Aldo Giannuli, Perchè sono comunista

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Uno dei più assidui frequentatori di questo blog, mi ha chiesto perchè sono iscritto a Rifondazione Comunista e gli ho risposto sul post: perchè, essendo comunista, non trovo di meglio sulla piazza, quantomeno in termini di punto di raccolta di chi ancora si dice comunista. Questo, a sua volta rimanda al punto: ma perchè sei comunista? Domanda non peregrina, vista la quantità di abbandoni di questa definizione: ancora nel 1991 esisteva un partito di qualche consistenza (il 5%) ed una consistente corrente nel Pds (20% circa del partito) che di dichiaravano comunisti.
Poi:

– i “comunisti democratici” del Pds si sono dissolti e quel che ne è rimasto non si è più dichiarato comunista ma “socialista”

– Rifondazione ha subito diverse scissioni (a cominciare dai “comunisti unitari”) poi finite nel Pds-Ds e che non si sono più definite tali

– nel 2008 Rifondazione ed i Comunisti italiani si sono presentati nell’ambigua formazione arcobaleno che aveva abbandonato ogni riferimento al comunismo ed al simbolo della falce e martello

– ne è seguita una scissione dalla quale è nata Sel, un movimento esplicitamente non comunista, mentre il suo leader, Vendola, già autore di un precoce libro di memorie intitolato “Una passione comunista”, ormai non nutre più quella passione

Pisapia ha usato l’arancione per segnalare il suo distacco da quella tradizione e persino l’ex componente trotskijsta di Ridondazione, Sinistra Critica, evita di definirsi tale, non usa la falce e martello ed usa bandiere viola che suonano come una presa di distanza da quella tradizione (forse solo un accorgimento tattico).

Persino autorevoli “vecchi” come Bertinotti e la Rossanda hanno decretato che non possiamo più usare quel nome. Bontà loro!
Questo per fermarci all’Italia. Dunque, ci sarebbe di che scrivere l’atto di morte del comunismo (almeno italiano) e lasciar perdere.
Io però sono una persona molto testarda  e tutto questo non mi basta.
Debbo però motivare il perchè di questa mia scelta.

Partiamo da una considerazione: delle tre correnti storiche del movimento operaio (socialdemocratico-socialista, comunista ed anarchica), solo quella comunista ha continuato a caratterizzarsi come forza dichiaratamente anticapitalistica. I socialdemocratici hanno rinunciato da almeno gli anni cinquanta ad ogni alterità rispetto al sistema capitalistico, accontentandosi di diventare una varietà “compassionevole” del liberalismo ed al massimo con qualche nuance di democrazia sociale. Ed anche di fronte alla svolta liberista che ha liquidato il “compromesso socialdemocratico” del Welfarestate, non hanno fatto una piega ed hanno confermato la loro adesione al sistema, diventando dei partiti liberali pleno iure.
Oggi Ugo La Malfa sarebbe alla loro sinistra.

Gli anarchici si sono disintegrati in un pulviscolame di gruppi e gruppetti e non tutti di fede anticapitalistica: ci sono gli anarco-capitalisti alla Nozik, e ci sono quelli che proprio non si pongono il problema. Di fatto oggi il movimento anarchico (quello doc, degli autonomi parleremo in altra occasione) è una componente molto ridotta che svolge una utile funzione critica, ma che dà un contributo molto limitato alla critica del sistema capitalistico (con la rilevantissima eccezione di  un autore come Chomsky). Anche il movimento di Occupy Wall Street – che ha avuto un anarchico fra i suoi primi ispiratori- svolge una serie di critiche al sistema dell’iper capitalismo finanziario che però non si spingono a mettere in discussione il sistema capitalistico in quanto tale.

Dei Verdi, dipietristi, popolo viola, 5stelle ecc non è neppure il caso di dire perchè non si collocano su questo piano pur svolgendo una funzione positiva che apprezzo. Mi tirai molte critiche ad aprile quando espressi la mia simpatia per il candidato 5 stelle –e visto come opera in consiglio comunale, non sono pentito di quella scelta- dunque non sono affatto chiuso verso movimenti di questo genere, solo che noto che non si collocano su un terreno anticapitalistico).

A questo, mi sembra il caso di aggiungere che tutti i movimenti che hanno abbandonato il riferimento al comunismo (a cominciare dal Pds occhettiamo) hanno poi assunto posizioni del tutto interne al sistema e, spesso, anche di piena adesione al neo liberismo.
Di fatto. ogni qual volta è venuta meno l’identità comunista è anche venuta meno ogni alterità rispetto al sistema capitalistico e, di conseguenza, ogni progetto politico di un diverso ordinamento sociale. Tacitamente, l’abbandono dell’idea comunista coincide con quella dell’insuperabilità del capitalismo, identificato come ordine definitivo e non superabile o che, forse, lo sarà un giorno imprevedibile e verso lidi sconosciuti, per cui oggi non mette conto parlarne, trattandosi al massimo di esercizi di lontana futurologia.

E invece le cose non stanno così. Beninteso: a differenza di autori come Zisek non penso che il capitalismo sia alle soglie del suo collasso definitivo. Questo però non significa che i comunisti possano essere solo una piccola setta di sognatori politicamente inefficaci, anzi hanno uno spazio politico molto rilevante da occupare. Il marxismo ha fornito una critica radicale del capitalismo che ancora oggi è insuperata, come dimostra l’improvviso revival della sua figura e delle sue opere da quando si è manifestata la crisi.  Infatti la critica marxista del capitalismo è centrata  proprio sulla inevitabilità delle sue crisi ed, in definitiva, sui limiti alla funzionalità di quel sistema.  E oggi anche autorevoli economisti liberali riconoscono che con Marx non abbiamo ancora finito di fare i conti.

Alcuni si erano illusi, con la fine del modo dell’Est e con l’avvento dell’ipercapitalismo finanziario, di aver realizzato il capitalismo perfetto, refrattario alle crisi e in crescita perenne ed ininterrotta. Oggi siamo nel pieno di una nuova crisi che minaccia sviluppi ancora peggiori di quelli degli anni trenta, anche se questo non esclude possibili momenti di tregua, aree di relativa tranquillità, effetti dilazionati nel tempo.

Di fatto, sino a quando resteremo nell’ambito dell’ipercapitalismo finanziario, con i suoi “derivati”, con il suo sistema bancario ombra, con l’irragionevole redditività dei titoli finanziari che soffoca l’economia reale, la crisi diverrà endemica indirizzandosi verso esiti finali imprevedibilmente devastanti. Per uscire dalla crisi, occorre abbandonare l’ipercapitalismo finanziario per approdare, realisticamente, ad un modello di capitalismo sostenibile tanto dal punto di vista ambientale quanto da quello sociale. Tornare a livelli di disuguaglianza sociale sopportabili (anche solo quelli che c’erano negli anni settanta) non è la rivoluzione socialista, ma una misura di buon senso, perchè un sistema nel quale i “ricchissimi” guadagnano 7.000 volte (avete letto bene: settemila) quello che guadagna il ceto medio è un modello che non può funzionare. A meno di una dittatura di classe che liquidi ogni parvenza di democrazia per approdare a forme feroci di repressione. Ma modelli dispotici di questo tipo, in genere, durano poco e sfociano in un bagno di sangue.

Dunque l’obbiettivo politico presente (non certo quello definitivo ma quello del momento storico che ci è davanti)  è rifondare il patto sociale fra capitale e lavoro e realizzi un sistema sociale un po’ più equilibrato. Ma questo non è un risultato che si può cogliere senza una critica radicale del capitalismo in quanto tale. Il crack dei mutui subprime non è stato il prodotto di qualche scriteriato che ha esagerato un po’ nella sua fame di guadagno, ma l’esito logico ed inevitabile  di un sistema capitalistico privo di qualunque freno e di qualsiasi alternativa.

Piaccia o no, la lotta di classe non è un ferrovecchio del passato o un inutile slogan: è (quantomeno) un meccanismo fisiologico necessario per impedire che il capitalismo debordi dando sfogo a tutte le sue pulsioni distruttive.
Ma lotta di classe e critica radicale del capitalismo sono elementi costitutivi della cultura politica comunista non condivisi da altri. Molti amici amano autodefinirsi “post comunisti”, magari con un sorrisetto di  commiserazione per chi resta nei confini “dell’agire novecentesco”. Bene, amici post comunisti, cosa avete da dire di fronte a questa crisi e fateci vedere cosa siete capaci di fare. Sinora, da questo lato è venuto molto poco, giusto qualche poesia un po’ decadente e i gemiti di un pensiero debole, molto debole.

Ma, qualcuno osserverà, che bisogno c’è dei comunisti per ottenere un capitalismo riformato? Basta un orientamento socialdemocratico o, appunto, riformista. E invece no, perchè in assenza di un polo radicale, anche il riformismo perde senso. Fateci caso: da venti anni tutti si dicono riformisti, da An al Pd e, pertanto, nessuno lo è davvero: quando una espressione politica è universalmente condivisa vuol dire che non produce identità parziali e, dunque,  ha più senso. Senza un polo radicale anche la mediazione riformista non ha senso, si immiserisce riducendosi  ad una produzione senza qualificazione politica di indirizzo.

Dunque, ai comunisti spetta il compito di essere la polarità opposta al capitalismo che inneschi un processo di rifondazione sociale di segno egualitario e libertario. Vi sembra poco per continuare a dirsi comunisti?

Sempre se la Rossanda e Bertinotti che lo permettono, naturalmente.

Aldo Giannuli, Perchè sono comunistaultima modifica: 2012-03-27T19:17:11+00:00da mangano1
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