Giorgio Morale,Vivalascuola. Bellezza tra parole non perfette

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Vivalascuola. Bellezza tra parole non perfette

Pubblicato da vivalascuola su marzo 19, 2012

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“Insegno in un carcere, tra detenuti che hanno alle spalle storie diverse, ma che sono buoni ascoltatori di poesia. In carcere la buona novella si diffonde meglio che nei rumorosi licei milanesi dove tutto si fa tranne che ascoltare. E’ un luogo di estrema libertà, dove non ci sono ingerenze ministeriali e c’è un rapporto frontale, personale con l’essere umano e con la sua voglia di redenzione. Naturalmente in prigione ci sono anche gli inguaribili, non bisogna idealizzare i carcerati. Ma per quelli che sono incamminati verso l’espiazione e la purificazione di sé la poesia è uno strumento” (Milo De Angelis, qui)

La poesia in carcere
Intervista a Maddalena Capalbi di Nadia Agustoni

Maddalena Capalbi tiene da cinque anni un laboratorio di poesia nella Seconda Casa di Reclusione di Bollate. Un laboratorio che vede ogni anno aumentare la presenza dei detenuti e il loro interesse verso la scrittura poetica. A fine anno una scelta dei testi scritti dai partecipanti confluisce in un’antologia che, in passato, è stata sponsorizzata dal comune di Milano, dalla Provincia e da Amnesty International. Il progetto ha spesso avuto il sostegno di personalità del mondo della cultura come Roberto Vecchioni che lo scorso anno ha scritto la prefazione. Scrittrice e lettrice attenta, redattrice della rivista QuiLibri, Capalbi ha saputo portare queste passioni in un luogo difficile, a persone spesso abbandonate a se stesse, lontane dagli affetti e in molti casi dalla propria lingua d’origine. Le ho rivolto alcune domande per “Vivalascuola”, convinta che questa esperienza didattica sia importante.

Maddalena puoi dirci come si svolge il laboratorio di scrittura poetica che da cinque anni tieni con Anna Maria Carpi nel carcere di Bollate?

Vorrei fare una breve premessa. Ho iniziato ad interessarmi a questo progetto quando Silvana Ceruti, su mia richiesta, mi invitò al suo laboratorio di scrittura, nel carcere di Opera. Ho subito pensato che poter portare una voce dall’esterno nel carcere fosse di importanza, non esagero, vitale. Primo, perché credo che sia fondamentale dare una valenza alla solidarietà, di cui tanto si parla, e poi perché la voce, per chi non ne ha essendo detenuto, serve a risvegliare, all’esterno, la curiosità che induce a porsi domande e riflessioni.

Ecco perché cinque anni fa ho proposto di coordinare un laboratorio di poesia nella Seconda Casa di Reclusione di Bollate, il progetto è stato accolto sia dalla direttrice Lucia Castellano, che ora è assessore del comune di Milano, che dai detenuti i quali hanno aderito, prima con perplessità poi convinti che poter esprimere i loro sentimenti, le loro paure e le loro angosce ma anche i loro pudori, attraverso la poesia, fosse importante. Ovviamente, per prima cosa, è stato necessario conquistare la loro fiducia.

Ci riuniamo ogni sabato mattina in un ampio spazio. Quest’anno i partecipanti sono circa trenta tra detenuti e detenute: leggiamo i versi di ognuno a voce alta commentando il contenuto e, se necessario, correggiamo e variamo i testi. In questo modo diventa più semplice discutere di molti argomenti, per esempio della mancanza dell’affettività, che è molto sentita. Oppure leggiamo le poesie dei grandi poeti e le commentiamo. Al termine della mattinata dettiamo loro alcuni versi affinché durante la settimana riflettano e scrivano il loro pensiero che leggeranno il sabato successivo. Molti di loro hanno un vocabolario limitato e si esprimono in modo semplice ma è proprio da questa loro semplicità e per certi aspetti ingenuità che emerge la poesia. È un piccolo miracolo.

Cos’è che conta più di tutto nel vostro rapportarvi alle persone che avete davanti?

Ciò che conta è creare una sinergia che ponga sia loro che noi nella giusta posizione per perseguire un progetto che si basa sulla forza delle parole. Non si tratta di creare un percorso consolatorio bensì un ponte con la società esterna affinché, senza pregiudizi, possa guardare al di là delle mura di cinta del carcere. Oltre quel muro ci sono persone, uomini e donne, che hanno il coraggio di raccontarsi senza falsità. L’antologia che ogni anno pubblichiamo è un piccolo dono al loro impegno e serve però moltissimo a chi detenuto non è. In carcere ci sono persone che hanno sbagliato ma che vogliono cambiare. La poesia è uno strumento per farlo sapere.

I detenuti e da quest’anno le detenute (il laboratorio ora è misto e anche questo è molto importante) hanno spesso esperienze tragiche alle spalle. Piano piano conquistando la loro fiducia ne parlano, ne scrivono, scegliendo anche un linguaggio che non è quello gergale cui sono abituati. Mi dicevi che questo genera conflitto in loro; lo vivono come una perdita di potere verso i detenuti che a quel gergo si attengono e però insieme a questo vivono un arricchimento della loro esperienza personale e vedono altre possibilità.

La Direzione del carcere ha dato la possibilità sia alle detenute che ai detenuti di frequentare insieme il laboratorio, ad oggi è un esperimento ben riuscito. La diversa struttura psicologica rende interessante il confronto e le personalità forti, che solitamente si affermano a prescindere, sono costrette ad ascoltare i diversi punti di vista creando un dibattito paritetico. Certo per chi è abituato ad affermarsi attraverso la forza e, in alcuni casi, la violenza, agli occhi di altri detenuti seguire un corso di poesia può sembrare indice di debolezza. Molti di loro hanno capito che, invece, è questa loro forza interiore che devono far conoscere.

Il laboratorio è un aperto, in un sistema chiuso. Queste persone vivono, alcune per la prima volta, da individui, con la loro singolarità; ma questo vissuto nuovo non è nell’autismo o nella deprivazione dell’obbedienza forzata dovuta ai più forti e alle istituzioni, perché nella didattica del laboratorio entrano molte cose, ad esempio le letture e l’ascolto. Ti parlano di cosa significa questo per loro?

Alcuni, forse per la prima volta nella vita, hanno la possibilità di parlare e confidarsi con persone al di fuori del loro ambiente, che non hanno avuto esperienze violente e che con umiltà si dimostrano interessate all’ascolto. Molti non avevano più aperto un libro dai tempi della scuola. Ora quantomeno sono disposti ad ascoltare e a leggere. Ci sono stati alcuni che per molte lezioni sono rimasti in silenzio. Non conoscevamo neppure la loro voce. Ci studiavano. Poi piano piano si sono aperti. Hanno avuto fiducia in noi. È stato un successo importante. Adesso, quando leggiamo delle poesie, intervengono, dicono la loro senza timore di essere accettati e giudicati. Cosa bella è che all’interno del laboratorio non c’è competizione. Tutti accettano le idee degli altri. Se pensi quale ambiente è, cioè un carcere, direi che la poesia è un fenomeno straordinario che riesce a fare interagire persone in modo diretto.

Mi dicevi che la lingua italiana è parlata da tutti, ma la presenza di persone immigrate da paesi diversi (est Europa, Africa, Asia) fa sì che ci siano risultati sorprendenti quando la scrivono.

Nel laboratorio si incontrano tanti uomini e donne di paesi diversi, esso è un luogo d’incontro di lingue, religioni e culture diverse. Un avamposto dove chi ci vive è costretto a confrontarsi senza erigere barriere, cosa che all’esterno la società spesso costruisce. La poesia ha fatto incontrare l’italiano, il magrebino, l’africano e tutti sono uguali perché tutti sognano allo stesso modo. E non ci vuole tanto per scoprire che anche nel carcere c’è la bellezza, anche tra le parole, forse, non perfette. Tutti hanno qualcosa da dire e da dare, in particolare il bisogno di sentire accolto il dolore e la solitudine.

Vuoi portare qualche esempio della loro scrittura? Dire qualcosa?

Un piccolo regalo dei nostri ragazzi del laboratorio di poesia della Seconda Casa di Reclusione di Bollate, Milano.

Corale

Una volta non sapevo
Come fosse l’inferno
Ed il paradiso
Adesso lo so la libertà e le sbarre
E credevo di essere ali di gabbiano dentro gli occhi tuoi
Mentre tu programmavi un’altra storia un’altra fotografia
Cosa mi resta ora? Scordo discordia che affonda come la concordia
E mi perdo nei tuoi occhi azzurro oceano
Nel ricordo di un immenso amore
Vedo frammenti della mia sofferenza
Nascosta nel silenzio
Della mia solitudine
Solo nella tristezza del mio cuore
Che batte all’unisono della meraviglia
E abbatte, sbatte contro le sbarre
Nasce il sogno di libertà
Sperando in un futuro migliore
Al di fuori di qui
In un mondo pieno di amore e speranza
Giacché nella vita ci sono momenti
Di allegria e sofferenza.
E chi sa amare non muore mai.

Vittorio, Alfio, Giovanni, Stefano, Carlo, Francesco, Vincenzo, Enzo, Michele, Angelo, Dany, Gerry, Mady, Alberto, Diego, Dario, Carlos, Faouzi…

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L’incontro è sempre con l’umanità, in carcere come fuori
di Franco Loi

Chi sta in carcere vede nell’insegnamento della poesia da parte di qualcuno che viene da fuori la possibilità di un rapporto con l’esterno. Anche io sono stato in carcere e so che la cosa che lì ti colpisce di più e costituisce una condizione di particolare dolore è l’essere separati dal mondo e la mancanza della libertà. Io in carcere sentivo i suoni della radio o della televisione che entravano dalle finestre e guardavo una scritta sul muro, di qualcuno che mi aveva preceduto, diceva: Signore, dammi la libertà.

Nel momento dell’incontro, ciò dispone chi sta in carcere alla massima attenzione a ciò che dici; oltre al fatto che entrare in rapporto con qualcuno che viene da fuori vuol dire sempre prendere una boccata d’aria, chi sta in carcere sente in certe parole un invito particolare rivolto a sé e quindi sente nascere un desiderio di riflettere su se stesso e sulla propria vita. Magari sente cose di cui non ha mai sentito parlare, nascono pensieri e domande che si erano dimenticati, ricordi d’infanzia, esperienze, modi nuovi di affrontare se stessi. Se uno si trova in carcere, vuol dire che ha avuto poco dalla vita, poco aiuto da parenti e amici, allora la poesia aiuta a chiarire certe cose, sveglia emozioni che portano a fare i conti con sé.

D’altra parte la poesia insegna tante cose anche a chi scrive, la poesia è la parola del tuo essere vero, l’espressione del tuo sentire profondo, ti mette in condizione di dire cose che tu stesso non conosci. Mentre sei in relazione con la vita, sei meno in relazione con i sensi, con il corpo, con le emozioni e il pensiero profondo. Quando scrivi, invece, questo viene fuori e tanto più il tuo scritto invita chi lo riceve a un ascolto vero, lo richiama alla coscienza di sé.

Importa anche la modalità del dire, il suono che da solo sveglia moltitudini di pensieri ed emozioni. Come diceva Yeats, in poesia il suono è più importante dei significati apparenti. Poesia e musica sono le arti che più di tutte muovono l’uomo, l’immagine presuppone in misura maggiore una sensibilità coltivata per essere capita, invece il suono ti scuote, infatti ascolti poesia e magari piangi e non sei cosciente del perché.

In carcere questo lo vediamo, c’è una condizione che crea un particolare spazio per l’ascolto, anche se non per tutti, c’è sempre qualche eccezione. Poi bisogna vedere se quello che ti dicono corrisponde a verità. “Sono innocente” ti dice un ragazzo, ma non puoi mai sapere se è vero oppure no. Non sai perciò quanto è entrato in ognuno, vedi delle emozioni, vedi battere le mani, uno chiede che si legga un’altra poesia, qualcuno fa domande, ma c’è anche qualcuno che rimane impassibile: l’incontro è sempre con l’umanità, in carcere come fuori.

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Materiali

Appunti sull’insegnamento della poesia in carcere
di Milo De Angelis

Anni fa, quando ho iniziato a insegnare alla Casa di Reclusione di Opera, alla periferia di Milano, pensavo di andare lì a diffondere la buona novella della poesia. Niente di più sbagliato. In carcere di versi se ne scrivono già tanti, dovunque e senza tregua. Solamente che non è poesia. Sono sfoghi, confessioni, parole buttate su un quaderno, parole senza peso e senza ricerca. Come tante che si leggono ogni giorno, certo, ma con in più l’alibi di sentirsi garantite dal fatto di nascere lì, in quel luogo di sofferenza, quasi fosse un lasciapassare. Ovviamente non è così. Bisogna capirlo e farlo capire. Anche con severità, quando è il caso. In poesia nessuno è garantito da niente: ci si trova nudi di fronte alla parola, in una stretta frontale e bruciante. Ora tutto il mio sforzo – ben lungi dal diffondere versi – è quello di arginarli, metterli davanti alla loro essenza e alla loro legge, ricondurli a una necessità espressiva, a un cammino storico e spirituale di questa necessità: molto tempo deve trascorrere prima che una parola giunga alle labbra, prima che un verso si posi sul foglio o sullo schermo di un computer.

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Ciò non significa che il carcere sia un luogo come un altro, nemmeno per la poesia. Lo spazio è pochissimo, il tempo sterminato. La mancanza di certi oggetti, di certe luci, di certi volti, ne accentua i contorni favolosi. L’anno scorso, durante una lezione su Leopardi, un detenuto mi ha detto che per lui le sbarre della cella sono come la siepe nella poesia L’Infinito: impedendo qualcosa, suscitano qualcos’altro di più grande; impedendo di vedere, suscitano la visione. Ed è vero che il carcere, luogo del trauma e della memoria, ha in quanto tale una dimensione che sembra accogliere la scrittura poetica, sembra custodirla e fecondarla, sempre che sia scrittura, sempre che abbia l’umiltà di inseguire la sua forma.

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Avete mai visto una cella? Pochi metri quadrati dove ogni cosa ha la sua esatta posizione, dove basta spostare uno sgabello per sovvertire un ordine consueto, un equilibrio faticosamente raggiunto. E’ ciò che avviene in poesia, dove basta modificare un aggettivo per fare il caos. Carcere e poesia hanno in comune un regime di sorveglianza, di massima sorveglianza.

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Così, ogni mattina, mi avvio verso la casa di Reclusione di Opera. E’ una sorta di odissea metropolitana, abitando io alla Bovisasca, dall’altra parte della città. Prendo la prima corsa del filobus 92, sempre puntuale alle 6. Scelgo il posto in cui sedermi, tra i tanti vuoti, e qualcosa da leggere: posta arretrata, un tema, la “Gazzetta dello Sport”. Ma più spesso guardo dal finestrino. Poche cose sono commoventi come osservare la città che sfila dietro i vetri, magari con la nebbia mattutina o qualche goccia di pioggia che increspa la visione. Milano ci sveglia e ne sento l’energia, il terremoto dei corpi che riprendono a muoversi. Scendo al capolinea del 92 e aspetto il tram 24, che da decenni percorre la via Ripamonti. Penso alle cose da fare e da dire, metto a fuoco una lezione, il sorriso dei miei detenuti, e scendo di nuovo per prendere l’autobus 99, che verso le 7.45 mi sbarcherà in carcere.

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No, non è triste, ogni mattina, ripetere questo rito tra le strade e i respiri di una città che amo. E’ triste semmai, nel tardo pomeriggio, quando il buio invernale getta le sue ombre nei corridoi, salutare i detenuti, vederli accompagnati nelle loro celle, sentire che la loro vita è un’altra, che tra poco torneranno alle loro ossessioni e che il tempo trascorso insieme è solo un frammento.

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E occorre insegnare in questo frammento. Quella che viene chiamata “continuità didattica” non esiste, tantomeno qui. Le prime classi iniziano con venticinque alunni e finiscono con sette o otto. Colloqui con i parenti, uscite per il processo, depressioni in seguito a una condanna, trasferimenti da un carcere all’altro o in altri settori dello stesso carcere, tutto avviene in uno stato provvisorio. I detenuti sono in perpetuo movimento, appaiono, scompaiono, ritornano, ci salutano. Occorre accettarlo. Essere contemporanei a questo movimento, lasciare un segno poetico che verrà raccolto, forse, in altri luoghi e in altre stagioni.

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Ma cosa si insegna in queste aule silenziose dell’Area Pedagogica? C’è un programma, certo, e questo programma deve essere svolto: “Da San Francesco ai nostri giorni”, come in qualunque Istituto tecnico Commerciale, con lo stesso Esame di Maturità alla fine del corso. Ma c’è qualcosa di diverso, qui. Non parlo del contesto, dei controlli e del grido delle mura. A tutto questo ci si abitua. Parlo di una cosa più essenziale, che riguarda l’anima dei detenuti, il loro tentativo di credere nuovamente in se stessi, quando questo tentativo esiste ed è serio. Quello che deve essere insegnato, qui, quello che deve essere reso evidente, è un amore per la vita. Attraverso l’amore per la poesia, che ne è l’essenza verbale, un amore per la vita.

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E occorre insegnare una disciplina – la poesia è il luogo per eccellenza della disciplina – a chi non l’ha coltivata dentro di sé. La poesia è lo spazio dell’esattezza, dell’accostamento millimetrico, della sillaba insostituibile. “Un aggettivo che non aggiunge, uccide”, diceva César Vallejo. Ed è qui che l’energia fantastica deve entrare per farsi verso, è qui che la tensione vertiginosa deve entrare per raggiungere la sua unica forma, ed è ancora qui che il bagliore notturno deve entrare per manifestarsi in visione. Senza questo luogo disciplinato, la fantasia creatrice annegherebbe in una logorrea qualunque, in uno sfogo da ubriachi. E una descrizione confusa non è una descrizione della confusione. Infinito esprimersi della libertà attraverso l’osservazione scrupolosa di una legge: poesia e carcere hanno in comune questa condizione.

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Il reato commesso emerge – quando emerge – solo per frammenti e filamenti: una frase interrotta, l’immagine di un tema, il balbettio di un verso, coriandoli di verità, tessere di un mosaico che non si completa. Oppure non emerge affatto, rimane in una zona dell’essere sempre più remota e indicibile. Innumerevoli, le gradazioni del silenzio. Occorre accoglierle. Il carcere è vietato ai curiosi.

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D’altra parte l’entità del crimine non dice nulla. Ci sono persone che hanno incontrato il sangue, molto sangue, hanno avuto rapporto con il raptus, l’urlo di terrore, il ferro della pistola, la gola straziata, eppure parlano di tutto questo con il tono di una canzonetta. Per altri è bastata la visione di una goccia di sangue per generare trauma assoluto e precipizio, redenzione invocata, notte bianca dei rimorsi e del sottosuolo. L’entità oggettiva del crimine, quella riassunta nel referto di un Commissariato, può muoversi verso una soluzione espressiva oppure rimanere lì, inerte come il lessico che la definisce. Dipende dall’anima, solo dall’anima, e l’anima non sappiamo cos’è.

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Pochissimi sono i detenuti che, in questi anni, mi hanno fatto leggere qualcosa di significativo. Non mi colpisce questa rarità: anche fuori è così. Mi colpisce piuttosto un tratto che li accomuna, sentendoli parlare dei loro versi e di come sono nati. E questo tratto è legato al tempo, che in carcere è moltissimo, incalcolabile, rallentato. La parola tende a costruirsi faticosamente, ritornando più volte su se stessa, correggendosi, ridefinendosi, riempiendo pagine di cancellazioni sul quadernetto (qui tutto è ancora scritto a penna) e mostrando fisicamente tutta la potenza del demone della variante, come lo chiamava Ungaretti. E’ pertanto una parola che compie un lungo cammino prima di scaturire. E di questo cammino ad ostacoli porta il peso e la necessità, come sempre dovrebbe succedere in poesia.
(da Poesia, anno XVI, n. 176, ottobre 2003, pp. 43-44)

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Riabilitato come uomo
Il Laboratorio di Lettura e Scrittura Creativa al carcere di Opera
di Fabiano Alborghetti

… Entrato nell’aula, sono rimasto in piedi aspettando che arrivassero i corsisti, in piedi ed in imbarazzo perché non sapevo come comportarmi. Poi sono arrivati tutti, abbiamo preso posto al grande tavolo al centro della stanza…

E sono arrivati gli occhi, tutti quegli occhi incassati dentro una moltitudine di domande. Tutto è saltato: si è verificato un cortocircuito in cui tutte le domande (o dubbi) elevati a protezione si sono frantumati; questo sarebbe stato un incontro alla pari, nessuno sarebbe stato al sicuro dietro una barriera, nessuno avrebbe prevalso. Ognuno sarebbe stato in giorco con piena onestà e in prima linea, mettendo da parte loro il maternage dato dall’istituzione e superando – io individuo – il meccanismo dell’esecuzione del compito di ruolo. Assieme formavamo, in quell’esatto momento, una microcomunità sganciata dalle consuete regole, una “anomia” come parte di un processo di autonomia ritrovata.

Riprendendo quanto detto da George Pòr, noi si stava incarnando quella capacità superiore di risolvere problemi, di pensiero e di integrazione attraverso la colaborazione e l’innovazione applicando inoltre quanto teorizzato da Danilo Dolci trattando la sua nuova maieutica: una ricerca ed un apprendimento che non ha al suo centro un corpo di verità pre-stabilite, trasmesse dalla cattedra o attinte dal manuale – cui adeguarsi. Al centro dell’attività maieutica vi è un problema che viene posto a tutti i presenti e su cui ciascuno è invitato a riflettere e a comunicare agli altri le sue riflessioni.

Salire sul treno
I corsisti non solo valicano un confine dato dal riassumere ed usare la propria lingua per la comunicazione scritta, superando quindi il confine dell’oralità, ma quel confine ancora più grande che è l’avere una doppia assenza: quella del mondo (sono rinchiusi) e quella della comunicazione, dove per comunicazione non s’intenda solo l’espressione di domanda/risposta che vige nell’ambiente sociale in cui vivono.

Questa mancanza di comunicazione suppongo possa arrivare ad una patologia di non comunicazione o – peggio – ad una comunicazione sostretta per difeaa: chi si “assenta” dalla propria lingua, congiunge con uno stato d’innocenza verso terzi, mettendosi in pari, trovando quindi un equilibrio dove necessariamente la propria voce interiore va soffocata, va disertata, spesso va tradita “per quieto vivere“. Per mezzo di questa mutilazione, si indeboliscono per rafforzarsi e, facendolo, appartengono finalmente alla comunità, alla tribù sociale del carcere ed al vicino di branda.

Il compito riuscito a Silvana nel Laboratorio è stato prima di tutto ritrovare il senso originario della lingua rendendo al corsista la propria condizione di uomo, rinsaldando quindi quella frattura dello spirito e saturando il vassallaggio al silenzio… (continua qui)

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La settimana scolastica

I giovani sono in primo piano questa settimana sulle pagine dei giornali. “Dispersi e disoccupati” li definisce Fabrizio Dacrema.

Sono diventati la “Generazione Punto Zero” – commenta Luciano Verdone – perché sanno che devono ripartire dal nulla.

Si comincia lunedì 12 marzo, con la notizia di una drastica diminuzione del numero delle iscrizioni all’università. Nel 2011-2012, il numero di immatricolati negli atenei italiani rappresenta poco meno del 60% del totale dei diplomati dell’anno precedente. E’ il valore più basso degli ultimi trent’anni. Nel 2010-2011 gli immatricolati sono stati il 64,1% dei diplomati e dieci anni prima si superava quota 70%. Scoraggia probabilmente il fatto l’Italia è una delle nazioni in cui il tasso di impiego dei laureati è fra i più bassi d’Europa. In Germania e Francia più dell’85% dei laureati di età fra i 25 e i 64 anni lavora stabilmente; da noi solo il 72,6%.

Sarà per questo che, secondo i primi dati del Miur, ancora parziali, sulle iscrizioni al primo anno delle scuole secondarie di II grado, cresce il numero degli iscritti a istituti tecnici e professionali mentre diminuisce quello degli iscritti ai licei. Il 31,50% degli studenti ha scelto infatti gli Istituti Tecnici (l’anno scorso fu il 30,39%), il 20,60% gli Istituti Professionali (l’anno scorso fu il 19,73%), mentre i Licei scendono al 47,90% rispetto al 49,88% dell’anno precedente. Le preferenze vanno soprattutto al settore tecnologico e in particolare per l’indirizzo Meccanica, Informatica e Chimica. Boom per l’alberghiero, che sale al 9,51%. Positiva la valutazione che ne dà Maurizio Tiriticco.

Poi arrivano i dati dell´Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione) basati sull’esame degli elaborati agli esami di Stato dell´anno scolastico 2009/2010, secondo cui i giovani

Fanno sempre più fatica a scrivere in italiano corretto e incontrano difficoltà anche nell´organizzare un testo “complessivamente coerente“… (presentando) Scarsa capacità di organizzazione e gerarchizzazione delle idee, tecniche di argomentazione di volta in volta elementari o fallaci, modesta padronanza del lessico astratto o comunque di quello che esula dal patrimonio abitualmente impiegato nell’oralità quotidiana”. (vedi qui)

Si riscontrano errori grammaticali nel 78,5% dei compiti ed errori di ideazione nell’80% dei casi. Ma non è un problema soltanto scolastico, come osserva Cosimo De Nitto:

Il problema è complesso perché riguarda la cultura che questi studenti respirano nella società, i terremoti che subiscono dalla rivoluzione tecnologica, la passività indotta che producono i mass media, i cattivi esempi linguistici di certa televisione, ma anche di tanta stampa. Tutto ciò precipita sulle spalle di una scuola spesso abbandonata a se stessa, non considerata, non “aiutata“, talvolta dileggiata e additata come inefficiente e incompetente.

Ma la polemica della settimana nel mondo della scuola è quella innescata da una dichiarazione del nuovo capo dipartimento all’Istruzione, Lucrezia Stellacci, secondo cui non si potrebbe procedere a nuove immissioni in ruolo perché ci sarebbero 41.503 docenti “imboscati” nella scuola italiana, per lo più nei ministeri o per distacchi sindacali, pagati anche semza mettere piede in classe da anni. Un dato falso.

“Abbiamo fatto e rifatto i conti – dice Francesco Scrima della Cisl – ma quella cifra ci pare addirittura fuori della realtà. Mettendoci dentro tutto, e forse qualcosa di più (ad esempio i docenti all’estero, pagati anche se ovviamente non insegnano in Italia) arriviamo a meno di 9.000 unità di personale che “non va in classe”. A noi risultano 5.000 docenti dichiarati inidonei, per i quali peraltro sono avviate procedure di mobilità verso altre mansioni o altri tipi di impiego, 500 comandati presso l’Amministrazione scolastica centrale e periferica (di questi, 120 sono al Miur), 200 in comando presso associazioni, 200 in aspettativa per mandato parlamentare o amministrativo. Sono 500 quelli operanti negli staff di segreterie e gabinetti di ministri e sottosegretari, mentre non arrivano a 1.000 – e non sono nemmeno tutti assegnati a docenti – i distacchi sindacali”.

Inutile dire che una nota pubblicata sul sito internet dello stesso Ministero, smentisce la dichiarazione del capo dipartimento dando ragione al sindacato. E’ comprensibile allora che una lettera di docenti chieda al ministro Profumo che revochi la nomina del Capo Dipartimento Lucrezia Stellacci così informato o forse con una così alta considerazione degli insegnanti italiani.

A valutare il lavoro degli insegnanti interviene Roberto Saviano, per il quale gli insegnanti sono “sacri“: un pensiero che “cade come un sasso muto nel pozzo artesiano” scrive Mila Spicola.

“Onore ai maestri c’è grande bisogno di loro”, dice anche Alessandro D’Avenia, parte in causa in quanto docente, che così definisce il maestro:

Un maestro è colui che, nella cornice di un relazione viva, risveglia in un altro essere umano forze e sogni potenziali e ancora latenti.

L’intervento di Alessandro D’Avenia è occasionato da un problema, la “questione maschile” che vivalascuola ha trattato qui: i bambini delle scuole elementari di oggi hanno 4,6 probabilità su 100 di incrociare sulla loro strada un maestro maschio. E nel futuro non cambierà; i laureati maschi in Scienze della Formazione – ex Magistero – sono costantemente calati nell’ultimo decennio fino a toccare nel 2009 quota 12% (dati Almalaurea). problema su cui si è svolto un interessante incontro a Milano.

Tralasciando polemiche e dichiarazioni, troviamo gli insegnanti sempre alle prese con i problemi molto concreti dell’occupazione e delle pensioni. Per quanto riguarda i TFA, l’iscrizione ai Corsi, dopo aver superato la prova selettiva prevista per giugno 2012 ai sensi della nota MIUR del 02/03/2012, riguarderà l’A.A. 2012/2013. Una buona notizia per molti, anche se sono palesi le contraddizioni dell’incrociarsi di vari sistemi di reclutamento per i docenti:

Ed ora, attivando i TFA, si vorrebbe obbligare questi docenti (i docenti precari “storici”), dopo essere saliti in cattedra con responsabilità piena per anni… a sottoporsi ad un test preliminare, al pari dei neo-laureati, per essere ammessi, se idonei, ad una successiva prova scritta, per essere nuovamente ammessi, sempre se idonei, ad una terza prova, questa volta orale, e finalmente essere inseriti in una graduatoria, sempre assieme ai neo-laureati, per poter poi iscriversi… all’anno di TFA dedicato alla formazione iniziale dei docenti, durante il quale questi aspiranti insegnanti dovranno imparare ad insegnare (sic!) attraverso un tirocinio, ed infine discutere una tesina originale e superare un esame con valore abilitante, per… essere dichiarati formalmente abilitati a svolgere, sempre da precari… quella stessa professione che da anni stanno già svolgendo alle dipendenze dello stesso Ministero… (vedi qui)

Altro tema che riguarda l’occupazione è quello della “chiamata diretta” dei docenti da parte del dirigente scolastico che la Regione Lonbardia vuole introdurre dal prossimo anno scolastico con il beneplacito del ministro Profumo. La Flc Cgil annuncia mobilitazioni prima dell’approvazione della Proposta di Legge in Consiglio regionale, prevista verso il 10 aprile. Anche i docenti precari, i primi a essere colpiti da questa “sperimentazione“, annunciano mobilitazioni. Il Coordinamento lavoratori della scuola “3 ottobre” ha indetto per il 27 marzo un presidio sotto il Pirellone. Contro la “chiamata diretta” prosegue anche la raccolta di firme per un appello proposto dall’Associazione “Non uno di meno“.

Per quanto riguarda le pensioni, sulla richiesta di spostamento della maturazione dei requisiti necessari per il pensionamento dal 31/12/2011 al 31/8/2012 anche la Flc Cgil annuncia ricorso al Tar. A questo fine dei docenti hanno anche attivato una class action (vedi qui e qui).

Prosegue anche la raccolta di firme promossa da alcune associazioni della scuola per presentare una proposta di emendamento allo scopo di eliminare l’obbligo da parte delle scuole, previsto con chiarezza dalla relazione tecnica, di somministrare i test Invalsi a tutti gli studenti delle classi coinvolte. Una rilevazione campionaria e non censuaria, sostengono i promotori dell’emendamento, può essere usata solo per la valutazione di sistema ed elimina la possibilità di usare i test per valutare anche le scuole e gli insegnanti.

La richiesta è che le prove siano effettuate su campione, previamente individuato con metodo statistico, mediante rilevatori esterni adeguatamente formati e che i risultati siano utilizzati per favorire i processi di autoanalisi e autovalutazione di istituto.

Intanto si cominciano a conoscere i primi dati degli ammessi agli orali del concorso per dirigenti scolastici. In Friuli Venezia Giulia gli ammessi sono il 31%, in Umbria il 34%, in Molise il 18%: in alcuni casi il numero degli ammessi è addirittura inferiore al numero dei posti disponibili.

Per finire ricordiamo che una giornata di mobilitazione nazionale della scuola è in preparazione per il 23 marzo: “L’urlo della scuola“. La giornata è organizzata per richiamare l’attenzione sullo stato di estremo abbandono in cui versa l’istruzione pubblica: la scuola dell’obbligo costretta a finanziarsi attraverso le famiglie in una sorta di privatizzazione strisciante incostituzionale, il personale insegnante e amministrativo ridotti all’osso, un’offerta formativa e un tempo scuola ogni anno più modesti. Le università arrugginite e incrostate da baronie inamovibili, numeri chiusi e quiz, selezione senza merito e una cultura aziendalista che tende a uccidere nella culla la libertà di ricercare e sperimentare.

Da Bologna arriva anche un invito ai docenti della scuola primaria: Aprile mese senza voti:

Per la promozione di una relazione didattica rispettosa della sensibilità dei bambini e delle bambine, per una valutazione plurale, creativa e multiforme che valorizzi le potenzialità e non schiacci sulle capacità, che sia stimolo alla crescita e non educazione alla competitività.

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Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

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Su ReteScuole le iniziative legislative estive del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Il decreto Brunetta qui e il vademecun della CGIL sulle sanzioni disciplinari qui.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

Altre guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Manuali di resistenza alla scuola della Gelmini qui e qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Gilda, Cub.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro…

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Robert

Giorgio Morale,Vivalascuola. Bellezza tra parole non perfetteultima modifica: 2012-03-26T15:12:18+00:00da mangano1
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