di euro, in calo rispetto allo scorso anno. Ogni famiglia che acquisterà a saldo spenderà circa 223 euro, il 19% in meno rispetto allo scorso anno.
In tempo di crisi si consuma meno e meno rifiuti si producono. Da Nord a Sud la raccolta è in calo con punte che arrivano quasi al 10%. Quelli che mancano all’appello sono gli imballaggi, in calo soprattutto a Natale e una grossa quota di sprechi. Si fa più attenzione a quello che si compra, portando a casa solo quello che serve e, soprattutto, a quello che si getta, dagli alimentari agli oggetti d’uso comune che una volta venivano buttati via per i motivi più diversi e che oggi si tiene a riparare se guasti o a continuare a tenere anche se sono passati di moda.
A Roma durante le ultime festività la quantità di rifiuti prodotta è diminuita del 10 per cento rispetto allo scorso anno. Nel 2010 sono state infatti raccolte oltre diecimila tonnellate di rifiuti tra Natale e Capodanno contro le 9,5 di quest’anno. E’ invece aumentata di un paio di punti percentuali la raccolta differenziata, un successo anche considerando il fatto che la sua estensione nel territorio comunale è di questi ultimi mesi.
In calo la produzione di rifiuti anche a Napoli dove forse c’è di mezzo anche l’autodifesa del cittadino che certo non ha dimenticato le montagne di mondezza che svettavano tra le piazze e vie cittadine. Nella città partenopea il 2011 ha visto un calo nella produzione dei rifiuti pari al 6%, passando dalle 548 mila tonnellate del 2010 alle 541 mila di quest’anno. In calo anche durante le feste di Natale.
Va in controtendenza Torino, manca il dato di dicembre 2011 ma, depurando dell’ultimo mese dell’anno il totale della raccolta del 2010, pari a oltre cento milioni di chili, e rapportandolo al totale degli 11 mesi di quest’anno, pari a quasi 999 milioni di chilogrammi, abbiamo 6 milioni di chilogrammi di rifiuti in più, prodotti e raccolti.
Ogni utente della Cidiu, l’azienda che in Piemonte si occupa della raccolta dei rifiuti, ha prodotto quest’anno 481 chili di rifiuti in 11 mesi, quasi mezza tonnellata contro i 447 chili prodotti nei 12 mesi del 2010. I dati di Bologna non sono ancora disponibili, quelli ufficiali riguardano la raccolta differenziata in lieve progresso tra il 2009 ed il 2010, (dal 33,78% al 34,84%). Il totale dei rifiuti prodotto dai cittadini bolognesi nel 2010 è stato di 137 mila tonnellate, 346 mila in tutta la provincia.
Pochi dati per Firenze, quelli resi disponibili dall’Osservatorio interprovinciale dei rifiuti si fermano al 2007 e denunciano per quell’anno un totale raccolta in regione di 2.548.895 chili, 1% in meno rispetto all’anno precedente. Tra i rifiuti di fine anno un posto a parte spetta al tappo di sughero. Tra champagne e spumante a capodanno ne “salteranno” in aria 80 milioni, 30 tonnellate di sughero interamente riciclabile.
Questo è l’unico effetto positivo finora prodotto dal governo Monti. Per il resto quello che ci aspetta è una grave recessione che farà aumentare il rapporto debito – pil che renderà necessaria una nuova manovra di tagli della spesa che colpirà le classi popolari. Per il resto, viene da chiedersi dove è finito il federalismo. Esso sembra essere spaito dall’agenda politica. Male, molto male. Esso era l’unico mezzo utile per tenere assieme l’Italia deamicissiana di Napolitano.

La manovra è legge. Il Senato ha dato l’ok alla fiducia posta dal governo con 257 sì e 41 no. Nessun senatore si è astenuto. “Il decreto è definitivamente approvato, ne sono lieto”, ha detto il premier Mario Monti lasciando il Senato. Ai cronisti che gli hanno chiesto della ‘fase due’, il premier ha replicato: “E’ già cominciata la fase due, era nella fase uno”. Così come annunciato durante il suo intervento di poco prima.
Il decreto ‘Salva Italia’ è ”di estrema urgenza” e mette in grado il Paese ”di affrontare a testa alta la crisi europea”, ha detto poco prima Monti parlando al Senato.
”Dobbiamo avere fiducia in noi stessi” per ”preparare un’Italia migliore per i nostri figli”, è stato l’appello. ”L’Italia vuole rimanere un grande Paese industriale, ma senza il piombo di una situazione finanziaria che avrebbe minato alla base il Paese”, ha poi sottolineato.
”Non c’è crescita senza disciplina finanziaria e non c’è stabilità se i bilanci non sono in ordine”, ha proseguito Monti aggiungendo: ”Siamo ancora in un contesto di criticità”. La proiezione allo sviluppo ”sarà l’asse portante della nostra azione”, è l’impegno indicato. ”I mercati ragionano spesso in termini di sostenibilità del debito pubblico” e con il decreto ‘Salva Italia’ è stato ”eliminato un elemento di vulnerabilità nostra e nell’area euro”. E ha invitato a guardare ”con fiducia a nostri buoni del Tesoro”.
”E’ del tutto privo di fondamento lo slogan ‘pagano i soliti noti”’, ha sottolineato il Professore: ”Su suggerimento del Parlamento si sono introdotti dei correttivi a favore delle famiglie”. E sempre grazie al contributo del Parlamento è stato possibile migliorare “l’impianto e i dettagli di questa gravosa operazione di politica economica”. “Qualcuno ha sostenuto che non ci sia stato rispetto del Parlamento è profondamente vero il contrario”, ha allora sottolineato rispondendo così alle accuse della Lega rivolte al governo di aver prevaricato il Parlamento nell’iter di approvazione della manovra.
Poi il “grazie di cuore” ai partiti che sostengono il governo: “Vorrei dire a tutti i cittadini che l’apporto che questo governo sta ricevendo dai partiti che lo sostengono è molto più grande di quello che i partiti stessi a volte lasciano credere”.
”Abbiamo fatto quello che era possibile fare in queste due settimane, resta da fare un lavoro enorme per liberare l’economia italiana dai freni che ne hanno rallentato la crescita”, ha affermato inoltre il presidente del Consiglio, sottolineando che ”la fase due è già dentro la fase uno. Il governo ha deciso come proprio obiettivo strategico quello della crescita e, pur nell’emergenza, ha deciso di destinare risorse importanti alle imprese e al lavoro stabile”. ”L’aumento delle imposte necessario – ha sottolineato – è stato immaginato per gravare meno sulla produzione e più sul patrimonio e la ricchezza”.

Per la riforma del mercato del lavoro, il governo definirà ”un’agenda strutturata con le parti sociali”. ”Nella fase che ora si apre e che avrà come tema chiave il mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali, sarà necessario e possibile – ha evidenziato Monti – procedere con le forze politche e sociali in modo diverso da quello finora usato perché il mercato del lavoro richiede, per sua natura, un maggior dialogo con le parti sociali, cosa che era meno necessaria nella definizione della manovra”.
Inoltre, il governo lavorerà ”con grande attenzione” sul tema delle liberalizzazioni, ma anche sulle ”agevolazioni fiscali a favore delle famiglie e delle imprese”. Nel primo provvedimento del governo Monti, che sta per essere approvato, ”sono stati posti i semi per lo sviluppo”. Ora si tratta di portare avanti questa fase e rendere ”sistematiche” le misure necessarie per lo sviluppo.
L’aula del Senato ha seguito in un’atmosfera di calma e di attenzione le dichiarazioni del premier Monti il quale ha potuto svolgere il suo intervento senza interruzioni, cogliendo alla fine l’applauso della maggioranza che lo sostiene. Solo a quel punto la contrarietà della Lega alla manovra si è manifestata con sonore proteste, alcuni ‘buuu’ e battendo i piedi, mentre l’ex ministro Roberto Calderoli ha fatto ricorso al suo ormai usuale gesto del pollice verso.
Poco prima era arrivata da parte di Schifani la censura per il capogruppo della Lega Federico Bricolo, per l’ex ministro Roberto Calderoli e per altri senatori del Carroccio, dopo le proteste inscenate ieri in Aula dopo l’annuncio del governo di porre la questione di fiducia sulla manovra.
Una scelta che ha provocato nuovi momenti di tensione in aula a Palazzo Madama. “Non c’è democrazia nei nostri confronti” hanno gridato alcuni esponenti del Carroccio, rumoreggiando e inducendo la presidenza a non sospendere la seduta anche perché nel giro di una manciata di secondi arrivava il presidente del Consiglio.
La censura ha colpito anche i senatori Luciano Cagnin, Michelino Davico, Sergio Divina, Massimo Garavaglia, Angela Maraventano, Sandro Mazzatorta, Roberto Mura, Mario Pittoni, Piergiorgio Stiffoni, Giovanni Torri, Gianvittore Vaccari, Gianpaolo Vallardi e Armando Valli.
Ora, ascoltato Monti, vediamo ciò che costituisce il nucleo della manovra. Pensioni e fisco sono i due pilastri su cui si regge l’architettura della manovra del governo, che grazie ai risparmi e alle nuove entrate, anche a carico degli Enti Locali, garantiranno il pareggio di bilancio nel 2013 ed anche delle risorse per il terzo pilastro, vale a dire alcune misure per la crescita che dovrebbero contrastare il calo del Pil. Una manovra complessiva, dopo le modifiche della Camera, di 34,9 miliardi nel 2014, di cui 21,4 di correzione dei conti.

Pensioni. E’ la grande voce di risparmio, 20 miliardi a regime nel 2018, con l’introduzione del metodo contributivo per tutti. In più viene accelerata l’equiparazione dell’età della pensione delle donne a quella degli uomini: dal 2018 sarà di 66 anni. Stretta sulle pensioni di anzianità: ci vogliono almeno 42 anni di contributi, e a regime chi lascerà prima perderà il 2% del trattamento ogni anno. Cresceranno i contributi per gli autonomi, che arriveranno al 25% nel 2018, per garantire loro un assegno più pesante. Per le pensioni d’oro maxi-prelievo del 15% oltre i 200.000 euro. Per far cassa nei prossimi due anni viene bloccata l’indicizzazione delle pensioni oltre la soglia dei 1.400 euro, cioé tre volte la minima.

Fisco. In questo grande capitolo, la voce di maggior impatto è l’anticipo di due anni, cioé dal 2012, dell’IMU, la vecchia Ici anche sulla prima casa. In più ci sarà una rivalutazione monetaria delle rendite catastale che renderà più pesante questo tributo per tutti gli immobili. Ci sarà una esenzione di 200 euro per tutti, che aumenta di 50 euro per ogni figlio, fino a un massimo di 400. Vengono anche tassate le auto di grossa cilindrata, le barche e gli aerei privati, con una imposta che calerà nel tempo e sarà compensata dall’incremento delle accise sulle sigarette fai da te.
Per quanto riguarda i capitali scudati (182 miliardi) sono soggetti ad un’imposta di bollo speciale del 10 per mille negli anni 2012 e 13,5 per mille nel 2013, l’aliquota ordinaria è al 4 per mille. Il Fisco avrà un anno in più, fino al 31 dicembre 2013, per le attività di accertamento legate al recupero delle somme non riscosse con i condoni e le sanatorie previsti dalla legge finanziaria 2003. Una piccola patrimoniale sarà l’imposta di bollo su tutti i depositi titoli (es. Fondi di investimento o polizze vita) e non più solo sui conti correnti. I depositi bancari con meno di 5.000 euro non pagheranno più il bollo annuale di 34 euro; quelli delle società saliranno a 100 euro.

Equitalia. I beni espropriati da Equitalia ai debitori verso il Fisco, non saranno più messi all’asta dall’Agenzia ma saranno venduti dal contribuente. Il debitore venderà il bene pignorato o ipotecato e consegnerà l’intera somma ad Equitalia, che restituirà al contribuente la somma che eccede il debito. Inoltre le aziende in difficoltà a causa della crisi che sono in ritardo nel pagamento delle cartelle ad potranno ottenere una ulteriore proroga di 72 mesi. Infine slitta di un anno (a fine 2012) l’uscita di Equitalia dalla riscossione dei Comuni.

Tagli alla politica e alla PA. Le Camere, con proprie delibere passeranno al metodo contributivo per le pensioni e taglieranno gli stipendi dei parlamentari. Le province diverranno enti di secondo livello, ma solo alla loro scadenza naturale. Anche gli stipendi dei consiglieri circoscrizionali saranno sì aboliti ma solo dalla prossima consiliatura. Arriva un tetto agli stipendi dei manager delle società pubbliche non quotate e per quelli della pubblica amministrazione. Per questi ultimi però è possibile una deroga con un Dpcm. Nuovi tagli a comuni e Regioni: queste potranno aumentare l’addizionale Irpef dallo 0,9 all’1,23%

Sviluppo. Le imprese potranno scaricare dall’Ires l’Irap sul costo del lavoro. In più c’é uno sconto Irap per le assunzioni a tempo indeterminato di donne e giovani under 30. Per favorire la ricapitalizzazione arriva l’Ace, cioé un regime fiscale favorevole ai capitali reinvestiti in azienda.

Liberalizzazioni. Alla Camera sono saltate quelle sui farmaci di fascia C e quella dei taxi. Arriva una Authority per i trasporti dai quali però sono rimaste escluse le autostrade e le strade.

Lotta all’evasione. Scende da 2.500 a 1.000 la soglia dei pagamenti in contante. Anche la P.A. pagherà cash solo le somme sotto questa soglia, comprese le pensioni. La commissione massima dovuta dai negozi alle banche per i pagamenti con carte di credito non potrà essere superiore all’1,5%. Mentire al fisco diventa un reato, tranne che per chi ‘sbaglia’ (errori in dichiarazione). Le banche dovranno comunicare all’anagrafe tributaria periodicamente i movimenti dei conti correnti. Le aziende che avranno rapporti on line con l’Agenzia delle entrate riceveranno un occhio di riguardo.

Non una lira viene sottratta al Ministero della difesa che sarebbe più onesto chiamare Ministero della guerra, dal momento che tutti i nostri soldati sono impegnati a fare la guerra in giro per il mondo in nome dell’imperialismo americano e non certamente in difesa della democrazia.

Per quello che riguarda il resto, credo nessuno possa aver qualcosa da ridire rispetto all’affermazione che la manovra trasuda iniquità e che il Pd, se fosse stato un partito di sinistra, non avrebbe mai potuto votarla. Ma non lo è. Il Pd è un insieme di oligarchie costituite da politici di professione che intendono la politica come un’attività autoreferenziale. Per essi non è importante chi è al governo; tanto meno è importante ciò che esso fa. Importante è che la baracca stia in piedi, perché se dovesse crollare, essi si troverebbero con il culo per terra.

Democrazia protetta. Evitare le elezioni anticipate era “preciso dovere istituzionale” del capo dello Stato, ha affermato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione della tradizionale cerimonia degli auguri di Natale e Capodanno con le alte cariche dello Stato al Quirinale.Il ricorso alle urne avrebbe avuto, secondo Napolitano, “ricadute dirompenti per il nostro Paese nel burrascoso contesto dell’eurozona”. E “la via obbligata da percorrere – ha sottolineato il capo dello Stato – era quella di affidare la formazione di un nuovo governo ad una personalità rimasta sempre estranea alla mischia politica”.
La soluzione della crisi che si è aperta con le dimissioni di Berlusconi, ha spiegato il presidente della Repubblica, “non si è collocata entro i binari di un ordinario succedersi alla guida del Paese di schieramenti che abbiano ottenuto la maggioranza nelle elezioni. Ma nessuna forzatura, né tanto meno alcuno strappo si è compiuto rispetto al nostro ordinamento costituzionale”.
E parlare di “sospensione della democrazia” dopo la nascita di un governo tecnico è stata “una grave leggerezza”. “Solo con grave leggerezza – ha detto il capo dello Stato – si può parlare di sospensione della democrazia, in un Paese in cui nulla è stato scalfito: né delle libere scelte delle forze politiche, né delle autonome determinazioni del Parlamento e delle altre assemblee rappresentative, né delle prerogative degli organi di garanzia, né delle possibilità di espressione delle proprie istanze, di manifestazione del proprio dissenso, anche da parte delle forze sociali”.
Napolitano ha rimarcato che il ruolo della politica “resta insopprimibile, non è neppure temporaneamente oscurabile” ed ha rivendicato anche la propria imparzialità nell’evoluzione del confronto politico che ha portato alle dimissioni del governo Berlusconi ed alla nascita dell’esecutivo Monti. La maggioranza scaturita dalle elezioni del 2008, ha ricordato, “era stata già da tempo segnata da una rottura pubblica e aveva visto via via ridursi la sua coesione e stabilità e quindi accrescersi le sue difficoltà di decisione e di iniziativa”.
E quanto più appariva necessaria un’ampia convergenza attorno a scelte “difficili e impegnative, tanto più risultava penalizzante – ha aggiunto – il clima aspramente divisivo radicatosi nei rapporti politici. La sostenibilità anche internazionale di tale stato di cose era giunta a un punto limite. A me toccava solo registrare e seguire imparzialmente le reazioni delle forze in campo”, fino a che, “con senso di responsabilità” Berlusconi non ha preso atto di una situazione “così critica” e ha rassegnato le dimissioni.
Secondo il capo dello Stato aver dato fiducia al governo Monti è stato “segno di consapevolezza dell’estrema difficoltà del momento” e, per i partiti che hanno deciso di sostenere l’esecutivo del professore “titolo di merito, non motivo di imbarazzo”. “L’ampiezza e la continuità del sostegno allo sforzo appena avviato, in quanto prova di un condiviso senso di responsabilità e impegno costruttivo delle forze politiche – ha continuato – è ciò che più rafforza e può rafforzare la credibilità dell’Italia”.
Quanto alle riforme Napolitano ha sollecitato il Parlamento e i partiti a recuperare ”il tempo perduto in un sussulto conclusivo di operosità riformatrice e di fecondità”, ribadendo come in questi anni, lungo il cammino delle riforme, non si sia giunti “alle decisioni che si attendevano e che oggi appaiono auspicabili, anche a proposito di legge elettorale”. Una ripresa, dunque, del percorso di riforme che, secondo il capo dello Stato, “non è impossibile anche grazie al clima più disteso che si intravede nei rapporti politici”.
Riguardo poi alla richiesta di sacrifici per fronteggiare la crisi, ha sottolineato, “non ci si piega ad alcun diktat esterno, né ad alcun precetto di ortodossia monetarista, e non si dimentica l’imperativo della crescita”. Per il capo dello Stato “non si può più esitare sulla via del risanamento e della stabilizzazione della finanza pubblica, perseguendo innanzitutto il pareggio di bilancio”.

La strada per uscire dalla crisi “è lunga, e in salita – ha detto ancora il presidente della Repubblica – Possiamo farcela solo attraverso un grande sforzo collettivo, una grande mobilitazione morale, civile, sociale” e, come anche nel passato il nostro Paese ha dimostrato di saper fare, “con l’arma vincente della coesione sociale e nazionale”. E le istituzioni non lasceranno che “il virus della violenza, in qualsiasi sua manifestazione” turbi la coesione nazionale. Napolitano ha sollecitato nuovamente le istituzioni e il Paese a combattere ogni forma di violenza, “da quella dell’ignobile intolleranza razziale a quella dell’infiltrazione con intenti eversivi e distruttivi nella pacifica protesta politica e sociale, sino all’estremo di nuovi rigurgiti terroristici. La vigilanza e la fermezza, non solo dei vertici dello Stato – ha scandito – dovranno essere risolute e costanti”.
Napolitano ha tenuto inoltre a sottolineare che anche grazie alla partecipazione “straordinariamente diffusa e significativa” alle celebrazioni per i 150 anni dell’Unita’ d’Italia, “si è confermata l’artificiosità e vanità della predicazione secessionista”.
Ora, cerchiamo di capirci. Il governo Belusconi era un governo democraticamente eletto dal popolo italiano e godeva della fiducia del Parlamento. Il governo Berlusconi era in grado di portare avanti la sua azione, efficace o meno che fosse, fino alla fine della legislatura. Il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, quindi, avrebbe potuto fare a meno di dare le dimissioni; se le ha date, è stato perché egli probabilmente pensava che il presidente della repubblica l’avrebbe mandato, secondo prassi costituzionale, nuovamente davanti alle Camere per ottenere la fiducia dal Parlamento.
Non è stato così. Il presidente della repubblica, Giorgio Napolitano, aveva deciso di sbarazzarsi di Berlusconi e aveva deciso che il nuovo presidente del consiglio fosse il professore Mario Monti, che non a caso era papena stato nominato senatore a vita dal presidente della repubblica. Questa è la verità e chi la nega mente sapendo di mentire. Ora, a me tutto ciò non piace; non piace l’idea di democrazia protetta da se stessa che è propria del nostro presidente della repubblica.

Democrazia è conflitto. Duro, a volte. Altre volte anche violento, ma è sempre è comune molto meglio del paternalismo di cui il nostro presidente  della repubblica infarcisce i propri discorsi ed al quale ispira la propria azione politica. In altre parole non mi va l’idea della democrazia italiana come d’una democrazia debole e del popolo italiano come d’un popolo bambino che ha bisogno d’essere protetto da se stesso perché incapace di farlo da solo.

 L’inverno del nostro scontento. Il 2012 sarà un anno da lupi. Sull’economia europea calerà l’”l’inverno della recessione. In Italia essa è iniziata prima che altrove e risulterà più marcata”: è quanto rileva il centro studi di Confindustria che prevede un crollo del Pil di 2 punti percentuali tra la scorsa estate e la prossima primavera. Le stime per il 2012 sono state tagliate dal +0,2% al -1,6%, per il 2011 dal +0,7% al +0,5%.
Confindustria giudica “molto probabile che si attenui il reintegro delle persone in Cig, aumentino i licenziamenti, il tasso di disoccupazione salga più velocemente e raggiunga il 9% a fine 2012″. Con altre 219 mila persone occupate in meno il biennio 2012-2013 si chiuderà con un calo di 800 mila lavoratori da avvio crisi a inizio 2008.”

“La pressione fiscale raggiungerà livelli record: 45,5% del Pil tra due anni, inclusi i tagli alle agevolazioni fiscali che dovranno scattare a partire dall’ultima parte del 2012”, prevede il Centro studi di Confindustria che annota: “La pressione effettiva, che esclude il sommerso dal denominatore, supera abbondantemente il 54%”. Livelli “insostenibili” già quest’anno (51,3%), dice Confindustria, “specie se si considera che non corrispondono servizi pubblici adeguati”. In Europa, peggio dell’Italia si troveranno solo in Francia e Belgio.
La manovra del governo – per il Centro studi di Confindustria – e’ ”un primo passo nella direzione della crescita”. Ne servono altri su ”mercato del lavoro, ammortizzatori sociali, infrastrutture, costi della politica, semplificazioni amministrative,giustizia civile, istruzione e formazione, ricerca e innovazione,lotta a evasione accompagnata da abbattimento delle aliquote”.
Le analisi del centro studi di Confindustria “evidenziano quanto la crisi abbia falcidiato i posti di lavoro tra i giovani (-24,4% per i 15-24enni, -13% per i 25-34enni da metà 2008 a metà 2011; + 6,6% per gli over 45enni)”. Penalizzati “i maschi (-3,4%; zero tra le donne) e chi ha una minore istruzione (-10,6% per quanti hanno solo la licenza media, +3,1% per i diplomati, +3,9% i laureati)”.
“Le violenti ricadute della disgregazione della moneta unica possono essere solo congetturate”, dice il Centro studi di Confindustria che crede nel “lieto fine” ma analizza così “la posta in palio”: per “alcune simulazioni riguardanti le quattro maggiori economie dell’eurozona, nel primo anno il Pil crollerebbe tra il 25 ed il 50%, svanirebbero tra i 6 e i 9 milioni di posti di lavoro in ciascuna di esse, i deficit e i debiti pubblici raggiungerebbero valori da immediata insolvenza perfino in Germania”.
“L’esito più probabile della crisi”, per il Centro studi di Confindustria, è una ripresa “dalla tarda primavera 2012”. il centro studi di Confindustria crede nel “lieto fine” ma avverte che ci troveremo ad un bivio: o prenderemo delle serie misure o ci troveremo di fronte al dissolvimento dell’euro, al fallimento di imprese e banche, a milioni di posti lavoro persi, alla crisi del debito anche nei Paesi virtuosi.
Io non credo nel lieto fine. Come ho già avuto modo di dire, l’Europa è vecchia, il suo personale politico ragiona come ai tempi di Schuman, Adenauer e De Gasperi, laddove occorrerebbero idee nuove, metodi nuovi, teorie nuove. L’economia politica dell’Europa unita non può essere quella dell’Europa dei tempi di Cecco Beppe!

Non si governa l’economia di uno stato con le bufale dei due tempi. Non si sospinge un’economia fuori dalla crisi con tagli della spesa pubblica, aumenti di imposte, tasse contributi, riduzione della domanda effettiva. Questo non è “buon governo”. E’ cattivo governo. E’ l’anticamera del crollo. E’ infatti esattamente la politica di Hoover.
Occorre, invece, un autentico New Deal, occorrono investimenti pubblici, occorre immettere nell’economia denaro fresco. Occorre innovare. Occorrono prodotti nuovi. Occorre inventare un’economia nuova. Occorre avere il coraggio dei grandi rivoluzionari perché siamo giunti ad un passaggio cruciale della nostra storia.
Il mondo sta cambiando pelle. Il centro dell’economia mondiale s’è spostato dall’Atlantico al Pacifico. Stanno emergendo nuove potenze economiche che stanno creando le condizioni per l’avvio di una nuova onda lunga di Kondrat’ev. Dobbiamo mettere via il calesse  sul quale ha viaggiato l’economia politica da Jevons a von Hayek e dobbiamo inforcare l’auto a idrogeno.

Corrado Bevilacqua La manovra : Politici e tecnici nell’Italia della crisiultima modifica: 2012-03-31T12:31:55+00:00da mangano1
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