LA SCUOLA: “FATICA SPRECATA”? NO! Possiamo ancora farcela, se vogliamo.

UN SAPERE DA CONDIVIDERE E DA TRASMETTERE E IL PARADOSSO DELL’ISTRUZIONE
LA SCUOLA: “FATICA SPRECATA”? NO! Possiamo ancora farcela, se vogliamo. Ma non dobbiamo perdere altro tempo. Un’intervista al sociologo Frank Furedi di Alessandro Zaccuri
(…) tra i suoi bersagli più recenti spicca il cosiddetto paranoid parenting, ovvero come e perché, a forza di proteggere i ragazzi, i genitori abbiano sviluppato una sindrome molto simile alla paranoia.

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NOTA SUL TEMA:
STATO DI MINORITA’ E FILOSOFIA COME RIMOZIONE DELLA FACOLTA’ DI GIUDIZIO. Una ’lezione’ di un Enrico Berti, che non ha ancora il coraggio di dire ai nostri giovani che sono cittadini sovrani. Una sua riflessione – con una nota (federico la sala)
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INTERVISTA
Traditi dalla scuola *
Un sociologo come lui è abituato a fiutare i cambiamenti prima che avvengano, ma che la scuola fosse veramente diventata un problema Frank Furedi lo ha percepito soltanto a cose fatte. Lo racconta nelle prime righe del suo Fatica sprecata, appena pubblicato da Vita e Pensiero nella traduzione di Stefano Galli (pagine 264, euro 18,50). Se il titolo non suona ottimista, il sottotitolo sembra non lasciare scampo: «Perché la scuola oggi non funziona». Anche se quell’oggi, a ben vedere, potrebbe far intuire uno spiraglio di speranza.

Nato a Budapest nel 1947, formatosi in Canada e stabilitosi in Gran Bretagna alla fine degli anni Sessanta, Furedi è noto al lettore italiano per saggi decisamente controcorrente come Il nuovo conformismo (Feltrinelli), in cui si prende di mira l’eccesso di psicologia – o, meglio, di psicologismo – nella vita quotidiana o il provocatorio Che fine hanno fatto gli intellettuali? (Cortina).

Nel recente On Tolerance (2011) smaschera la sostanziale intolleranza del politicamente corretto, ma tra i suoi bersagli più recenti spicca il cosiddetto  paranoid parenting, ovvero come e perché, a forza di proteggere i ragazzi, i genitori abbiano sviluppato una sindrome molto simile alla paranoia. Esagerato? Non troppo, se si pensa che perfino Furedi, quando si è trattato di mandare a scuola il figlio, si è interrogato su quale fosse la scuola migliore a cui iscriverlo. «Una domanda che fino a qualche tempo fa non avrebbe avuto senso – spiega – e che ha confermato una mia sensazione precedente: l’intero sistema dell’istruzione è percepito oggi come un problema. O, quel che è peggio, come la soluzione di ogni problema».

A che cosa si riferisce?
«Una costante della politica inglese degli ultimi decenni è stata l’insistenza, del tutto retorica, sul tema dell’istruzione. La scuola viene presentata come la panacea di ogni male, nella convinzione che tra i banchi i ragazzi possano e debbano apprendere di tutto, preparandosi a diventare buoni cittadini, persone migliori, lavoratori appagati e via di questo passo. Ma questi slogan non fanno altro che rafforzare quello che nel mio libro definisco il “paradosso dell’istruzione”: non si è mai investito così tanto sulla scuola, non se ne è mai parlato così tanto e, nel contempo, non si è mai chiesto così poco agli studenti che la frequentano».

Come mai?
«Per tutta una serie di motivi, che forse possono essere sintetizzati nel passaggio dal concetto di “istruzione” a quello di “apprendimento”. Non più un percorso formale, costruito su contenuti condivisi e fondato sulla conoscenza del passato, ma un processo vago, che si adegua alle capacità che i ragazzi già possiedono, riducendo al minimo difficoltà e sforzi conseguenti. Gli insegnanti sono terrorizzati dall’idea che in classe ci si annoi e quindi si industriano per rendere le lezioni sempre più divertenti. Peccato che, il più delle volte, si tratti di un divertimento a misura di adulto, che giovani e giovanissimi trovano insopportabilmente noioso. Per fare un solo esempio: i ragazzi conoscono i videogiochi meglio di noi, non hanno alcun bisogno di ritrovarseli a scuola».

Si direbbe che gli adulti non abbiano molta fiducia in sé stessi.
«Il punto è esattamente questo. Di norma, un bambino non vede l’ora di diventare grande, ma in questo momento trova davanti a sé adulti confusi, che si proclamano a loro volta bisognosi di un “apprendimento” costante. È una crisi di responsabilità diffusa in ogni ambito sociale, è vero, ma che nella scuola produce effetti devastanti. Quella che viene messa in discussione, infatti, non è soltanto la gerarchia dei rapporti fra le generazioni, ma la convinzione stessa che esista un sapere da condividere e trasmettere».

Forse perché il concetto di scibile si è talmente allargato da diventare sfuggente?
«A costituire una minaccia non è la vastità del sapere, ma la mancanza di un metodo formale, che risulti applicabile in contesti diversi. Prendiamo la storia, probabilmente la più contestata tra le discipline tradizionali. Il valore da difendere non consiste nel fatto di inserire nel programma le vicende di un determinato Paese o di una determinata dinastia, quando piuttosto nella volontà di insegnare i princìpi basilari della ricerca storica, che stanno all’origine della nostra consapevolezza rispetto al passato. In assenza di questi princìpi, il passato diventa un’entità nebulosa, dalla quale è impossibile apprendere e che pertanto si è autorizzati a trascurare».

Anche lei sta dicendo che la scuola serve per la vita, mi pare.
«Sì, ma nel senso che quello che si studia a scuola, con le caratteristiche formali tipiche dell’istruzione tradizionale, apre la mente alla conoscenza del mondo. I teorici dell’apprendi-mento, al contrario, sostengono che i contenuti non contano, tutto deve avvenire in modo spontaneo, senza impegno».

Una strada senza ritorno?
«Se ci riferiamo ai casi individuali, occorre tristemente ammettere che qualcuno, a questo punto, resterà indietro. Ma viaggiando per l’Europa mi rendo conto di come le mie preoccupazioni siano sempre più frequenti e di come, da più parti, si levi la richiesta di una seria riflessione su questi temi. Possiamo ancora farcela, se vogliamo. Ma non dobbiamo perdere altro tempo».   
Alessandro Zaccuri
 
* Avvenire, 22.03.2012

Giovedì 22 Marzo,2012 Ore: 15:40
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Federico La Sala
Milano
24/3/2012
10.22
Titolo:cosa farò da grande? il futuro come lo vedono i nostri figli …
Un saggio dello psichiatra Pietropolli Charmet sul rapporto tra il domani e i giovani

“Il futuro restituito ai nostri ragazzi”

“Gli adulti dovrebbero ribaltare le prospettive e far capire ai figli che tocca proprio a loro prendere in mano le cose e che l´avvenire non è un tempo perduto”

di Luciana Sica (la Repubblica, 24.03.2012)

«Per gli adolescenti di oggi non si può più parlare di lutto dell´infanzia, ma di lutto del futuro. Da sempre amano e odiano il tempo che hanno davanti, perché non sanno cosa gli riserva, né cosa potranno fare o essere. Ma ora la perdita di contatto con la rappresentazione dell´avvenire è disperante. Alla faticosa ricerca di una loro verità rispetto alle identificazioni infantili, i ragazzi sentono di avere davanti un ostacolo insormontabile che sbarra la strada della crescita. Si dedicano allora al culto dell´eterno presente dichiarando in coro che l´adolescenza è la stagione più bella della vita e la cosa migliore da fare è rimanervi il più possibile».

Chi parla è Gustavo Pietropolli Charmet, 74 anni il prossimo giugno, psichiatra di formazione freudiana, grande terapeuta di giovanissimi pazienti, autore di un nuovo libro dal titolo cosa farò da grande? il futuro come lo vedono i nostri figli (Laterza, pagg. 148, euro 15). A leggere le sue pagine a tratti indignate, aumenta il sospetto che i futuri bamboccioni o anche sfigati, secondo l´espressione «tecnica» coniata più di recente, siano scoraggiati in partenza e sospinti al fallimento. Nell´età degli entusiasmi anche facili, in cui si teme e si morde il futuro, è proprio questa la parola che viene cancellata dal vocabolario: con effetti particolarmente nefasti sugli adolescenti. Perché, scrive Charmet, «colpisce al cuore il sistema motivazionale».

Cosa possono fare gli adulti «competenti» genitori e insegnanti, innanzitutto per restituire la speranza a questi ragazzi più rassegnati che nichilisti?

«Intanto dovrebbero smetterla di vestire i panni delle moderne Cassandre e lanciarsi nelle profezie più nere. Tutti gli scenari catastrofici trasmettono un messaggio intollerabile per la mente degli adolescenti, e cioè che ormai non c´è più «posto» per loro, che la pacchia è finita, proprio come il petrolio e l´acqua… Non è così che si reclutano i loro ideali, la loro capacità di sperare, il loro intrinseco bisogno di cambiamento, a favore di una svolta culturale, etica, relazionale, politica».

Che intende dire?

«Voglio dire questo: genitori e docenti dovrebbero costituirsi come garanti convincenti che tocca proprio a loro, ai più giovani, assumersi il compito eroico di salvare non solo l´economia disastrata ma addirittura l´intero pianeta, e scoprire quale sia il livello di sviluppo compatibile. Per i ragazzi non ci potrebbe essere un futuro più interessante e avventuroso. Perché in realtà non solo il futuro esiste, ma è proprio il loro tempo».

Nobile e incoraggiante… Ma la nostra scuola, pensa davvero che possa assolvere a un compito così alto?

«Penso che l´assenza d´interesse del nostro sistema formativo su cosa succederà, come andrà a finire, quali saranno le esigenze, i bisogni, i grandi progetti e le speranze da coltivare, ha un effetto micidiale sulla percezione da parte dei ragazzi di quale sia l´investimento che le generazioni dei padri e dei nonni fanno su di loro».

Com´è la scuola vista dagli adolescenti, secondo lei?

«Vecchia, vecchissima. Nei metodi, nei programmi, nello stile relazionale, nella definizione degli obiettivi. Nella stessa età dei docenti. In più, terribilmente conservatrice per la devozione smisurata del passato, lo sguardo distratto e disfattista sul futuro, e quell´idea del presente come anticamera di un inevitabile e inglorioso declino: in alcun modo riscattabile da chi sarebbe direttamente condannato a subirlo».

Sarà la sensazione di impotenza a produrre adolescenti un po´ depressi e un po´ maniacali?

«Gli appuntamenti con la depressione da scacco evolutivo sono disseminati lungo la strada della crescita. L´adolescente può attenuare il suo dolore mentale con droghe, alcol, ritiro sociale, comportamenti rischiosi, ossessione della realtà virtuale: tutto il preoccupante repertorio di scelte antidepressive praticate con risultati sintomatici anche soddisfacenti, ma con rischi troppo elevati per la gravità delle conseguenze sul lungo periodo».

L´esperienza con i ragazzi quanto ha modificato il suo modo di «curare»?

«L´arrivo recente degli adolescenti nel setting analitico ha contribuito ad accelerare il processo di cambiamento delle regole della cura. Per quanto mi riguarda, ho accolto con favore la loro istanza che suona pressappoco così: aiutami a capire quali siano i miei veri pensieri, cerchiamo le parole per raccontare la mia storia, ma soprattutto fai in modo che io possa capire cosa farò da grande… Oggi mi sembra molto più di dover restituire un futuro pensabile che ricostruire un passato rimosso».

La clinica con i giovanissimi suggerisce qualcosa alla psicoanalisi che può riguardare anche gli adulti?

«Anche per gli adulti si sta affermando il concetto di fasi della vita, e sempre più si condivide il valore del processo di soggettivazione. Nella stanza dell´analisi non basta tornare bambini e riparare i danni dell´infanzia. Spesso, per riorganizzare il presente, è necessario ricordare e magari ritrovare il sogno dell´adolescenza. O anche disfarsene»

LA SCUOLA: “FATICA SPRECATA”? NO! Possiamo ancora farcela, se vogliamo.ultima modifica: 2012-03-24T15:26:03+00:00da mangano1
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