CORRADO BEVILACQUA,Articolo 18 Il mito della mano invisibile

Articolo 18
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Il mito della mano invisibile

Secondo la teoria economica oggi dominante, che altro non è che un banale rifacimento della teoria smithiana della mano invisibile, ciascuno di noi, perseguendo il proprio interesse è come condotto da una mano invisibile a realizzare inconsapevolmente il massimo benessere per la collettività nel suo insieme.

Domanda è davvero così? No. Non è così. Per renderci conto di questo fatto possiamo pensare agli effetti negativi prodotti da quella che Fred Hirsh chiamò competizione per i beni posizionali che ha portato alla distruzione dei boschi, alla cementificazione delle  coste, all’inquinamento atmosferico.

Oppure, possiamo pensare a cosa succederebbe se un’impresa decidesse di abbassare i prezzi dei propri prodotti per battere le concorrenza di altre imprese. Succederebbe che essa indurrebbe le altre imprese a ridurre i prezzi dei loro prodotti innescando in questo modo una corsa al ribasso dei prezzi che porterebbe alla fine ad una riduzione dei profitti

Oppure, possiamo pensare a cosa succederebbe se tutti gli imprenditori italiani decidessero di tagliare i salari dei loro dipendenti per potere aumentare i propri profitti. Ciò che otterrebbero sarebbe un crollo della domanda dei loro prodotti che porterebbe ad un crollo dei profitti.

Come scrisse infatti Kalecki, i capitalisti guadagnano ciò che spendono, i lavoratori spendono ciò che guadagnano.  Ciò significa che l’economia funziona finché i capitalisti investono i loro profitti e i lavoratori spendono i loro salari in acquisti per le loro famiglie.

Non solo. Più i salari sono elevati meglio funziona l’economia perché più alti sono i profitti; profitti più alti significa maggiori investimenti; maggiori investimenti significano maggiore occupazione. Il problema, come scrisse sempre Kalecki, è che l’investimento è utile. Cioè, crea capacità produttiva. Ciò, disincentiva, a lungo andare gli investimenti, la riduzione degli investimenti provoca un rallentamento nella crescita dell’economia.

Opposto era il punto di vista di Ricardo. Per Ricardo che scriveva nei primi due decenni dell’Ottocento, il profitto era un residuo, cioè era quello che restava al capitalista dopo che questi aveva pagato i salari dei lavoratori, per cui egli poteva affermare che: se i salari aumentano, ferme restando le altre condizioni, i profitti diminuiscono.

Appunto: ferme restando le altre condizioni In economia, però, le condizioni non sono mai ferme. Uno di fattori fondamentali per la crescita dell’economia è infatti il progresso tecnico. Con il progresso tecnico aumenta la produttività del lavoro, quindi, aumentano i profitti dei capitalisti. A quel punto, si pone un altro problema, quello della redistribuzione dei profitti che sono aumentati grazie al progresso tecnico che ha aumentato la produttività del lavoro.

Questa redistribuzione del reddito è  tanto più elevata quanto più forti sono i sindacati dei lavoratori; i sindacati dei lavoratori sono tanto più forti quanto più compatti sono i lavoratori e i lavoratori sono tanto più compatti quanto sono concentrati in pochi luoghi di lavoro.

I capitalisti l’avevano sempre saputo, ma avevano dovuto accettare la situazione non avendo alternative. La catena di montaggio, infatti, mentre spezzettava il lavoro rendendo in frantumi la personalità dell’operaio, offriva agli operai la possibilità di colpire al cuore i processo di valorizzazione del capitale.

Bloccare la catena, voleva dire bloccare la fabbrica, mettere in crisi il processo di estrazione del plusvalore, forma originaria del profitto e costringere i capitalisti a scendere a patti con i sindacati.

Come ho detto, i capitalisti avevano sempre saputo che la catena rafforzava il potere dei sindacati, così avevano pensato di indebolire i sindacati indebolendo i lavoratori attraverso l’aumento dei ritmi di produzione: potere come controllo dei corpi in movimento. Foucault più Marx, Babbage più Bentham. In una parola, taylorismo.

Tutto ciò è durato fino alla rivoluzione microelettronica che ha permesso di rivoluzionare la fabbrica. Isole, robot, metodo Toyota. A poco a poco ciò ha indebolito in modo drammatico la classe operaia, ha rotto la tela dei rapporti di lavoro, ha isolato i lavoratori, ha colpito a morte il processo di formazione della coscienza di classe.

Oggi stiamo facendo i conti con l’esito finale di questo processo.  Un processo che come abbiamo visto viene da lontano ed è destinato ad andare lontano. Ciò pone le organizzazioni dei lavoratori di fronte ad un problema di sopravvivenza e possiamo capire, la difesa dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori che è assurto a simbolo d’una lotta di classe di non c’è più, mancando la classe, o meglio mancando le condizioni per la formazione d’una classe sociale nel senso pieno della espressione.

Note
F. Hirsh I limiti sciali della sviluppo economico, Bompiani
A. Hirschman Felicità publica, felicità rivata, Il mulino
Id Uscita e protesta, Bompiaani
H. Braverman Lavoro e capitale monopolistico, Einaudi
A. De Palma Macchine e grande industria da Smith a Marx, Einaudi
M. Kalecki Saggi sulla dinamica della economia capitalista, Einaudi
L.Pasinetti Sviluppo economico e distribuzione del reddito, Il mulino
P. Garegnani Valore e domanda effettiva, Einaudi

CORRADO BEVILACQUA,Articolo 18 Il mito della mano invisibileultima modifica: 2012-03-27T18:45:22+00:00da mangano1
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